Romanticismo in Italia

tra polemiche, mode e patriottismo2001

CD-ROM di siti letterari

di Vincenzo Laforgia

Problemi urgenti di natura polita e sociale trovò il Romanticismo in Italia, sicché si complicò tanto con la situazione nazionale, da non potersi distinguere quanto il fattore politico abbia influito sulla corrente letteraria e quanto questa sul fermento delle aspirazioni patriottiche: spesso i romantici si identificarono con i testimoni del Risorgimento. Nel numero di gennaio 1816 de "La Biblioteca italiana", diretta da Giuseppe Acerbi, appariva, nella traduzione di Pietro Giordani, un articolo di Madame de Staël dal titolo Sulla maniera ed utilità delle traduzioni, con il quale la scrittrice invitava gli italiani ad uscire dal loro orgoglioso isolamento e a rinnovare la cultura, studiando le opere poetiche fiorite recentemente fuori d’Italia. Giordani fu tempestato da un coro di proteste. Si scrisse contro la Staël con estrema violenza, sia respingendone l’invito inteso come sollecitazione a correre dietro ai folletti nordici, sia ritenendo offensive certe espressioni della scrittrice. Non mancarono generosi cavalieri, levatisi in difesa della Staël; fra cui Ludovico di Breme e Pietro Borsieri, i quali davano inizio ad una strenua lotta in favore della nuova letteratura. Giordani intanto scriveva un chiaro articolo, respingendo alcune posizioni della "pitonessa", come taluno ebbe il cattivo gusta di chiamare la Staël, la quale pubblicò un secondo scritto, per affermare che i suoi giudizi non erano informati a malevolenza; ma ormai lo scandalo letterario era pervenuto a dimensioni non più trascurabili.

Nello stesso anno furono pubblicati tre articoli programmatici: uno scritto da Di Breme, Intorno all’ingiustizia di alcuni giudizi letterari italiani; un altro da Borsieri, Avventure letterarie di un giorno; il terzo, in ordine cronologico, ma il più importante, come un vero manifesto romantico, è di Giovanni Berchet: Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo, in cui questo personaggio invia al figlio in collegio la traduzione delle ballate di Gottried Bürger Il cacciatore feroce e Leonora. Grisostomo accompagna la traduzione con una discussione che chiarisce la sostanza della nuova poesia, esalta la popolarità dell’arte, propone che i letterati si accorgano finalmente di dover scrivere per un vasto pubblico, il popolo, e non solo per quei duecento che spiccano per avere una personalità. Berchet-Grisostomo enumera i pregi della letteratura romantica, come l’immediatezza e la rispondenza alla sensibilità moderna. Dopo alcune decine di pagine, dice improvvisamente al figlio che ha voluto deridere i novatori e che finora ha scherzato: la vera poesia è quella dei classici e pertanto il figlio gli invii qualche ecloga. La brusca svolta impressa alle argomentazioni spiega l’aggettivo semiseria del titolo; ma le ragioni addotte a sostegno della svolta, per la loro inconsistenza e inefficacia, avvalorano proprio le affermazioni precedenti.

"Il Conciliatore"

Berchet faceva parte di un gruppo di letterati, tra i quali Silvio Pellico, Ermes Visconti e Pietro Borsieri, che scrivevano su "La Biblioteca italiana", giornale sostenuto dall’Austria, la quale vedeva di buon occhio che gli italiani impegnassero le energie intellettuali in questioni esclusivamente letterarie. Quando il governo austriaco si rese conto che il nuovo indirizzo delle discussioni letterarie aveva invece un sostrato ideologico e politico pericoloso per la stabilità della presenza austriaca in Italia, esaltando i valori della stirpe, diffondendo la religione dell’eroismo e della immolazione per la patria, tentò di imprimere a quella pubblicazione una via affatto diversa, rinsaldando le posizioni neoclassiche. A questo punto i sostenitori della letteratura romantica fondarono "Il Conciliatore", bisettimanale, un giornale che, secondo il programma, avrebbe dovuto trattare di economia, di finanza, e quindi, per necessaria distensione dopo una lettura pesante, anche di letteratura. In realtà la letteratura ebbe particolare rilievo, mentre i redattori manifestavano tanto palesemente le loro posizioni tutt’altro che filoaustriache, che il giornale fu condannato a brevissima vita. La pubblicazione durò da settembre 1818 ad ottobre 1819. La diffusione era stata ostacolata in tutti i modi, non ultimo con un sapientissimo disservizio postale.

