Il tempo della festa in Marco Polo e in Folgòre da S. Gimignano2001

di Lydia Pavan

 

Tempo e festa sono tra loro intrecciati, perché un tempo senza festa distruggerebbe sia l’umanità sia lo stesso tempo: la festa interrompe l’ordinarietà dell’esistenza e, nutrita dal desiderio di coloro che l’attendono, conferisce al tempo un valore ed un pregio particolari.

Nel Medioevo il tempo della festa, contrastivo del tempo del dolore, ci richiama subito alla mente la brigata decameroniana di dieci giovani che fugge dalla Firenze appestata del 1348 per raggiungere un locus amoenus in campagna, dove decide di passare piacevolmente il tempo raccontandosi novelle; gli esempi di tempo della festa, in opposizione al tempo della sofferenza, percorrono la società e la cultura di ogni tempo, perché appartengono ad una delle esperienze antropologiche essenziali.

 

Le modalità di fruizione si diversificano fino alla trasgressione, per esempio del Carnevale, e alla conseguente reazione critica e repressiva da parte delle autorità sia civili che ecclesiastiche, le quali, per salvaguardare il proprio dominio, hanno ovviamente diffidato di ogni forma di divertimento che sfuggisse al controllo e alla regolamentazione. Per apportare qualche esempio, nel Medioevo alcuni giochi e divertimenti erano proibiti o sospettati o sottoposti a severe normative, sia per timore che gli eccessi edonistici contribuissero ad estetizzare la vita, a dannare le anime ed a diffondere la corruzione, sia per limitare al massimo l’autonomia dei soggetti: nel libro quarto degli Statuti imperiali di Boncompagno da Signa, retore e dettatore bolognese del secolo XIII, sono condannati e marchiati di perpetua infamia i giocatori di zara, gioco a dadi assai diffuso nel Medioevo.

 

Il tempo della festa è stato dunque condizionato nella sua natura dal periodo e dal contesto in cui si è svolto; è avvenuto però che i laici, detenendo il potere, siano stati più liberali nella gestione del tempo, addirittura decidendo lo stesso codice della festa, fatto di spettacoli, giochi, riso, allegria, fastosità e di tutti i sentimenti connessi, tra cui in primo piano amore e amicizia e tra i tanti valori, la cortesia, inscindibile dalla liberalità e dal piacere del dono, dono sia unidirezionale che reciproco, estrinsecazione del proprio status e dei propri sentimenti, argomento di riflessione anche oggi, in un’epoca in cui la mentalità di massa, iperconsumista, contagiata dal kitsch, ha spesso involgarito e commercializzato il gesto del dono.

 

Propongo due testi tra Duecento e Trecento di autori si può dire contemporanei, ma separati tra oriente e occidente, tra un contesto storico imperiale ed uno comunale-borghese: un brano dal Devisement du monde, conosciuto come Il Milione, dove si raccontano le Meraviglie del Mondo, frutto della collaborazione tra Marco Polo e Rustichello da Pisa e una scelta dai Sonetti di Folgòre da San Gimignano, nato nel prestigioso Comune toscano, fante e cavaliere, impegnato politicamente come guelfo della guelfa San Gimignano.

 

Il Milione

Marco Polo (1254-1324), viaggiatore, narratore, storiografo, elabora Il Milione nella prigione genovese insieme ad uno scrittore professionista come Rustichello da Pisa alla fine del Duecento. Il Milione percorre imprese, avventure e meraviglie del viaggio, grandezze ed aspetti sensazionali della corte imperiale, tra cui la festa: LXXXIX Qui narra della grandissima festa che fa il gran Can per il capodanno. A1l’inizio viene precisato che il capodanno dei Tartari si celebra in febbraio con gli abiti bianchi: si vestono di bianco a capodanno per aver gioia e benessere tutto l’anno; un colore puro e augurale, senza macchia, una monocromia che coinvolge tutti, dal Gran Can ai sudditi attraverso la cerimonia dei doni che provengono dai diversi regni dell’Impero; cerimonia i cui beneficiari sono l’imperatore e l’intera cittadinanza, dai baroni ai cavalieri ai semplici abitanti; i doni sono costituiti da pietre preziose e perle, le famose perle che su piccole barche i pescatori vanno a cercare immergendosi nelle acque profonde; ma al Gran Can vengono offerti anche dei cavalli bianchi, perché gli animali, cavalli elefanti cammelli, compagni dei trionfi e delle avventure umane, hanno un ruolo fondamentale nella festa: eleganti nei loro addobbi e carichi di scrigni, sfilano con ritmo e disinvoltura, a sottolineare che la potenza e la ricchezza dell’Impero non hanno limiti e sfidano ogni senso della misura. La festa è lo specchio di un coinvolgimento globale, a testimonianza del saggio e lungimirante governo del Gran Can, che ha il merito di mantenere ses terres et ses genz en justice, dice in un’altra occasione Marco Polo, che non cessa di tessere il panegirico del suo Signore, che l’ha onorato della sua fiducia per tanti anni. La festa procede con i riti della prosternazione (in quanto l’imperatore in una società fortemente verticistica è adorato come un dio), dell’incensiere, dell’offerta dei doni, poi, dovendo passare alle mense, tutti si mettono a tavola rispettando la dignità gerarchica ed il criterio dello status symbol; la festa bianca di capodanno finisce con l’arrivo dei giullari, les joculer, che hanno la funzione di divertire la corte e di chiudere un fondamentale capitolo temporale.

