Almanacco de Il Pungolo per l'anno 1858

Almanacco 1858 Alba della scapigliatura

Annata letteraria 1857 nel Lombardo-Veneto

Alba della Scapigliatura

di Fausta Samaritani

 

“RATAPLAN! RATAPLAN! RATAPLAN! Avanti signori, avanti! – E POUM! E POUM! E POUM! Non si crede se non si vede.” Questo esordio chiassoso, pubblicato sul numero del 5 ottobre 1857 de Il Pungolo, giornale critico letterario illustrato milanese diretto da Leone Fortis, annunciava la prossima uscita dell’Almanacco del Pungolo 1858, anno I. “Ecco press’a poco la disposizione delle principali materie – seguitava l’annuncio strillato – coi nomi de’ collaboratori.” Il contenuto dell’almanacco era così riassunto:

“Un discorso di Asmodeo [Leone Fortis] sui tempi e gli eventi servirà per così dire di introduzione, a questa terrà dietro la gran rivista dell’anno che tramonta, compresa in tre o quattro articoli distinti del Dottor Verità [Leone Fortis], di Anastasio Bonsenso [Carlo Baravalle], C., Dottor Bugia [Domenico Fadiga], D. Pirlone [Michele Corinaldi], Fra Fusina [Arnaldo Fusinato], e Cletto Arrighi [Carlo Righetti]. Poi verrà una specie di racconto, o brano, o frammento d’un nuovo romanzo intitolato la Scapigliatura Milanese, particolare fatica dell’… e dalli! che ci casco ancora… lavoro inedito del suddetto Cletto Arrighi, lavoro che deve far seguito agli Ultimi coriandoli. Il gran Rajberti darà un Trattato bacologico scritto come sa scrivere l’autore del Viaggio d’un ignorante [i] ; poi ci sarà una Necrologia degli uomini illustri e quel che più monta una degli uomini non illustri, e infine vedrete in questo libro rappresentato dai propri scritti lo Stato Maggiore della nostra letteratura. Insomma in questo Almanacco udrete il rantolo dell’anno che muore, e il vagito dell’anno che nasce.”

L’Almanacco del Pungolo, di 320 pagine, pubblicato a dicembre 1857 da Francesco Vallardi con le illustrazioni in bianco e nero di Salvatore Mazza, Irene Zanetti e A. Trezzini, secondo le precise indicazioni di un successivo annuncio del giornale Il Pungolo contiene scritti di 24 Autori: Carlo Baravalle, Antonio Berti, Jacopo Cabianca, Luigi Capranica, Tomaso Ciconi, Michele Corinaldi, Pier Ambrogio Curti, Domenico Fadiga, Paulo Fambri, Filippo Filippi, Leone Fortis, Arnaldo Fusinato, Luigi Gualtieri, Carlo Mascheroni, Ippolito Nievo, Antonio Picozzi, Leopoldo Pullè, Giovanni Rajberti, Carlo Righetti, Vittorio Salmini, Temistocle Solera, Michele Uda Bayle, Pacifico Valussi e Luigi Zanetti. Gli pseudonimi fantasiosi erano allora di moda: creati come forma di censura preventiva, in qualche caso proprio per questo almanacco e non più ripetuti, hanno impedito una attribuzione certa di tutti gli articoli. Il lunghissimo brano, intitolato La Letteratura Milanese. Idee – Ciancie – Ghiribizzi – Schizzi e firmato col dantesco Pape Satan Aleppe, sembra farina del sacco di Leone Fortis. Stile e argomento infatti somigliano al lungo articolo dal titolo Rivista Milanese, pubblicato il 7 marzo 1857 sulla rivista Il Pungolo e siglato dal Dottor Verità, che è un noto pseudonimo di Leone Fortis.

Arimane, caricatura di Filippo Filippi

Da questa nutrita lista di collaboratori, nessuno poteva illudersi sulla posizione politica del nuovo almanacco: in ogni caso, avversa all’Austria e ai suoi amici italiani. Una buona metà dei collaboratori avevano vissuto la breve stagione della rivista veneziana di Leone Fortis Quel che si vede e quel che non si vede, uscita per soli dieci numeri, proprio nel periodo in cui l’imperatore d’Austria con l’imperatrice Sissi visitavano Milano e Venezia, e soppressa “per essere discesa sul terreno della politica”, come diceva il decreto di chiusura del 9 gennaio 1857. Erano anni in cui, prima di approdare (e non sempre) su libri, opuscoli e raccolte, gran parte della letteratura italiana transitava sulle riviste che erano piene di poesie, racconti, bozzetti. Nel Lombardo-Veneto la stampa godeva di una libertà strettamente vigilata e frequenti erano i decreti di chiusura, accompagnati talvolta da provvedimenti giudiziari. I giornalisti-scrittori avevano quindi elaborato un linguaggio intessuto di allusioni e talvolta storpiavano nomi e cognomi, per auto censura o per effetto caricaturale, sostenuti dalla grafica di illustratori ironici, immediati e pungenti. Qualche volta riviste consorelle entravano in rotta di collisione, anche se avevano gli stessi collaboratori, e nascevano polemiche aspre e pasticciate. Si lamentava Nievo, scrivendo da Milano a Fusinato, il 3 dicembre 1857: “Il mondezzaio di questo letteratume si fa sempre più stomachevole – E’ una cosa che rivolta proprio lo stomaco sentirli palare predicare mentire adulare e girellare con una vivacità veramente burattinesca. Mio Dio, quanto non siamo degni delle nostre speranze!” (Nievo, 1980: 458-9). La nascita della nazione italiana, e per conseguenza, di un giornalismo più libero di esprimersi, ma soprattutto la successiva stagione del verismo hanno spazzato via questo tipo di giornalismo letterario, fantasioso irriverente e scanzonato, del quale, oggi, è difficile cogliere a fondo il significato.

