Olindo Guerrini scrive a Domenico Gnoli 2016

Ricerca di Fausta Samaritani

Tra le carte Gnoli, conservate a Roma alla Biblioteca Angelica, c’è un quaderno con copie di lettere perdute o alienate, redatto a cura di Aldo Gnoli -  nipote di Domenico - che ha corretto e integrato la trascrizione. Leggiamo quattro lettere di Olindo Guerrini (Lorenzo Stecchetti) che era bibliotecario alla Biblioteca dell’Università di Bologna. Vanno dal 3 giugno 1875 al 24 novembre 1878. Le pubblichiamo integralmente.

I


Bologna, 3 giugno 1875 [ma 1878!]
Chiarissimo signore, la ringrazio della critica garbata e benevola nell’intento, che Ella fa ai miei poveri Polemica (1) nella Nuova Antologia.
Conosco Lei per altri lavori e benedetto il giorno in cui i critici non saranno più la quintessenza dell’ignoranza giornalistica ma, come Lei, avranno a guida nei giudizi lunghi studi e grande amore dell’arte.
Preparo una nuova edizione dei Polemica, che da opuscolo vogliono diventare volume e crescono, ohimè!, anche di impertinenza. La critica che Ella mi fa è la più calzante che io abbia trovato e mi proverò di rispondere allungando la già lunga prefazione che mi trovo aver fatto. In quella dicevo proprio come Lei che queste scapigliature non sono altro che una reazione, la quale non può rimanere nell’arte, ma può infrangere molte catene. Dove invece siamo affatto divisi è in questo; che Ella crede all’arte educatrice ed io non ci credo; almeno ne dubito forte. Credo invece l’arte interprete, conscia o no, dell’ambiente in cui si trova, della società alla quale si dirige, e non mi posso immaginare con Teofilo Gautier che Crebillon (2) abbia fatto la Reggenza ed i piselli facciano la primavera, perché mi par più facile credere che la Reggenza abbia fatto Crebillon e la primavera i piselli.
Ma di queste cose si può parlare un anno, che già tutti rimangono del loro parere.
Piuttosto, ritornerò a ringraziarla ed a chiederle scusa di questi sgorbi scritti fra le seccature e le interruzioni d’ufficio, di questo cane d’ufficio dove mi logoro il fegato. Mi creda con stima


Suo dev.mo
Olindo Guerrini


Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, Ms. 164/3 quaderno di copie
Di mano di Aldo Gnoli: notevole

