Politica europea di Sergio Mattarella

Sergio Mattarella parla al Forum Ambrosetti di Cernobbio

Il Presidente Mattarella interviene al Forum Ambrosetti
Note di Fausta Samaritani

Cernobbio, 5 settembre 2015. A Villa d'Este, sul Lago di Como, si riunisce il 41° Forum The European House - Ambrosetti. Moderatore Enrico Letta, che funge da "padrone di casa". Il Presidente Mattarella è in videoconferenza, in diretta dal Quirinale. Enrico Letta lo introduce, rivolgendosi a lui con un confidenziale "tu". Le prime parole di Mattarella sono: Ti ringrazio. Il moderatore ha appena posto in evidenza alcuni temi.
Il nostro Presidente della Repubblica non parla dal famoso studio "alla vetrata", dove riceve Capi di Stato (da qui un Presidente legge il messaggio agli italiani il 31 dicembre, qui dà l'incarico di governo - due cose che non sono ancora accadute a Mattarella). Non parla dal suo studio nella palazzina del Fuga - dov'è il salotto dorato e rivestito di velluto azzurro, sotto il grandioso arazzo. Ci introduce in un ambiente riservato, in uno studio con le pareti nascoste da un parato a grandi righe avorio e oro, forse è una stanza degli appartamenti detti "imperiali". Nel video si intravede il soffitto a cassettoni, la massiccia porta settecentesca di legno lucidato, il grande camino in marmo giallo di Siena con orologio e girandoles, il lampadario di Murano. Un antico e finissimo tappeto Tabriz, di seta, dai colori tenui - dominanti l'azzurro e l'oro brunito- copre l'intero pavimento. Ai lati del camino ci sono due settecenteschi comò, bombati, intarsiati in avorio con ritmica cadenza degli elementi decorativi, opere sublimi di Pietro Piffetti, l'ebanista preferito dai Savoia. Sulla scrivania di Mattarella - in noce scuro, patinata, le gambe capricciosamente arcuate - un elegante esempio di Settecento italiano - è posato un calamaio d'argento, barocchetto, a tre elementi.

Sulla scrivania del Presidente ci sono le pagine del suo discorso. Poco prima egli è entrato nella stanza con quei fogli in mano, privi di cartellina. Era accompagnato da decine di persone. Qualcuno gli ha sussurrato qualcosa, ma il Presidente ha fatto un gesto secco, come per dire: non ha importanza. Contemporaneamente ha premuto i suoi fogli sulla scrivania, torcendoli un po' tra le dita, forse per scaricare la tensione, forse per non dover ripensare a quello che aveva scritto. Se ne sono andati tutti, tranne l'operatore e il segretario per la stampa Giovanni Grasso, rimasto fuori campo, schiacciato contro una parete. Il Presidente ha un parterre de Rois e sa bene che ogni sua parola sarà pesata e giudicata. Ora parla lentamente, sfogliando con cura le sue pagine sciolte e spiegazzate, badando a non far fruscìo. Guarda spesso verso la telecamera. Appoggia la voce su una o più parole, come:  paura, muri, veti, decisivi, asimmetria, ineguatezza, europeista, sagacia dei fondatori, integrazione, adeguate istituzioni comuni, è la storia, senza Unione, mercati nazionali asfittici, struttura connettiva, portata inedita, comune e efficace, il dopo è già arrivato. In quella stanza, tutto è lusso e perfezione, tranne e le povere pagine del discorso di Mattarella: ma contengono le parole del Presidente. A Villa d'Este la sala è stracolma. Silenzio profondo e grande attenzione da parte degli ascoltatori.

