Un quadro di Attilio Pusterla

Un quadro a Milano

Un dipinto a Milano

di Lydia Pavan

 

Nel centro di Milano, alla Galleria d'arte Moderna in via Palestro, si trova un quadro che, anche se radicato in una determinata sensibilità storica, non è datato perché continua a comunicarci emozioni e conoscenza, soprattutto se pensiamo alle sacche di povertà ancora disseminate nel nuovo millennio.

La tela è affollatissima di personaggi, uomini, donne, bambini di tutte le età, che si trovano in un locale amplissimo, abbastanza disadorno e illuminato dalla luce giallo-pallida proveniente dai finestroni barrati in fondo, che danno l'idea di una prigione, la prigione dell'indigenza.

Attilio Pusterla Alle cucine economiche di Porta Nuova, 1885 (particolare)

 

Che cosa fanno questi personaggi? Svolgono con cura e semplicità una sola funzione, quella di mangiare, l'unica che a loro importi, perché abitualmente soffrono la fame e dunque aspettano nel corso della giornata il momento in cui possono nutrirsi, il momento di una transitoria redenzione.

 

Il quadro è di Attilio Pusterla, vissuto tra il 1862 ed il 1941, pittore influenzato dall'impressionismo e dal divisionismo, impegnato socialmente nel descrivere la realtà circostante, le situazioni degradate della città, Milano, nel pieno sviluppo economico di un Paese governato dalla Sinistra storica, ma incapace o non disposto a distribuire equamente i frutti della ricchezza prodotta. Il titolo del dipinto, che è del 1885, è lungo ed esplicativo: Alle cucine economiche di Porta Nuova, cucine tuttora esistenti.

L'occhio dello spettatore segue il cammino dei poveri, da quando entrano dalla porta sulla destra in fondo, a quando fanno la coda per ritirare il piatto, a quando trovano posto alla mensa; l'abbigliamento caratterizza il ceto sociale ed è abbastanza uniformato: giacche, anche sdrucite, mantelline, grembiuli, casacche, foulard, cuffie, molti i cappelli maschili.

La più parte degli ospiti è già seduta su panche scomode che obbligano ad incurvare la schiena: il gioco diagonale delle schiene che si susseguono è l'asse portante del quadro, la sua chiave interpretativa. Alcuni cercano posto, perché i frequentatori delle cucine economiche sono numerosi, così numerosi che siedono stretti gli uni accanto agli altri, gomito a gomito. Tra coloro che cercano posto a sedere, si evidenzia una mamma dallo scialle giallo con il bambino in braccio, vestito di rosso: il rosso, evidente anche nel foulard di una donna già seduta, seconda da sinistra, rappresenta uno stacco di tonalità rispetto agli altri colori che si alternano, perché, pur accomunati dalla mala sorte, il pittore vuole con il variare dei colori dare identità ai suoi protagonisti, non annullarli nel crogiolo di una massa indistinta.

Funzione fondamentale assumono i tavoli lunghi e stretti, disposti per assecondare un punto di vista prospettico e permettere di vedere di dorso e di fronte i personaggi, la maggior parte dei quali è intento a sfamarsi, mentre alcuni osservano, come la giovane donna dal viso paffuto e con la frangetta che sembra guardare con serietà gli altri commensali. In primo piano due vecchi  si mettono  in bocca il cucchiaio che, dalla ciotola, si fa strada tra la folta barba che oltrepassa il mento; la grande bottiglia d'acqua dai riflessi verdi, sempre in primo piano, oltre ad intensificare il realismo del soggetto, conferisce trasparenza e vibrazione alle suppellettili ed al legno del tavolo, contribuisce a movimentare la scena, suggerendo che ci si trova di fronte ad uno specchio di vita pulsante. Ombre colorate e complementari si alternano.