II


Bologna, 8 giugno 1878
Caro Professore, Ho avuto la sua lettera e la Vita del Belli (3) che conoscevo già, perché sono un antico associato della Nuova Antologia e perché sono fanatico delle cose del Belli. Credo di esser unico nella Emilia che possegga i cinque volumi del Salviucci e li avrò riletti (le cose romanesche, ben inteso) cento volte. Io la invidio poiché le è dato esercitare la critica sopra simili soggetti: io sono ridotto a cibarmi di magro con Guido Peppi (4) ed altri baccalà. L’opuscolo sul Peppi glielo mando, non per altro che per segno del piacere che ho di essere entrato in corrispondenza con lei. La Vita del Belli la conoscevo, ma mi ha fatto un nuovo piacere perché me l’ha mandata l’autore e l’ho riletta da capo a fondo come una cosa ghiotta. Ammiratore del Porta (5), sarei curiosissimo di conoscere il modo col quale il Belli ha fatto romana la maligna bonarietà dell’Ambrosiano. Spasimerei poi di conoscere quelle centinaia di sonetti volterriani ed irreligiosi che Ella annunzia esistere tra i manoscritti del Belli. Se verrò qualche volta a Roma a trovare uno zio paterno che ho alla Direz. della Banca Romana, non le lascerò pace finché non mi sia cavato questa voglia di donna incinta. Ella capirà e scuserà questo mio amore per le cose in dialetto quando le avrò detto che le mie prime armi le ho fatte in dialetto romagnolo. Non è molto che ho fatto un falò di un tentativo di traduzione in dialetto dei Priapeiorum di Petronio Arbitro e di Catullo. Era proprio riuscita una cosa iniqua.
Quanto alla nostra contesa letteraria, sono forse stato troppo dogmatico nell’asserire che ogni effetto educativo sia impossibile nell’arte; certo non volevo affermare così assolutamente un simile sproposito. Non nego che l’arte possa avere degli effetti educativi, ma di qui alle commedie a tesi, agli Atta-Troll (7) poeti tendenza, a quella specie di obbligo che si vorrebbe adesso imporre a tutti quei disgraziati che adoperano la penna, di aver sempre davanti agli occhi la patria, l’umanità, la questione sociale, e la moralità degli studenti di liceo, ci corre molto. Che effetto educativo può avere l’Ariosto, o il Boccaccio, o il Catullo, o Anacreonte? Ella vorrebbe forse sostenermi che senza il Gioberti non ci sarebbe stato il 48? Che senza Pindaro non ci sarebbero stati i giuochi in Olimpia? No certo. Sicuro che un effetto anche l’arte lo ebbe, ma perché furono a loro posto, nel loro tempo ed espressero le idee che attingevano nell’ambiente nel quale vivevano. Volere che oggi scriviamo sulla falsariga del Foscolo, del Parini, del Giusti, che copiamo gli inni Sacri del Manzoni o la sua morale cattolica non è un anacronismo? Ella mi dirà che non pretende questo, ma io le risponderò che a Milano gli studenti dell’Istituto Superiore guidati da quel completo comico che è Paolo Ferrari (8), vanno in pellegrinaggio alla casa del Manzoni, si sciolgono in lacrime davanti al suo calamaio e come Annibale giurò odio a Roma, i poverini stendono la destra sul cappello di paglia dell’illustre morto e giurano odio eterno al verismo e fede immutabile alla morale cattolica. Passeranno all’esame è vero e sta bene. Ma mi pare che i professori dovessero esser schiacciati loro.
Ella mi dirà che la Marsigliese è stata una gran vincitrice di battaglie e che l’effetto educativo non può avere più bella prova. D’accordo; solo io non credo che la Marsigliese abbia fatto la rivoluzione, ma viceversa. Fanno il loro effetto i fiori e da loro ci accorgiamo che viene il Maggio, ma non sono essi la causa del Maggio. L’effetto dunque dell’arte non può essere secondo me che riflesso; non ci può essere insomma se prima il tempo non fa l’arte, se la società non fa gli artisti. Ella non può immaginarsi Berchet nel 1600 e Berchet ai suoi tempi e colla sua arte ha fatto molto. Ma prima i suoi tempi hanno fatto lui.
Ora come vuole che l’arte possa avere qualche effetto se si pongono delle colonne d’Ercole, se dopo il Manzoni si grida has ultra metas ecc.? Rinnoviamo l’arte come il nostro tempo la vuole, spezziamo le catene, cacciamo in bando i pregiudizi. Quando ci saremo accomodati l’istrumento, verrà chi se ne saprà servire, chi dopo i nostri sforzi inani per liberarci saprà liberarsi davvero. Ma coll’arte vecchia, nessun effetto potremo avere adesso. Lo scrittore è una fabbrica, Ella dice: compra la lana e la trasforma in panni. Sia pure; ma se lo scrittore compra la lana del materasso di Manzoni per farne della stoffe come usavano cinquant’anni fa, la fabbrica fallisce perché tutti compreranno piuttosto la stoffa forestiera, perché l’arte del fabbricare non ha in questo caso alcun effetto, per quanto si provi di fargliene avere uno educativo.