 

Corone della Semana e dei Mesi

Nei 22 Sonetti che costituiscono le Corone della Semana e dei Mesi di Folgòre da San Gimignano (ovvero Jacopo di Michele, poeta soldato vissuto tra il 1265 ed il 1332, contemporaneo dunque di Dante Alighieri), la festa non riguarda una determinata ricorrenza, come nel Milione, ma copre l’intiero arco dell’esistenza; e un tempo circolare in perenne fruizione del piacere di vivere, sulla scìa del plazer provenzale: i piaceri, che siano agonistici o conviviali o amorosi, si distribuiscono in ogni giorno della settimana e in ogni mese dell’anno, proseguendo la tradizione antica di ispirarsi ai Mesi, ripresa nello stesso Medioevo anche in altre arti: un esempio ammirato in tutto il mondo è la Fontana Grande di Perugina, opera in marmo bianco e pietra rosa d’Assisi, terminata nel 1278 da Nicola e Giovanni Pisano, nelle cui formelle del bacino inferiore sono raffigurati i Mesi. Il mese di Maggio raffigura la scena di uno sport, la caccia, incontestato all’epoca, importante nella scala dei valori come l’amore e le armi: un gentiluomo fa impennare un cavallo, preceduto da una dama che, pure lei a cavallo, tiene nella mano sinistra il falcone, nella mano destra un frustino, ma nello stesso tempo guarda con tenerezza il cavaliere che le offre dei fiori; scena dunque tipicamente cortese, in cui attività venatoria e corrispondenza amorosa s’intrecciano.

 

Anche nel Maggio di Folgòre sport (giostre e tornei) e amore si associano in un’esplosione cromatica abbagliante, in una scenografia vivace di cavalli e armeggiatori, di bandiere e di zendadi (drappi di seta); inoltre esprimono il tempo continuo dell’eterno ritorno nei diversi infiniti rompere, fiaccar, piover, baciarsi e negli ottativi, come quello dell’ultimo verso vi si ragioni, come a dire che le gioie materiali non devono essere disgiunte dall’interiorizzazione e dalla riflessione:

 

Di maggio sì vi do molti cavagli

e tutti quanti siano affrenatori,

portanti tutti, dritti corritori;

pettorali, testère de sonagli,

bandère con coverte a molti ’ntagli

di zendadi e di tutti li colori;

le targhe a modo degli armeggiatori;

viuole, rose, fior, ch’ogn’om abbagli;

e rompere e fiaccar bigordi e lance,

e piover da fenestre e da balconi

en giù ghirlande, e ’n su melarance;

e pulzellette gioveni e garzoni

baciarsi ne la bocca e ne le guance:

d’amor e di goder vi si ragioni.

