La Fenice, simbolo concreto, astronomico, temporale

Lattanzio, Paolo Zacchia e La Fenice

Lattanzio Firmiano, Paolo Zacchia e La Fenice

di Fausta Samaritani

Lucio Cecilio Firmiano, meglio conosciuto come Lattanzio e definito da Petrarca il Cicerone cristiano per la purezza ed eleganza dello stile, è nato in Numidia intorno al 250 d. C. ed è morto poco dopo il 317, anno in cui Costantino lo chiamò in Gallia come precettore del figlio Crispo Cesare. Le poche note biografiche le conosciamo attraverso le sue opere e il De viris illustribus di San Gerolamo, che lo considera uno degli uomini più dotti del tempo. Discepolo di Arnobio, un retore di Sicca convertitosi al cristianesimo intorno al 295, Lattanzio fu maestro di retorica. Diocleziano lo volle a Nicomedia (Bitinia), come maestro di eloquenza latina. Lattanzio scrisse il poemetto Odoiporicon, in cui descrisse il suo viaggio dall’Africa a Nicomedia, Symposion e Grammaticus, un’opera di retorica andata perduta. Da Nicomedia, dove maturò la conversione al cristianesimo e dove lo raggiunse la persecuzione di Diocleziano del 303, fu espulso dall’editto di Galerio che coinvolse anche le scuole e i letterati. Scrisse anche De Opificio Dei, Institutiones divinae in difesa dei dogmi cristiani, Ira Dei e Carmen de ave phoenice, in cui raccontò la leggenda della Fenice. Di questo mito si sono occupati molti altri scrittori, come Erodoto, Achille Tazio, Filostrato (Vita di Apollonio di Tiana, III), Origene (In Celsum, IV), Ovidio (Metamorphoseis, XV), Plinio il vecchio (Naturalis historia, X), Tacito (Annales, VI), Clemente Romano (Constitutiones Apostolicae), Stazio (Silvarum 1, II), Ausonio (Opuscula, XVI) e Agostino (Sermones, 37 e 93). L’idea di attribuire il Carmen de ave phoenice a Claudio Claudiano_ uno scrittore dell’età di Teodosio già riconosciuto come autore del carme Phoenix_ trova oggi pochi seguaci.

 

Il carme neoplatonico è costruito secondo una disposizione delle parti che è logica, classica ed aristocratica. L’Autore ha una attenzione minuziosa verso i particolari, le enumerazioni, i sinonimi; ripete le consonanti, in una armonica espressività fonetica di assonanze; gioca con suoni e con immagini poetiche, equilibrate, luminose, colorate; opera un sincretismo poetico di cristianesimo e di fantasie pagane. Le religioni solari hanno esercitato un fascino particolare, nei primi cristiani: il mito di Fetonte e di Proserpina, il culto di Mitra sono stati utilizzati in ambito sia filosofico sia estetico. La Fenice è un segno di rinascita spirituale, rappresenta l’anima attratta e consolata dalla luce del sole; ma è anche un simbolo concreto, astronomico e temporale. Gregorio scrive che la Fenice è una allegoria della Resurrezione di Cristo. Nel Purgatorio di Dante questo uccello conserva il suo significato astronomico originario; ma è anche la gioia per la luce divina, per chi si libera dal buio della colpa.

Belisario Mancini Maternità cosmica, 1998, plexiglass, cm. 50 x 19 x 50,3

La Fenice nel corso del Medioevo fu utilizzata dal cristianesimo come simbolo di fede nella eternità, come prova della immortalità dell’anima e come anticipazione della Incarnazione di Cristo e della sua Resurrezione.

