Chiamiamolo pure… webismo

Critica letteraria su Internet

di Fausta Samaritani

 

Il supporto condiziona il testo scritto, molto più di quanto possiamo immaginare e molto più di quanto vogliamo ammettere.

Possiamo immaginare un Dante del I secolo dell’era cristiana intento a scrivere una Divina commedia con un bastoncino e una tavoletta incerata? oppure un autore del Novecento nell’atto di comporre una poesia in caratteri cuneiformi, servendosi di carta e di una penna biro? Ad ogni epoca corrisponde un particolare sistema di scrittura; anche se sistemi molto diversi possono coesistere nella stessa epoca. Il supporto, come lo strumento per scrivere, non è dunque solamente una moda; ma dipende dall’evolversi delle tecniche e delle conoscenze scientifiche.

 

Ci si domanda perché nel Duecento, proprio in Sicilia, compaiano i primi esempi di sonetto, una forma destinata ad aver grande fortuna. Non a caso forse, in italiano la parola carta deriva dal termine che indicava la misura del foglio, mentre papier in francese e papel in spagnolo derivano da papiro, cioè dal materiale su cui si scriveva. Nel Duecento, in Italia, prima in Sicilia e poi nel resto del paese, arriva la carta che è di produzione araba. Quando i fogli del libro erano fatti di pergamena, la forma e la dimensione dell’animale, da cui si estraeva la pelle, condizionavano il formato del libro. Si affermò poi la carta e le misure del foglio dettarono la forma e le dimensione del supporto alla scrittura: il formato in folio, in 4°, in 8°, in 16°, in 32° diventano presto le misure standardizzate del libro. Il 16° corrisponde ad un foglio, le cui misure sono particolarmente adatte a contenere i 14 versi di un sonetto e le tre righe bianche che separano le terzine e le quartine. Non possediamo documenti, ma la derivazione del sonetto dal formato del libro sembra una ipotesi accettabile.

Internet non è un sogno, ma una realtà. Uno strumento usuale come l’elenco del telefono è oggi in via di estinzione; ma anche la scheda cartacea della biblioteca è uno mezzo obsoleto: gradatamente molti supporti cartacei sono sostituiti da sistemi elettronici.

Sarà così anche per la critica letteraria? E’ possibile trasferirla su Web? Esistono regole o riferimenti? Esistono tecniche, suggerimenti, termini di paragone? Dopo la critica strutturale, l’ermeneutica e la semiotica, verrà il tempo del webismo?

Quello che non bisogna fare, oppure fare con parsimonia

Chiamatelo webismo o come volete voi, il modo di fare critica letteraria sul Web.

Se è nuovo il supporto, quali comportamenti è bene evitare?

Internet connette computer sparsi in tutto il mondo. L’interesse per la lingua italiana è in crescita nei paesi dell’Est, come Russia, Polonia, Ucraina, ma anche in Slovenia e Croazia; il Giappone, dove l’interesse per la cultura italiana è in crescita, funge da traino per i paesi dell’Estremo oriente. In tutti questi luoghi si parlano lingue molto lontane dall’italiano. E’ consigliabile servirsi di un linguaggio chiaro e semplice. In caso di dubbio, chiedersi sempre: “Mi capiranno lassù, in Alaska?”

Consiglio di vitare, oppure usare con grande parsimonia:

 

_ parole come testologia, moltiaspettuale, omogeneizzante, monosignificanza e plurisignificanza, decontestualizzato, deprivativo, polisistema, subsistematico, metaletterario, ricodificare, rifunzionalizzare, patrilineare e matrilineare, ballatesco, oggettivizzazione.