Al centro della vostra discussione è stata, opportunamente, posta "l'agenda per l'Europa" - dice il Presidente Mattarella. Credo che questa agenda sarà tanto più efficace quanto più eviterà di limitarsi a una lista di interventi di emergenza. La logica emergenziale sta rendendo l'Europa più debole, i suoi cittadini più insicuri e produce diffidenze tra gli Stati membri. Occorre, al contrario, una visione adeguata di lungo periodo; e consapevolezza del destino comune. Va sconfitta la paura e il senso della comunanza di interessi deve tornare ad essere la base della strategia continentale. Le crisi non devono paralizzarci. L'Europa, come sottolineava Jean Monnet, si è fatta nelle crisi ed è attraverso le crisi che statisti illuminati hanno saputo intravedere, e perseguire, obiettivi di crescita. […]
Vorrei far riferimento a due questioni cruciali, rispetto alle quali avvertiamo che, oggi, l'azione dell'Europa manca di efficacia.
Lo avvertiamo nelle carenze nella governance economica di questi anni.
Lo avvertiamo di fronte alle tragedie, spaventose, di profughi e di migranti, purtroppo sempre più frequenti.


La carenza di governance incrementa le disparità interne all'Unione, ostacola la capacità di promuovere la crescita, impedisce all'Europa di giocare un ruolo nelle crisi globali - come è accaduto di recente quando è arrivato il vento delle Borse cinesi.
(Il Presidente ha un uditorio di economisti, di politici, di imprenditori, di bancari provenienti dall'Europa Unita. La recente caduta in Borsa delle quotazioni dei titoli cinesi ha scosso le Borse di tutto il mondo che hanno evidenziato grandi ribassi generalizzati.)
C'è un filo che lega le nostre impotenze ai nostri egoismi particolari. Questi precludono all'Unione la possibilità di giocare un ruolo di equilibrio, autorevole e incisivo, nello scenario globale. Frenano la capacità di definire, all'interno del Continente, una politica economica, attenta alla stabilità delle finanze pubbliche, ma anche in grado di valorizzare le potenzialità, le risorse e il capitale umano di cui l'Europa dispone, riducendo gli squilibri territoriali e sociali.
Abbiamo evitato l'uscita della Grecia dalla zona euro, abbiamo implementato il Meccanismo europeo di stabilità, abbiamo avviato l'Unione bancaria: non manca, insomma, capacità di reazione quando ci si avvicina al punto di rottura. E' un fatto certamente positivo ma non è sufficiente.


Sull'altro versante di crisi, quello dell'immigrazione, le chiusure, illusorie, e le inerzie smentiscono drammaticamente i valori della nostra civiltà. Le immagini strazianti, come quella - poc'anzi ricordata da Enrico Letta - del piccolo Aylan, confliggono con questi valori, anzi confliggono con la nostra stessa idea di umanità.

Sulla spiaggia turca di Bodrum è stato trovato il corpo senza vita di un bambino di tre anni, annegato per il rovesciamento del gommone su cui viaggiava, con la sua famiglia, dalla costa turca verso la salvezza temporanea di un'isola greca. Con lui sono morti il fratellino maggiore e la madre; si è salvato solo il padre che, proprio il 5 settembre, seppellisce a Bodrum i suoi cari. Le immagini di quel corpicino hanno fatto il giro del mondo e sono apparse sulle prime pagine di migliaia di giornali e telegiornali. Sono diventate un'icona della tragedia dei migranti in mare. 

La commozione a volte perfora la corazza dell'indifferenza, - continua il Presidente - ma siamo lontani dalla percezione del carattere epocale e della dimensione del fenomeno migratorio. E' ancora lunga la strada di politiche comuni, di risposte all'altezza della sfida. Lo spettro che a volte compare è l'Europa della paura, dei muri, dei veti: è l'Europa che insegue e, così facendo, alimenta nazionalismi e populismi.