La leggenda ha avuto origine in Egitto. Nel punto in cui il Nilo si biforca nel delta fu edificata la città di Eliopoli, dove c’era il tempio con l’altare dedicato alla Fenice. I sacerdoti contavano gli anni in base al manifestarsi delle comete, che identificavano con la sacra Fenice. Secondo altre ipotesi, gli Egiziani avrebbero identificato la Fenice con il pianeta Venere, oppure con la stella Sirio. I sacerdoti avevano il privilegio di conoscere il tempo in cui la Fenice sarebbe apparsa, in base a complicati calcoli plurisecolari di congiunzioni sideree. La figura dell’orante, così frequente nella iconografia dei primi secoli del cristianesimo, potrebbe derivare dal modo di pregare dei sacerdoti del tempio di Eliopoli, forse ispirato alla posizione del sacro uccello che prega ad ali aperte, rivolto al sole nascente. Gli uccelli rosati, che due volte l’anno sorvolano a stormi compatti il cielo di Eliopoli, migrando da Sud a Nord e poi da Nord a Sud, furono chiamati fenicotteri. Nessuna altra credenza, come quella della Fenice, si prestava meglio a rappresentare l’avvicendarsi ciclico di ere e di civiltà, come le dinastie faraoniche che, pur mutando, rimanevano sempre uguali a se stesse. La Fenice è uno dei simboli zoologici sacri, divenuti poi proverbiali.

L’anno in cui Cristo nacque passò una cometa e i tre Magi, che erano anche astronomi, lungo la strada per Eliopoli sostarono a Betlemme. Il mito della Fenice si saldò alla nascita di Cristo e l’uccello sacro per gli Egiziani divenne un simbolo anche per i cristiani. Esistono monete di Costantino, di Costanzo II e di Costante con la Fenice e la scritta: felix reparatio temporum oppure perpetuitas. Imperatori eruditi, come Adriano e Antonino Pio, identificavano la Fenice con il rinnovarsi e ringiovanirsi dello Stato, con il ritorno ad antica prosperità, con la vita perenne di Roma.

Un esempio iconografico di ambito cristiano è a Roma, nel mosaico dell’abside della chiesa di Santa Cecilia in Trastevere, dove la Fenice, poggiata sopra una alta palma carica di frutti maturi, rappresenta la rinascita, la pace eterna e l’eterna beatitudine, conquistata dalla Santa attraverso il martirio. La Fenice è un monito per il credente, perché la salvezza eterna si ottiene con la morte del corpo.

La leggenda di questo uccello miracoloso ispirò una celebre poesia anglo-sassone del IX secolo. Nel 1544 Giulio Lappoli di Arezzo, detto il Pollastrino, pubblicò una traduzione della Fenice di Lattanzio. Al tempo della Controriforma l’immagine della Fenice scomparve totalmente dalla iconografia e dalla letteratura cristiana: si preferì non confondere l’uso di questo mito, in ambito cristiano, con quello praticato in seno ad altre religioni, che vedono nella Fenice un simbolo della morte e successiva reincarnazione dell’uomo. L’immagine della Fenice è tornata di moda a metà Settecento, ma con significato strettamente laico, come di cosa che rinasce prodigiosamente dalle proprie ceneri. 

Guido Razzi Linguaggio, psicologia, psicanalisi per "Civiltà delle Macchine" a. XXVII, n. 4-6, (luglio-dicembre 1979), numero monografico Cultura e religione, tavola V 

Secondo una versione di questa antica favola egiziana, che è stata variamente raccontata da autori egiziani, greci e latini, dalle ceneri si forma un uovo che produce un verme; questo verme poi cresce, cibandosi di erbe aromatiche; quindi muta in un uccello dalla voce melodiosa. Quando luccello è al culmine della sua parabola, si incendia, trasformandosi nelle ceneri, da cui nasce un altro uovo. Nessuna favola ha mai intepretato, in modo tanto poetico, il mondo arcano e ciclico della virilità.

Per le moderne teorie scientifiche, sono state proprio le comete a portare sulla terra l’acqua che è un elemento fondamentale per la biochimica. Senza acqua non ci sarebbero gli amminoacidi, che costituiscono la molecola base delle proteine, quindi non ci sarebbe vita alcuna sulla nostra terra. Gli esseri viventi sono composti principalmente di ossigeno, idrogeno, carbonio e azoto. Nei mammiferi la percentuale dell’acqua è del 70% del totale, la stessa percentuale che si riscontra nelle comete. Il manifestarsi di una cometa, nell’anno della nascita di Cristo, è forse molto di più di una semplice coincidenza: assurge a simbolo del rinnovarsi della vita, nella materia come nello spirito.