 

Mentre nel brano del Milione, tra i partecipanti alla festa vige una forte gerarchia, nelle sue poesie Folgòre si rivolge a tutti i membri della brigata nobele e cortese che fruiscono in egual modo dei piaceri, una brigata franca e gaudente, un privé elargi al di là dei parenti, comprensivo degli amici e degli amori, tutti legati da valori comuni: amor patrio, convivialità, solidarietà, affinità elettive, ma soprattutto cortesia, ideale frequentemente opposto all’avarizia. In Decembre, quando, a causa del freddo, lo spazio scelto è quello delle sale ben riscaldate dove si mangiano ghiotti morselli (bocconi) e si beve il vino di San Galgano, il poeta raccomanda anche l’eleganza nel vestire, valore inscindibile dalla cortesia, onde beffarsi degli avari che sono sprezzantemente definiti miseri dolenti sciagurati. Come nel Milione, anche nel poeta toscano il piacere del cibo non è fine a se stesso, ma s’inserisce nel sogno di una vita bella, come l’ha definita Giovanni Caravaggi, vita ricca di attività gratificanti e di relazioni sociali, ricamata su un tempo sospeso tra mito e realtà, come nel Mercoredie (Mercoledì) della Semana: al rito del banchetto copiosissimo di delicate vivande partecipano donne e uomini di diversi ceti sociali, l’addobbo è pregiatissimo (coppe, nappi (tovaglie di lino), bacin d’oro e d’argento) il conversare allegro e con la chiara faccia; la partecipazione alla gioia comune è evidente nelle terzine finali di Domenica die:

 

Danzar donzelli, armeggiar cavalieri,

cercar Firenze per ogni contrada,

per piazze, per giardini e per verzieri;

e gente molta per ciascuna strada,

e tutti quanti li veggian volontieri:

ed ogni dì ben in meglio vada.

 

Come detto precedentemente, non cè festa senza dono; in ambedue gli esempi proposti, secondo la distinzione di Jean Starobinski, il dono è fastoso, non perverso, ma condizionato dalla diversità del contesto etnico-storico: nel Milione, il dono è l’asimmetrico, dovizioso omaggio verso chi è ritenuto il più grande benefattore, ovvero il Gran Can, mentre nelle Corone del poeta toscano si tratta di un dono simmetrico e apparentemente impalpabile, il dono del tempo, di come saggiamente distribuirlo, di come fruirlo; dono espresso con gli stilemi vi dono, vi do, dovvi, da donare, dare, verbi legati alla liberalità degli ideali cortesi:

 

D’agosto si vi do trenta castella

in una valle d’alpe montanina,

che non vi possa vento de marina,

per istar sani, chiari come stella.

 

Dono del tempo, ma anche della poesia, considerata un gioiello da donare a chi lo sa apprezzare: I’ ho pensato di fare un gioiello/ che sia allegro, gioioso ed ornato (dalla Dedica alla Semana), una corona de pietre preziose, metafora della scrittura, in quanto le pietre preziose che Folgòre dona al destinatario dei Mesi, Niccolò di Nigi, sono le parole di cui i sonetti sono intarsiati (Aprile).

 

Secondo Umberto Eco (“La Repubblica”, 6 settembre 2000) la gente del Medioevo, vivendo in ambienti scarsamente illuminati, amava rappresentarsi e vedersi rappresentata con toni squillanti. Dice Eco: nelle miniature medievali la luce sembra irradiarsi dagli oggetti, dato che il Medioevo identificava la bellezza con la luce ed il colore, una sinfonia di colori, come si nota nei due testi visitati e nelle miniature.

In un celebre testo del primo Quattrocento, Les très riches heures du duc de Berry, il cui originale si trova al Museo Condé di Chantilly, troviamo le miniature dei Mesi, che, iniziate dai Fratelli Limbourg, evidenziano secondo Caravaggi un influsso senese e partecipano del medesimo ideale estetico di Folgòre, cortese ed edonistico. Scegliamo Gennaio, dal momento che abbiamo iniziato il discorso sul tempo della festa con il Capodanno del Milione. Nella miniatura laici e chierici rendono omaggio all’inizio dell’anno (probabilmente il 6 gennaio 1416) al Duca di Berry che, come indica l’iscrizione approche approche, invita tutti ad avvicinarsi con i loro doni. La tavola è riccamente imbandita di vettovaglie dorate, di selvaggina e focacce, mentre sul pavimento è sdraiato un cane, a testimonianza dell’abitudine di uomini e animali a convivere. La corte del Duca è vivace, festosa, elegante, in sintonia con lo stato d’animo dello stesso Duca che, al centro dell’attenzione, indossa una sopraveste blu ricamata d’oro e foderata di pelliccia: interrotto dal bianco della tovaglia, il sontuoso abito si adagia sul pavimento luminoso in contiguità con la cotta verde dello Scalco incaricato di tranciare le vivande. Una policromia accesa pervade tutta la miniatura nell’intento di comunicare la gioia della festa.

Lydia Pavan

18 luglio 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it