Lando, capriccioso scrittore del Cinquecento

Ortensio Lando: il caso di un bizzarro scrittore

Il singolar caso d’un bizzarro scrittore: Ortensio Lando

(con la novella X)

 

Ortensio Lando, Novelle, Lanciano, Carabba, 1916 (Scrittori italiani e stranieri)

 

Introduzione di Guido Battelli:

«Ortensio Lando, milanese di nascita, ma oriundo da un’antica famiglia piacentina, fu uno dei più bizzarri scrittori del nostro Cinquecento. Quest’uomo che, quasi per ironia, amava sottoscriversi e farsi chiamare Ortensio Tranquillo, fu invece uno spirito irrequieto, capriccioso, che andò peregrinando tutta la vita senza trovar mai luogo né condizione che gli piacesse, agitato da un perpetuo spirito di contradizione che gli faceva negar oggi ciò che ieri aveva affermato, disvolere ciò che aveva voluto; dominato da un cupo umor melanconico, che lo rendeva facile allo sdegno e pronto al bisticcio co’ suoi protettori, ai quali, nell’impeto della collera, rinfacciava i benefici ricevuti e restituiva i doni.

Quando nascesse è impossibile precisare: il Tiraboschi e il Bongi supposero che egli vedesse la luce sui primi del Cinquecento, se non pure sugli ultimi anni del secolo precedente; il Sanesi invece, l’ultimo e il più diligente de’ suoi biografi [1] , da un passo del Ragionamento fra un cavaliere e un solitario arguisce che egli non possa essere nato avanti il 1512, e ciò concorda con quanto scrive di lui Pietro Aretino, che in una lettera del 1542 loda “il sole della virtù che apparisce nei giorni della sua giovinezza” [2] . Il Lando studiò prima a Milano e poi a Bologna dove prese la laurea in medicina; non pare però che esercitasse con fortuna la sua professione, perché lo vediamo, costretto a procacciarsi il pane con la penna, cominciar ben presto la sua vita zingaresca a traverso l’Europa, al servizio di questo o di quel protettore. Con Lodovico Orsini conte di Pitigliano e capitano di ventura, si reca a Lione nel 1533, dove pubblica i suoi primi lavori, i due dialoghi latini Cicero relegatus, Cicero revocatus, l’uno in vituperio, l’altro in difesa dell’Arpinate [3] ; due anno dopo è a Lucca, ospite di Vincenzo Buonvisi, presso il quale passa l’estate nell’amena villa di Forci, e trae motivo dalle liete conversazioni delle gentildonne lucchesi per scrivere le Forcianae Quaestiones, nelle quali esalta l’ingegno e la virtù femminile; poi eccolo in cammino per Roma e Napoli, donde poco dopo passa in Sicilia al servizio del vescovo di Catania. Nel 1540 valica di nuovo le Alpi, e stampa a Basilea un opuscolo mordace contro la memoria di Erasmo da Rotterdam; nel ’42 lo troviamo in Francia alla corte di Francesco I, e l’anno dopo nuovamente a Lione dove mette in luce la più famosa delle sue opere: I Paradossi. Passato in Germania, in Augusta è ospitato dalla ricchissima famiglia Fugger, i banchieri di Carlo V; il 13 dicembre 1545 assiste all’apertura del Concilio di Trento, dopo aver fatto omaggio al vescovo Madruzzo, principe della città. Tornato in Italia, incappa nei malandrini che lo spogliano d’ogni suo avere, e si rifugia a Venezia nella casa dell’ambasciatore Agnello, legato al duca di Mantova, presso cui conosce L’Aretino e il Doni; serve per qualche tempo come segretario la duchessa Lucrezia Gonzaga, fa soggiorni frequenti a Padova, poi torna a Venezia dove sembra che morisse nel 1553. Da questo momento almeno non si hanno più notizie di lui.

Da tutte le sue peregrinazioni a traverso la penisola il Lando trae argomento per scrivere un curioso Commentario delle cose notabili e mostruose d’Italia, dove in mezzo a molte frottole e a puerili bisticci sui nomi dei luoghi e delle persone (presso Modena vede un Castello di vetro, a Roma incontra colonne mobili ed orsi in figura umana; chiara allusione alle famiglie Colonna e Orsini), trova modo di narrare qualche scena piacevole, come il viaggio sulla Brenta in una barca piena di frati e di giudei, di studenti forlani che avevano il capo sopra la berretta, e di ragazze da partito che cercavano con le occhiate di adescare i gonzi.