Le dicevo che il momento presente è di reazione contro gli strascichi del romanticismo che venne dopo Napoleone I. Reazione contro la castità morbosa delle risurrezioni medioevali dello Schlegel (9), contro qual non so che di frugoniano che ci ha lasciato addosso il 48, tutto insomma adesso è reazione. Si eccede, Ella dirà, ed io non lo nego; ma in battaglia non ci si va in guanti bianchi. Questa reazione non può rimanere tale e quale nell’arte, ma è scusabile in quanto tende a rinnovare l’istrumento di cui ci serviamo, in quanto tende a sostituire alla cetra, ai liuti ed alle altre antichità, un istrumento che piaccia in questi anni, a questi uomini, a questa società. L’istrumento sarà peggio dei vecchi? Che farci? La colpa è del tempo che ha le orecchie stonate, la colpa è vostra (non di quelli che fanno poesie caste, badi bene) è vostra, uomini della generazione passata che avete preparato così quelli del presente.
E perché sono, non dirò oscene, ma molto libere le poesie nuove? Reazione. L’Elvira di Lamartine (10) è morta, perché adorare una larva? Perché nella donna non voler conoscere, non voler cantare che la parte ideale, escluderla affatto come essere vivo che oltre l’idea ha anche la carne indosso? Lì dove era il debole della vecchia scuola, dove era il purismo, il gesuitismo (scusi la parola) la frigida impossibile castità, lì insiste la scuola nuova. Trovato il debole della corazza, i colpi vi sono diretti. E badi che questa che adesso a molti sembra una risurrezione dell’Aretino (11), una ribellione ai principi più sacri della ipocrisia sociale, è stata fatta in Francia trent’anni fa e prima. Non parlo dell’Heine (12) ma nei Xenia di Goethe (13) ce ne sino di quelli che da noi fanno arrossire i pudicissimi appendicisti dei giornali ed in Germania sono letti tranquillamente dalle signore. Altrove questa rivoluzione contro il Cant [sic!] inglese che faceva venire l’itterizia al Bayron è stata fatta, e nessuno più ci pensa. Da noi guai a dire che una donna ha le gambe ben fatte! Non vogliamo mica che sia traducibile in italiano  la Guerre des Dieux del Parny (14) ma che lo possa essere Mademoiselle de Maupin (15). Conosce Ella la umoristica prefazione del Gautier a questo libro? E’ paradossale, ma vi sono tante belle verità!
Vedo che le scrivo un volume e non una lettera. Il bello poi è che io sono pigrissimo nella corrispondenza. Come diavolo ha fatto lei a farmi scrivere tanto?
Concluderò dunque che secondo me l’arte non può avere che un effetto riflesso, e questo poi non può essere grande altro che in certi momenti sociali e rarissimi. Effetti grandi od anche mediocri dell’arte che si possono riscontrare nella storia di una Nazione si possono contare sulle dita, ed anche in questi casi l’artista è piuttosto un interprete del suo tempo che altro. Spessissimo poi un cattivo artista ha attinto in una data situazione una ispirazione che poi non ha più saputo ritrovare. Guardi Rouget-de-l’Isle e la Marsigliese (16). Berchet (17) che ha avuto molto effetto sulle nostre rivoluzioni come artista non vale poi molto. Sono le idee di tutti chiuse ne’ suoi versi, qualche volta deboli, che hanno fatto effetto presso di tutti. L’arte ce ne ha colpa sino ad un certo punto. Dunque effetto riflesso e poco. Questo effetto impossibile ad ottenere ormai coll’arte della generazione che ha fatto l’Italia. Di qui una reazione che esagera in senso contrario i più gravi difetti di questa scuola. Questa reazione noi la facciamo quasi inconsciamente; non vediamo nemmeno ben chiaro dove ci condurrà: ma sentiamo il bisogno di reagire, di liberare l’arte da una quantità di pastoie sentimentali; guelfe, giottesche che non sono più di questo tempo.
E creda che ciò è tanto vero, che i nostri libri li leggono. E badi non li leggono mica perché siano osceni: gliene potrei indicare molti e molto più osceni dei miei che non trovano un cane che li compri.
Dunque, questa reazione non esce dal campo dell’arte, dunque in arte ha una ragione di essere, dunque è perfettamente ridicolo rinnovare i giuramenti di Annibale sul cappello di paglia di Alessandro Manzoni.
Quanta roba ho scritto? Ci si raccapezzerà Ella in queste zampe di gallina? Ho scritto ex abundantia cordis, come vien viene, e chi sa quanti spropositi mi saranno fuggiti. Non ho il coraggio di rileggere questa predica.
Mi scusi se le ho inflitto il tormento d’arrivare fin qui. Mi conservi la Sua benevolenza e mi creda


