Un romanzo e un film, come proposta di lettura
di Tina Borgogni Incoccia
Sono trascorsi circa venti anni dalla prima edizione de Il nome della
rosa di Umberto Eco che dopo Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di
Lampedusa è stato il romanzo italiano più ammirato, tradotto e venduto
all'estero, anche se all'inizio nessuno dei due ebbe in Italia molta fortuna. Il
nome della rosa fu accolto infatti con una certa perplessità e giudicato un
brillante collage di citazioni, quasi un divertente fuoco di artificio
letterario, sia pur fatto da un abilissimo maestro. Le citazioni erano
assolutamente esplicite, direi esibite da parte dell'autore che nelle postille
al romanzo dichiarava:
Si fanno libri solo su altri
libri e intorno ad altri libri. […] I libri parlano sempre di altri
libri e ogni storia racconta una storia già raccontata. Lo sapeva Omero, lo
sapeva Ariosto, per non dire di Rabelais o di Cervantes.
Integrando la lettura del libro con la visione del film realizzato da
Jean Jacques Annaud, con la consulenza di un grande medievalista quale Jacques
Le Goff, il doppio impegno può sicuramente risultare di aiuto per entrare
nella dimensione spazio-temporale del romanzo, tanto più che lo stesso Eco
con tono semiserio ci avverte all'inizio che le prime cento pagine sono imposte,
quasi come penitenza indispensabile per acquisire lentamente il respiro e
il ritmo adeguati all'impresa.
Scorrono dunque davanti ai nostri occhi architetture e paesaggi
medievali: la vita quotidiana di un'abbazia, gli amanuensi al lavoro nello scriptorium,
intenti alla trascrizione dei codici, le raffinate miniature dal caldo impasto
cromatico, il disegno fantastico dei bassorilievi. Le immagini ci richiamano la
storia appassionante del 1300: i prestigiosi ordini monastici, lo spostamento
della sede papale da Roma ad Avignone, i difficili rapporti tra Papato e
Impero, i processi con i terribili inquisitori e le condanne degli eretici al
rogo. Ovviamente, data la condensazione visiva propria del film, soltanto la lettura
del romanzo ci fa apprezzare il fascino di certi ampi passaggi del discorso
narrativo, quale ad esempio la lunga dichiarazione d'amore mistico-erotica del
giovane Adso ad una fanciulla; soltanto la lettura può farci cogliere la
trasparenza a volte maliziosa delle citazioni che danno al romanzo
un'intonazione inconfondibilmente moderna (vedi la frase: Elementare, mio
caro Adso! che richiama fonicamente e spiritosamente Elementary, mister
Watson! di Sherlock Holmes). Tra le citazioni infatti, quelle tratte dal
genere poliziesco sono le più evidenti: la serie delle morti inspiegabili, la
figura dell'investigatore che svolge l'indagine, il senso di suspense, i colpi
di scena, perfino l'oggetto misterioso costituito da un prezioso codice
contenente il secondo libro della Poetica di Aristotele dedicato alla
commedia, cioè al riso e che non deve essere conosciuto secondo la concezione
tetra della cultura propria di padre Jorge, il quale nella sua follia
conservatrice provocherà l'incendio dell'intera biblioteca.
Dopo la dinamica propria dell'azione filmica, la lettura attenta e meditata
dei segni del testo ci permette di riconoscere il progetto di mondo, veicolato
dalla trama degli enunciati verbali e forse rimasto un po' in ombra nel veloce
succedersi delle sequenze visive. Sembra infatti proprio "la parola"
il tema dominante del racconto, annunciato fino dal titolo Il nome della
rosa, presente con intonazioni diverse nei punti strategici della narrazione.
In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era
Dio, leggiamo all'inizio del romanzo. I nomi sono segni di segni, con
i quali l'uomo tenta di dare un ordine al mondo. Il semiologo Umberto Eco
non ha scritto soltanto per divertirsi e divertirci con gli stereotipi del
romanzo storico, poliziesco, fantastico. Ha scritto il romanzo filosofico
della parola, della sua forza e dei suoi limiti e dell'uso negativo o positivo
che l'uomo può farne. Nell'antica biblioteca medievale avviene la più alta
celebrazione della parola scritta. E' un edificio dalla mole gigantesca, dove
sono raccolti i codici di commento alle Sacre Scritture e tante altre preziose
testimonianze della cultura greca, latina, araba, ebraica che il dotto padre
Jorge da Burgos ha portato dai conventi della penisola iberica. Altro spiritoso
richiamo fonico: Jorge-Borges, lo scrittore argentino, anche egli cieco, che
ha scritto l'affascinante racconto La biblioteca di Babele.
Nutrimento dello spirito, la biblioteca è collocata nella parte più alta
dell'edificio. In basso ci sono la cucina e il refettorio, dove si alimenta il
corpo e si soddisfano i suoi istinti, ma da cui sale il calore indispensabile a
riscaldare i gelidi ambienti soprastanti. Sia nel romanzo che nel film la
biblioteca, alta e chiusa come una fortezza, assume connotazione negativa in
quanto segno di isolamento, ambizione, lussuria della parola, fonte di
corruzione. Essa è aperta soltanto a pochissimi iniziati, nonostante che alcuni
monaci siano venuti da tanto lontano, per nutrire la loro mente con le
meraviglie celate nel suo ampio ventre, come dice Bencio da Upsala che sarebbe
pronto a prostituirsi, pur di superare la soglia proibita. Cultura
aristocratica, chiusa, severa negatrice del riso che fa ridere la verità,
incapace di apprezzare il mondo nuovo che è fuori, laggiù, nelle città operose,
dove sta nascendo un modello di cultura laica che ha trovato nell'uso della
lingua volgare lo strumento agile per una comunicazione più ampia. In questo
paese il più grande filosofo del nostro secolo non è stato un monaco, ma uno speziale,
dice Guglielmo da Baskerville, alludendo a Dante Alighieri. Padre Gugliemo e
padre Jorge sono i duellanti, espressione di due opposte concezioni della
cultura, che si fronteggiano con una raffinata e tagliente dialettica, mentre
Adso esprime la forza poetica e intuitiva della giovinezza.
Il romanzo della parola ne sfiora anche un aspetto fantastico e
perturbante. Certe profezie apocalittiche di sventura sembrano prendere corpo
per la sola tragica forza evocativa delle parole, quasi non sia più possibile
prevedere e arrestare lo sviluppo di un processo di distruzione, una volta che
sia messo in moto da una intelligenza malefica. Romanzo e film ci mostrano al
termine della vicenda il discepolo Adso, divenuto vecchio a sua volta, che
utilizza gli occhiali ricevuti in dono dal suo maestro, per decifrare gli
sparsi frammenti dei codici recuperati dopo la distruzione dell'abbazia.
Romanzo e film concludono con la stessa citazione del verso esametro:
Stat rosa pristina nomine,
nomina nuda tenemus
La rosa primigenia esiste nel nome, noi possediamo soltanto i nomi,
citazione che nel testo letterario si connota maggiormente di profonda
malinconia, derivante dalla consapevolezza dei limiti della nostra conoscenza.
Tina Borgogni Incoccia
16 Aprile 2001. Lunedì dell’Angelo.
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online.
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