Due parole sulla posizione politica di alcuni collaboratori dell’Almanacco del Pungolo 1858:

Valussi dirigeva L’Annotatore Friulano, sul quale scriveva false corrispondenze dal Piemonte, siglandole A. B., in cui esprimeva simpatia per quel paese, pur evitando di allarmare la polizia austriaca. Era in contatto con Cavour, al quale aveva spedito un rapporto segreto sulla situazione politica in Friuli. Curti e Baravalle avevano avuto una parte nei moti milanesi del ’48. Il poeta in dialetto milanese Picozzi era stato con Garibaldi a Roma e avrebbe fatto altre quattro campagne garibaldine. Fusinato aveva partecipato alla difesa di Venezia nel ’49. Suoi sono i versi: “Il morbo infuria, / il pan ci manca, / sul ponte sventola / la bandiera bianca.” Fambri nel ’48 aveva liberato dalle carceri veneziane Daniele Manin e, issatolo sulle potenti spalle, lo aveva portato in trionfo per tutta piazza San Marco. Solera, librettista del Nabucco e de I Lombardi alla prima Crociata, era un corriere segreto di Cavour presso Napoleone III. Capranica era esule politico da Roma. Nel 1862, a Venezia, Fadiga e Fambri sarebbero stati imputati per alto tradimento (processo di San Giorgio) e poi assolti per insufficienza di prove. Nievo aveva mancato per un soffio la rivoluzione romana e, forse, era salito sulle barricate a Livorno nel ’49. Sarà uno dei Mille. Il commediografo sardo Uda Bayle aveva spiccate simpatie per Mazzini. Sul menù del nuovo almanacco i lettori più informati non potevano quindi farsi illusioni. Assaggiamone qualche boccone.

Padre Ignazio dei Somarelli

Il Rendiconto patologico dell’anno letterario 1857 risulta un’opera inedita di tal Padre Ignazio dei Somarelli, “Professore di Estetica e Letteratura patria, membro d’oltre quaranta Accademie, socio corrispondente dei principali Istituti Letterarj stranieri ecc. ecc.” Lo stile, la parentela del suo strampalato discorso con articoli pubblicati sul giornale Il Pungolo, rivelano la fertile penna di Leone Fortis. Sul lettore, l’effetto del discorso accademico di questo cosiddetto professore pedante e codino è capovolto, rispetto al significato letterale delle frasi che egli pronuncia: ciò che egli afferma, il lettore comprende come se, al contrario, egli lo negasse, e viceversa.

Diamo un saggio di questa inaspettata lezione di critica letteraria di Medio Ottocento.

“E’ grave, onorandissimi colleghi, l’incarico che voi mi affidaste di riferire sulle condizioni delle lettere nostre durante il corrente anno 1857, onde poi agevolarci la via a discutere intorno all’assetto da darsi agli study, che formerà soggetto delle nostre lucubrazioni nelle venture tornate, perché si possa dalla gioventù che si mette sul sentiero delle belle lettere giungere a quella meta che venne dal secolo illuminato e dai nostri umanitarj intendimenti prefissa. […]

Allora parve il tempo venuto a spiattellarla intera e scese nell’arringo il Cav. Cesare Cantù colla italianissima Storia degli Italiani, che la sa tutta quanta, e ci provò che l’Ariosto era un pazzo, uno scolaruccio il Tasso, un prosontuoso [sic] e nullo l’Alfieri; spavaldo il Foscolo; il Machiavelli, il Guicciardini, il Botta e altri molti, che passavano per cime, essere storici a lui inferiori e meschini; che il Giusti che non aveva l’infelice abilità della satira; che… che insomma tutti i nostri grandi son piccoli ignoranti e nulla più. […]

Non ci volle che quello stolto giornale Il Crepuscolo [ii] , per osare di mettere in dubbio sì fatti oracoli, egli che pute di cadavere le mille miglia. […] Altri giornali più saggi fecero eco agli oltraggi principalmente contro questo tronfio Astigiano, che si è voluto mettere a capo di tutti i tragici. […]

A terra dunque Dante, Ariosto Tasso ed Alfieri! Del Petrarca non se ne parla tampoco, ché gli è già da un pezzo che venne relegato come un miserabile sonettiere, degno di presiedere que’ pecori che belano in Arcadia; né basta il venir innanzi con quattro canzoni politiche, di cui menano le teste esaltate gran chiasso, per aver diritto d’essere raccomandato alla gioventù.”

Due parole su Cesare Cantù. Egli faceva parte del gruppo sparuto di intellettuali che credevano che la politica austriaca autoritaria fosse al tramonto e che il nuovo corso della politica austriaca in Italia, detta comunemente del “guanto di velluto”, avrebbe dato buoni frutti. Essi avevano accolto benevolmente il granduca Massimiliano d’Asburgo, mandato nel Lombardo-Veneto a sostituire Radetzky che per anni aveva tutelato l’ordine come se le province italiane fossero un perenne campo di battaglia. Cantù stava studiando per Massimiliano una riforma della pubblica istruzione e dirigeva di un’opera imponente, che usciva a fascicoli, compilata da Luigi Gualtieri e che nel titolo, Grande Illustrazione del Lombardo-Veneto, stomacava i più accesi liberali, i quali due cose in particolare non perdonavano a Cantù: il clericalismo convinto e il fatto di poter vivere, di grasso, con i proventi dei suoi scritti; mentre molti intellettuali, a Milano, pativano la fame.

Torniamo al nostro Padre Ignazio dei Somarelli.

“[…] Dopo ciò, voi comprendete, o signori, che in nessun modo io vi posso ripetere le lodi delle tre tragedie di Jacopo Cabianca, l’Angelo di Siena, la Gaspare Stampa, e il Conte Könisberg [iii] ; voi comprendete che mi è forza compiangere la dabbenaggine di quelle consorterie di letterati milanesi che levarono a cielo le satire di Anastasio Bonsenso che vorrebbe tirar il secolo a ritroso; che mi debbo unire a tenagliare coll’illustre Perego queste Tradizioni e Leggende di Lombardia dell’Avvocato Pier Ambrogio Curti [iv] , il cui scopo è diabolico; gli scritti dell’Emiliani Giudici, che a Firenze si tiene per gran cosa [v] , e la Storia d’Italia del Tenca che corrompe la gioventù, e specialmente le donne; voi vedete che vi debbo consigliare a bruciar le Nuove Liriche dell’Uberti [vi] , perché son tutti lavori di menti barbogie o matte che non veggono più in là d’una spanna. E poiché sono sui biasimi, ne abbia la sua parte Il Conte Pecorajo d’Ippolito Nievo, cervellino balzano, a cui speriamo che sarà per giovare una lezioncina toccatagli testé: ma via, la carità cristiana mi vieta di rallegrarmi del male altrui, e però tiro innanzi.”

