Da Carlino Altoviti a Pinocchio 2015

di Fausta Samaritani

 

Torniamo a quella sera fiorentina, quando Carlo Lorenzini (in arte Collodi) deve scrivere una storia e gli venne fuori inaspettatamente Pinocchio, un burattino di legno. Il padre Ermenegildo Pistelli incontra Collodi nella libreria del sor Felice Paggi (editore di libri, tutti con la morale). Sta seduto a un tavolo tondo di marmo, teatro di dispute tra letterati, ancora ignari dei misteri dell’estetica. Collodi ha tre buoni motivi per essere imbronciato: ha urgente bisogno di soldi, ha promesso di scrivere, non ha voglia di farlo. Il racconto a puntate Le avventure di Pinocchio gli esce dalla punta del pennino, in quella notte fiorentina del 1881, abbozzato appena, come il legno da catasta che sfugge di mano a Geppetto.

Pinocchio, il burattino, ha un fratello maggiore che si chiama Carlino Altoviti.

Pinocchio e Carlino hanno la vitalità, la sfrontatezza, la caparbietà degli orfani che a colpi di gomito si aprono uno varco per conquistare uno status. Vivono come un dramma la ricerca del padre, perduto in un oriente fiabesco quello di Carlino, inglobato nel ventre di un grosso tonno quello di Pinocchio. La figura materna è fluttuante, aerea, irreale: per Pinocchio la madre ha la sostanza colloidale di una lumaca e la trasparenza della Fata Turchina; Carlino invece, svaporata l’immagine della madre naturale, nella Pisana somma e confonde i ruoli di amante, madre, sorella e infermiera, fino a quello spiraglio aereo di ricordo, nell’ultimo capitolo: «Ti intravvedo azzurrina e compassionevole al raggio morente della luna».
Altri piccoli celebri della letteratura italiana, come Gian Burrasca e Cosimo di Rondò, vivono l’esperienza del diverso che tenacemente lotta per crescere e affermare la sua identità e la sua indipendenza. Solo da Carlino a Pinocchio esiste tuttavia questo sotterraneo passaggio di testimone. I due
non hanno la mamma e neanche un vero babbo; Carlino lo incontra quando ormai è adulto. Geppetto ricorda da vicino Martino e Mastro Ciliegia, che disputa con Geppetto, è riconoscibile in Mastro Germano. La cucina di Fratta, dove Carlino muove i primi passi, si riduce in Pinocchio a un mesto e inutile camino dipinto sul muro. Il monello Carlino si allontana dal castello di Fratta e anche Pinocchio va alla scoperta del paese e capita in una una osteria che si chiama, guarda caso, Gambero rosso, (vedi il breve racconto, dimenticato, Le mie confessioni di Ippolito Nievo, firmato Un sabeo). In questo racconto troviamo, quasi identico, l'incipit di Pinocchio, ma anche l’osteria Gambero Rosso. Il nostro burattino trova lì compagnia nei due ladruncoli: il Gatto e la Volpe; ma anche Carlino incontra il suo brigante, lo Spaccafumo.

C’è dunque un elemento fondamentale che lega i due personaggi principali dei nostri due maggiori romanzi di formazione: la ricerca del padre.

Pinocchio cerca Geppetto fin nella gola del tonno; Carlino ritrova inaspettatamente suo padre che non era “né turco, né morto”. I due piccoli attraversano quindi esperienze comuni, facilmente identificabili: scoprono un vicino paese, con osterie, crocchi di donne e di ragazzetti irrequieti; devono imparare l’alfabeto (dal Piovano e a scuola); hanno in comune perfino una storia di berretti buttati in aria dai monelli.
Manca in Pinocchio la visione dell’infinito di fronte all’immensità del mare che segna invece, in Carlino, l’ingresso nella magica sfera del pensiero. Pinocchio è stato concepito in ambito laico, sullo sfondo di una Toscana già attraversata da fermenti anarchici. «Piccoli e neri», i due vanno per le strade mondo, in parte simili e in parte diversi tra loro. Carlino cresce e si evolve, mentre il burattino Pinocchio muore nell’atto di trasformarsi in un bambino buono.
Col procedere della sua storia, Collodi ha preso le distanze dal modello creato da Nievo e non ha mai dichiarato la sua fonte di ispirazione.

