Asterischi

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana

 

 

   Guido Colucci Progetto per cassetta, c. 1925. Inedito (Coll. Fausta Samaritani)

Guido Colucci (Napoli 1877-Roma 1949)

 

Figlio di un diplomatico, studiò a Lucca e a Genova. Nel 1902 il padre andò in riposo trasferendosi a Firenze, dove Guido si laureò in Scienze Sociali e Politiche, preparandosi alla carriera consolare. Frequentava lo studio di Giovanni Fattori, dal quale apprese i primi rudimenti di tecnica della incisione. Aprì uno studio a Firenze, ingombro di vasi e incisioni giapponesi e di antiche armi orientali, dove disegnava e incideva. Partecipò alle Esposizioni del 1908 e del 1909 della Società delle Belle Arti di Firenze. Lanno dopo la sua arte di incisore fu scoperta dal critico Francesco Sapori che gli dedicò un lungo articolo su Vita d'arte. Dopo alcune mostre collettive a Firenze e la partecipazione alla Biennale di Venezia, Colucci debuttò a Parigi nel 1913, al Salon di primavera. Da un soggiorno a Tripoli tornò con visioni di case arabe, accecate dal sole. Volontario nella Grande Guerra e ferito a un occhio, fu degente allOspedale di Siena. Divideva i suoi giorni tra Firenze, Bastia in Corsica _ nella casa una volta abitata da Domenico Guerrazzi _ e Siena, dove suo fratello Carlo Waldemar Colucci era vice Prefetto. Disegnava e incideva ponti di Firenze, stradine di Siena e paesaggi della campagna toscana con contadini a lavoro. Incise vedute di piccoli porti della costa ligure, con barche e pescatori. Nel 1919 espose a Firenze, a Palazzo Antinori, ceramiche, mobili intagliati e dipinti, incisioni colorate, oli e arte applicata, proponendosi come artista totale e meritando la medaglia dargento per la puntasecca Follia.

Una personale alla Società Leonardo da Vinci di Firenze, nel 1920, gli valse una recensione entusiasta di Nello Tarchiani su Il Marzocco, mentre Ferdinando Paolieri lo elogiava su La Nazione. La pubblicazione delle sette incisioni del Palio di Siena, edite anche come cartoline, è del 1921. Lanno successivo fu eletto professore onorario allAccademia di Belle Arti di Firenze e partecipò alla I Mostra Internazionale del Libro di Firenze, nel settore illustratori. Lanno dopo era a Monza, alla I Mostra Internazionale delle Arti Decorative. Colucci aveva intanto fondato, con il fratello Carlo Waldemar, la L.E.D.A. (LEstetica DellAbitazione), con sede a Firenze e a Siena, e produceva ceramiche decorate, tessuti di seta, carte da parati, contrassegnandoli con un cigno blu. Visitò Londra e Parigi disegnandone i ponti e le strade, e a Parigi espose le sue acqueforti. In estate si recava a dipingere in Corsica. Seguirono anni difficili, per larte della seconda generazione dei macchiaioli e, in seguito a pressioni politiche, lavvocato Lupi arrivò a proporre lautoscioglimento della Società delle Belle Arti di Firenze.

Dopo altre mostre, a Roma e a Firenze, Guido Colucci illustrò i primi volumi dellAtlante linguistico etnografico italiano di Corsica di Gino Bottiglioni, la cui pubblicazione iniziò nel 1933. Il suo estro artistico si era venato di tinte scure, quasi lugubri. Sono inedite le sue incisioni per una edizione di lusso, mai pubblicata, del Rubaiyat, opera letteraria di un antico autore persiano ed inedite anche le grandi incisioni a colori turgidi delle Maschere italiane e figure goldoniane, il cui esemplare N. 1 è al Gabinetto degli Uffizi. Si era intanto trasferito a Roma. La morte del fratello e della moglie segnarono anche la fine della sua vena di artista. La guerra lo divise per sempre dalla amata Corsica. Guido Colucci è sepolto insieme alla moglie Edith Southwell, etnologa e fotografa della Corsica, nel Cimitero degli Acattolici di Roma.

Opere di Guido Colucci si conservano a Firenze al Gabinetto degli Uffizi e alla Società Leonardo da Vinci, a Milano al Castello Sforzesco, a Roma alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e allIstituto Nazionale per la Grafica, a Reggio Emilia alla Biblioteca Panizzi.

Fausta Samaritani

Bibliografia: Silvia Giordani e Fausta Samaritani Identificazione di un autore, in "Faenza", 1993, n. 1-2.

5 Dicembre 2000 Aggiornamento 2009

Giuseppe Romeo, scultore e pittore

L'alabastro, puro o venato di giallo, rosso bruno, grigio, richiama alla mente l'idea della trasparenza, del biancore. Omero lodava le braccia di alabastro di Era, moglie di Zeus e nel canto XV del Paradiso Dante scriveva che l'anima di un beato, al pari di una stella cadente,

per la lista radial trascorse

che parve foco dietro ad alabastro.

D. H Lawrence nel suo savage pilgrimage in Etruria ha definito l'alabastro trasparente come l'allume e quasi altrettanto tenero. I giochi di luce, spostandosi dietro l'alabastro, originano impressioni di fluidità e d'intermittenza cromatica, sprigionano il fascino dell'inafferrabile. Lavorata dagli Egiziani, che nella città di Alabastron creavano vasi per gli aromi, questa pietra, più duttile del marmo, ha sedotto Assiri, Fenici, Greci, Etruschi e Romani.

Giuseppe Romeo Leda e il cigno

Giuseppe Romeo, siciliano di origine, è morto a Roma nel 2007. Si recava spesso a Volterra, per respirare l'aria della elegante ed umanistica cittadina, per ammirare le urne etrusche e per scegliere nelle cave l'alabastro che lavora nel suo atelier. Nella trasparenza di questa pietra egli tentò di carpire i segreti della materia, i misteri della comunicazione tra uomo e natura. Ripropose in alabastro la sacralità dei miti, rispettando la configurazione naturale della pietra, ma usando tecniche e modulazioni moderne. Nella sua Tauromachia il tema è la lotta tra uomo e animale e in Medea il tragico conflitto della sposa di Giasone emerge dai corpi dei figli che giacciono sul ventre della madre che li ha fatti nascere e morire.

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