 

_ le virgolette, per evidenziare o dare un particolare sapore. E’ meglio, usare il corsivo, se si vuole dare un particolare rilievo ad una parola. Esempio: mondo “altro”, “altro mondo”, gesto “canonico”, spazio “ritrovato”, giorno “dopo”, luogo “insolito” e “singolare”, sogno “censurato”, segno “estraneo”, “fuori” campo, “fuori campo”, ombra “doppia”, essere “vero”,  la “sua” famiglia, confine “proprio”, linguaggio “incantato”, ciò che “fa”, parola “viva”, “spettatrice” della propria vita, “catastrofe giovanile”, “quello” spazio.

 

_ la cesura. Esempio: appartenenza/identificazione, imposto/scelto, incontro/scontro ossia autoconfronto, incontro/scontro/scambio/separazione, salvare/preservare/difendere, sogno/desiderio, rifugio/prigione, emarginato/dimenticato, dis/identificazione, bambino/grande, casa/focolare, il/la.

 

_ la parentesi. Esempio: ri(con)duce, in(volontario), orroroso (ma non troppo).

 

_ la sottolineatura, perché si può confondere con i link che sono sottolineati.

 

_ la lineetta. Esempio: non-vita, pre-logico, pre-natale, icona-guida, io-scrittore, racconto-saggio, anima-poesia, stra-ordinario, etico-teologico, psicologico-biografico, post-tuttoquelchesivuole, Oggetto-oggetto, storico-cronologico.

 

_ locuzioni logore e stinte, come: istanza fabulistica, matrice interpretativa, processo cognitivo, scelta culturale, dal punto di vista contrastativo, ambiente del vissuto, poeta recanatese, motivazione esistenziale, ritmo narrativo, chiave di lettura, mistero testuale.

 

_ le abbreviazioni. Esempio: PPP invece di Pier Paolo Pasolini

 

_ parole derivate dal cognome di scrittori, se possono evocare un significato diverso, oppure oscuro. Esempio: brignettiano (da Raffaello Brignetti), ortesiano (da Anna Maria Ortese) malapartiano (da Curzio Malaparte). Questi termini sono accettati, ma nessuno se ne serve per inserire le sue richieste su un motore di ricerca. Se in un file c’è già “Alessandro Manzoni” possiamo anche usare la parola “manzoniano”, perché la ricerca su “Alessandro Manzoni” è comunque assicurata.

 

E consigliabile inoltre che le note, tutte rigorosamente a fine del testo, siano asciutte e sintetiche. Limitare la bibliografia a poche segnalazioni, assolutamente indispensabili.

Gli esempi che precedono sono tratti da sintesi di interventi a recenti convegni sulla letteratura italiana.

 

Proposte per la critica letteraria su Web

Prendiamo come riferimento due grandi autori del passato. Boccaccio e Italo Calvino.

Giovanni Boccaccio, grande novellatore, cattura l’attenzione del lettore. Non si compiace di stilizzazioni, né si abbandona ad un gusto della parola troppo facile e popolare. Si integra con naturalezza nella realtà del suo tempo. Le sue novelle sono delimitate da una piccola introduzione e da un breve finale. Possiamo prendere la novella di Chichibio e la gru (VI, 4) come un punto di riferimento, per il nostro testo di critica letteraria su Internet, per quanto riguarda la lunghezza dell’esposizione. Boccaccio usa brevi riferimenti a novelle già raccontate, collegamenti che sono assimilabili ai nostri link.

 

Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza. Dalle Lezioni americane di Italo Calvino estraiamo le sei proposte per il prossimo millennio e applichiamole alla critica letteraria su Internet.

Quando la nostra Repubblica Letteraria Italiana ha iniziato la sua avventura_ un anno e sette mesi or sono_ non avevamo modelli di critica letteraria da proporre ai collaboratori. Qualcosa di nuovo era nell’aria se, rileggendo i testi fino ad oggi pubblicati, possiamo proporre questa piccola antologia di frammenti che sembrano scritti applicando proprio le sei proposte di Calvino. I nostri lettori potranno apprezzare anche altri passi, non inclusi in questo breve estratto, dove leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza sono chiaramente riconoscibili.