 

Nell’inverno 1858-’59 Ippolito Nievo è a Milano. Cerca un editore per Le Confessioni, scrive sulla rivista «L’Uomo di Pietra», siede al caffè Martini in piazza della Scala – luogo di ritrovo per scrittori, critici musicali, ballerine e cantanti – frequenta Leone Fortis, Temistocle Solera, Cletto Arrighi e Ghislanzoni, assiste alle prime della Scala dal palco dei Melzi d’Eril. Anche Collodi, a dicembre 1858, è a Milano. Lavora per l’editore Ricordi, frequenta il Martini e una sua lettera da poco è apparsa su «L’Uomo di Pietra». Nievo e Carlo Lorenzini si sono sfiorati? si sono riconosciuti come gli autori più ironici, graffianti e fantasiosi del loro tempo? Forse che sì, forse che no. Sono stati romanzieri, commediografi, giornalisti e soldati: il primo si è arruolato come volontario garibaldino nel ’59 e nel ’60; il secondo è stato volontario nel ’48 a Curtatone e a Montanara, poi nel Reggimento di Cavalleria Novara durante la guerra del ’59.

E qui una antica circostanza storica ci viene in aiuto.

Nel 1637 il conte Zuane (Giovanni) Nievo ebbe da Anzola, non meglio identificata, un figlio “nato di fornicazione” e di nome Bartolamio, al quale all’atto del battesimo diede il suo cognome: Nievo. Ma non sposò Anzola. Alla morte di suo padre, Bartolamio, non riconosciuto civilmente, non ebbe alcuna eredità. Zuane Nievo infatti gli aveva dato il suo cognome all’atto del battesimo, ma non lo aveva confermato in sede civile. Pesava sui discendenti di Bartolamio, trasferiti da Vicenza nel Mantovano e divenuti ricchi e influenti, questa “tara genealogica”. Alla fine del Settecento Giovanni Battista Nievo (bisnonno di Ippolito) e suo fratello minore Francesco tentarono senza successo di recuperare l’eredità dai discendenti dei fratelli del conte Zuane Nievo che non aveva avuto discendenti maschi legittimi.

Ippolito conosceva sicuramente la storia della sua famiglia.

Nel 1930, estintasi la discendenza diretta dei conti Nievo, Antonio Nievo jr. e sua sorella Maria, (il loro nonno era Alessandro, fratello minore di Ippolito) fecero domanda alla Consulta Araldica per la rinnovazione del titolo di conte, già appartenente al ramo vicentino della famiglia. La pratica è conservata all’Archivio Centrale dello Stato (Consulta Araldica, Fascicoli, personali, n. 11065). Nel fascicolo c’è anche la copia conforme dell’atto di battesimo di Bartolamio Nievo, figlio del conte Zuane (Giovanni), in data 11 settembre 1637, Libro dei Battezzati della Cattedrale di Vicenza. Con l’atto di battesimo fu presentato dai richiedenti anche il disegno a colori dello stemma dei Nievo del ramo mantovano; ma la Consulta Araldica lo definì “poco credibile”.

Respinta la richiesta dei fratelli Nievo Antonio jr. e Maria, essi tentarono un’altra strada e chiesero che fosse loro riconosciuto almeno il rango di famiglia appartenente alla nobiltà.

La caduta dei Savoia estinse di fatto la pratica.

Questa è la storia vera. Poi ce n’è un’altra, inventata: quella raccontata ne Le confessioni d’un italiano.

Carlino Altoviti che cerca un padre, cioè una identità, è anche figlio di una storia familiare, vera e documentata; ma Ippolito Nievo, oltre ad essere discendente di Bartolamio, era anche un autentico romanziere.

Fausta Samaritani

29 novembre 2015

Collodi Caffè Martini 3

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