La “lezioncina” capitata a Nievo era una denuncia per oltraggio al Corpo della Gendarmeria, per una frase contenuta nella sua novella L’Avvocatino, pubblicata nel 1856 sulla rivista milanese Panorama Universale. Tra ricorsi, rinvii, appelli, dibattimenti e sentenze, la causa si trascinò fino a febbraio 1858. Nievo fu condannato ad una multa di venticinque fiorini. Coimputati erano Vincenzo De Castro, proprietario della rivista, e il tipografo Giuseppe Redaelli: pagarono anch’essi una multa salata.

Continua la lezione del dotto professor dei Somarelli.

“[…] Un romanzaccio è apparso sull’aprirsi del carnevale di un tal Cletto Arrighi, dal titolo Gli ultimi coriandoli, e udite eresia!…. vi furono alcuni allocchi, cui basta che abbiano appiccicata al cervello una teoria per applicarla a tutto, che trovando scritto che gli ultimi saranno i primi, predicarono questo librattolo per una gran cosa; mentre invece se la teoria ebbe alcun lato di applicazione questa volta, si fu che gli ultimi coriandoli dell’Arrighi divennero i primi per ciò che fu accordata licenza di ripigliare ancora questa barbarissima costumanza de’ coriandoli, che perpetua la mattìa con iscandalo di tanta parte di cristianità la quale osa preferir questo micidiale polverio di pestifero gesso al salutare polverio delle ceneri quaresimali.

Un Letteratofobo

Lasciamo il nostro professore a lamentarsi coi suoi somari dei versi di Aleardo Aleardi; a stroncare il libretto del Sordello, scritto da Temistocle Solera e da Giovanni Peruzzini per il maestro Antonio Buzzi; ad augurar morte precoce ai fogli milanesi Il Crepuscolo, Il Pungolo e Uomo di Pietra: egli ha evocato Cletto Arrighi, l’autore dell’articolo La Scapigliatura Milanese, Frammenti, grazie al quale l’Almanacco del Pungolo è noto nella storia della nostra letteratura. La prima comparsa, a stampa, del termine “Scapigliatura”, riferito ad un determinato modo di vivere o di atteggiarsi di giovani artisti, si fa risalire proprio alla anticipazione su questo almanacco di brani del nuovo romanzo di Cletto Arrighi, che sarebbe uscito nel 1862, col titolo definitivo La scapigliatura e il 6 febbraio: un dramma in famiglia. Ma Arrighi aveva già utilizzato questo termine su Il Pungolo, in una lettera al direttore Leone Fortis: la data deve essere quindi anticipata di alcuni mesi.

Su Il Pungolo dell’8 settembre 1857 fu pubblicata una lettera, datata 4 settembre, indirizzata All’egregio signor Leone Fortis e arrivata in redazione insieme a cinque profili caricaturali di letterati contemporanei: Picozzi, Cletto Arrighi, Peruzzini, Filippo Villani e lo stesso Fortis. L’autore era un mistero: con arguzia Fortis aveva incollato alla lettera lo pseudonimo Un Letteratofobo. Leone Fortis avrebbe avuto il coraggio – si chiedeva l’autore della lettera – di pubblicare queste cinque caustiche canzonature? Si, egli ebbe questo coraggio, forse perché si trattava di un’operazione concordata.

Arimane, caricatura di Paulo Fambri

Nel numero del 19 settembre 1857 Il Pungolo aveva in apertura una seconda lettera, datata Milano 17 settembre e pubblicata col titolo: A proposito dei letterati milanesi. Questa volta il Letteratofobo gettava la maschera e palesava la sua identità: Cletto Arrighi, cioè Carlo Righetti. Si lamentava del turbamento dei costumi, dovuto a mutamenti nei rapporti sociali: decadenza della figura paterna, malizia delle donne nei confronti dei mariti, insubordinazione dei figli. A fronte di un progresso scientifico che bruciava le tappe, languiva il progresso morale.

“Ma che al contrario di tutto ciò il progresso morale non solo si sia arrestato da molto tempo, ma abbia dato indietro a passo di carica, ecco ciò che nessuno potrà impugnare appena voglia ricordarsi di tutte le corbellerie e più che corbellerie commesse in questi ultimi anni dalla nostra gioventù. […]

Or bene, da che causa crede ella derivi questo forviamento dei costumi, questa scomparizione del pudor sociale, queste vite disordinate di tanti giovani di buona famiglia, questi debiti, queste fughe, questi scandali, questa scapigliatura infine, se non, per la maggior parte, dalla odierna letteratura, inaugurata col romanticismo?

Il termine “Scapigliatura” era già in uso, ma grazie a Cletto Arrighi ebbe fortuna. In una lettera, datata Milano 16 maggio 1855, Giovanni De Castro chiedeva a Nievo: “Veda se per questo [il foglio letterario milanese Il Caffè] non fosse opportuno un articolo: I giovani poeti del Veneto, dove si parlerebbe di tanti e tanto colti e scapigliati ingegni che ella conosce [vii] .” Nievo aveva così risposto, il 17 maggio: “Ti ripeto quello che allora ti diceva, non giudicare cioè opportuno il drizzarmi a giudice de’ miei confratelli di quì – questo è pure l’avviso del Fusinato al quale mi confidai – Se hai a cuore qualche tema più opportuno e del quale per alcuna cagione non possa giovarsi la briosa tua penna, scrivimi, che io guarderò di lavorarci dietro con coscienza.” (Nievo, 1980: 346). Per  toppa modestia, Nievo non scrisse l’articolo.