 

Leggerezza

 

“Sei un tipo dall'apparenza normale, per qualche tratto addirittura borghese, che di mestiere fa il bibliotecario all'Università. Hai il vizio di fumare perennemente la pipa, una passione eccentrica per la bicicletta e un'altra per la fotografia. Di più, hai una bella moglie, Maria, e due figli eccezionali, Lina e Guido. Insomma, sei proprio un uomo fortunato e soddisfatto (oddio! lo stipendio è basso, ma si tira avanti…). La grande goliardia bolognese degli anni Sessanta e Settanta ti annovera fra i suoi protagonisti: per tutti sei fin dall'inizio Lorenzo Stecchetti. Così hai voluto e tale rimarrai, nonostante le tue ulteriori incarnazioni letterarie: "Mercutio", "Argìa Sbolenfi", "Bepi". Veramente, come si dice, hai versato fiumi d'inchiostro, in giornali e riviste, strenne natalizie, almanacchi, numeri unici, in qualche centinaio di opuscoli e in decine di libri. Hai scritto in lingua e in dialetto (romagnolo e veneziano) poesie, novelle, elzeviri, saggi. Non ti manca nulla per essere proprio un letterato del tuo tempo.” Luigi Maria Reale Olindo Guerrini ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

 

“Come autore, Palazzeschi sfugge ad ogni nostra precisa catalogazione: è anche futurista, è anche avanguardista, è anche naturalista, è anche simbolista, vola in aria come la sua celebre, funambolica creatura Perelà, l’uomo di fumo, immateriale, elemento irrazionale dentro una società parassitaria, e se ne va con una risata.” Fausta Samaritani Aldo Palazzeschi, ne “la Repubblica Letteraria Italiana”

 

Rapidità

 

Un fulmine sul 220: una scarica elettrica di eccezionale potenza si abbatte su uno dei casotti elettrici da 220.000 volts della pianura milanese. Meteorologia imprevedibile, certo, ma anche difetti di rete, imprevidenza di tecnici, precedenti trascurati, forse lavori lasciati in sospeso o danni di roditori. E in quel casotto, per una tragica combinazione, si trovano carbonizzati i corpi di due amanti...
Gadda iniziò il suo nuovo romanzo, nel 1932, scrivendo questo finale. Come spiega Isella, egli volle stabilire subito un punto fermo, lo sbocco della narrazione, il suo finale tragico, che vede la morte dei due amanti, combusti dal fulmine nel capanno del loro primo incontro d'amore. Anche uno scrittore qualunque a corto di idee sarebbe forse ricorso all'espediente banale del fulmine, per chiudere così la sua storia. Ma per Gadda il "fulmine" non è una facile chiusa romanzesca. È invece un difficile snodo narrativo in cui far quadrare i fili infiniti della realtà.” Simone Casini Carlo Emilio Gadda ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

 

“Levi sta lavorando con altri all’interno di una grande cisterna interrata con poca luce e la polvere di ruggine che gli brucia le palpebre. Arriva Jean, il prigioniero alsaziano che gode nel Kommando di una posizione particolare, perché è il più giovane (lo chiamano il Pikolo) e può scegliere chi lo accompagnerà a ritirare, con il carretto, la marmitta di cinquanta chili con il rancio giornaliero. Viene scelto Levi. Il ragazzo ha simpatia per lui, conosce bene il francese e vorrebbe imparare l’italiano.

