Feste laiche e religiose al tempo del papa-re e sonetti di Giuseppe Gioachino Belli 2001

di Fausta Samaritani

 

Pio IX rientrò a Roma il 12 aprile 1850, dopo un anno di esilio ospite del re di Napoli, e a Porta San Giovanni fu accolto da una folla festante. Incensi, solenni Te Deum, distribuzione di elemosine: partito come un fuggiasco il papa tornava da monarca assoluto.

Letizia Pitigliani, Enigma romano, 1989

L’aristocrazia romana, in villeggiatura forzata ai Castelli, rientrò in città alla spicciolata. Furono aperti i saloni principeschi alle feste e alle danze.

Marcantonio Borghese invitò il corpo diplomatico, lo Stato maggiore francese, cardinali e prelati. Si danzò dopo la mezzanotte, quando le eminenze lasciarono la festa. Ventisette giovani patrizi, tassandosi ognuno 10 scudi, organizzarono un ballo a palazzo Poli. Sul biglietto di invito figurava una margherita, i cui petali portavano il nome degli organizzatori: un modo per evitare qualsiasi gerarchia tra gli invitanti.

Festa e brindisi anche al caffè Nuovo al Corso, per festeggiare lo scampato pericolo di un Buonaparte, il figlio del principe di Canino, che proprio davanti alle vetrine di quel caffè era rimasto ferito in un attentato.

A Carnevale il Governatore di Roma inaugurò la parata al Corso su una carrozza di galla, seguito da gentiluomini e paggi, tutti in carrozza. Le pariglie furono poi allontanate per la corsa dei “berberi”, un palio che si correva tra piazza del Popolo e piazza Venezia, al culmine della gazzarra carnevalesca.

 

L’urtimo ggiorno de Carnovale[i]

[…]

Io nun ve negherò cche o bbene o mmale

De sti ggiorni nun fiocchino peccati;

Ma cche starebbe a ffacce er tribunale

De pinitenza de vojantri frati?

Oh ttu predica, via: oh ccanta, canta.

A ste cose nemmanco sce se penza.

Otto ggiorni che ssò contr’a cquaranta?

Bbe’, a ttutt’oggi oggni sorte de schifenza,

E ddomatina scénnere e acqua-santa

E sse fa la bbucata a la cusscenza.

 

Il popolino godeva alla festa dei “moccoletti”, della “girandola” al Pincio e dell’illuminazione del “cupolone”. Gli artisti avevano la loro mascherata con carri carnevaleschi che da Cervara arrivavano a Roma: una sorta di “Piedigrotta”. Il generale Baraguay, capo delle armate liberatrici francesi e ambasciatore di Francia presso la Santa Sede disse nel 1849, una volta cacciati da Roma i repubblicani: Rome nous appartiens. Ai suoi ricevimenti a Palazzo Colonna l’aristocrazia si divertì pochissimo: al primo, quando a mezzanotte gli invitati aspettavano l’apertura del buffet egli disse: Assez! e mandò tutti a casa; al secondo invece, mise due guardie alla porta del salone e uno squadrone in cortile per impedire agli ospiti di andarsene: Vi siete lamentati, l’altra volta e questa volta resterete finché non lo vorrò io!

 

Belli raccontò in versi il malcontento e il disagio della nobiltà romana ad un festino dato nel gennaio 1835 dal ricco marchese Joufroy, presidente della Banca Romana.

 

Er fistino de la Bbanca Romana[ii]

Venite tutti quanti attorn’ a mme

Si vvolete sentì la novità

Der gran fistino in abbito bijjè

Ch’è stato dato da monzù Cciufrà.

Pareva una bbottega de caffè:

C’era tutto lo scol de la scittà.

Le foristiere staveno da sé.

Le romane nun vorzeno bballà.

A mmezzanotte fu vviduta aprì

La porta der zalon dell’ammicù,

 e le donne se fesceno servì.

Doppo le donne entrorno li monzù:

E cquanno tutto er popolo partì,

Disse Sciufrà: “Nnun me sce pijji ppiù”.

 

I sonetti di Giuseppe Gioachino Belli erano inediti ma circolavano clandestinamente, in copie manoscritte. Erano la voce profonda di Roma. Belli usava un linguaggio barbaro, rovesciando forme illustri prese dal latino, mescolando invenzioni popolari fantasiose, ritmi arcaici e vocaboli ecclesiastici corrotti e guasti dall’uso.

 

Il Principe di Galles aveva diciotto anni, quando arrivò a Roma, per il Carnevale del 1855. Alloggiava alle Isole Britanniche, in piazza del Popolo. Parlava un curioso italiano con le finali “e” al posto della “a”: diceva: Pie None… pape…  pe’ Criste! Al carnevale si fece costruire una tribuna all’angolo tra il Corso e via della Vite e di lì gettò fiori alle signore.

La stagione mondana andava da novembre a maggio, ma ad ottobre si conosceva già il nome degli stranieri che avevano affittato appartamenti tra il Babbuino, via Condotti e Fontanella Borghese. I nobili davano in locazione quartierini nei loro palazzi. Al mezzanino di palazzo Caetani, alle Botteghe Oscure, abitò l’infante del Portogallo, meglio noto come “l’elefante del Portogallo”. Vennero i nipoti dello zar e fu loro offerto lo spettacolo del Colosseo illuminato; venne re Massimiliano di Baviera e le più graziose signore romane, in costume da ciociara, danzarono per lui il saltarello.

Dimenticati i mesi convulsi e poco allegri della Repubblica Romana, archiviata la sanguinosa difesa al Granicolo, Roma riprendeva il volto di sempre: pigra e festante, assonnata e gaudente, piagnucolosa e carnale.