Mattarella non fa nomi, ma ha gelato il resto dell'Europa il comportamento reazionario del premier ungherese Viktor Orban che ha eretto un muro di filo spinato, per centinaia di chilometri, lungo la frontiera magiara, nel tentativo illusorio di impedire il passaggio ai migranti. Ma essi lo hanno varcato e, a migliaia, si sono riversati nella stazione di Kaleti, a Budapest. Qui, dopo aver bivaccato dieci giorni, senza poter proseguire; dopo che un treno stracolmo ha scaricato centinaia di loro in una stazioncina a 40 chilometri da Budapest; i profughi hanno deciso di incamminarsi, a piedi, lungo l'autostrada che collega Budapest a Vienna. Così, nel pomeriggio di venerdì 4 settembre, le televisioni di tutto il mondo hanno trasmesso le immagini di migliaia di profughi, giovani e vecchi, uomini donne e bambini, in marcia lungo le corsie di emergenza di una autostrada, illuminati dai fari delle auto, nel cuore profondo della nostra Europa Unita. La stessa autostrada dove, pochi giorni prima, era passato un camion frigorifero con 71 migranti asfissiati dentro la pancia. E a notte scattò la solidarietà del popolo magiaro che, lungo quella autostrada, al buio, in barba al loro premier, offriva coperte, cibo, acqua, frutta, passeggini, perfino giocattoli. Posti di ristoro improvvisati, lungo una notturna, tragica maratona. Allora Orban, per evitare il peggio - o la brutta figura - ha messo a disposizione dei migranti cento autobus che, di notte, li hanno trasferiti fino a pochi metri dalla frontiera austriaca. Ma ha anche assicurato che non ci saranno altri autobus, per traghettare migranti alle frontiere. Un altro scandalo ha rivoltato le coscienze: l'apposizione di un numero sulle carni dei migranti, con il pennarello, a una stazione di partenza. Quindi, la morte per stenti di un bambino migrante, marchiato sul braccio. Si registra il primo adulto, schiacciato dalla folla, in una stazione magiara. Questa, è la frontiera orientale della nostra Europa?

Vienna e Berlino concedono allora ai migranti il via libera al passaggio: un cordone umanitario che di fatto fora il trattato di Dublino. Gli austriaci si mobilitano e centinaia di macchine portano velocemente migranti dall'Ungheria all'Austria e da lì alla Germania. Dall'Austria partono treni speciali diretti a Monaco di Baviera, dove i migranti sono accolti con applausi e con doni. Le Repubbliche Ceca e Slovacchia consentono il passaggio dei migranti sui rispettivi territori, purché l'Austria li faccia poi entrare. Si aprono i flutti di un moderno Mar Rosso. In controtendenza, nei Paesi tedeschi gruppi sparsi di neonazisti incitano all'odio verso lo straniero. Ombre e luci, nei Paesi orientali dell'Europa Unita.

Al di là della coincidenza temporale,
- continua Mattarella - cosa vi è in comune tra queste due crisi, quella delle economie e quella migratoria?

Di certo, da queste crisi non si potrà uscire con le ricette del passato. Non devo ricordare ai partecipanti a questo Forum come l'orizzonte cui guardano, e di cui hanno bisogno, imprenditori e operatori economico-finanziari abbia confini ormai ben più estesi di quelli nazionali. Imprenditori e operatori economico-finanziari sono interlocutori necessari per gli Stati nazionali ma questi - gli Stati nazionali - non sono più interlocutori necessari o, comunque, decisivi per imprenditori e operatori.
Questa stessa condizione di asimmetria, di sproporzione, di inadeguatezza degli Stati nazionali, contrassegna anche il loro rapporto con il fenomeno migratorio.

Il clima politico in Europa cambia, velocemente, inaspettatamente. Il premier inglese David Cameron ha detto il giorno precedente che l'Inghilterra non accetta la decisione, presa in ambito EU, di ripartire i profughi tra gli Stati membri; ma accoglierà migliaia di emigrati siriani che andrà a prendere direttamente nei campi profughi - in Libano, in Turchia, in Giordania - con la collaborazione di strutture umanitarie non governative, lì operanti. Ha promesso inoltre centinaia di migliaia di dollari, da spendere per la permanenza nei campi di milioni di altri profughi. Tenta così di opporsi alla logica dei trafficanti di esseri umani. Angela Merkel lo stesso 4 settembre ha assicurato che per la Germania non ci saranno limiti alle richieste di asilo dei siriani, perché la Germania è un paese ricco e può permetterselo. Dall'Inghilterra e dalla Germania si registra quindi una recentissima e netta inversione di marcia, rispetto a chiusure nei confronti dei migranti, fin'ora espresse.