Suo Amico
O Guerrini


P.S. Avrei anche tanto da dire! Ella dice che chi parla in prima persona deve essere giudicato come si dipinge. Adagio. Se scrive le Sue memorie, lo ammetto; ma intendiamoci bene sulla parola vero. Quando la Marini recita la Messalina (18), è vera, è artista somma, interpreta sublimemente il personaggio e parla in prima persona. Dirà lei che abbiamo perciò diritto di credere la Marini una Messalina? Schiller è grande nell’atroce Francesco de’ Masnadieri; dovremo credere che fosse così anche l’autore? E perché lo Stecchetti è interpretato discretamente dal Guerrini, dovremo credere quest’ultimo un porco? Non c’è più carta!

Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, Ms. 164/3 quaderno di copie
Di mano di Aldo Gnoli: notevolissima da pubblicare

III


Bologna, 7 novembre 1878
Carissimo Professore,
La ringrazio delle buone parole che ella mi scrive nella sua lettera del 2 corr. e rispondo un po’ breve perché, un poco la venuta del Re, un poco l’apertura delle scuole, mi rubano il tempo.
Non ho alluso a lei in nessun passo della prefazione (19); quando parlavo con lei, l’ho detto: le aggiungo che, dopo che ebbi fatto la sua conoscenza, avrei voluto parlare di lei non come di un avversario ma come di un amico: come ella sa, la prefazione era già stampata quando ci vedemmo.
La questione nostra è precisamente quella della precedenza tra l’uomo e la gallina: nessuno saprà mai se Tirteo (20) sia la causa delle vittorie spartane, o se le guerre d’allora, quello insomma che chiamo l’ambiente, abbiano sviluppato l’ingegno di Tirteo. Abbiamo un po’ ragione tutti e due, ma ella comprende che la prefazione non è diretta a chi ragiona con conoscenza di causa come lei, ma a tutti quei botoli ringhiosi che scompisciano le appendici de’ giornali col pretesto di far della critica morale e civile.
Finora quelli che sono stati toccati nel vivo, tacciono. L’edizione è ormai esaurita ed i suddetti scompisciatori non si fanno vivi. Questo mi secca molto perché il Carducci avrebbe risposto a tutti e chi sa che botte da orbo avrebbe dispensato. Ma speriamo che i Rizzi (21), i Bersezio (22) e gli altri profondi critici scendano finalmente dal monte Sacro.
Quanto alla internazionale, io ho tutto da perdere e nulla da guadagnare, eppure, lasciando a parte il petrolio e la forca, mi pare ormai il partito più ragionevole che ci sia, perché vuole qualche cosa, mentre tutti gli altri non sanno uscire dalla rettorica e dal curialismo. Ma sono di quelli che stanno a vedere, finora. Mi conservi La Sua benevolenza e mi creda Suo amico


O Guerrini


Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, Ms. 164/3 quaderno di copie
Di mano di Aldo Gnoli: notevole

IV


Bologna, 24 Nov. 1878
Cariss. – Zanichelli qui presente mi giura per tutti gli Dei dell’Olimpo che il mio libro esce alla luce prima della fine del mese, quindi non mi resta che ringraziare, e ben di cuore, lei e il Protonotari (23). Sono tornato alla mia biblioteca e se metto assieme qualche cosa, busserò alle porte della N. Antologia.
Se Passamante (24)avesse avuto in tasca il Postuma, che trionfo per voi altri! Invece (oh, l’influenza della letteratura!) aveva in tasca un volume del Giannetto (25)!
Scusi la fretta ed accetti una buona stretta di mano dal suo amico


O Guerrini


Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, Ms. 164/3 quaderno di copie

Nove, tra lettere e cartoline postali, in originale, scritte da Olindo Guerrini a Domenico Gnoli, si conservano alla Biblioteca Angelica (Gonli, Autografi, Ms. 83/1). Alcune le riassumiamo brevemente, di altre trascriviamo alcuni passi, di altre infine diamo la trascrizione completa.
Il 7 gennaio1879 Guerrini scrive: “Prima di tutto, se non le dispiace, lasciano il lei ed il voi. Darò l’esempio io. […] Appena esco d’ufficio parlerò allo Zanichelli, e cercherò anche l’introvabile Carducci. Starei sempre con lui, ma le nostre abitudini ci allontanano sempre. L’inverno io sto in casa e egli esce. L’estate viceversa; e dopo tanta benevolenza che egli ha per me, e dopo tanta affezione che io ho per lui, ci diamo sempre del Lei!” L’11 gennaio chiede a Gnoli un foglio della “Nuova Antologia” con una bibliografia; il 14 ottobre 1880 gli annuncia un articolo, che lo riguarda, in uscita sulla “Lega della Democrazia”; il 1° dicembre 1881 gli parla del catalogo della Biblioteca dell’Università di Bologna che è a schede mobili; il 16 febbraio 1886 ringrazia per il libro di versi di Domenico Gnoli, fresco di stampa, appena ricevuto; il 26 marzo 1886 gli chiede, con confidenza, notizie sul  distributore di libri Tenneroni e Martire; il 25 gennaio 1887 risponde a richiesta di informazioni su un funzionario di biblioteca; senza data, informa di un progetto che riguarda la schedatura della biblioteca. Questa lettera, non datata ma presumibilmente scritta nelle prime settimane del 1879, è stata ampliamente sottolineata a matita dallo Gnoli:

