Vittorio Betteloni ringrazia, con riserva, Domenico Gnoli 2016

Ricerca di Fausta Samaritani

Il poeta Vittorio Betteloni invia a Domenico Gnoli i suoi Nuovi versi freschi di stampa, accompagnandoli da questa lettera, il cui testo è tratto da una copia, presente tra gli Autografi Gnoli della Biblioteca Angelica di Roma:

I


Verona 29 aprile 1880
Egregio Signore,
La prego accettare benevolmente il libro dei miei Nuovi versi, che le ho mandato, e di leggerlo con molta indulgenza. In odio a certe ipocrisie della forma e del concetto, di cui tanto si compiacque una scuola letteraria, che io credo destinata a presto perire, talvolta eccedetti e mi lasciai andare oltre i limiti che l’arte e la convenienza stessa impongono agli scrittori e massime ai poeti. Ma chi fa la guerra non può misurare i colpi di spada e facilmente fa sfregio all’onestà e alla giustizia. Che farci? Io non posso che domandare scusa ai miei colleghi che hanno amore e intelligenza dell’arte.
Byron diceva che quando in un libro di versi ce n’è un terzo di buoni, il lettore può essere soddisfatto e lodare. Dei miei versi credo che un quinto o un sesto soltanto possano dirsi buoni; ma d’altronde io non cerco d’essere lodato; bensì d’essere perdonato, se, per uno istinto che non so domare, venni esprimendo ritmicamente i miei sentimenti, e se dopo dieci anni di silenzio, vincendo ripugnanze e titubanze moltissime, incoraggiato dal più insigne letterato e poeta d’Italia, mi risolsi a pubblicare alcuni dei versi che scrissi in questo periodo che corse dal 70 all’80.
La prego di perdonarmi, egregio Signore, se ebbi l’ardire di scriverle; e nuovamente La prego di leggere il mio libro con somma indulgenza.
La riverisco con tutta stima e me le protesto

devotissimo
Vittorio Betteloni

Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli. Autografi. Ms. 164.3 quaderno di copie. Di mano di Aldo Gnoli: notevole

Sulla “Nuova Antologia”, Fs. XI (1 giugno 1880), pp. 568-572, all’interno della rubrica Rassegna Letteraria Italiana, Domenico Gnoli pubblica una lunga recensione dei Nuovi versi di Vittorio Betteloni che erano apparsi con una nota introduttiva di Giosue Carducci. Dopo pochi giorni riceve dal poeta una seconda lettera:

II

Verona 16 giugno 1880
Egregio Signore,
La prego di perdonarmi se con maggiore sollecitudine non La ringraziai di ciò che Ella scrisse sul conto mio nell’Antologia del 1° giugno. Ma, tra che l’Antologia viene a Verona sempre con un po’ di ritardo, tra che io sono di questa stagione in campagna, non vidi che jeri il numero dove Ella parla di me. Io La ringrazio, egregio Signore, della urbanità colla quale espresse il suo parere sui miei Nuovi versi (1). Non è comune pur troppo al giorno d’oggi, nei critici italiani il disapprovare o in tutto o in parte l’opera d’uno scrittore, senza offenderlo o per lo meno metterlo in canzonatura. Perciò maggiormente io Le sono grato, ch’Ella, pure nel criticarmi, usasse termini onesti e garbati, benché avrei sperato che almeno il Piccolo Mondo non le paresse indegno d’essere giudicato con più largo concetto. Non Le sembra un po’ troppo severo lo scegliere il passo forse più prosaico dell’idillio e citarlo come modello d’uno scrivere che naturalmente sembra così tutto prosaico? D’altronde in un componimento non breve, di soggetto umile, famigliare e anche in parte umoristico, tutto non può essere altamente intonato, e frasi che rasentano la prosa si trovano spesso in simili lavori, specie inglesi e tedeschi. Le Lacrymae stesse del Chiarini (2), che sono pure così nobile poema, hanno alcun brano, che, levato il ritmo, potrebbe passare per prosa. Ma fa d’uopo non dimenticare che un medesimo sentimento ispira e governa le più elevate e le più umili parti e però ché complessivamente con eguale valore al tutto. D’altronde io volevo, nel passo da Lei citato, descrivere un momento di noja che per sé non ha nulla di lirico, ma molto del prosaico, e dovetti rendere quel momento psicologico colla forma del verso.
Del resto io so purtroppo che sono spesso prosaico; e già nella Primavera (3) dicevo io stesso, che per essere nuovo, do nello strano, e per essere piano e semplice, casco nella prosa.
La prego di perdonarmi queste mie osservazioni. Se tento di giustificarmi agli occhi di Lei, mi muove a ciò la grande stima che io faccio del Suo giudizio dell’arte mia. Il che mi rende pure assai riconoscente verso di Lei, che si occupò de’ miei Nuovi versi, e lo fece in modo così equo e gentile.
Mi permetta di stringerle le mani in tutta considerazione