Malgrado lo spirito critico con cui si guarda ai limiti dell'Europa di oggi,
 - continua Mattarella - mi sento, personalmente, più europeista che mai. Accanto alle motivazioni ideali, all'ammirazione per la sagacia, il coraggio e la visione storica dei fondatori, quel che accade rende sempre più evidente l'esigenza di sempre maggior integrazione, non soltanto attraverso politiche omogenee ma, necessariamente, anche attraverso adeguate istituzioni comuni.

E' un'illusione pensare che la fine dell'euro, o un suo indebolimento, possa restituire agli Stati nazionali la sovranità perduta: è la storia a renderne inattuali alcuni elementi. (Eppure, in Italia alcuni ripetono la cantilena: l'Euro padre di tutti i mali economici.)
Senza Unione tutti i Paesi europei diventerebbero più poveri, con il ritorno ad asfittici mercati nazionali bloccati alla frontiera: l'economia pagherebbe un prezzo ancora maggiore, con la perdita, prima ancora delle potenzialità produttive e commerciali, di quei beni immateriali che sono diventati la struttura connettiva delle nostre società e del nostro modello civile, a partire dalla cittadinanza europea. Le politiche europee - siano quelle del mercato comune del lavoro indicate dai Trattati, siano quelle del mercato dell'energia e delle infrastrutture, delle telecomunicazioni, della politica spaziale, della coesione regionale - sono parte della nostra vita quotidiana di cui non riusciremmo più a fare a meno. E che, piuttosto, dobbiamo incrementare.
Al tempo stesso è un'illusione immaginare che sospendere le regole di Schengen, o dar vita a un loro ambito di serie A e a uno di serie B, possa garantire a una parte dell'Europa la sicurezza che si teme minacciata.

Il tentativo di chiusura delle proprie frontiere si sta rivelando, come era inevitabile, illusorio, a fronte delle dimensioni dei flussi migratori.
Si tratta di un fenomeno di portata inedita, con la prospettiva di flussi sempre più imponenti senza adeguate risposte strategiche. Per questo, in questi giorni, alcuni paesi fondatori hanno richiamato l'intera Unione ad assumere un'azione comune ed efficace.
Questi due versanti di crisi incalzano, con tempi veloci. Non è possibile, rispetto ad essi, imboccare scorciatoie, pensando di lasciare il compito di affrontare i problemi a chi governerà dopo, perché il dopo è già arrivato.
(Questo è un monito che Mattarella non si stanca di ripetere.
)
L'Europa è un percorso storicamente obbligato. Occorre manifestare la stessa disponibilità con cui l'Unione ha aperto, con immediatezza, le sue porte ai paesi dell'Est europeo, facendo prevalere, su ogni altra considerazione, la ragione ideale della riunificazione del Continente. La ragione storica, ideale, coincide, questa volta, con la convenienza, con l' interesse dell'Unione e dei suoi Paesi.

Bisogna essere consapevoli che i traguardi raggiunti non sono garantiti per sempre. Democrazia e società del benessere storicamente hanno trovato la loro realizzazione nella dimensione degli Stati nazionali. Oggi possiamo difenderle soltanto in una dimensione continentale. In uno spazio più angusto rischiano di deperire.


Per quanto riguarda l'euro occorre passare da regole comuni a istituzioni comuni: il presidente Mario Draghi è stato molto efficace nel sintetizzare questo obiettivo che condivido pienamente. La moneta unica conteneva una promessa che non è stata sinora mantenuta: quella dell'unità politica. La moneta unica non era un punto di arrivo ma piuttosto un passaggio fondamentale, per dar vita a una nuova fase del processo di integrazione. Avrebbe dovuto indurre a realizzare strumenti per iniziative di politica economica comuni.
La crisi ha messo in luce l'incompiutezza dell'eurosistema e deve indurci a recuperare con urgenza il tempo fin qui perduto.
[…] I percorsi non sopportano di essere congelati all'infinito: si degradano, regrediscono.
Opportunamente si è aperta a livello continentale una discussione sulla governance dell'area dell'euro, che in sostanza coinvolge l'intera architettura dell'Unione.
[…]