La polemica, iniziata nel 1816, si svolse nelle sue grandi linee fino al 1826, con le confusioni, le sgranature e le contraddizioni che una polemica troppo impetuosa comporta. I classicisti rimproveravano ai romantici di essersi infatuati della mitologia germanica e inglese e di tradire quindi la nostra tradizione, rinnegando lo spirito più genuino delle nostre lettere. Rimproveravano anche ai romantici il culto del vero mentre, come voleva la poetica neoclassica, il poeta doveva trasfigurare il vero nel verosimile, consentendo alla fantasia di rivestire la realtà. Rimproveravano ancora il compiacimento per l’orrido e gli spettacoli tenebrosi, le situazioni terrificanti, i tradimenti, gli inganni, le uccisioni. I romantici da parte loro rimproveravano ai classicisti la supina imitazione degli antichi; mentre non tutti gli scrittori neoclassici si limitarono ad imitare: i migliori rivissero l’antico con sensibilità nuova e alla imitazione pura e semplice preferirono la conquista del metodo, delle tecniche degli antichi scrittori, dei loro atteggiamenti di fronte alla vita e alla natura. I romantici incolpavano i loro avversari di indifferenza ai problemi nazionali, anche in questo caso, generalizzando con superficialità; li accusavano di aver smarrito il senso della realtà e di perdersi dietro alla mitologia classica che, se per gli antichi aveva rappresentato un complesso di verità, non aveva valore alcuno per i moderni. La questione veniva così ad incentrarsi su tre punti chiave: i romantici, i classici e i classicisti, con salvezza dei classici appunto, ai quali si guardava con ammirazione e da una parte e dall’altra. Bersaglio dei romantici non erano infatti i classici, ma i classicisti. I romantici ritenevano i classici i romantici del loro tempo, poiché avevano accostato l’arte ai problemi politici, alle esigenze vive, alla religione: avevano cioè visto l’arte come espressione sincera dei sentimenti. Ciò concordava con certe posizioni assunte dai romantici tedeschi, per i quali l’ideale a cui mirare era già stato raggiunto nei primi secoli di poesia dei popoli romanici dell’Europa meridionale, nel mondo favoloso dell’Oriente e nella poesia tedesca del Medio Evo.

I romantici precisavano di trattare la materia moderna con sensibilità moderna, così come i classici avevano trattato la materia antica con sensibilità antica: i classicisti invece, con palese illogicità, intendevano trattare la materia antica con sensibilità moderna. La polemica, sviluppatasi non soltanto sui grandi problemi della letteratura, ma anche intorno a questioni particolari e con l’intervento di letterati e poeti di diverso livello, si concluse con il Sermone sulla mitologia di Vincenzo Monti; in questo il poeta si addolorava che fossero scesi i mostri germanici, le larve e i fantasmi nordici a sopprimere la bellezza delle nostre divinità. Una posizione simile a quella fu assunta da Giacomo Leopardi nella canzone Alla primavera o delle favole antiche e nel saggio giovanile Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. La polemica ha tuttavia un valore puramente dottrinario, giacché quel Romanticismo, al quale i nostri classicisti si opponevano, era cosa diversa dal Romanticismo italiano, che non pervenne agli estremismi di Oltralpe, se non nelle sue più modeste espressioni, e, a livello di grande poesia, solo episodicamente. Agiva da freno all’accoglimento incondizionato di quella moda letteraria la nostra tradizione, con il suo senso del limite e i suoi precetti di buon gusto e compostezza. Agiva ancora, a dare misura ed equilibrio alle espressioni dei nostri romantici, per consentirmi una posizione personale, la presenza, in tutta la storia delle nostre lettere, di modelli a cui rifarsi per ciascuno dei temi che la poesia romantica transalpina proponeva: dalla contemporaneità della poesia al momento storico, alla celebrazione della religione cristiana; dall’impegno politico, alla voluptas dolendi; dalla rappresentazione dell’orrido e del tempestoso, al fiabesco; dall’elegia, alla predicazione dell’unità nazionale; dall’idillio, al titanismo.

Vincenzo Laforgia

5 Febbraio 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it