Riccardo Bacchelli a Pestum

Documenti, autografi e un elzeviro

Ricerca di Fausta Samaritani

 

All’Archivio centrale dello Stato (Roma _ Eur), nel Fondo della Segreteria Particolare del Duce, c’è un fascicolo intestato a Riccardo Bacchelli (S.P.D.C.O. 520.363). Contiene poche carte che ne testimoniano i rapporti occasionali con gli alti funzionari che circondavano Mussolini, segno della somma discrezione che era una caratteristica dello stile di vita di Bacchelli.

Egli inviò al Duce un ritaglio de “La Stampa” del 7 ottobre 1927, con il suo elzeviro intitolato “Rose di Pesto”, accompagnandolo da un biglietto autografo con queste parole:

 

«L’accoglienza generosa che Il Diavolo al Pontelungo ha incontrato presso S. E. il Capo del Governo, mi dà l’ardire di offrirgli l’omaggio di questo articolo germogliato da una delle più belle e delle più dolorose terre d’Italia

di V. E.

devot.mo

Riccardo Bacchelli»

 

Nel fascicolo si conserva anche un appunto dattiloscritto, datato Roma li 16 marzo 1929 VII, con una analisi letteraria e politica de “La città degli amanti”. Si tratta di una critica letteraria su commissione. Il testo dell’appunto è questo:

 

«Nome e cognome del Mittente: RICCARDO BACCHELLI

Luogo e data di provenienza: Milano 26 febbraio 1929 VII

OGGETTO: Omaggio a S. E. ed al Comm. Chiavolini della pubblicazione:

“LA CITTA' DEGLI AMANTI”

La direi un grande e complesso quadro futurista per la spregiudicata trattazione degli argomenti più disparati, per le forti tinte e gli angolosi contrasti, per l’audacia delle costruzioni e delle situazioni, per la poca fusione delle parti e l’inorganicità dell’assieme.

Non è priva di originalità e di interesse, volta a volta fantastico, sentimentale e filosofico. Non mancano le figure ben disegnate e le creazioni simpaticamente suggestive.

Difetta piuttosto di tesi morale, ché troppo incerta, spregiudicata e pericolosa è, se non erro, quella su cui si intesse lo strano racconto.

Notevoli apprezzamenti (piuttosto severi sull’opera del General Cadorna) nella descrizione verista del disastro di Caporetto (pagg. 119 a 121 – 137 – 146 – 148 – 158 – 161 a 163).»

 

Bacchelli inviò anche due copie del libro “Le più belle pagine di Ippolito Nievo scelte da Riccardo Bacchelli”, una copia per Mussolini e l’altra per Chiavolini e due esemplari de “Il mulino del Po”, edito in due volumi. La dedica a Mussolini è di una semplicità estrema: “Omaggio dell’autore a S. E. il Capo del Governo”.

Stralciata dal libro, la pagina sulla quale c’era la dedica dell’Autore restava all’interno del suo fascicolo personale; il libro invece, o veniva inviato a casa di Mussolini, oppure andava ad arricchire una biblioteca, in genere quella del Dopolavoro.

L’articolo di Bacchelli “Le rose di Pesto” è invece rimasto dentro il fascicolo.

La località ha recuperato l’antica dizione Pestum, ma il suo incanto è rimasto immutato dal tempo in cui la vide Bacchelli.

L’elzeviro inizia con queste frasi:

 

«Vengono da Pesto _ accade di sentirsi dire davanti a scolture, a fregi ed a colonne antiche, messi in opera in edifici di Salerno o di Amalfi, specie da Roberto Guiscardo.

Vive il nome e la sventura di Pesto su tutta la costa ed oltre.

Dice la tradizione che la disperazione e la riscossa delle città d’intorno costrinsero finalmente ad evadere i saraceni, che debolezza e discordie avevano lasciato insediare e fortificarsi ad Agropoli, sull’estremo meridionale della Piana di Pesto, dove termina il Golfo di Salerno.»