Il tragitto è di circa un chilometro, ma Jean sceglie la via più lunga. E’ una chiara e tiepida mattinata di giugno e all’orizzonte si delineano i Carpazi bianchi di neve. Levi sceglie per la sua lezione il canto di Ulisse (Inferno, XXVI). Deve parlare di Dante, di Beatrice, di Virgilio. Il Pikolo è attentissimo e Levi comincia a declamare: Lo maggior corno della fiamma antica… Gli anni del Liceo sono purtroppo lontani e qualche verso è inesorabilmente dimenticato. L’episodio è lungo e il tempo passa velocemente. Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma a Levi preme arrivare alla terzina che sta fissa e luminosa nella sua memoria.” Tina Borgogni Incoccia Primo Levi ne “La Repubblica Letteraria Italiana” 

 

“Fin dalle prime righe de Gli indifferenti lo stile mi è apparso manzoniano, nell’uso degli aggettivi, nell’alternarsi di periodi lunghi e complessi con proposizioni brevi e incisive, nell’uso della descrizione e così via. Quando sono arrivata a questo brano, la mia sorpresa è stata grande:

 

Addio strade, quartiere deserto percorso dalla pioggia come da un esercito, ville addormentate nei loro giardini umidi, lunghi viali alberati e parchi in tumulto; addio quartiere alto e ricco

 

Come non sentire l'eco dell’Addio ai monti de I promessi sposi?

Sembra una citazione, leggere: le strade si seguivano alle strade, là dove Alessandro Manzoni scrive: le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade. Uguale è l’incipit, la ripetizione della parola addio indica una volontà poetica; la musicalità, creata dalla enumerazione lunga e ben dosata, ripete i ritmi manzoniani.” Laura Novelli Manzoni e Moravia ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

 

“Squattrinato e privo di volontà, delude i suoi genitori, soprattutto il padre che lo voleva medico; con astuta meschinità si cerca una moglie ricca quanto brutta, che però lo ama: potrà, così, vivere nell’ozio, fingendo di studiare, e coltivare un’amicizia maschile, Kit, il cugino della moglie, che come lui è un parassita privo di risorse e d’ideali. Ma Valentino è bello e raffinato, non ha l’impronta della quotidianità, è diverso dalle altre persone che si somigliano tutte perché lavorano, amano, soffrono, litigano. Anche Caterina è vittima del fascino del fratello.” Anna Ferri Natalia Ginzburg ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

 

“Che un nobiluomo veneto, di trent'anni, pieno di soldi, ricordato come un indiavolato ballerino, che si è procurato undici incidenti rovinosi per eccesso di velocità della sua carrozza per le viuzze medievali di Verona, viaggi per tre anni di fila, dal 1788 al 1791 (con le comodità di quel tempo) e assista inorridito assieme ad Alfieri alla presa della Bastiglia a Parigi in piena rivoluzione, e tutto per rimettersi in salute da troppi bagordi, era un'idea che non mi andava giù. E poi perché Pindemonte scrive ogni giorno alla sorella Elisa (e perché proprio solo alla sorella? non aveva anche un fratello, Giovanni, famoso autore teatrale?) e perché scrive da Francia, Germania, Inghilterra, Austria e tiene del viaggio una serie di diari minutissimi, con annotazioni su tutte le persone incontrate e addirittura trasforma la sua esperienza in un poemetto e poi in un romanzo pieno di allusioni alla realtà politica italiana, e poi ordina di bruciare tutto?” Laura Pighi Ippolito Pindemonte ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

 

Esattezza

 

“Iniziamo con l'Antipasto intuitivo, costituito da cestini scavati nella buccia dell'arancio e ricolmi di salame di autentico porco e sott'aceti Cirio, il tutto trafitto da piccoli bastoni di grissini; ma la novità consiste nei minuscoli biglietti nascosti nelle ulive farcite che si sputano, si aprono e si leggono ad alta voce con grande dilettazione degli astanti; antipasto dunque che unisce il momento gastronomico a quello ludico e declamatorio in un'atmosfera allegra ed ottimista: malinconia e pessimismo appartengono infatti ai “passatisti”, mentre il mangiare per i futuristi deve essere un'occasione di festa, di espressione delle loro potenzialità intellettuali nonché della loro ideologia.” Lydia Pavan Cucina futurista  ne “la Repubblica Letteraria Italiana”

