Amo assai Venezia. Né l’amo più per le sue notti serene, pel tepido aere, per la quieta laguna, pei giulivi convegni, per la festosa sua vita, pei frequenti tripudj

Un corrispondente della Rivista Euganea

Un “Moro dell'Orologio”, corrispondente della Rivista Euganea

 

Nel numero del 14 gennaio 1858, anno I, numero 7, alle pagine 51-53 fu pubblicata una corrispondenza da Venezia. Al posto della firma c’era scritto scherzosamente: “Un Moro dell’orologio”, che non era uno pseudonimo, piuttosto un invito, rivolto ad uno dei Mori dell’orologio di pazza San Marco, a far sentire la sua voce. Lo stile e gli argomenti fanno pensare ad uno scrittore veneziano, non giovane e appartenente al patriziato; ma il suo modo di esprimersi potrebbe essere stato volutamente patinato d’antico. Egli dimostra raro e senescente equilibrio, dettato dalla necessità di una censura preventiva, su cui non cada l’occhio acuto della Polizia austriaca; non rinuncia tuttavia ad un pensiero politico, non rinuncia al ricordo del breve periodo di libertà della Repubblica di Venezia del 1848-49. Notare questa frase, che in bocca al corrispondente di una rivista assume un particolare significato: «Anche il silenzio è santo, quando però si gode legalmente il libero arbitrio di tacere.» Da buon veneziano, ha un occhio privilegiato per l’economia, in particolare per il commercio.

La corrispondenza vuole rappresentare un sentimento comune nei veneziani più attenti, che non dormono e vedono la loro città ridotta da capitale di gloriosa Repubblica a città defilata di un Impero non italiano, «festosa baccante» rosa dal tempo, per la gioia di un turismo spendaccione.

La “Rivista Euganea”, che aveva come sottotitolo “Giornale di Scienze, Lettere ed Arti” e che apparve come quindicinale il 1° dicembre 1856, divenne poi settimanale e usciva di giovedì. Fu sospesa dalle autorità militari dopo il numero dell’8 maggio 1859, in corrispondenza della guerra. L’ufficio della rivista era in via Bolzanella 679, Padova; costava 16 lire in città, 18 nelle province, 22 negli altri stati italiani e 36 all’estero. Vi collaborarono scrittori e giornalisti di area lombardo-veneta, molti reduci da precedenti testate, come il “Giornale Euganeo”, la veneziana “Rivista Veneta” e il padovano “Caffè Pedrocchi”. Tra i collaboratori: Giovanni De Castro, Leonardo Anselmi, Ippolito Nievo, Saverio Scolari, Andrea Cittadella Vigodarzere, Erminia Fuà Fusinato.

Il sommario del numero del 14 gennaio 1858 era questo:

Strenne e Almanacchi _ Gazzettino di Venezia _ Gazzettino Dalmato _ Cronaca cittadina _ Prolusione del Prof. Vincenzo Pinali _ Corriere della redazione _ Prezzi delle granaglie.

Questo è il testo della corrispondenza da Venezia:

 

Gazzettino di Venezia

Venezia, li 5 Gennajo 1858

 

Voi vi siete ostinati ad affidarmi un incarico cui mi sobbarco peritoso perché mal sicuro s’io varrò a sostenerlo. Stetti fra il sì e il no lungamente perplesso; ma non potendo più oltre sottrarmi alla pertinacia delle vostre inchieste (insistenza lodevole dappoiché disdiceva fra le corrispondenze delle varie città il non rinvenir quella della nostra Venezia) eccomi a voi non senza prima dichiarare però che se scriverò qualche cosa, ciò non sarà di mio capo, né per cavarmi il ruzzo di parlare de’ fatti nostri alle provincie sorelle, sibbene per commissione vostra, affine di essere l’anello che unirà una più lunga catena. Io porto fiducia che, ove l’onestà dello scopo sia manifesta, non vorranno gli ingegni italiani, per quanto sieno valenti, ricusare l’ajuto loro perché si assodino tutte le opere destinate ad acuire gl’intelletti, a diffondere, se non la stima, una più giusta conoscenza almeno di noi medesimi. E poiché fra queste vitalissime sono i giornali, io spero [che] vedremo una volta vivere tra noi non quelli soltanto cui provvede determinato stipendio, od alimenta interesse di casta, ma quelli altresì cui diè vita la coscienza del nostro decoro. Pur troppo questi ultimi trassero fino ad ora intisichiti la vita, agonizzanti sempre, ed alcuni fra essi stremati d’ogni forza, col solo compianto degli onesti perirono [i] ! Ma alla bufera succede la calma, all’atonia la vita, e dopo il bujo della procella più sereno risplende il sole e tutte riaccende le fugate speranze. Se pertanto io assumessi la non agevol missione che mi proponete, nol farei sia per fiducia ch’io mi abbia nel mio ingegno, o perché reputi voi facili lodatori dell’opera mia, sì perché nutro fondata speranza che altri, vedendomi inetto a codesto ufficio, volenterosi vi si presti, e così Venezia per più condegno rappresentante decorosamente vi ajuti nel vostro proposito.

