Disgusti e antimilitarismo

in Vittorio Alfieri 2001

di Giuseppina Giacomazzi

Alfieri è figura complessa. Dopo la fortuna risorgimentale, dovuta all’immagine tramandata da Ugo Foscolo ne I sepolcri e alla influenza che ebbe su Giacomo Leopardi, la fortuna critica si affievolì. Non c’è oggi autore meno letto, meno compreso e amato di lui, soprattutto nelle scuole. L’inquietudine, la ricerca di una identità che sono un segno precoce del conflitto romantico ideale-reale, si traducono in ricerca di una Patria ideale. Il potente senso di solitudine e di sradicamento fanno avvertire Alfieri vicino e attuale. Maturato in un ambiente nobiliare dei più arretrati, egli non riuscì mai ad inserirsi in maniera propositiva su un terreno di azione concreta. Il suo è un antipoliticismo che lo porta a non comprendere i contemporanei e a non esserne compreso. Percorre tutta l’Europa, prendendo contatto con i centri più importanti e vivaci della società europea; ma tali frenetici spostamenti non riescono a colmare la sua insoddisfazione, la sua ansia di ricerca di una Patria dove vivere in libertà, e contribuiscono a riaffermare il suo isolamento. Vittorio Alfieri non era avulso dal periodo storico in cui viveva e la sua opera non può essere spiegata al di fuori dell’Illuminismo. L’ansia di rinnovamento e quell’attesa di palingenesi dell’umanità, sotto il segno della razionalità e della libertà, fanno parte di un comune sentire, nonostante quel suo affermare:

ma non mi piacque il mio secol mai.

Tale ansia porta Alfieri a straniarsi dalla piccola Patria, dal Regno sabaudo e dall’Italia contemporanea, per proiettarsi in un futuro Regno ideale. Egli nega l’ottimismo del secolo dei lumi e dà luogo ad un pessimismo cupo e angoscioso, nel quale non c’è posto per la soluzione politica e non può esserci fede in nessuna Rivoluzione, né in quella Francese, né in quella d’America. Ahi, null’altro che forza al mondo dura. Una forza bruta, priva di ogni lume ideale, una violenza del potere che si esprime sotto ogni forma istituzionale, emergono nelle sue tre commedie L’Uno, I Pochi, I Troppi. La violenza viene imposta anche ai personaggi delle tragedie, anche se apparentemente vincitori come Bruto, costretto ad uccidere i propri figli. E la violenza costringerà Alfieri a prendere le distanze dalla Rivoluzione Francese, dopo un primo entusiasmo espresso nella sua ode Parigi sbastigliata. Nel libro, misto di versi e di prosa e intitolato Misogallo _ colui che odia i galli, cioè i francesi _ egli mette in luce il suo odio amaro e la sua impotenza nei confronti della demagogia e della tirannide, in cui la Rivoluzione Francese è sfociata. Questo atteggiamento lo porta ad una sorta di reazionarismo conservatore. Nella commedia L’Antidoto lo scrittore sembra addirittura inclinare verso una soluzione di tipo monarchico-costituzionale all’inglese, sistema che aveva avuto modo di osservare nei suoi viaggi in Inghilterra. La condanna per la tirannica violenza espressa dalla Rivoluzione Francese è ferma, come emerge anche da un episodio della Vita, nel quale Vittorio Alfieri mostra la sua indignazione per la prepotenza militare, subita all’epoca della sua precipitosa fuga dalla Francia, insieme alla contessa d’Albany.

Laonde io addolorato profondamente, scrive, sì perché vedo continuamente la sacra e sublime causa della libertà in tal modo tradita, scambiata, e posta in discredito da questi semifilosofi; stomacato del vedere ogni giorno tanti mezzi lumi, tanti mezzi delitti, e nulla in somma d’intero se non se l’imperizia d’ogni parte.

Oggetto ossessivo della sua arte è la tirannide, che si esprime nella volontà di potenza e con carattere distruttivo e negativo che la conduce ad annientare non solo l’avversario, ma anche se stessa. Il dramma della volontà di potenza raggiunge in Vittorio Alfieri l’espressione poetica più alta. La sua visione della realtà è individualistica, ma pur sempre antidogmatica, antigerarchica e anticonformista spinta a tal punto, che i termini di tirannide e di libertà finiscono per confondersi, per diventare tutt’uno. Il concetto di libertà è dato a priori e sembra riguardare l’individuo e non la società. All’interno di questa ultima, l’uomo non è libero: la libertà può essere conquistata soltanto attraverso l’evasione, i cui mezzi sono il suicidio, o l’isolamento o il tirannicidio. Il discorso di Vittorio Alfieri sulla libertà, nonostante il conservatorismo del punto di approdo, appare di grande interesse e di sorprendente attualità. Se in nessun contesto sociale si può essere liberi, ferma diventa la sua condanna di tutti quegli apparati che fanno da supporto al dispotismo. Questi sono, come viene reso esplicito nel trattato Della tirannide, da individuarsi nelle tre caste: sacerdotale, liberale e militare.