L’opera più celebre di lui, come abbiamo accennato, sono i Paradossi, che ebbero varie edizioni, furon tradotti in latino e in francese e vennero imitati da molti [4] .

Dal titolo è facile immaginare ciò che il libro contenga; in codeste sententie fuori del comun parere il Lando s’ingegna di dimostrare che la povertà è preferibile alla ricchezza, la vecchiaia alla gioventù, la cecità al vedere, la salute cagionevole alla forza e alla robustezza, la follia al giudizio, l’ignoranza al sapere, l’intemperanza alla sobrietà; che è meglio vivere in esilio che in patria, meglio aver guerre che pace, carestia che abbondanza; che non è male per un principe perder lo stato, e per un disgraziato diventar cieco, esser tradito dalla moglie, venir ferito e bastonato di santa ragione! A fine di provar tutte codeste stranezze il nostro autore sfoggia un’erudizione singolare: citazioni bibliche, greche, latine, sentenze classiche, esempi antichi e moderni, aneddoti sacri e profani; sperpera tesori d’ingegno e di cultura in arzigogolar cavilli e sofismi speciosi che metterebber voglia di gettare il libro dalla finestra se non ci accorgessimo che tutto è una burla. – Si, proprio una burla, perché pochi anni dopo messer Hortensio Tranquillo con la più impassibile faccia tosta di questo mondo scrive la Confutazione de’ Paradossi, dove nega quanto aveva affermato avanti e copre di vituperi l’autore del primo libro, tacciandolo di “Tersite, privo di giudizio e di discorso, lingua tinta nel veleno, bestione uscito dalle latrine!”

Che cosa, dobbiamo pensare di codesta faccenda? si tratta d’una bizzarria voluta, d’una posa, come oggi si dice, o d’un ramo di pazzia? Difficile la risposta, ma se pur si pensi alla irrequietezza del carattere e alla vita randagia del Lando, alle stravaganze puerili cui ricorre per nascondere il suo nome [5] , alla smania di dipingersi brutto, sciancato, deforme più assai di quello che realmente non fosse [6] ; se si pensi allo strazio compassionevole ch’egli fa del suo ingegno, abbassandosi a scrivere i Sermoni funebri in lode di un gatto, d’un grillo, d’una scimmia e… d’un pidocchio, i Sette cataloghi dei belli, dei brutti, dei becchi, delle meretrici famose, dei morti per soverchio ridere ecc., allora vien fatto di domandarci col Manzoni se per caso non esiste veramente qualche relazione fra un poeta e un cervello balzano. Del resto anche il Lando si chiedeva: “Qual buon poeta si trova hoggidì che pazzarello non sia? Chi ha più del pazzo, sente più del poeta”.

Un temperamento simile era quel che ci voleva per tradurre l’Utopia di Tommaso Moro; infatti volgarizzò il volume, che fu stampato dal Doni senza nome d’autore, forse per farlo credere opera sua, come difatti avvenne. Il Lando compose ancora quattro libri dei Dubbi, amorosi, naturali, morali e religiosi, nei quali, seguendo un uso comunissimo al tempo suo, si propone un determinato quesito e ne dà poi la soluzione. Anche qui le bizzarrie non si contano. Volete sapere, ad esempio, perché nascono i capelli? – “Il cervello si priva de i grossi vapori, i quali escono per i pori della carne e si disseccano e si convertono in pelo”. Perché si sbadiglia? – “Per i grossi fumi, si riempiono le mascelle, dal cui scacciamento elle si distendono!

Scrisse poi due Panegirici, alcune Epistole consolatorie, un Oracolo dei moderni ingegni, che non è se una raccolta di motti e sentenze celebri pronunziate dalle persone del suo tempo, e una Sferza dei moderni scrittori, dove riprendendo il motivo del Cicero relegatus, dice un mondo d’insolenze verso gli scrittori morti, sien pure Omero, Vergilio, il Petrarca, il Boccaccio o l’Ariosto, ma si guarda bene dal toccare i viventi, saggia abitudine che la critica moderna sembra non aver dimenticato!