 

Vajani Chiesa della Salute a Venezia incisione, 1882 (Coll. F. Samaritani)

 

Ma infrattanto che cosa dovrò scrivere? Coscienza è nel vostro programma: verità dunque suoneranno le mie parole. Ma verità e coscienza trovano ancora un posto nel mondo? Chi ardirebbe dubitarne se le moderne società vuolsi abbiano per fondamento l’ordine e la religione? E poi questa non è cosa che mi concerna. Il programma è vostro: a voi appartiene attenere le fatte promesse. Ma per carità non mentite. Anche il silenzio è santo, quando però si gode legalmente il libero arbitrio di tacere.

Ammettiamo poi che io, scrivendovi di cose urbane, qualche rivista teatrale, od altre inezie (che poco io posso promettere) valessi quanto all’oggetto a trattare con mediocre fortuna la parte di corrispondente pro interim; chi mi assicura, che la forma di esporre il mio pensiero si convenga all’indole del vostro giornale? Stile io non ho alcuno, né vi sarà malagevole addarvene. Studiarne uno espressamente sarebbe ardua fatica per me, né i redditi (fino ad ora negativi) del vostro giornale vi acconsentirebbero di pagarmene le necessarie veglie ed elucubrazioni. Molto più che le veglie avreste a pagarle salate a me che non volendo perdere il tempo a logorarmi il cervello, mangio, bevo e dormo le mie ventiquattr’ore per giorno. Sissignori, la è proprio così. E dire che dieci dodici anni fa avevo un zurlo addosso che l’era una consolazione [ii] ! Ma!! Un po’ per volta l’amore cominciò a prendermi a gabbo, la fede mi abbandonò, come abbandonò tutti, ché chi ci vede più chiaro non riesce a scorgere che apparizioni, aurore, tramonti, passeggi e simili fantasmagorie che in ultima analisi si risolvono in illusioni ottiche. E dacch’io son senza fede, mi sento così inclinato al sonno, che spesso quando in letto principio un pater noster mi fermo all’adveniat regnum tuum, e buona notte: non vado più in là.

Tuttavia meglio esaminando me stesso trovo che un po’ di fede l’ho anch’io. E sapete in che cosa? Nell’avvenire della mia Venezia. Voi direte quindi me pure