Cletto Arrighi, sull’Almanacco del Pungolo, dà questa definizione di “Scapigliatura Milanese”:

“[…] Però, in quella maniera che potrei star garante che scapigliatura non è una parola nuova, sarei in un bell’imbarazzo se volessi persuadervi che la è molto usata e conosciuta. Se tale parola non andasse a genio de’ miei lettori me ne dorrebbe moltissimo, perché io la trovo assolutamente bella. E posso ripeterlo con franchezza perché appunto non l’ho inventata io.

In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità di individui d’ambo i sessi – v’è chi direbbe: una certa razza di gente – fra i venti e i trentacinque anni non più, pieni d’ingegno quasi sempre; più avanzati del loro secolo; indipendenti come l’acqua delle Alpi; pronti al bene quanto al male; inquieti, travagliati, turbolenti – i quali – e per certe contraddizioni terribili fra la loro condizione e il loro stato, vale a dire fra ciò che hanno in testa, e ciò che hanno in tasca, e per una loro particolare maniera eccentrica e disordinata di vivere, e per… mille e mille altre cause e mille altri effetti il cui studio formerà appunto lo scopo e la morale del mio romanzo – meritano di essere classificati in una nuova e particolare suddivisione della grande famiglia civile, come coloro che vi formano una casta sui generis distinta da tutte quante le altre.

Questa casta o classe – che sarà meglio detto – vero pandemonio del secolo, personificazione della storditaggine e della follia, serbatojo del disordine, dello spirito d’indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti, questa classe ripeto, che a Milano ha più che altrove una ragione e una scusa di esistere, io, con una bella e fatta parola italiana, l’ho battezzata appunto: la Scapigliatura Milanese.”

Mane-Techel-Phares

L’Almanacco del Pungolo contiene anche un lungo saggio, suddiviso in capitoli e intitolato La letteratura veneziana contemporanea. Macchie e biografie. L’autore si nasconde dietro lo pseudonimo biblico Mane-Techel-Phares, ma nel testo dichiara che il suo pseudonimo abituale è Dottor Bugia: sappiamo dunque che si tratta di Domenico Fadiga, corrispondente da Venezia della rivista Il Pungolo. Era nato a Venezia l’11 novembre 1828 e vi morì il 5 ottobre 1920. Diventò una leggenda cittadina: lasciò oggetti d’arte al Museo Civico e legati al Pio Asilo Giustinian dei Bambini Lattati e Slattati e fece in tempo ad assistere, nel 1920, alla prima regata storica dopo la Grande guerra, dando il benvenuto alla Duchessa d’Aosta.

Arimane, caricatura di Domenico Fadìga

Dalla Francia, era arrivata la moda di pubblicare note biografiche satiriche dei letterati contemporanei. A Milano, questo mestiere in versi o in prosa, esaltato dagli sgorbi dei caricaturisti, era compito dei giornalisti più caustici. Per dirsi poeti o novellieri, rimatori o scrittori, era quasi indispensabile essere martoriati dalla sferza satirica di un abile macchiettista. Fadiga fu incaricato di stendere per l’almanacco non più di dodici biografie ridicole di letterati veneti; ma osservando che “l’opinione generale chiama per letterati tutti quelli che hanno penna in mano, inchiostro da scrivere, e carta da scribacchiare”, si trovò con l’imbarazzo di sessanta nomi. Allargò la cerchia e, lasciata da parte la minutaglia, salvò il resto. Fu pregato poi di aggiungere Marco Lanza, che aveva “pubblicato un’elegia sulla tomba ipotetica di un amico ipotetico, come volevano i tempi, sentimentalmente arcadici, d’allora. Cominciava: Poveretto / Mio diletto”, e aveva questo ritornello: “E un barchetto, al cimitero / Nero nero – lunge appar.” A Venezia, questo nuovo “cantore dei sepolcri”, se passava davanti al caffè Cipollato o al Liceo Santa Caterina – raccontò Fadiga – udiva sempre qualcuno declamare questi versi, accompagnati da uno sgradevole rumore.

Tra tanti letterati, sbeffeggiati e ridicolizzati sull’almanacco, proprio Marco Lanza doveva risentirsi e minacciò una querela contro quel tal Mane-Techel-Phares, se mai avesse avuto la stoltezza di dichiarare il proprio nome. Sulle pagine de Il Pungolo intervenne a gennaio 1858 Leone Fortis che prese le difese dell’estensore del saggio, senza rivelarne l’identità.

Ecco come Fadiga descrive il glottologo Emilio Teza [viii] , allora giovanissimo, altra gloria della Venezia ottocentesca:

“E Teza, Emilio Teza piccino come una formica, che trotta la città a passi da gigante, duro come uno studente di Gottinga, pieno le tasche, il cappello di libri e manoscritti, col dizionario sanscrito sotto il braccio, in mano la grammatica Pelvi, sotto l’altro braccio il Zendavesta e nell’altra mano poeti Baschi e Provenzali? – Ingegno vivace, critico acuto e tremendo, erudito da stomacar mezzo mondo, che fuor di Venezia chi sa se Ascoli e Biondelli li conoscono [ix] !!”

Fadiga è buon amico di Filippo Filippi [x] , che si firma Effe Effe oppure Pippo Pippi. L’Almanacco del Pungolo offre al Dottor Bugia l’opportunità di stendere una piccola biografia del più noto critico musicale del momento:

“Appena infatti fu laureato, da Vicenza sua patria egli si trasferì a Venezia per ivi far la sua pratica di avvocato. Come avviene sempre in questi casi il fumo della capitale gli andò alla testa; cominciò a legar amicizia colla più sventata gioventù del paese; tra i quali uno dei primi il degnissimo Dottor Bugia, che fu quello, a quanto mi consta, che lo trasse sul pendio della colpa. Si trovava allora nei suoi primordi il giornale I Fiori redatto da Pezzi [xi] (altra testa balzana che avrete l’onore di conoscere in appresso). Il Dottor Bugia, sotto altro nome, che si intende, era una delle colonne principali di quel periodico, uno dei factotum, dei Figari, dei faccendieri più accaniti. Il signor Pezzi in quel tempo era inquieto anzi che nò, perché al suo giornale mancava la cronaca dei teatri. […]

Finché si trattava di drammatica, balli, spettacoli, poh! meno male…, ma… lo scoglio era la musica, perché il Dottor Bugia dell’arte d’Euterpe, lode al vero, non se n’intende un acca, ed era perciò assolutamente imbrogliato a trarsi onorevolmente d’impaccio. 