Suo devotissimo
V. Betteloni


Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli. Autografi. Ms. 18/1.1

Non con conosciamo la lettera di risposta di Domenico Gnoli, ma il quaderno di copie presente alla Biblioteca Angelica ci restituisce la terza lettera di Betteloni a Gnoli:

III


Verona 22 giugno 1880
Egregio Signore
Io spero anzi che Ella non abbandonerà l’ufficio del critico; ufficio ingrato, lo so, ma che perciò appunto ha bisogno di esser affidato ad uomini meritevoli di rispetto per l’ingegno, la dottrina e l’onestà degli intendimenti loro. Che avverrà della critica italiana in fatto di lettere, se i pochi buoni e competenti lasciano il campo?
La ringrazio, egregio Signore, di avermi scritto; ma non creda che io volessi rimproverarle nulla di ciò che Ella scrive di me nell’Antologia. Solo ho cercato di scusarmi, se a lei sono parso talvolta disadorno e pedestre.
Io accetto il suo consiglio, che mi sembra eccellente. Certo ogni preoccupazione è nocevole all’arte, e il meglio è abbandonarsi alla fantasia e al sentimento, come pubblico non ci fosse. Né ciò sembrerebbe molto difficile, massime a chi scrive, come me, per semplice sfogo dell’animo proprio. Ma non sempre riesce. Tutti abbiamo la nostra piccola e cara teoria dell’arte; e ci si tiene; oggi specialmente si vuole evitare la retorica; ma per fuggire un difetto si cade in un altro.
Le manderò presto il primo volume del “Don Giovanni”, che sta per essere pubblicato a Milano. Frattanto la riverisco con sincerissima stima e gratitudine, e sono

Il tutto suo Betteloni

Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli. Autografi. Ms. 164.3 quaderno di copie. Di mano di Aldo Gnoli: notevole

Dalla recensione dei Nuovi Versi di Vittorio Betteloni, scritta da Domenico Gnoli:

Si fa avanti Vittorio Betteloni, presentato al pubblico, del quale gran parte lo conosceva solo, come a dire, di vista, dal Carducci; il quale ragionando del suo primo libro di versi In Primavera, mette in rilievo com’egli fosse il primo a uscire dal romanticismo, pur componendo in lirica il romanzo di un giovine dai venti ai ventott’anni. Ma questa lode, che vale per quel primo volume, non può valergli oggi, che l’esser fuori del romanticismo non è più cosa né nuova né rara. Il Betteloni si studia di ritrarre scrupolosamente dal vero, fuggendo ogni ipocrisia di concetto e di forma. Ecco una delle sue nuove poesie:

Natale
Io lascio andare il “masso che dal vertice ”
Con tutto quello che gli vien dietro poi;
Ma non posso negar che a me gradevole
Molto Natal non torni e i gaudi suoi.
Volge dell’anno la stagion più rigida,
E non c’è cosa allor che più diletti,
Come in panciolle al focolar domestico
Sedere fra le donne e i fanciulletti.
Solenizza Natale i dolci vincoli
Che in culla il primo laccio hanno di rose,
Né può la tomba stessa ognor dissolverci,
La tomba che dissolve tutte cose.
I figliuoli già adulti oggi convergono
Degli antichi parenti alla dimora;
Viene a depor sulle ginocchia ai suoceri
Il nuovo nato, la fiorente nuora.
[…]