 

Al principio del 1850_ scrive Corrado Jorio, riassumendo i manoscritti di Attilio_ fu organizzata a Mantova un’Accademia strumentale e vocale che si riuniva una volta alla settimana e Nievo nell’Antiafrodisiaco precisa: il mercoledì o il giovedì. Mentre il Carnovale si avvicinava alla metà (cioè verso il 19 gennaio 1850) si svolgeva la prima serata in cui si ritrovavano i cinque ragazzi (i nostri quattro, più il rivale Luigi Castellazzo), probabilmente il mercoledì 23 gennaio. E quella che finisce con la disperazione di Attilio e la stesura della lettera era la terza serata. Ma viene anche precisata una circostanza particolare della quarta serata, confermata anche da I misteri di un’anima e ricordata in una lettera di Ippolito a Matilde (lettera n° 104 del 9 settembre 1850): la riunione fu sciolta da un intervento della polizia austriaca che costrinse la folla a tornare a casa. Secondo l’Antiafrodisiaco, questa ultima serata, in cui Ippolito tentò invano di dare la lettera a Matilde, si svolgeva una settimana dopo la nottata della stesura della lettera. L’unico punto sul quale divergono i due amici, nei testi rispettivi, è l’iniziativa della lettera: Ippolito afferma nell’Antiafrodisiaco che Attilio avrebbe chiesto a lui di intervenire; mentre Attilio asserisce che era stato invece Ippolito a proporre l’intervento! (Per le date estreme del Carnovale, vedi: Marcella Gorra Ritratto di Nievo, p. 83 e il calendario del 1850).” Elsa Chaarani_Lesourd Ippolito Nievo in “Ippolito Nievo online”

 

“All’interno della casa, nella domestica quotidianità penetra una farfalla nera, orribile insetto con un teschio sul dorso. Batte le funeree ali nel calice pendulo di una lampada color fucsia, scompigliandone le perline, poi brucia e crolla alitando pazzamente sui giornali. Questa scheggia minima_ la morte di una farfalla notturna che, in una estrema illusione di salvezza, volteggia sulla lampada_ è un segnale della tragedia immane che incombe. Altre farfalle, ma bianche, a nuvoli, a sciami invadono Firenze che, in una mattina di maggio 1938, si prepara ad accogliere Hitler. Il Lungarno è pieno di questi inutili insetti che i passanti calpestano, infastiditi. Nei versi de La primavera hitleriana, pubblicata nel 1943 in La bufera e altro, Montale fa la cronaca di questa strana giornata fiorentina, di questa raggelata primavera, dove pur albeggia un segnale di speranza.” Fausta Samaritani Eugenio Montale ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

 

Visibilità

 

“Questo libro a cui ho accennato, Un altro mare, non sarebbe nato se io una sera, in Istria […] in una vecchia casa, dove aveva vissuto il protagonista da cui avrei preso spunto e di cui avrei poi narrato la storia, […] non avessi aperto alle nove di sera, facendo luce con una lampada tascabile, insieme a un mio studente, un vecchio baule che aveva traversato due volte l’Oceano insieme a questo personaggio. E mentre io aprivo questo baule, mi sembrava di essere Billy Bones dell’Isola del tesoro di Stevenson […] e sentivo questo rumore forte di risacca e di vento e in qualche modo senza questo rumore io non avrei scritto questo libro, non perché questo rumore mi desse delle informazioni, ma perché mi dava l’idea di comunicare la musica della vita.” Claudio Magris … e c’è di mezzo il mare in “Ippolito Nievo online” (dalla registrazione di una conferenza, detta a braccio)

 