Si pone fortemente l'esigenza di una maggiore integrazione, di un governo più coinvolgente, e democratico, dell'area euro. Le politiche economiche non possono essere affidate esclusivamente ad ambiti rigidamente intergovernativi o, ancor meno, a vertici tra due o tre leader. Per il loro governo occorre, nelle forme che si riterranno opportune, un'istituzione di segno comunitario. Ed è necessario che il tavolo dell'eurozona abbia anche una base democratico-parlamentare su cui poggiare. Non ci si può limitare alla moneta unica e al ruolo prezioso della Banca Centrale Europea. […]

Occorre connettere politiche serie e lungimiranti, che affrontino in primo luogo nelle opportune sedi internazionali, le cause immediate e remote all'origine dei fenomeni migratori, che rendano gestibili i flussi, possibile l'integrazione di chi cerca e trova lavoro, più sicure le nostre città. La serietà di queste politiche passa per una collaborazione con i Paesi più poveri, per investimenti che possano favorire la loro crescita e rimuovere le condizioni di invivibilità che spingono i loro cittadini a sfidare qualunque pericolo pur di giungere in Europa; spazio di benessere, di pace, di sicurezza dei diritti. Passa anche, naturalmente, per intese che riescano a stroncare la tratta di esseri umani e a colpire i trafficanti.
(Qui, Mattarella riprende il pensiero, già esposto a Tunisi, di fronte all'Assemblea dei Rappresentanti del popolo tunisino.)

Mi auguro che si stia aprendo davvero la strada per regole finalmente comuni sul diritto di asilo. Superare con regole nuove, condivise e adeguate all'oggi, il vecchio accordo di Dublino è un necessario passo in avanti.

Il trattato di Dublino è stato infranto, di fatto, dalla pressione, fisica, di decine di migliaia di migranti che bussano alle frontiere di mezza Europa. Ad occidente, premono a Calais, a Ventimiglia, al Brennero; a oriente travolgono le frontiere di Macedonia, Grecia, Austria, Ungheria, Germania. Un esodo che lascia morti sulla sua scia. Migliaia di morti, soprattutto in mare, ma anche sulla terra. Un fenomeno epocale che richiama alla mente un Libro della Bibbia.


L'alternativa non è tra la resa a un'invasione e la presunta difesa della ''Fortezza Europa''. L'alternativa è tra un'Europa protagonista del proprio destino e un'Europa che subisce gli eventi senza saperli governare.


Il mondo è in movimento, sulle gambe di milioni di donne, uomini, bambini: un esercito inerme, che marcia alla ricerca della propria salvezza. Cosa possiamo opporre alle loro ragioni? Sono loro, che fuggono dalla violenza e dalla morte, il nostro nemico? O il nemico, piuttosto, va visto nelle guerre e nel terrorismo internazionale, variamente alimentato, che vanno contrastati con decisione, anzitutto sul piano della cultura e della libertà?
La direttrice Nord-Sud è fondamentale per l'agenda europea. Non si può pensare che la frontiera a est sia quella più sensibile per l'Europa.

Anche dalla frontiera marittima, a sud d'Europa, transitano migranti, a costo della vita. Migliaia di annegati. Un altro fatto di cronaca recente ha commosso l'opinione pubblica. Nel mare era caduta una migrante, in avanzato stato di gravidanza. Un nostro gommone l'ha recuperata. Erano iniziate le doglie. I marinai hanno fatto appena in tempo a trasferirla sulla motovedetta, dove la donna, aiutata da un medico a bordo, ha partorito un bambino, vivo e sano. "Chiamatelo Salvatore, come me" - ha consigliato il comandate della motovedetta.

Una politica comune europea - capace di relazioni economiche di pace nel Mediterraneo - è anche l'arma migliore di cui disponiamo nei confronti del terrorismo.