È evidente nel poeta lo studio di scansare l’accademico e il convenzionale, di voler leggere il libro della natura nel testo e non nelle traduzioni, siano pure de’ più valenti, e quantunque alcuna volte ricada senza avvedersene nel convenzionale […] certo però egli sa trarre dall'osservazione del vero una giustezza insolita di colore. Nell'ardore del combattimento contro la scuola letteraria che egli crede destinata a perire, egli eccede talvolta e si lascia correre (lo confessa egli stesso) oltre i limiti che l’arte e la convenienza stessa impongono agli scrittori e massimo ai poeti. Ma, egli dice, chi fa la guerra, non può misurare i colpi della spada. Perdoniamogli dunque, in grazia della sua confessione, certe ostentate crudezze; sicuri che, cessato ormai, o almeno d’assai scemato l’ardore della battaglia, […] egli non avrà più motivo di trascorrere a quelle “esagerazioni sistematiche”, come diceva il Carducci, che sempre offendono l’arte. Ma su d’un altro punto mi piace d’insistere, perché riguarda il concetto e l’essenza stessa della poesia. Già il Carducci aveva notato ne’ versi di lui delle “lungaggini prosaiche”: e questo proseggiare, forse meno sensibile in quel primo volume che trattava d’amore, sentimento per eccellenza poetico, in questo, offende più crudamente il lettore. […]  Nondimeno partirò da un punto che tutti, voglio crederlo, ammetteranno; cioè che la poesia debba essere qualcosa di differente dalla prosa: altrimenti, perché sarebbe? E questa differenza la intendo così: che cioè essa debba scaturire da uno stato psicologico diverso da quello da cui scaturisce la prosa. Da questo stato psicologico dipendono le differenze dalla prosa nel modo di concepire e d’immaginare, nel ritmo, nella lingua (poiché credo anche nella lingua poetica). La falsa poesia è quella in cui s’invertono le parti; e la lingua, il ritmo, lo stile, le immagini, nonché essere conseguenze di quello stato d’animo, invece servono a simularlo. Per me vera poesia è quella che, spogliata del verso, delle immagini accessorie, di tutta infine la sua carne, rimane uno scheletro, ma uno scheletro d’una poesia. [Gnoli dà come esempi l’Ermengarda di Manzoni e A Silvia di Leopardi].

Or bene la poesia del Betteloni non di rado non si accorda bene con questo concetto che ho, erroneamente forse, della poesia, e senza il quale non so vedere perché essa debba esistere. In una serie di poesie sulla villa de’ suoi padri, che s’intitolano Piccolo mondo, ci son davvero de’ passi poetici; ma a quando a quando non so vedere altra differenza da que’ versi alla prosa, se non il verso. Eccone un esempio:

Scrive la Sand che la migliore stagione
D’abitar la campagna è il verno; io dico
Il ver non ho codesta opinione,
Eppur son della villa un grande amico.
Alla campagna io duro
Fino ad anno avanzato,
Ma quando è giallo il prato,
L’albero spoglio, oscuro
Il cielo, il giorno breve,
Men peggio assai mi pare,
Quando vien la neve,
A Milano abitare.
Triste è abitar nel verno la campagna;
Bigia e folta la nebbia ai colli siede,
Lenta, inesausta pioggia intorno bagna
Per quanto spazio abbraccia l’occhio e vede.
Che si fa lungo il giorno,
Se non che il sol l’infesta
Noia portar da questa
Seggiola a quella intorno?
Né il mutar stanza e loco
O seggiola e letture
Soltanto mi procura
Ch’io muti noia un poco.

E sta bene: son tutte idee giustissime e in cui moltissimi andran d’accordo con lui. Ma in verità, se egli avesse scritto queste cose in prosa sarebbe caduto in mente a nessuno che la sua fosse sbagliata e che quelle cose conveniva dirle in versi? Chi mai le avrebbe ritradotte nella sua mente? O non piuttosto vien fatto, leggendo i versi, di tradurseli in prosa, come la loro forma più naturale? Lo stato psicologico da cui sono scaturiti, è diverso da quello della prosa? E pazienza se queste cose fossero dette in un sermone in versi sciolti, che è quasi l’anello tra la prosa e la poesia! Ma che corrispondenza ci può essere tra quelle idee piane e assennate, e quel movimento, quello slancio di strofe polimetriche?