“Dalle finestre, montagne e montagne, rocce all’ombra di monoliti, macchie argentee di granito e zone dorate di felci e di asfodelo. La valle, non visibile dalla finestra, coi boati del vento, mandava un’eco stessa della sua adolescenza turbinosa di sogni e desideri inappagati. E nella valle, nel podere di famiglia un vecchio contadino, un eremita, un essere aderente alla natura, il mito della terra che offre tutti i suoi doni, anche i più selvatici, all’uomo che sa apprezzarli. Da ragazza aveva la mania delle privazioni, ma si abbandonava a quello che la madre considerava il più grosso peccato, la continua avida lettura di libri non adatti a lei, ma che aprivano l’anima

 

lentamente, da sola, ora per ora, foglio per foglio di libro, come la rosa centifoglia che pare aperta del tutto mentre conserva fino in ultimo nel suo centro qualche petalo ancora chiuso.

Paola Pinna Grazia Deledda ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

 

“In cerca di un ruvido riparo, di un luogo dimenticato dove potersi ritrovare, Eugenio Montale si isolava, ombroso, in uno spicchio di paesaggio delle Cinqueterre, dove la fissità della rupe e la presenza imperiosa del mare, occhieggiante attraverso le foglie rarefatte degli ulivi parlavano al suo cuore in una epifania di suoni aspri e di luci accecanti. Sopra quelle terrazze aeree, con minimo spreco e fantasia di suoni e di colori, una natura avara di passaggi sfocati colmava la geografia della sua anima melanconica. Montale scrutava, ascoltava, registrava ogni minimo ripetersi dei segnali naturali: il respiro infinito del mare, lo stormire faticato dei rami, il concerto variato del vento. Spiava il mutare improvviso delle luci e il farsi della vita, scopriva il segno e il suono di presenze animali e vegetali, raccoglieva meravigliose reliquie che il mare abbandona, in provvisoria incertezza, sulla riva.” Fausta Samaritani Eugenio Montale ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

 

Molteplicità

 

“Nelle Lezioni americane Calvino delineava il suo modello letterario ideale, le cui qualità dovevano consistere in leggerezza, velocità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza. Un modello strutturale che avrebbe dovuto riunire qualità opposte: levità elegante e solida consistenza, unità e molteplicità, fiamma e cristallo, cioè purezza di forma e calore. Sono i suoi simboli narrativi, insieme a quello della città in cui esiste la tensione tra la razionalità fredda delle linee dritte e curve che si intersecano e il groviglio delle esistenze umane che vi si agitano con le loro passioni, le città segrete che sfuggono alla omologazione, perché in ognuna di esse c’è una zona felice della memoria valida solo per noi, un segno di qualcosa che è stato o che forse non è mai stato, ma che si pensa che ci sia stato e questo ci aiuta a vivere.” Tina Borgogni Incoccia Italo Calvino ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

“Nei tre titoli si scorge già la consapevole volontà dell'autore di offrire un'immagine doppia di interpretazione di gioco linguistico, come egli steso spiega, per aiutare e beffare ad un tempo quei critici che lo avevano accusato di essere incomprensibile. In occasione di un suo tristo viaggio a Parigi ricorda come interpretasse l'insegna in stampatello BIERE DU PECHEUR nel senso di bara del peccatore, anziché, correttamente, di birra del pescatore. In Rien va, al fatto che qualcosa non vada, in lui e per lui, nella vita, Tommaso Landolfi ammicca fin l'errore grammaticale del titolo. Anche per la terza opera, il titolo offre due possibilità di interpretazione, in base alla pronuncia: cioè dei mesi, o di me.” Oretta Guidi Tommaso Landolfi ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