Pria cittadino nella mia città [iii] ,

ma la mia colpa io non dissimulo e impavido attendo l’innocente che mi slanci la prima pietra. Sì: io l’amo assai Venezia. Né l’amo più per le sue notti serene, pel tepido aere, per la quieta laguna, pei giulivi convegni, per la festosa sua vita, pei frequenti tripudj. Troppo sorriso di cielo conforta ogni terra d’Italia perché c’innamori il suo clima benefico: troppo povera cosa è la facile gioja, perché susciti stima ed affetto. Né m’invita ad amarla la fredda gloria de’ suoi monumenti. Già d’ogni parte corrono stranieri in Italia avidi di ammirare gli avanzi di epoche troppo forse gloriose. Entusiasti dell’arte, del suolo, del cielo, tutto venerano che non è l’uomo nato su questa terra prediletta dalla natura. A lui riserbano condegno ufficio levare le ragnatele e la muffa che s’appigliassero ai vetusti monumenti. Guardiano del passato sia la sua carica. La sua terra una necropoli: egli lo stipendiato custode, che ne rimuova gli immondi animali, perché irriverentemente non imbrattino ai lati. Del resto tornando al proposito, Venezia sì l’amo, perché… oh! di grazia si può egli sempre giustificare l’amore? Io sono di assai buona pasta, e tagliato all’ingrosso, né credo ai platonici sdilinquimenti, e miro prosaicamente al positivo delle cose. _ Ma Venezia è un’attempata donzellona. _ E perciò? Non è per anco decrepita, né rimbambita. Follemente danza, e s’inebria, ma sotto alla larva di festosa baccante spesso sorpresi una furtiva lagrima. E perché io mostrava comprenderla: vedi, mi sussurrava arrossendo, a quale estremo m’han condotta gli eventi! Io merco questi tripudj perché si abbian lucro i miei figli. Svergognata… volli gridarle; ma carità di patria e rispetto alle onorate memorie me ne rattennero. I buffoni, lo so, facilmente fanno fortuna. Ma eglino hanno codesto di pericoloso per sé medesimi, che la loro gaiezza si attribuisce sempre all’indole loro, e non all’arte, e se loro sfugga dai labbri una severa parola, non vi si presta attenzione perché, lasciate, si risponde, ei mi rallegra co’ suoi lazzi il buffoncello. Ed io assai mi accorava in veggendo l’onorata matrona, messa a festa per sempre nuove ragioni, sprecare gli aggravati suoi censi, ed ostentare in piazza la noncuranza della giovane età, trascinando sotto un manto di lucida seta (ché più non le si addicono l’ostro e i velluti) l’antico fardello della sue piaghe.

 

Vajani Piazza San Marco a Venezia incisione, 1882 (Coll. Fausta Samaritani)

 

Ma io parlava di fede, e sono entrato invece nella via della maldicenza, sebbene, credetelo, io non ne ho il vezzo. Vi diceva dunque che mi ho fede nell’avvenire di Venezia; ma questa credenza io non l’ho tolta a giornali ispirati, né s’appoggia a rivelazioni d’altissimi ingegni.  Io non credo per niente che il risorgimento di codesta matrona si debba alla manna o ad altri conforti piovuti dal cielo a ristorarne le forze. I portenti e i miracoli furono in epoche da noi ben remote. Onde la voce che ricchissimi stranieri vi spandono a piene mai il danaro io l’ho per favola da ripetersi ai gonzi. Se alcuno dispendia ricche somme nell’acquisto di palazzi, o in altre opere, vi avrà di buone ragioni, che forse dissimula, perché non è obbligato a dirle; ma a noi pure non corre obbligo di credergli la prima ragione che gli piace accennarne, quando perché siamo convinti che egli agisce a quel modo perché gli torna, e diversamente si appiglierebbe ad un altro. Badate alle condizioni non alle nostre, ma d’Europa: dissestate le finanze, tremende le crisi, e sarà per Venezia soltanto che codesti epuloni slaccino generosamente le borse per riversarle i tesori? Ditelo ai morti ché e’ non rispondono. Alcuno credeva che Venezia fosse per morire precisamente d’inedia, e ne andarono le novelle di là a que’ buoni signori oltr’Alpi, che già la fecero morta e ne scrissero qualche parola di necrologia. Oh i veri amici! Io invece povero sciocco fui d’avviso che alla Venezia non mancassero già le forze, sibbene che disordinato ne corresse il sangue, e quando questo potesse rifluirle più gagliardamente al cuore, le si ritornasse prosperosa la vita. E la Dio mercé a questo modo pure la intese un uomo da cui si ripromette gran cose Venezia: quegli che, messo a capo d’una città, pubblicamente asseriva non ritenere del suo ufficio soltanto il provvedere a feste, a spettacoli, a ponti, a strade, ma l’occuparsi d’ogni argomento che rifletta sul bene del paese, e si allighi al civile progresso. Lusinghiere parole, che rispondono all’ufficio di rappresentante e al decoro de’ rappresentati; e Venezia nel giorno in che furono proferite, sentì più forte il palpito del cuore, fisò lieto lo sguardo nell’avvenire, e benedisse fidente al figlio, che s’avvisa asciugarne le lagrime, propugnarne l’onore. Ed io da quel punto vidi una nuova forza fino ad ora inerte sorgere inaspettata, e segnare un’epoca nuova nelle cittadine speranze. Vidi una classe privilegiata dalla fortuna e distinta per avite glorie, torsi dal lungo sonno, ed offerire volenterosa l’opera del suo ingegno a pro de’ fratelli. E mi parve allora ribattuta quella catena che stringe gli onorati cittadini in un desiderio: servire decorosamente al proprio paese. Questa ho giudicata la vera e principal nostra ricchezza. La cittadina rappresentanza conta nomi ben noti a Venezia. A questa li stringe solidarietà d’interessi: a danno di lei nulla opereranno che offuschi l’intemerata fama; non piegando a bassezze salveranno se stessi. Onde, franchi procedano nell’ardua impresa: e se per avventura li incolgano duri ostacoli, audaci troppo non cozzino disperatamente, ché non sempre è viltà ritirarsi, e la violenza spesso di se medesima è vergognosa. Contro le difficoltà crescenti li riconforti non lodi vendute, onori bugiardi, o il plauso della volubile plebe; sì la coscienza del retto, la giustizia dell’intendimento, l’eloquente silenzio degli onesti, che, impotenti di alzare rispettata la voce, nel cuore accumulano un tesoro di riconoscenza e di affetto per quanti osano sperare nel bene del proprio paese.