La pressione di Daesh si estende ormai in tutti i Paesi del Nord Africa, e punta, con evidenza, a insediare avamposti nelle periferie più disgregate delle città europee. L'antidoto migliore che possiamo opporre è prosciugare i giacimenti di odio, promuovere cooperazione, dimostrare che le democrazie sono più credibili e attraenti perché offrono opportunità di vita, di sviluppo, di tutela dei diritti anziché morte e distruzione. […] (Ancora un riferimento al discorso che Mattarella ha pronunciato a maggio, a Tunisi.)
Una priorità è certamente l'affermazione della legalità, la lotta a ogni forma di corruzione, il contrasto intransigente verso le mafie di ogni natura.
Anche in questo caso non si tratta soltanto di un auspicio di ordine morale, ma di una questione molto concreta. I fenomeni di illegalità e di corruzione non inquinano solo la convivenza civile, ma penalizzano la società, l'economia, e anche la qualità della democrazia.

E' bene che l'opinione pubblica abbia sviluppato una acuta sensibilità al riguardo. Non credo affatto che la corruzione e l'illegalità siano una malattia prevalentemente italiana, ma spero che i nostri strumenti di rilevazione restino sempre attivi.
(Sergio Mattarella insiste sulla lotta alla corruzione e a tutte le illegalità che strangolano l'economia e compromettono la democrazia. Rammentare il discorso che pronunciò nel 1984. Roma, Palaeur. Congresso della DC. Primo intervento in pubblico di Sergio Mattarella, dopo la sua elezione a deputato).

Quando usciamo dal nostro Paese ci accorgiamo dell'apprezzamento della nostra storia, della nostra cultura, della nostra creatività. Le istituzioni hanno il dovere di essere al servizio della qualità italiana e del suo sviluppo. Expo, poc'anzi citato dal moderatore Enrico Letta, ne è stato dimostrazione. I dati di questi mesi mostrano che la strada di un nuovo sviluppo italiano è percorribile. […]
Il futuro dell'Italia ha un legame fortissimo con il destino dell'Europa. L'agenda europea è la nostra agenda. A cominciare dall'equilibrio necessario tra disciplina di bilancio e prospettive di crescita economica e sociale. La stabilità economica non può riguardare soltanto la moneta e la finanza, dove molti passi sono stati fatti, ma deve riguardare anche la crescita e l'occupazione. (Non si salva, da sola, una singola Nazione: si deve salvare l'Europa Unita, tutta insieme.)
Abbiamo, come Paese, un oneroso debito pubblico: questo tuttavia va considerato insieme al grande risparmio privato degli italiani, il che ci aiuta a partecipare senza complessi al confronto nell'Unione. La gestione del nostro debito richiede scelte responsabili e fiducia dei mercati, degli altri Paesi, dei nostri concittadini. Quando siamo stati chiamati a sacrifici, anche dolorosi, li abbiamo fatti.
Con la stessa fermezza ed energia dobbiamo ora saper operare affinché tutta la politica europea, e le sue istituzioni, si orientino verso investimenti strategici, verso la ricerca, l'innovazione, la sostenibilità.
Il problema del lavoro riguarda l'intera Europa: non può essere ridotto all'ultima delle variabili economiche.
(Invece, solo aridi numeri di disoccupati e di nuovi occupati, come se non fossero persone.)
 
In definitiva, più Europa. Non vuol dire più vincoli, più burocrazia. Più Europa - come ha detto poc'anzi Enrico Letta - è la consapevolezza che questa è la dimensione della sfida globale.
Noi ci impegneremo per questa strategia. Sentiamo questo compito anche come Paese fondatore dell'Unione europea. Tutti i Paesi hanno un ruolo e una responsabilità cruciale in questo passaggio epocale. I fondatori, che non si arresero, oltre 60 anni fa, al naufragio della Ced, hanno ancora oggi - io credo - una responsabilità, particolare, nel contribuire ad aprire una stagione di rilancio dell'Unione.