Contiguo con il Naturalismo ed il Verismo, è il tardo periodo della Scapigliatura, che ha registrato nella città lombarda un momento appassionato di felicità espressiva, di coesione intellettuale e di presa di coscienza sociale che ha fatto parlare i critici di Scapigliatura democratica; infatti il bellissimo quadro di Pusterla è da considerarsi non dissociato da altre opere dello stesso o di artisti come Domenico Induno, concorde inoltre con un certo spirito del tempo, che ha visto una parte degli intellettuali, riottosi alla cultura accademica e ansiosi di sperimentare moduli nuovi, maturare una sensibilità vicina ai caratteri ed ai bisogni popolari, frequentando anche gli stessi posti dei poveri, come le tipiche osterie milanesi, il Polpetta, i Tri scagn, il Biscione.

Questi artisti non sono intellettuali da salotto, intendono dipingere la realtà vivendola, riportano quello che l'indagine dei loro occhi registra (è ancora vivo l'influsso del Positivismo): i poveri non tanto vivono nella loro immaginazione, quanto piuttosto sono i loro compagni di vita e, nel trascriverne le sofferenze, attestano la loro ribellione da scapigliati, avvertendo altresì la suggestiva importanza delle teorie naturalistiche.

 

La Scapigliatura è un movimento culturale che ha coinvolto diverse arti inclusa la letteratura, variegato nei suoi esiti (importante il filone psicologico e fantastico), ricco di motivi ribellistici e provocatori, stimolanti per quegli scapigliati particolarmente interessati alle sorti dei ceti subalterni che vivevano con sofferenza l'esperienza urbana, come hanno denunciato Cletto Arrighi in Milano desolata o Paolo Valera in Milano sconosciuta.

In Scapigliatura e il 6 febbraio (1862) Cletto Arrighi (1830-1906) dice che il movimento è costituito da giovani

pieni d'ingegno quasi sempre, più avanzati del loro secolo, indipendenti come l'aquila delle Alpi, pronti al bene quanto al male, inquieti, travagliati, turbolenti

 

E’ un atteggiamento mentale sconosciuto sia ai giovani morigerati e dabbene, dice sempre Arrighi, sia agli adulti gravi e posati che hanno scelto la via maestra senza emozioni né pericoli, mentre, al contrario, gli scapigliati hanno il coraggio e la curiosità di guardare una realtà non edulcorata, spogliata della cornice conformista del decoro borghese, come appunto può essere quella della metropoli moderna e della folla che la abita.

 

Scapigliati dunque nella coscienza che una società a misura d'uomo non può essere monopolizzata da banchieri e droghieri, come dice in una celebre poesia del 1877 Lorenzo Stecchetti (1845-1916)

 

O banchieri, o droghieri, a più dannose

arti lo sprezzo e l'ironia serbate:

noi non cerchiamo le utilità dolose.

Noi non falsiamo i pesi e le derrate,

che colpa c'è nel preferir le rose

alle candele, al pepe, alle patate?

 

Come a dire che esiste ancora chi ha fede negli ideali, che nel quadro di Pusterla sono quelli della solidarietà e della comprensione nei confronti degli emarginati, meritevoli di avere un posto nella Storia e nella tradizione artistica.

Anni prima un altro celebre scrittore scapigliato, Iginio Ugo Tarchetti (1839-1869), in Canti del cuore scriveva:

 

Io sono nato cieco e non ho fratelli, non ho genitori, non ho alcuna persona che mi parli colla voce dell'affetto e dell'amicizia. Consoliamoci almeno, giacché la mia povertà e la mia sventura non fanno spargere alcuna lagrima. Molti cantano perché sono felici; io pure vado cantando, ma la mia voce è triste e melanconica. Io canto per l'amore di un pane. Oh voi che mi sentite cantare, abbiate compassione di questo povero cieco.

 

Lydia Pavan

 

 

Cletto Arrighi La canaglia felice

1 marzo 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul CD-Rom La Repubblica Letteraria online, N. 1 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, 2005 (2° edizione)

Messo in rete il 7 ottobre 2015

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