E si badi che qui, direi quasi, il Betteloni è fuor di questione! Il Betteloni, che se fa talora della prosa misurata e rimata, sa però fare anche della poesia viva e vera. Io discorro d’una massima, d’una tendenza ad avvicinare quanto si possa la poesia alla prosa. Il secolo è scettico e positivo; e il poeta  pare che, per paura del suo risolino schernitore, smorzi il sentimento, smorzi la fantasia, smorzi l’armonia del verso, smorzi la lingua e lo stile: ma a forza di smorzare, temo che la poesia resterà al buio. Il secolo è scettico e positivo, lo so; ma chi non sa mettersi nello stato psicologico della poesia, perché legge versi? Legga gli Annali del Ministero di Agricoltura.

D. Gnoli

Aveva ragione Vittorio Betteloni, oppure Domenico Gnoli? Dal proprio punto di vista, avevano ragione entrambi. Con un solo verso (che forse era prosa) Betteloni si era liberato dal fardello della poesia manzoniana. E noi, che sudammo su Sparsa le trecce morbide; e voi, che penate su Ei Fu. Siccome immobile... Noi che ne pensiamo? voi che ne pensate? Betteloni - la banalità del quotidiano che si fa verso - anticipa certe forme del Novecento.

Vittorio Betteloni (Verona 1840-Castelrotto di San Pietro in Cariano 1910) dal padre Cesare ereditò il gusto per la poesia.  Prediligeva la lirica intimista, fatta delle piccole cose di ogni giorno. Un realismo tenue, quasi crepuscolare. Semplice e schietto, a volte dimesso, questo poeta del tardo Ottocento scrisse che “tutte le cose possono essere fonte di vera poesia” e, con più convinzione, che “dalle piccole circostanze della vita giornaliera possono scaturire torrenti di gentile e passionata poesia”.

Domenico Gnoli (Roma, 6 novembre 1838-Roma, 12 aprile 1915). Il padre Tommaso, ferrarese, era giurista, ma anche letterato e poeta, e gli trasmise il culto per la cultura umanistica. La madre, Maria Dini, umbra, era amica di Pietro Giordani, cui ispirò poesie. Domenico studiò al Collegio Romano e si laureò in Legge. Nel 1864 sposò la perugina Giuseppina Angelini, dalla quale ebbe 8 figli. Dopo la presa di Roma, nel 1874 fu professore di Lettere nelle Scuole medie superiori. Nel 1880 insegnò Letteratura italiana all'Università di Torino. Nel 1881 fu nominato prefetto della Biblioteca Nazionale di Roma, nel 1909 fu trasferito alla Biblioteca Lancisiana e dal 1910 fino alla morte diresse la Biblioteca Angelica. Eclettico, curioso di ogni forma di espressione artistica, fondò nel 1888 “Archivio storico dell’arte” e nel 1897 la “Rivista d’Italia”; diresse la “Nuova Antologia”, su cui pubblicò studi di critica e di storia della letteratura, nell’ambito della scuola romana, di classica impostazione. Adolfo Venturi lo descrive vede come “un vecchio colonnello a riposo”, occhi azzurri, sereno, pacato, sempre entusiasta delle novità. È nota la sua passione per l’epigrafia. Fu convinto anti interventista e morì prima dell’entrata in guerra.
Tra le sue opere: I poeti della scuola romana (1850-1870), antologia uscita nel 1913; Versi (con eteronimo Dario Gaddi), 1871; Odi tiberine, 1879, Nuove odi tiberine, 1885 e Vecchie e nuove odi tiberine, 1898; Eros, 1896 sotto eteronimo Gina d’Arco; Orpheus, 1901, Fra terra ed astri, 1903 e il poemetto Iacovella, 1905 con eteronimo Giulio Orsini; Poesie edite e inedite, 1907. La raccolta Canti del Palatino - Nuove solitudini, uscì postuma nel 1923.

Roma. Lapide del Tasso in Piazza del Pantheon, con testo dettato da Domenico Gnoli

20-23 febbraio 2016 Aggiunte e correzioni 19 e 25 marzo 2016

Erminia Fuà Fusinato scrive al Conte Domenico Gnoli

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

(1) Vittorio Betteloni, Nuovi versi, 1880, con prefazione di Giosue Carducci.

(2) Giuseppe Chiarini (Arezzo 1833-Roma 1908). Autore di scritti critici su Carducci. Fu direttore generale dell’Istruzione Secondaria. In Lacrymae espresse il dolore per la morte del figlio.

(3) Vittorio Betteloni, La Primavera, 1869, in cui rifuse versi già pubblicati nel Canzoniere.