Ma io lungamente ho cicalato, né cosa alcuna vi dissi che valga la pena di risapersi. Ebbene volete rancide novità urbane?

Il nostro Municipio si è fatto economo: dicesi intenda rifiutare per l’avvenire l’ingente somma dispendiata pel grande teatro: ad ogni modo per ora non condona alcuna multa.

Le domeniche scorse si videro chiuse le dispense di generi di privativa nelle ore consacrate alla dottrina. Vuolsi che l’autorità municipale dicesse alla finanziaria: lo Stato è nella Chiesa. Però il giorno di Natale le dispense stettero aperte. Dicesi la Finanza rispondesse: la Chiesa è nello Stato. Come variano le opinioni!

Il Comune vende alla Stato il palazzo Foscari per la somma di cinquecento mila lire. Vengono acconciamente nel vuoto della nostra cassa. Si attiveranno così lavori da molto tempo reputati necessarj. Ne sia lode a chi conchiuse un tanto negozio senza lucrare un solo centesimo di mediazione.

Il flagello della crisi finanziaria, mietute qui pure alcune vittime, ristà da’ suoi colpi. Non oso vederci che una tregua: così sia fallace la mia previsione.

Il progetto di una società per incoraggiamento alle costruzioni navali fu una meteora. Dicesi non mancasse all’appello che una cosa sola: i capitali. Però non senza effetto se ne discorre. Si costruiva dai privati uno o due legni mercantili a puro rischio, ed ebbero di già compratore: onde si ritenta la prova. M’assicurano insolito il fatto quelli dell’arte.

È incontestabile un maggiore movimento nel nostro porto. Alcuni però, che non si arrestano alle sole cifre delle tasse pagate, non ne deducono una maggiore operosità commerciale. Pretendono per esempio che non sia tale una maggiore importazione di carbone ed altri oggetti attinenti specialmente alle strade ferrate [iv] .

Sono queste rancide novità: ma la mia tiritera potrebbe valervi a qualche cosa? Almeno per prefazione? Sperate che la buona volontà possa sanare i miei molti difetti, sicché per interim l’opera mia non vi sconvenga? Se lo credete datemene pronto avviso, perché possa provvedere convenientemente ai vostri bisogni. È si richiede infatti per servirvi persona di alta posizione: onde io, essendo in quella vece in basso stato, entrai di già in trattative con un secretissimo amico di alto affare, perché meco divida la sua posizione. Egli generoso abbandonerà anche la piazza, perché la vita pubblica che mena da molti anni lo ammazza. Se mi comandate io lo supplanto… e allora avrete agli ordini vostri anche

UN MORO DELL’OROLOGIO

Trascrizione e note di Fausta Samaritani

  Si prega di non copiare testo e immagini

 

L’Illustrazione Popolare

 

31 dicembre 2003

Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 23 ottobre 2015


[i] Accenna, ma con estrema cautela, alla morte prematura di molta stampa.

[ii] Nel 1846-48, quindi nel periodo che precedeva immediatamente la rivoluzione.

[iii] Modifica i versi di Giusti: Prima padron di casa in casa mia; / poi cittadino nella mia città.

[iv] La ferrovia collegava Milano e Venezia, tranne per un breve tratto, coperto da vetture a cavallo. Si andava da Milano a Venezia, e viceversa, in una mattinata.