Ma pure con tutti codesti lavori eruditi o bizzarri il nome del Lando sarebbe da gran tempo sepolto nell’oblio se, fortunatamente per la sua fama, egli non avesse composto un libro di Novelle che si leggono ancor oggi con piacere, se non per la novità dell’invenzione, per il garbo con cui sono narrate, per la vivacità del dialogo e delle descrizioni, per il modo con cui sono colte dal vero e rappresentate le persone. Il Lando non ha gran potenza d’immaginazione, anzi quando s’avventura nel mondo fantastico cade nel grottesco e nell’assurdo, come nella novella dodicesima; ma quando invece sta vicino alla realtà della vita riesce efficace e arguto. Il De Sanctis nella Storia della letteratura italiana (cap. XII) loda con ragione il suo modo di narrare spedito e pittoresco, e cita ad esempio un passo della novella quinta, dove il contadino confonde l’astrologo; ma accanto a codesta si può ricordare la sesta, dove l’arguto servitore fiorentino si fa beffe del bugiardo canonico ravignano, e la decima, schiettamente boccaccesca nel suo giocondo umorismo. Un umorismo, s’intende, che sdrucciola nella licenza, perché così volevano i tempi, e nessuno seppe salvarsene, né l’Ariosto, né il Caro, né il Castiglione, ed anche perché la novella italiana, assorta a forma d’arte col Decameron, non seppe mai liberarsi da codesto suo vizio d’origine. Pure, chi ben osservi, ritroverà più spesso in questi racconti lo scrittore delle Forcianae Quaestiones, rispettoso della virtù femminile e pronto all’elogio della donna, come dimostrano luminosamente la quarta, l’ottava e la quattordicesima novella, e soprattutto la prima, nella quale si narra con grazia impareggiabile il sottile avvedimento con cui madonna Zenobia Buonvisi, la gentildonna lucchese, seppe uscir dal tranello tesole dall’amante e serbare illibato il suo onore, più caro, dice il nostro Lando, della vita stessa. A traverso le pagine del breve volume passano figure d’ogni età, d’ogni sentimento, d’ogni condizione: prelati, cavalieri, mercanti e contadini; gentildonne, massaie, servette e cortigiane; giovani e fanciulle, bambini e vecchi, e tutti con un palpito di vita e di passione, con un sorriso d’ingenuità o di malizia, di sensualità o di candore; ma infine la bontà e l’amore trionfano, mentre la vanità, la prosunzione, la durezza di cuore, la grossolana ingordigia di piacere o di danaro vengono punite col danno o con la beffa.

Povero Lando, chi gli avesse detto che le sue opere erudite, composte con tanto studio e tanta fatica, sarebbero andate disperse sui muricciuoli, come la famosa libreria di don Ferrante, e che dal naufragio si sarebbe salvato soltanto il piccolo libro delle Novelle, chi sa in quali rabbuffi sarebbe incorso; ché egli dice: “era uomo da spezzare per una sola parolina anche la più fida amicizia e da gettarsela dietro le spalle”; ma pure così avvenne perché nell’arte resta soltanto ciò che è composto nel calore dell’ispirazione; mentre il sacco pesante dell’erudito spolvera la sua grigia cenere che sa di muffa e di morto.

Firenze, marzo 1916

Guido Battelli

Nel riprodurre il testo mi son tenuto all’edizione del Bongi (Lucca, 1853; rarissima perché di soli 70 esemplari), variando solo in pochi luoghi l’ortografia e la punteggiatura, per accostarmi all’uso moderno. Ho conservato la consonante semplice in luogo della doppia, dov’era nel testo, perché tale caratteristica dei dialetti dell’Italia settentrionale ci rivela come il Lando fosse nel vero dicendo: “di favella ed accento lombardo, quantunque molto si affaticasse di parer toscano.”»

 

Novella X

 

Nella quale novella s’impara quanto sia mala cosa ad un vecchio il pigliar moglie che giovine sia, e quanto danno ci rechino gli occhi piccioli nelle cose amorose.

 