Se la dipendenza da qualsiasi chiesa impedisce la libertà del pensiero, le milizie sono da considerarsi un vero e proprio stato nello Stato che, sotto il falso pretesto della difesa da un presunto nemico esterno, sono impiegate come strumento di oppressione interna, per stroncare qualsiasi forma d’insurrezione. Il discorso sul riscatto da ogni servitù politica, per risorgere a vita civile è accennato nell’Esquisse du Jugement Universel (1773) e ripreso in alcuni punti della Vita, opera essenziale per la comprensione della personalità di Vittorio Alfieri. La Vita è la storia di un processo di formazione che perviene, dopo la dissipazione degli anni dell’adolescenza e della gioventù, ad una conversione morale e poetica, presupposto della concentrazione letteraria.

L’aspirazione alla libertà che caratterizza l’infanzia e l’adolescenza del futuro grande scrittore _ dopo una esperienza nell’esercito, nel 1766, quando ottiene la carica di porta-insegne nel Reggimento Provinciale d’Asti _ porta Alfieri prima ad un intiepidimento verso la vita militare, poi alla ripugnanza assoluta.

E non mi potendo assolutamente adattare a quella catena di dipendenze gradate, che si chiama subordinazione; ed è veramente l’anima della disciplina militare; ma non poteva esser l’anima mai d’un futuro poeta tragico.

Moderna e interessantissima appare oggi questa dichiarazione d’incompatibilità fra uomo di lettere e servitù dello spirito che, come Alfieri dichiarerà nel trattato Del Principe e delle Lettere, è una componente della disciplina, soprattutto militare. Il rifiuto del militarismo si evidenzia fortemente nel viaggio attraverso la Prussia di Federico II, il despota illuminato, tanto odiato anche da Giacomo Leopardi.

All’entrare negli stati del gran Federico, che mi parvero la continuazione di uno stesso corpo di guardia, mi sentii raddoppiare e triplicare l’orrore per quell’infame mestier militare, infamissima e sola base dell’autorità arbitraria.

L’universal caserma prussiana lo spinge alla fuga, perché quei perpetui soldati, non li posso neppur ora, tanti anni dopo, ingoiare senza sentirmi rinnovare lo stesso furore che la loro vista mi cagionava in quel punto. Lo stesso senso di ripugnanza che avverte lo scrittore nella visita al campo di Zorendorff, in cui si svolse ad agosto 1758 la battaglia fra Russi e Prussiani, si traduce in odio dichiarato verso tutte le guerre.

Visitai il campo di battaglia tra’ Russi e Prussiani, dove tante migliaia dell’uno e dell’altro armento rimasero liberate dal loro giogo lasciandovi l’ossa. Le fosse sepolcrali vastissime, vi erano manifestamente accennate dalla folta e verdissima bellezza del grano, il quale nel rimanente terreno arido per se stesso ed ingrato vi era cresciuto e misero e rado.

Vita e morte, odio per la guerra e l’inutile spargimento di sangue per ragioni di potere, affermazione di pace ci appaiono così insolite in uno scrittore, ancora lontano dalle discussioni e dalle problematiche del nostro secolo.

Ricca di spunti significativi è la concezione alfieriana dell’intellettuale e della libertà di pensiero, come unica condizione alla base di qualsiasi arte. La libertà dello spirito non può sopportare nessuna forma di schiavitù, di asservimento al potere. L’intellettuale cortigiano è ormai superato, ma l’esercizio delle lettere è ancora riservato ad una condizione privilegiata e aristocratica. Una attività intellettuale, intesa come professione tale da garantire l’indipendenza economica di uno scrittore, per Alfieri non è positiva. Egli lascia ai posteri un invito ad essere meno asserviti a qualsiasi forma di potere, ad assumere il coraggio della libertà. Alfieri fu molto amato durante il Risorgimento, perché gli intellettuali trovarono nella sua opera uno stimolo alla funzione civile della letteratura e alla creazione della Nazione, come organismo prima culturale che politico. Nonostante il ripiegamento dello scrittore astigiano, soprattutto nell’ultimo periodo, su posizioni di fatto reazionarie e conservatrici, nel suo pensiero oggi possiamo riscontrare aspetti di forte interesse e positività che gli derivano dal rifiuto di ogni mediocrità, di ogni compromesso. Rinuncia e penosa accettazione dei limiti, che spesso hanno dato adito ad interpretazioni in chiave quasi anarchica. Quella di Alfieri è polemica violenta e decisa contro il conformismo, il servilismo e la cortigianeria. Lo scrittore può essere considerato a buon diritto l’anti Vincenzo Monti e l’anti Pietro Metastasio. Ma è nella poesia che la personalità di Vittorio Alfieri trova il compimento e la sua giustificazione. La sua affermazione libertaria, il prepotente autobiografismo che meglio si esprimono nella forma tragica, sono la vera forza di Alfieri.

Giuseppina Giacomazzi

15 Febbraio 2001

Convegno Vittorio Alfieri

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it