A furia di pensare a un ripiego gli venne in mente il suo nuovo amico e come un raggio di luce gli fosse piovuta sull’intelletto corse a lui difilato, proponendogli il lauto posto di cronista musicale pei Fiori. Fosse ambizione, fosse condiscendenza, fosse cognizione delle proprie forze non so… fatto sta che Pippo Pippi accettò.”

Domenico Fadiga traccia anche il profilo fisico e letterario di due Autori teatrali che allora erano notissimi al pubblico veneziano: Vittorio Salmini e Paulo Fambri. Analizza nei dettagli l’aspetto fisico di Salmini:

“Quel personcino lindo ed attillato cui non manca mai uno spillo, e che pare cavato allor allora da una scatola in cui si conservi ordinariamente, perché la polvere non lo guasti; quei solini candidi, ed inamidati; quel nodo della cravatta fatto a macchina; quella nerissima e lucidissima chioma, studiosamente bipartita dalla radice del naso fino alle vertebre del collo con una fessura candida, giusta, provocante, che par tracciata colla riga e il compasso; quel mento studiosamente e pulitamente raso, quei mustacchini smilzi smilzi ed appuntiti eternamente colla pomata ungherese; quel lucido e rotondo cilindro collocato mollemente e quasi provvisoriamente sul culmine più eccelso del capo; quell’andatura studiata e divisa quasi a saltellini e a cadenze, accompagnata da un leggero ed impercettibile dimenar dell’anche a guisa di cutrettola, è tale un complesso di studio, di leggerezza, di storditaggine, che, oltre al fornire il più ardito e deciso contrapposto alla persona di Paulo Fambri, darebbe tutto il diritto a supporre, che in quel cervellino non ci fosse proprio un solo grano di sale.

Ora, questo damerino galante, amatissimo dalle donne, dedito ai piaceri della vita e tirato tanto a lustro da parer appena uscito da un olio di Longhi, viene contrapposto al quel Molosso – il più moto degli pseudonimi di Fambri – un ex mozzo di marina, un uomo prepotente e attaccabrighe, che per diletto del pubblico fa a pugni con i saltimbanchi…

Egli è un fenomeno curioso, una anomalia della specie, un quid medium, anzi l’anello di congiunzione tra l’animale e l’uomo. Però un’altezza di cinque piedi e sei pollici, un diametro di tre, un collo da toro, una corporatura da bue, un braccio da Ercole, un torace da Minotauro, ed un appetito da montanaro non sono cose che vadano troppo spesso compagne allo sviluppo intellettuale, e io compatisco davvero chi lo prende a primo aspetto per un fattore piuttostoché per un letterato.

Questi due scrittori veneziani non hanno nulla in comune: eppure, essi producono drammi e commedie a quattro mani.

Ogni volta che questa benedetta Ditta letteraria mette in mostra od espone al pubblico una qualunque sua produzione, ogni volta periodicamente mi vengono fatte dai curiosi due dimande, la prima perché questi due individui abbiano ad essere inseparabili letterariamente parlando, e Fambri non possa tirare un sospiro senza l’ajuto di Salmini, e Salmini non sappia mettere in carta due righe senza il soccorso di Fambri: – la seconda come diavolo possano scrivere due persone in una volta non solo drammi e commedie, ma persino articoli e poesie? […]

Sappiate dunque, o signori, che il campo delle loro lucubrazioni letterarie, il foyer della loro scienza drammatica, il sancta sanctorum delle loro strampalatissime idee è, come vi diceva, il caffè Donadoni. – E volete sapere come fanno a dividersi il compito?… in un modo semplicissimo. Tirano al tocco [xii] a quale dei due spetti metter giù i concetti, a quale vestirli di forma; e, se gli atti delle loro produzioni sono in numero dispari, anche a quale dei due spetti scrivere tre atti piuttosto che due. […]

Essi non hanno di comune né pregi, né difetti, né abitudini, né modo di vita, né principi, né sentimenti, né idee, né convinzioni; non hanno di comune neppure relazioni di parentela, o d’amicizia, che pur valgono le tante volte a consociare nel mondo persone di tendenze diverse e talora opposte del tutto.”

Arimane, caricatura di Vittorio Salmini

La Ditta Fambri-Salmini compose drammi vagamente ispirati alla storia, come Lorenzino de’ Medici, Torquato Tasso e Bajamonte Tiepolo; passò quindi a temi più leggeri con Il galantuomo, infine a temi sociali con Riabilitazione. Venne poi la volta della tragedia di gusto classico Livia, quindi della tragedia poetica L’intolleranza, infine del dramma I letterati, ambientato nella Milano settecentesca di Verri, Parini e Baretti e rappresentato a Milano nel giugno 1857. E’ la storia del giovane Gambarelli, perduto in una società frivola e materiale e ridotto a svendere a peso di carta le copie residue della sua tragedia.

Dopo la guerra del ’59 la Ditta letteraria si sciolse, perché Fambri tentò da solo la sorte a Torino, dove, insieme con Ruggero Bonghi, fondò La Stampa. Egli continuò la carriera di commediografo e raggiunse il successo con Il caporale di settimana. Entrato in politica, fu ministro. Per il teatro Salmini scrisse Violante 1873 e Giovanna d’Arco 1876. In versi, La leggenda del castello 1877 e Ultimi versi 1881. Morì nel 1881 e Paulo Fambri si prese cura di suo figlio.

Pape Satan Aleppe

Digressioni, finezze, bizzarrie, pettegolezzi… ma la critica letteraria? Da La letteratura milanese. Idee – Ciancie – Ghiribizzi – Schizzi, a firma Pape Satan Aleppe (Leone Fortis):

“Un critico frà più critici, giornalista frà più famosi, temuti, riveriti, scappellati è il Tenca. Il suo stile è listato di porpora e di bigello; di eccelso e di minuto, con più contorno che colorito, sempre spigliato, incalzante; ma spesso per voler essere troppo serrato dà nel secco, o troppo chiaro e diffuso dà nel trito. Il perché lo si legge con piacere quando lo si legge, e quando non lo si legge lo si loda, e quando non lo si intende lo si ammira. Tenca ci guadagna sempre.