V

Mio caro, non solo capisco come possa accadere un silenzio come il tuo, ma ti prevengo che qualche volta invocherò l’esempio, non essendo il mio forte la corrispondenza epistolare.
Sei curioso però a riserbarti la libertà di critica! Non ti ricordi più che appunto da una tua critica è venuta la nostra conoscenza? Tu sai per prova che mi cavo il cappello alle critiche da galantuomo.
Mi scrivesti, tempo fa, di parlare allo Zanichelli a proposito del tuo volume. Lo feci, ma capii troppo bene che egli non abbondava in buona volontà e non osai di scoraggiarti; non sapendo del resto quel che era stato stabilito fra voi altri. Io gli darò la tua lettera aperta e difenderò la tua causa, ma bada che io presso di lui non sono avvocato influente. Piuttosto il Carducci lo può vincere.
Chi mi ha canzonato a proposito della Accoramboni (26) non è stato il Quadrio (27), del quale ti dissi, mi pare, che non mi fido mai, ma il Mazzucchelli (28) che approva il Quadrio. Ti ringrazio della notizia. Il tuo libro lo conosco, o meglio lo conobbi quando venne alla luce e nello scrivere il mio ne avevo più una idea chiara.
Vidi le tue barbare nella Illustrazione e mi piacquero. Nella questione metrica però io non sono molto forte e mi lascio guidare piuttosto dall’orecchio che dallo schema, benché anch’io mi sia fatto uno schema quando barbareggiai. Tutto stà a farne adottare uno, o piuttosto una legge generale che sia immutabile.
A questo proposito guarda le poesie del Mascheroni (29) stampate dal Le Monnier. Ci devono essere degli esametri non ricordati da nessun critico, ch’io sappia.
Che cosa faccio io? Mi sento floscio e scoraggiato. Scrivo un articolo noioso pel Propugnatore. Non può andare nell’Antologia perché è di una pesantezza, di una pedanteria feroce.
Raccolgo per l’Antologia qualche cosa sopra Tullia d’Aragona (30). Mi sai tu indicare qualche fonte o qualche ripostiglio al di fuori  dei libri di comune erudizione come il Mazzucchelli, il Tiraboschi (31) etc.?
Ho scritto a Firenze dove credo ci siano alcune lettere inedite.
Amami, mio attivo Professore, e non invidiare per carità gli ozi del tabaccaio che sono un poco anche i miei.


Tuo Amico
O Guerrini


Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, Ms. 83/1
Appunti di mano di Aldo Gnoli: Volumi pel Zanichelli Accoramboni metri Barbari Mascheroni scoraggiamento

Da “Nuova Antologia” (1° giugno 1878, pp. 567-572). Polemica. Versi di Lorenzo Stecchetti, Zanichelli, 1878.
[…] Da buon cavaliere, egli non rimpiccolisce con pettegolezzi un’alta questione di moralità e d’arte, ma dichiara che non parla di persone mai. Non per odio d’altrui né per disprezzo. E lo stesso ripeto nello esprimere certe idee che mi passarono per la mente leggendo questi sui versi. Che se piglio occasione dallo Stecchetti, intendo però discorrere generalmente di certe nuove tendenze dell’arte, le quali oggi sono in parte rappresentate da lui: non già perché egli avanzi gli altri nella immoralità, che in questo c’è chi può dargli de’ punti, ma perché egli supera gli altri nella squisita eleganza delle forme poetiche. […]
Un volume di versi dove l’autore parli di sé, si ha il diritto di prenderlo come un ritratto in fotografia, se non di tutta la persona, per lo meno della testa del poeta. […]
Un tempo il cortigiano galante e scettico espresse in sonetti l’amor platonico, poi l’abate tabaccoso pasturò le agnelle e cantò Filli e Clori pei monti e le pianure d’Arcadia, poi il filosofo volterriano levò inni mistici ai misteri della Fede; ed oggi, chi di noi non conosce un qualche studente beneducato, che nei versi bestemmia peggio d’un carrettiere, qualche giovine morigerato e salutista che mesce il vino coll’acqua, e in poesia simula gli sguaiati contorcimenti dell’ubriachezza, un amante che trema sussurrando una parolina tenera ad una giovinetta pudica che ha in animo di far sua, e uno sposo fedele tutto famiglia e figli, che cantano di scomposti amorazzi, la vaga venere, le convulsioni febbrili de’ sensi?
E così fa lo Stecchetti, e lo dice: ma se anche non lo avesse detto, non era difficile immaginarlo: ché dove è senso gentile della forma, non suol mancare la gentilezza dell’animo. Egli soffre, lavora, ama, pende sulla cuna de’ suoi figli che sono la sua fortuna, la sua speranza, la sua fede, geloso del decoro domestico, fedele alla religione de’ sepolcri.  Oh se egli ci avesse dato un vero ritratto di sé! Tra le sue poesie non ne mancherebbero, forse, alcune più o meno sensuali, ma poco importa: perfino il Parini ne ha. Quel che importa, è che la sensualità non sia il primo, quasi l’unico pensiero della vita, che non affoghi ogni nobile sentimento.  Ma invece di ritrarre se stesso egli ha ceduto alle teoriche, e tutta quella poesia interna che non poteva non commuovergli la fantasia, che gli chiedeva la veste del verso, egli l’ha ricacciata dentro, e ha voluto sdraiarsi avanti al pubblico fra un mezza dozzina di Donne scollate fino alle ginocchia. Perché non ha cantato que’ suoi cari affetti? Per non portarli a processione. Perché ha portato a processione questi altri? Teoriche!
[…]