 

Bacchelli ricorda la notte di San Giovanni dell’871, quando i saraceni attaccarono di sorpresa e saccheggiarono Pesto, “stremata da una vita di opulenze e di ricchezze, e, dicono le storie, dall’implacabile e indomabile malaria”. Della città infelice restarono poche rovine: le mura esterne e una delle porte, conosciuta come Porta delle Sirene. Cacciati dalla pianura, gli abitanti superstiti si rifugiarono sul colle Capaccio, stretti e tremanti intorno al loro vescovo. Ferita a morte, la cittadina rimase in completo abbandono.

 

«Sulle mura smantellate si esercitano, simili e diverse fra loro, la pazienza dello sterpame tenace, quella delle greggi migranti e quella del vento marino, che è la più fedele compagnia della solitudine di Pesto. Intorno e fra le mura la città distrutta subisce l’aratro dei contadini.»

 

Bacchelli descrive i luoghi. Nella pianura, dove zone aride si alternano ad altre paludose, domina la malaria che solo i “rudi” butteri non temono.

Per chi arriva, la vista dei templi è un miracolo di bellezza che coglie di sorpresa: sembrano nati dal nulla.

 

«Lungo tutta la costa amalfitana ed oltre, in molte regioni del Mezzogiorno, si dicono le rose di Pesto per dir la cosa più olezzante e più colorita. Si vuol che i naviganti le sentano odorare fin in mare, e che siano tanto rosse da parer nere. Eppure, a Pesto, celebrata per le sue rose da Virgilio e da Ovidio e dagli altri poeti latini, rose né rosai non se ne vedono, neppur la minima apparenza. Fioriscono peraltro nella memoria e nella parlata del popolo, e veramente non son morte. La sventura e le rose di Pesto vincono ugualmente l’oblio e la caduta del secoli.

I templi sono tre: appartato quello di Cerere, appaiati quelli di Nettuno e l’altro più antico, cosiddetto Basilica. Il primo effetto, da qualunque parte s’arrivi, allo scoprirli, è di incredulità. Tutto, dalla polvere della strada alle quattro casucce sul quadrivio e ai pochi, ampli pini marittimi dell’unica villa chiusa in questa stagione d’aria maligna, a perfino il camino spento d’una fabbrica di conserva di pomidoro caduta qui come nel mondo della luna, tutto par più reale dei templi. […]

Salgo i gradini, entro fra le colonne. Il cielo fa da tetto, come se il tempio sfondato avesse virtù di ripararsi col cielo e d’inquadrare anche il cielo. Ed è così propriamente. Il tempio è disegnato negli elementi, è l’ombelico della pianura. Un’armonia di terra, di mare e di cielo esisteva sparsa e ignara su questa costa e il tempio l’ha fissata e congiunta in se stesso. L’arte ha destata la natura dal suo sonno solare.

E’ ancora mattina, e il sole, che sorge dai monti e batte sulla facciata del tempio, tiene ombrata la faccia delle montagne. Ma dai gradini di ponente ecco il mare s’illumina in fondo alla piana. Son poche miglia di bassa terra, quel che basta a dare spazio e linea e rilievo al mare limpido sulla costa umile e magnifica. Esso viene a fare nell’occhio del riguardante un ideale piano e fondamento ai templi. Fra essi e il mare la terra sparisce, se non in quanto mette aria ed armonia colla distanza.»

 

Bacchelli, a Pestum, vede calare le ombre del crepuscolo e ode il gracchiare delle cornacchie che con larghi giri volano tra le colonne. Uno sguardo ancora, l’ultimo, mentre aspetta il treno, nella piccola stazione accanto alla Porta delle Sirene. La notte si impadronisce gradatamente dei templi, inghiottendoli con un mantello scuro. Un paesaggio gravido di memerie e di emozioni, una giornata alla fine, il mare sullo sfondo e un treno: manca il ciuccio. Bacchelli vede un asinello e il quadro è perfetto.

 

Dossier Alberto Moravia e Dov'è Malaparte?

21 settembre 2002

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