Fu già nella città di Melano un eccellente dipintore chiamato maestro Ambrogio Fighino, il quale essendo d’anni ormai grave, tolse per moglie una gagliarda donna di pel rosso; e di costei, forse con l’aiuto d’altrui, n’ebbe un figliuolo. Aveva il detto maestro in casa un garzone che apprendeva l’arte del dipingere, che non aveva ancora compiuto i venti anni; un cotal pollastrone tutto spensierato, e cresciuto avanti al senno. A costui pose la moglie del maestro l’occhio addosso, e sì focosamente in progresso di poco tempo l’amò che altro non desiderava che godere di lui, e provare se egli sapesse farle migliori giaciture che non faceva il marito. Il giovane non se ne avvedeva di questo suo amore, o che faceva sembiante di non avvedersene, di che la donna sentiva incomportabil noia. Fatta finalmente alquanto più ardita, incominciò a tentarlo e a stuccicarlo; cotai volte lo faceva ridere e cotai volte lo faceva anche fortemente adirare. Stava costui a lavorare in una camera terrena, dove un giorno la donna entrò, sapendo che ’l marito era uscito di casa né per buona pezza ci aveva a ritornare; e ritrovò che dipingeva una femina e di più incominciava a farle le coscie. Prese di lui la buona femina argomento di motteggiarlo e incominciò a dirgli: “Vedi, vedi, come sei pazzo, poi che tu tenti di far coscie di femine e non sai come elle si sieno fatte; e dove ne vedesti mai tu? chi te le ha mostrate? vedesti tu mai femina ignuda?” Certo non fu mai data la maggiore seccaggine ad uomo alcuno, di quella che diede l’innamorata donna al buon Giannotto (che così chiamossi il giovane di cui io vi parlo). Or costui più e più volte le disse che lo lasciasse stare in pace, acciò potesse compiere il suo lavoro avanti che il maestro ritornasse. Non ristette per questo la donna di molestarlo; lande Giannotto alquanto turbato scese dallo scagno e tirò per ’l mezzo della camera una linea, giurando per la croce di Dio che se ella la trapassasse per accostarsegli punto, le farebbe tal giuoco che se ne pentirebbe. “E che mi farai?” disse allora la maestra; “io vorrò pur vedere quel che mi saprai fare!”; e lasciato da canto il suo figliuoletto che aveva per le mani, prese un salto e trapassò il segno da Giannotto prefisso. In quello stesso tempo, fatto il garzone non so a che modo più ardito, gittolla sopra d’una panca e di quella vivanda le diede che essa giva cercando. Finita l’opra sì affettuosamente da lei ricercata, veggendo omai l’ora tarda e temendo che il marito, il quale n’era geloso, quivi la cogliesse, se ne salì ratta le scale, e il fanciullino ivi rimase. Non passò guari che il maestro ritornò; e volendo vedere che opra avesse fatto il garzone, incominciò il fanciullo a gridare: “non passar, babo, non passar, babo, che Giannotto non faccia a te come egli ha fatto alla mamma”. Storditamente rimase il maestro cotal cosa udendo, e Giannotto per la paura di qualche aspro castigo se ne fuggì, ed allora nacque il proverbio: – Guardatevi donne, dall’occhio picciolo – e maestro Ambrogio s’accorse di non essere stato ben consigliato pigliando moglie giovane, vecchio e cagionevole essendo.

 

31 dicembre 2006

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul Cd-Rom: La Repubblica Letteraria Puntoit, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione la Repubblica Letteraria, 2007

Messo in rete il 14 ottobre 2015


[1] Ireneo Sanesi, Il cinquecentista Ortensio Lando, Pistoia, 1893 (pag. 8). 

[2] P. Aretino, Lettere, Parigi, 1609, (vol. II c. 311).

[3] Nel primo di questi due dialoghi finge che una brigata di umanisti, dopo aver aspramente criticate le opere di Cicerone, deliberino di metterlo al bando, relegandolo nella barbara Scizia, ed ugual pena minacciano a coloro che leggeranno i suoi scritti; nel secondo invece si confutano le accuse mosse all’oratore romano, e si stabilisce d’inviare una commissione a richiamar l’esule, che torna a Roma in mezzo al giubilo universale, mentre gli avversari gli chiedono umilmente perdono.

[4] Delle traduzioni dei Paradossi ricordiamo la latina di Maurizio Seva e la francese di Charles Estienne; delle imitazioni Le Paradoxe contre les lettres di Jean de Tournes (1545) e le Louanges de la folie par Jehan du Thier (1566), le Dieci paradosse degli Accademici Intronati di Siena (1564) e i Paradossi di Gregorio Veratti, che il Sanesi ritrovò m.scritti alla Riccardiana di Firenze (1185.5). Vedi Op. cit. pag. 101.

[5] In fine del Paradossi si firma così: SUISNETROH TABEDUL (Hortensius ludebat); e altrove: SUISNETROH SUDNAL, ROTUA TSE (Hortensiu Landus autor est).

[6] Ecco come descrive sé stesso nel Cataloghi (pag. 18) “Non vi ha parte alcuna nel suo corpo che difforme non sia. Egli è sordo, benché sia più ricco d’orecchie che un asino, è mezzo losco, piccolo di statura, ha le labbra di Etiopo, il naso schiacciato, le mani storte, ed è di colore di cenere, oltre che porta sempre saturno nella fronte”.