Giulio Carcano [xiii] ! La melode, la soavità, la dolcezza – l’azzurro e il carminio – la canzone e l’idillio – l’estasi, i sogni, i rapimenti, le elevazioni – la voluttà del sentimento, il misticismo vago, indefinito – i veli, i profumi, le campane e la chiesuola, la casetta sovra il poggio, la terrazza sovra il lago, il buio pianterreno della città – il dolore rassegnato – il mesto sorriso – il vizio prepotente, la virtù modesta, nascosta, oltraggiata, indignata, forte, bella, coraggiosa, che cade e si rialza e rimbalza; – il povero popolo a cui si getta un’elemosina che non gli basta né per vivere, né per morire; – e il fasto signorile, la ignoranza incoltronata, o la schifosa libidine – l’innocenza da una parte, e la seduzione dall’altra, seduzione che non manca mai, come il Mefistofile della leggenda ne’ quadri affumicati della vecchia Germania; seduzione necessaria, fatale come il destino; seduzione assidua, ostinata, sottile, diabolica; –  ecco i caratteri, gli ingredienti, i colori, le fila, chiamateli come volete meglio, dei romanzi di Giulio Carcano.”

Pape Satan Aleppe fa anche qualche accenno alla cucina:

“Madera! Sciampagna! mi odo esclamare. Qui è pure il luogo di dichiarare ch’io non mi intendo di vini come Rovani; né sono critico e ipercritico di vini come Rovani…

A proposito del Biffi, il Picozzi va sempre a quella mondiale offelleria. Sembra che il Picozzi ami le ciambelle! Padrone! Non gli farò osservare che le ciambelle rovinano lo stomaco. […] Se io fossi un suo collega, poeta vernacolo, che pretendesse alla gloria del Porta, potrei spacciarmelo dinanzi questo tremendo rivale pagandogli un cinque, dieci, venti franchi di paste.

Ora egli trascina miseramente la vita tra le cene, lo Sciampagna, i teatri, gli harem, ecc. Compiangetelo, lettori! – Chi di voi vorrebb’esser ne’ panni di Francesco Zappert [xiv] ?”

Schizza un vero ritratto:

“Ma qua dunque frenologi, qua presto e studiate il cranio di Anastasio Bonsenso [xv] . Da Omero a noi non s’è veduto un cranio come questo, protuberante, gibboso, mostruoso; mostruoso nel senso migliore della parola, mostruoso nel senso di straordinario, straordinario nel senso di fenomenale. Sì, l’è un cranio fenomenale, sembra sporgere sugli occhi e posare sulla punta del naso; gli occhi si ritraggono rispettosi, il naso scompare; tutto è cranio in lui; il cranio è il suo bello, il suo brutto, è la sua specialità, come la satira.  

E gli abiti, i cappelli, i gilet, le marsine, le cravatte? I letterati che cosa indossano? Pape Satan Aleppe offre qualche scampolo di moda milanese del tempo:

Se Rovani-uomo porta il cappello in banda, e ha il fare spavaldo e parla in crescendo e ha il giudizio imperioso – Rovani-critico porta il cappello ancora più in banda, e scrive più in crescendo ancora che non parli. […]

E le caricature con tutta la buona volontà che s’avessero, non poterono recare uno sfregio ben che menomo al suo greco profilo, al suo cappello così calmo, così impassibile nella sua posizione obliqua, come la torre di Pisa, al suo abito color cenere od alla sua magnifica pelliccia, svolta sempre dietro le mani, che si distendono sovra il gilet, messo il pollice sulla camicia, oppure spaziano irrequiete, mobilissime, ci si conceda di dirlo, ispirate.

Egli ha bisogno di parlar forte, di gridare, di bestemmiare, di fumare – non sa dar mezzi toni alla sua voce, non sa far il nodo alla sua cravatta, non sa e non vuol pettinarsi. – Non mi ricordo d’aver veduto Ghislanzoni [xvi] in habit paré. – Sotto la marsina e con la cravatta bianca la sua individualità sarebbe perduta.

La sua prosa è una lorette [xvii] , che, a forza di vivere con lui ne ha preso le abitudini; anch’ella grida, urla, beve, fuma, gioca scommette; – anch’ella ha scomposte le vesti, scomposti i capelli, scomposto il linguaggio, gli occhi ardenti, i gesti rapidi, provocatori, convulsi. – Anch’ella, come il suo amico, se dovesse infilarsi i guanti, aggiustarsi i capelli, rassettasi le vesti sarebbe perduta, diverrebbe una donna come tante altre, insignificante, comune; mentre, così com’è, un po’ scapigliata, e un po’ brilla, la è pure talvolta un’adorabile lorette… sempre lorette, intendiamoci bene.”

Con Fortis-Pape Satan Aleppe siamo tornati alla Scapigliatura.

Il 18 settembre 1857 aveva scritto ad Ippolito Nievo invitandolo a collaborare all’almanacco e firmandosi con lo pseudonimo Asmodeo (Samaritani, 2002: file LeoneFortis):

“Anzi in punizione della tua inoperosità letteraria Asmodeo t’impone la seguente ammenda onorevole: egli pubblica un Almanacco del Pungolo – tutto il suo Stato Maggiore gli deve passare in rivista in tenuta di gala – non ti è quindi permesso in tale occasione di startene a casa: bisogna venire a Corte (d’Asmodeo che s’intende) egli te ne prega, e una preghiera di regnante equivale ad un ordine. Siamo dunque intesi e non ammetto osservazioni come dice quella bestia del Generale nella Fortuna in prigione.
Scrivi poi in prosa od in verso, per me fa tutt’uno purché tu scriva – morsica a destra e a sinistra e l’anno che và e l’anno che viene purché tu mi mandi la tua contribuzione il 15 8bre al più tardi. L’Almanacco però non deve farti dimenticare il Giornale.”