“Calvino ricorda come anche in Galileo Galilei il cavallo è spesso metaforicamente inteso come immagine di movimento, come forma della natura in tutta la sua complessità e bellezza, forma che scatena l’immaginazione nelle ipotesi di cavalli sottoposti alle prove più inverosimili o cresciuti fino a dimensioni gigantesche, oltre che nell’identificazione del ragionamento con la corsa: il discorrere è come il correre. Quest’affermazione suona come il programma stilistico di Galileo, stile come metodo di pensiero e come gusto letterario: la rapidità, l’agilità del ragionamento, l’economia degli argomenti, ma anche la fantasia degli esempi, sono per Galileo qualità decisive del pensar bene. Ne i vari accozzamenti di venti caratteruzzi, cioè nella combinatoria alfabetica, Galileo vedeva non solo lo strumento insuperabile della comunicazione tra persone lontane nello spazio e nel tempo, ma anche della comunicazione immediata che la scrittura stabilisce tra ogni cosa esistente o possibile.” Laura Marras Velocità ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

 

“Camillo Sbarbaro raccoglieva frantumi di idee che sezionava ed esprimeva in un linguaggio spoglio; avvertiva un fluire di apparenze, estraniate e staccate da sé; collezionava paesaggi scabri, astratti, inabitabili, fuori del tempo, confortato da un velo di ironia. Le sue intuizioni maturavano lentamente, covate in silenzio, nella sua solitudine di adolescente invecchiato senza diventare adulto. Rifiniva con cura le frasi e la punteggiatura; in uno sforzo di sintesi estrema riduceva la sintassi, come se lo scopo ultimo fosse una definizione esatta, quasi scientifica, e non una pagina letteraria.

La breve consolazione del verso di Camillo Sbarbaro incantò Eugenio Montale che gli dedicò Ossi di seppia. La frantumazione, la polverizzazione delle cose, l’occhio dello scrittore come specchio di schegge deformate, con un salto generazionale approdò dentro le pagine di Italo Calvino.

L’arco della Liguria, che ripara dai venti del Nord, accoglie le brezze che arrivano dai quadranti meridionali. Sembra che questa circolazione di aria metta le ali anche alla letteratura: Camillo Sbarbaro, Eugenio Montale, Italo Calvino, Giorgio Caproni, un ligure per elezione. Identica leggerezza si ritrova nella musica ever green: Tenco, Paoli, De André. Ha scritto Caproni: I miei versi sono nati in simbiosi con il vento.” Fausta Samaritani Camillo Sbarbaro ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

Consistenza

“Il Settecento, grande secolo al crepuscolo, sprigiona, come ha opportunamente osservato lo storico Lucio Villari, le energie vitali di una rivoluzione e quelle di un’autobiografia di quattromila pagine, altrettanto energica, vitale e consapevole, scritta da un italiano intellettuale, viaggiatore, avventuriero cosmopolita che, per questa apertura mentale europea, scrive nella lingua più parlata sul continente all’epoca, in un elegantissimo e personalissimo francese.” Gius Gargiulo Giacomo Casanova ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

“Soffermiamoci sul ventinovesimo capitolo, l'ultimo prima della conclusione, dedicato alla pulizia e alla pubblica sanità delle terre e città: il decoro della città, dice l'autore, non è costituito solo dalle belle costruzioni, ma anche dalla pulizia e dall'ordine dello spazio ambulatorio, in modo che siano ben selciate le strade, lodevolmente lastricati i portici, tolte le immondezze. Un altro problema è l'inquinamento, un ingrediente per tenerci sani si è l'aria pura, che dovrebbe costituire una delle principali preoccupazioni degli addetti alla pubblica sanità, delegati a garantire la sana alimentazione, impedendo che si vendano carni, pesci e frutta di cattiva qualità, facendo attenzione alle farine di frumento guasto, fava e frumentone marcio, controllando i fornai e farinotti di corrotta coscienza […] che sanno smaltire il loglio e la mondiglia per buon grano. L'homo edens dei nostri giorni, alle prese con la drammatica difficoltà delle opzioni gastronomiche, si può consolare pensando che anche nel '700 esisteva il problema dell'ecologia alimentare?” Lydia Pavan Ludovico Antonio Muratori ne “La Repubblica Letteraria Italiana”

Fausta Samaritani

18 maggio 2002

Sergio Mattarella e il significato della parola libro

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