La vita dei nobili, dei borghesi e dei miseri, a Roma, era sempre quella descritta nei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli.

 

 

Er pranzo de le Minente[iii]

Mo ssenti er pranzo mio. Ris’ e ppiselli,

Allesso de vaccina e ggallinaccio,

Garofolato, trippa, stufataccio,

E un spido de sarcicce e ffeghetelli.

Poi fritto de carciofoli e ggranelli,

Certo ggnocchi da fàcce er peccataccio,

Na pizza aricressciuta de lo spaccio,

E un agreddorce de ciggnale e uselli.

  

I raddoppi iniziali di consonante sono tipici del timbro romanesco. L’elenco delle vivande grasse e pesanti continua nei versi seguenti del sonetto. Alla fine, la minente, popolana ricca che veste abiti vistosi e un po’ volgari, accenna a un  “distacco” che la separa dal vetturino, distacco che è di tipo “economico” e non “sociale”. 

 

Principi e regnanti avevano posti riservati durante i solenni pontificali di Natale e di Pasqua. Nella basilica di San Pietro risuonavano per l’occasione le note di Pierluigi da Palestrina e le trombe d’argento suonavano all’elevazione sotto la volta del “cupolone”. Sull’altare venivano posti i candelabri d’oro, cesellati da Benvenuto Cellini. Avveniva in quei giorni che qualcuno si convertisse, ma i maligni dicevano che era sempre 1o stesso ebreo che, per pochi baiocchi, ogni anno si faceva battezzare.

Aveva fatto grande scalpore il 18 febbraio 1836 l’editto sulla osservanza delle feste religiose, pubblicato dal cardinale Vicario Carlo Odescalchi e ritirato prudentemente due giorni dopo, e che aveva ispirato a Belli un famoso sonetto:

 

L’editto su le feste[iv]

Hai ‘nteso che ccarezze hanno intimato

A cchi opre bottega in ne le feste?

Caristie, guerre, terremoti, peste,

E antre a ggenio suo der Vicariato.

O cchiese o spezziarie: fora de queste

Drento Roma ha da stà ttutto serrato.

Guai chi sse move! Guai chi ppijja fiato!

Guai chi pporta un zomaro co le sceste!

E nnò mmuli, e nnò bbovi, e nnò mmajali…

Inzomma ’oggni paràfrico sc’è scritto

Quarche ccosa de bbestie o dd’animali.

Vedi un po’ ssi de bbestie è nnescessario

De parlanne sei vorte in un editto,

E ssette co la firma der Vicario!

 

Per la festa di San Pietro si illuminava la cupola di Michelangelo. I “sampietrini”, cioè gli operai addetti alla fabbrica di San Pietro, si calavano appesi a lunghe corde dalla balconata in cima alla cupola e con la fiaccola accendevano i padelloni pieni di sego.

 

L’illuminazione de la cuppola[v]

[…]

Chi ppopolo po’èsse, e cchi sovrano,

Che cciàbbi a ccasa sua ’na cuppoletta

Com’er nostro San Pietr’ in Vaticano?

In qual antra scittà, in qual antro stato

C’è st’illuminazzione bbenedetta,

Che tt’intontissce e tte fa pperde er fiato?


Fausta Samaritani

 

Illustrazione: La foto ha, sul retro, questa nota: Aprile 1898 fuori porta Cavalleggeri. Da Teresa (Antica Villa Carpegna) (Coll. Fausta Samaritani, inedita).

 

25 Novembre 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it


[i] L’ultimo giorno di Carnevale. Non vi negherò che, bene o male, in questi giorni non fiocchino peccati. Ma che servirebbe allora il tribunale di penitenza di voi altri frati? Oh tu, predica via, e canta, canta. A queste cose nessuno pensa. Che sono otto giorni, contro quaranta? Oggi dunque ogni sorta di schifezza e domani cenere e acqua santa, e si fa il bucato alla coscienza.

[ii] Il festino della Banca romana Venite tutti, se volete sentire la novità del gran festino in abito “habillé” che è stato dato da monsignor Jouffroy. Sembra la bottega di un caffè. C’ero tutto lo scolo della città. Le straniere stavano in disparte e le romane non vollero ballare. A mezzanotte si aprì la porta del salone “ambigu” [cioè “di decenza”] e le donne si fecero servire. Dopo le donne entrarono i monsignori. E quando tutto il popolo partì, disse Jouffroy: Non mi  convincerete più. 

[iii] Il pranzo della minente (popolana che veste con abiti sfarzosi e con ori). Ora senti il pranzo mio: riso e piselli, lesso di manzo e gallinaccio, umido di manzo, trippa, umido in pezzi e uno spiedo di salsicce e fegatelli. Poi fritto di carciofi e testicoli di abbacchio, certi gnocchi da  far un peccato di gola, una pizza cresciuta comprata dal droghiere e un agrodolce di cinghiale e uccelli.

[iv] L’editto sulle feste. Hai sentito che carezze hanno intimato a chi apre bottega in giorni di festa? Carestie, guerre, terremoti, peste e altro, a genio del Vicariato. O chiese, o farmacie: all’infuori di queste, a Roma resterà tutto serrato. Guai a chi si muove! Guai a chi prende fiato! Guai a chi porta un asino con le ceste. Non muli, non buoi, non maiali… in ogni paragrafo c’è scritto qualcosa intorno a bestie e animali. Vedi in po’ se di bestie era necessario  parlarne sei volte in un editto, e sono sette con la firma del Vicario!

[v] Illuminazione della cupola Quale popolo e quale sovrano hanno in casa loro una cupoletta, come quella del nostro San Pietro in Vaticano? In quel altra città, in quale stato, c’è questa illuminazione benedetta, che rende stupidi e mozza il fiato?