Ma Nievo che, come abbiamo visto, non amava ironizzare, né in versi né in prosa, sui suoi amici letterati, partecipò all’Almanacco del Pungolo con l’apologo di forte sapore politico La vaccherella, già uscito sulla rivista il Pungolo il 25 ottobre 1857.

Leone Fortis

Il suo vero cognome era Forti, e quella “s” finale era solamente una vecchia aggiunta goliardica che era rimasta attaccata. Visse gli ultimi anni a Roma, in un piccolo appartamento nel quartiere Ludovisi e a Roma morì, il 7 gennaio 1898. Era quasi cieco e quasi cieca sua moglie Luigia Coletti, per la quale aveva abiurato alla religione ebraica: una scelta che non gli deve essere costata molto, se anche negli pseudonimi scelti – Falstaff, Asmodeo, Plutonetto, Lucifero, Pape Satan Aleppe – egli espresse una chiara posizione laica. Abile conversatore, narratore piacevole, scrittore fertilissimo, inventore instancabile di giornali e di riviste, scopritore di talenti, si circondava di una piccola corte di amici e discepoli, ma era sempre inseguito dai creditori. Suo padre, David Forti, era un medico di Reggio Emilia e sua madre, Elena Wollemborg, una letterata, poetessa e latinista austriaca che aveva un piccolo cenacolo, frequentato da Prati. Leone abbandonò la Medicina per il giornalismo. Scrisse sulla Rivista Euganea e sul Caffè Pedrocchi che, nato da una idea di Guglielmo Stefani, aveva accolto collaboratori insigni, come Aleardi, Prati, Berti, Cabianca, Dall’Ongaro, Fusinato, Fambri. Il primo dramma di Fortis, la Duchessa di Praslin, nel 1847 fu vietato dalla polizia dopo le prime repliche. Fortis se ne andò allora a Milano, dove fondò Il vero Operajo, un foglio effimero. Nella breve stagione fiorentina quarantottesca, scrisse su L’Alba, il giornale di opposizione a Guerrazzi. A Roma, durante la Repubblica Romana, era nello Stato Maggiore del generale Rosselli. A Padova e a Torino fu rappresentato il suo dramma Camoens e nel 1852 la Compagnia Dondini mise in scena il dramma Cuore ed arte. L’amnistia aveva consentito a Fortis di tornare a Milano, dove fece il direttore di scena della Scala. Vissero pochi mesi tutti i suoi fogli, letterari e umoristici: il veneziano Quel che si vede e quel che non si vede, i milanesi Il Pungolo e Panorama , la triestina Ciarla. Con la liberazione di Milano nacque finalmente Il Pungolo quotidiano che sopravvisse fino al 1890. Per decenni fu a Milano sinonimo di giornale, ma non resse alla concorrenza del Corriere della Sera. Negli ultimi tempi usciva il pomeriggio o anche di sera, secondo l’estro del direttore o secondo gli orari bizzarri di un battello del lago di Como, su cui viaggiavano alcune corrispondenze.

Figura tipica di letterato-giornalista di successo, nella Milano di Medio Ottocento, Leone Fortis era a capo della consorteria delle Cinque Effe del Caffè Martini, della quale facevano parte il critico musicale Filippo Filippi, il drammaturgo Paolo Ferrari e due ballerine della Scala, il cui cognome iniziava per “F”. Sedeva al Caffè Martini – dove arrivava l’eco dei battimani e dei fischi della Scala – con mazzetti di fiori freschi all’occhiello, acquistati da una graziosa fioraia. Con l’Unità d’Italia divenne un moderato. Nella Capitale era noto per le critiche letterarie sull’Illustrazione Italiana, che firmava Doctor Veritas.

In una biografia dell’amico Paolo Ferrari, parlando della commedia Prosa, che era stata rappresentata a Milano nel 1858, la definì “onesta e patriottica”, la contrappose alle mode scapigliate del tempo, ma dimenticò di dire che proprio le sue iniziative editoriali avevano scoperto e fatto da cassa di risonanza alla Scapigliatura (Fortis, 1889: 29):

“Nella Prosa è la guerra alla scapigliatura, alla spostatura – a quella malattia di anemia morale che rendeva fiacca e inquieta, malaticcia e svogliata, incresciosa a sé stessa, malcontenta di tutto, la gioventù italiana negli anni che precedettero più da vicino il 59 – malattia che i medici si guardavano bene dal diagnostizzare, perché la diagnostizzava e la curava a modo suo la Polizia austriaca, ubriacando i malati di vizio e di ballerine, o chiudendoli in carcere.”

Se il Corriere della Sera, più organizzato e moderno, soffocò Il Pungolo di Fortis, i Saggi critici e, più ancora, la Storia della letteratura italiana di De Sanctis uccisero la critica letteraria, ingenua fantasiosa e pettegola, che aveva avvertito i primi vagiti della Scapigliatura Milanese.

Fausta Samaritani

 

BIBLIOGRAFIA

Barbiera, Raffaello (1926): Nella gloria e nell’ombra. Immagini e memorie dell’Ottocento, Milano, Mondadori.

Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea (1990): Periodici dei secoli XVIII e XIX , a cura di Adriana Martinoli, Roma, Nove Grafie.

Fortis, Leone (1889): Paolo Ferrari. Ricordi e note, Milano, Fratelli Treves.

Nievo, Ippolito (1980): Lettere, a cura di Macella Gorra, Milano, Mondadori.

Samaritani, Fausta (2002): Lettere inedite di Leone Fortis ad Ippolito Nievo, in Sito della memoria Ippolito Nievo, a cura di Fausta Samaritani, CD-ROM, Roma, s. e.

Spunti autobiografici di Dr. Domenico com. Fadiga (1921), a cura di F. Facciolli, Venezia, s. e.

La Scapigliatura

 

Questo saggio è stato precedentemente pubblicato sulla rivista “Idioma” (edita dalla Haute Ecole Francisco Ferrer di Bruxelles), n. 16, ottobre 2004 Italianissime. Mélanges offerts à Michel Bastiaensen, a cura di Philippe Anckaert e Edmond Hoppe, pp. 245-260.