Per la quarta volta il Presidente Mattarella ha citato il nome di Enrico Letta, o si è riferito a lui come "moderatore" del Forum di Cernobbio. Ma, dall'intervento scritto sul sito del Quirinale appare solo un riferimento a Letta; gli altri tre si ricavano dal video, sempre sul sito del Quirinale. Quindi, per ben tre volte il Presidente ha aggiunto, a braccio, un riferimento alle parole pronunciate da Letta. Li legano anni di militanza nella stessa area politica; ma anche una visione cattolica della cosa comune e, forse, anche qualcosa che oggi ignoriamo. Quattro citazioni: un caso, o un presagio?
Sergio Mattarella ha concluso il suo discorso. Su RaiNews24 ripassano brani del video con il nostro canuto e saggio Presidente dal Quirinale, inframezzati a immagini di migranti laceri in marcia notturna sull'autostrada, migranti accampati sull'erba, migranti a piedi sotto la pioggia, migranti seduti sul pavimento in cemento, migranti stesi su binari, migranti bambini che rincorrono una palla perché sono, comunque, bambini. Poi, un salto nello spazio, per la logica della informazione giornalistica completa. Ci si collega allegramente con Monza. Autodromo, sfarfallio di bandiere Ferrari, motori che rombano, pubblicità milionarie. Siamo allora un Paese ricco: la pietà è d'obbligo.

(Note di Fausta Samaritani)


6 settembre 2015. Correzioni e aggiunte 8-26 settembre 2015

Un Papa laico al Quirinale Visita di Stato in Tunisia Sergio Mattarella, al Quirinale, per la Festa della Repubblica 2015 Discorso di insediamento del Presidente Sergio Mattarella

Il Presidente Mattarella nell'Aula bunker dell'Ucciardone Cura della casa comune di Papa Francesco e Libertà dalla fame = pace di Sergio Mattarella Sergio Mattarella e il significato della parola libro

Aggiunta 30 ottobre 2015:
Torino, 30 ottobre 2015. Sessione di chiusura della 32a Assemblea dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI). Il Presidente Sergio Mattarella ha detto:

«Non mi stanco di ripeterlo, perché sono convinto del valore strategico, fondativo, di questo messaggio: non ci sarà piena ripresa, non ci sarà crescita adeguata di opportunità, non ci sarà futuro degno per i nostri giovani, se non estirperemo la corruzione, l'illegalità, la criminalità organizzata. Non è vero che l'Italia è un malato incurabile, e nessuna sua zona lo è. Al contrario, la forza con cui poniamo il tema della legalità, la mobilitazione della società civile, l'impegno dello Stato e di tanti suoi uomini dimostrano che, in Italia, i meccanismi di controllo, di accertamento e di sanzione funzionano e che lo Stato non fa finta di non vedere. Non dovunque, nel mondo, è così. Noi vogliamo e possiamo raggiungere traguardi alti di moralità e di trasparenza. L'azione di contrasto all'illegalità va combattuta con determinazione. I Comuni devono esserne l'avamposto, proprio perché le istituzioni cominciano nelle vostre sedi. E' in gioco la coesione del Paese, compresa la coesione territoriale. […]

Ieri notte, ancora una volta, si è consumata una terribile tragedia nel Mediterraneo, nella quale sono morte numerose persone, tra loro anche bambini e neonati. E' difficile trovare parole adeguate per esprimere il nostro sgomento. Sul governo di questo epocale flusso di migranti si gioca il destino dell'Unione Europea. Solidarietà, sicurezza e coesione sono compatibili. Anzi, soltanto se sono legate tra di loro riusciremo a difendere il nostro standard democratico e sociale. Ogni energia profusa per far crescere l'Europa dal basso è ben spesa. Se c'è poca Europa nell'Unione, se c'è poca Europa nel mondo, questo deficit non potrà mai essere colmato da burocrazie o da leggi, per quanto accurate. L'Europa è a un bivio: o va avanti o rischia di precipitare indietro, in nuovi nazionalismi, dagli esiti dirompenti e imprevedibili, certamente negativi. C'è bisogno di una dimensione popolare, di una base democratica, di rilancio comunitario. Anche da questo dipende qualità e quantità della ripresa economica e del modello sociale a cui è legata la nostra civiltà, italiana ed europea.»

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