Paolo Zacchia, medico legale, protomedico degli Stati Ecclesiastici, consulente della Sacra Rota, archiatra pontificio sotto Innocenzo X e Alessandro VII, poeta infine, era nato a Roma nel 1584 e discendeva da una famiglia originaria di Cesena. Nell’Archivio Segreto Vaticano, nel Fondo Borghese, n. 730, si conserva l’originale di un Carmen, composto da Paolo Zacchia nel 1605 per l’elezione di Paolo V (Camillo Borghese). Lettere e versi inediti di Zacchia (canto primo e canto terzo del poema Degli innocenti, con disegni dell’Autore) si trovano in manoscritti della Biblioteca Vaticana (Urbinate Latino 1624, Codice Ferraioli 703, Barberino Latino 3239). Egli sapeva esprimersi, con identica sicurezza ed eleganza, sia in latino sia in italiano. Studiò dai Gesuiti, poi Medicina all’Archiginnasio della Sapienza.

La fama di Paolo Zacchia, uomo versatile, ricco di dottrina filosofica e umanistica, amante della musica della pittura e della poesia, è legata soprattutto alla sua attività di medico e di scienziato. Egli è considerato_ come Fortunato Fedele e Giovan Filippo Ingrassia_ un padre fondatore e un maestro della moderna medicina legale. Pubblicò nel 1659 De’ mali hipochondriaci libri due _ opera ricca di citazioni erudite e derivata da Galeno_ con la definizione, la sintomatologia, la prognosi e la terapia di questo tipo di disturbi, e Il vitto quaresimale (1636), un compendio di igiene alimentare in cui si discorre di cibi e bevande, in applicazione ai precetti di digiuno e di astinenza.

Opera notissima di Paolo Zacchia sono le Quaestiones Medico-Legales che videro luce in nove volumi di grande formato, a partire dal 1621 fino al 1650. Suo figlio Lanfranco completò la pubblicazione con un tomo postumo, contenente perizie e responsi su quesiti medico-legali. Nel 1774 apparve il Novus Zacchias, un compendio delle Quaestiones.

Marco Aurelio Severino, considerato un rinnovatore della tecnica chirurgica, definì Zacchia il Mercurio dei medici e dei giureconsulti e l’Ermete italico. Zacchia meritò il plauso di medici italiani e stranieri e la sua opera immane rimase fondamentale per gli studiosi di medicina legale, almeno fino alla fine del Settecento.

Sembra che occasioni del suo interesse specifico, per una branca della medicina così particolare e allora poco esplorata, siano stati due drammatici eventi, accaduti a Roma, che riempirono di dubbi i contemporanei: la condanna a morte, per taglio della testa, di Beatrice Cenci e la condanna al rogo di Giordano Bruno. Sulla decisione di raccogliere in voluminosa trattazione organica i multiformi aspetti della medicina-legale, materia complessa e controversa, pesarono anche il primo processo a Galileo Galilei, del 1616, e la quasi contemporanea carcerazione di Tommaso Campanella in Castel dell’Ovo.

All’età di ventiquattro anni, cioè nel 1608, Paolo Zacchia pubblicò una traduzione, in ottava rima, dei versi di Lattanzio Firmiano sulla Fenice: egli si cimentava con un testo ascetico ma controverso, considerato al limite dell’eresia e condannato a cadere quasi nell’oblio. Il libro, stampato a Roma da Carlo Vinletti, portava una dedica al cardinal Montalto. Nel 1885 Angiolo Filippi ripubblicò a Firenze la traduzione di Paolo Zacchia, con a fronte i versi di Lattanzio. (Tipografia dell’Arte della Stampa, edizione in 100 esemplari).

Fausta Samaritani

Li Significati lunari rivelati dall'Angelo di Tommaso Campanella

1 Aprile 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul CD-Rom La Repubblica Letteraria online, N. 1 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, 2005 (2° edizione)

Messo in rete il 7 ottobre 2015

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