20 dicembre 2004

Repubblica Letteraria Italiana. Lingua e Letteratura online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete l'11 ottobre 2015

 

Aggiunte 12 ottobre 2015:

Leone Fortis morì in tarda età. a Roma. Era quasi cieco. Il suo archivio personale è andato disperso. (f. s.)

 

“Dietro a questo tipo di storie della letteratura esistono modelli filosofici molto precisi, c’è l’idea di una nazione da concepire non soltanto come un insieme di strutture civili, di fondamenti culturali comuni ma principalmente l’idea a cui si ispirano gran parte delle Storie della letteratura dell’Ottocento cioè che esista hegelianamente, uno spirito (un Geist) nazionale, una precisa e specifica individualità nazionale che sia identificabile e ricostruibile nella storia del passato e che abbia trovato espressione in tutte le forme di realizzazione e di rappresentazione di sé della nazione, e quindi anche nelle forme della rappresentazione letteraria e poetica.” (Remo CESERANI, Raccontare la letteratura, Bollati Boringhieri, 1990).



[i] Giovanni Rajberti (1805-1861) aveva pubblicato nel 1857 Il viaggio di un ignorante a Parigi e amava firmarsi con lo pseudonimo L’Ignorante.

[ii] Rivista di scienze, arti, industria e commercio. Redattore Carlo Tenca. Vi collaborarono Cesare Correnti, Carlo Cattaneo, Emilio Visconti Venosta, Giuseppe Zanardelli. Pubblicata a Milano dal 1850 al 1859, con una interruzione di alcune settimane, per la guerra del ’59.

[iii] Correggi: Il buon angelo di Siena, Gaspara Stampa, Conte di Königsmark. Iacopo Cabianca (1809-1878). Di famiglia nobile, studiò Legge a Padova. Lucrezia degli Obizzi 1830, il poemetto Torquato Tasso e le liriche Ore di vita 1837.

[iv] Pietro Perego aveva appena pubblicato Le ore melanconiche e una stroncatura, a firma Dulcamara (Ippolito Nievo), ne era apparsa su Il Pungolo. A Perego si deve il neologismo “tenagliare”. Identica firma, su Il Pungolo, per la recensione delle Tradizioni e leggende di Lombardia raccolte da P. A. Curti.

[v] Paolo Emiliani Giudici (1812-1872). Ex domenicano, protetto da Annibale Emiliani, da cui fu poi adottato. Faceva parte del cenacolo letterario di Capponi e Tommaseo. Nel ’59 ebbe la cattedra di Estetica presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze.

[vi] Giulio Uberti (1806-1876). Poeta scapigliato con idee mazziniane. Morì suicida. L’Inverno 1841, La Primavera 1842, Poesie edite ed inedite 1871, con odi celebrative di Mazzini, Garibaldi, Napoleone.

[vii] Udine. Biblioteca Comunale Ioppi. Fondo principale Nievo, ms. 2542, f. 14.

[viii] Emilio Teza (1831-1912). Filologo, fu bibliotecario della Marciana e della Laurenziana e collaborò a riviste letterarie. Dal 1861 insegnò Lingue antiche e moderne alle Università di Bologna, Pisa e Padova. Pubblicò Traduzioni 1888, e in versi Pesci d’oro 1901 e Athena 1912.

[ix] Da zend che significa “spiegazione” e Avesta la lingua dei testi sacri della religione di Zoroastro. Bernardino Biondelli pubblicò nel 1846 Studi sulle lingue furbesche, il primo saggio organico sul gergo. Egli distinse i linguaggi  figurati o di professioni da quelli di trastullo. Lingue figurate sono ad esempio quelle dei malviventi e degli artigiani; mentre le alterazioni fonetiche presenti nei linguaggi infantili fanno parte dei gerghi di trastullo. Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907). Linguista. Esponente del metodo storico comparativo, fu un aspro critico delle teorie manzoniane sulla lingua. Fondamentali i suoi studi sul ladino.

[x] Filippo Filippi (1830-1887). Studiò al Conservatorio di Venezia e di Verona. Critico musicale de la Perseveranza e del Corriere della Sera, diresse la Gazzetta musicale. Delle belle arti a Torino 1880, una cronaca dell’Esposizione Internazione di quell’anno.

[xi] Gianjacopo Pezzi. Redattore della Gazzetta privilegiata di Milano, fondò il giornale umoristico e letterario Glissons. A Venezia ideò I Fiori, una rivista per giovanetti ricca di poesie, poi il Pensiero, che nel nome riecheggiava il famoso coro di Verdi.

[xii] La conta, eseguita in base al numero delle dita aperte da ciascun concorrente.

[xiii] Giulio Carcano (1812-1884). Studiò legge a Pavia. Funzionario amministrativo in Lombardia e bibliotecario della Braidense, poi senatore. Amico di Manzoni, Cesare Correnti e Ruggero Borghi. Scrisse il poemetto Ida della Torre 1834, i romanzi Angiola Maria 1839 e Damiano 1850, novelle e racconti. Tragedie: Spartaco 1857, Ardoino 1860, Valentina Visconti 1870.

[xiv] Francesco Zappert (1827-1898). Direttore e proprietario di Cosmorama. Scrittore elegante ma non prolifico, viaggiatore irrequieto e sempre stanco di tutto, era un abile cavallerizzo e passava per impenitente donnaiolo. Garibaldino nel ’59 e nel ’62, pubblicò Da Palermo ad Aspromonte. Divenne il decano dei critici teatrali milanesi.

[xv] Carlo Baravalle (1826-1900). Fu radiato da tutte le università dell’impero d’Austria, per aver partecipato al ’48. Collaborò a Il Pungolo, a Cosmorama e all’Uomo di Pietra. Satire 1857, Cosette del core 1863, Sonetti editi ed inediti 1865.

[xvi] Antonio Ghislanzoni (1824-1893). Librettista, cantante, giornalista, romanziere. Uno dei fondatori della rivista milanese Uomo di Pietra, fu redattore della Gazzetta musicale di Milano e direttore della Rivista minima e dell’Italia musicale. Scrisse il libretto dell’Aida.

[xvii] Lorette, (francese) = donnina allegra.