D. Gnoli

Olindo Guerrini (Forlì 1845-Bologna 1916). Insofferente alle regole rigide, uscì dal collegio al secondo anno di Liceo e trascorse un periodo di scioperataggine. Si laureò in Legge a Bologna. Assunto alla Biblioteca Universitaria di Bologna ne divenne direttore. Nel 1877 pubblicò i versi crudi di Postuma, attribuiti a un Lorenzo Stecchetti, morto di tisi. Scettico, anticonformista, disincantato, socialisteggiante, fu suggestionato dalla Scapigliatura, in particolare da Emilio Praga, ma anche da Baudelaire. Il libro ebbe 32 edizioni. Rifiutava il cattolicesimo liberale e si mostrava aperto ai piaceri dei sensi. Pubblicò Polemica e Nuova polemica, con altri versi provocatori e anticlericali. Nell’opuscolo Del verismo, 1880, espose la sua personale poetica, intesa come forma di smascheramento delle ipocrisie e dei falsi pudori. Croce lo definì nel 1904 un “bonario canzonatore”. Ha curato l’edizione di Versi di Guido Peppi poeta forlivese del secolo XV, 1878.
(Note e trascrizione a cura di Fausta Samaritani)

24-31 marzo e 3 aprile 2016

Opere di Olindo Guerrini

Per piacere, rispettate il mio lavoro e non copiate

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

(1) Domenico Gnoli, Polemica: versi di Lorenzo Stecchetti. Bologna, 1878 (“Nuova Antologia”, giugno 1878, p. 567).

(2) Claude-Prosper Crebillon (1707-1777), autore di racconti e romanzi licenziosi. Subì il carcere e l’esilio. Ha uno stile elegante e garbato, carico di finezza psicologica.

(3) Gnoli aveva pubblicato sulla “Nuova Antologia”, Il poeta romanesco G. G. Belli e i suoi scritti inediti nei numeri di dicembre 1877 e di gennaio 1878.

(4) Guido Peppi poeta forlivese del secolo XV.

(5) Carlo Porta (1776-1821) poeta dialettale milanese, caratterizzato da ostentato realismo.

(6) Petronio Arbitro, autore del Satyricon, tradotto dal Fanfani.

(7) Atta-Troll, pseudonimo di Felice Cameroni, critico lombardo. Altri suoi pseudonimi: Pessimista, Stoico, Asso.

(8) Paolo Ferrari (1822-1889) commediografo. Il suo è un teatro borghese, moralistico, a tema.

(9) Friedrich Schegel (1772-1829) filosofo, critico, traduttore.

(10) Alphonse-Marie-louis de Lamartine (1790-1869), romanziere, poeta romantico, uomo politico. Graziella, racconto.

(11) Pietro Aretino (1492-1556) letterato, scrittore caustico.

(12) Henrich Heine (1797-1856) poeta, esponente del secondo romanticismo.

(13) Goethe. D. Gnoli nel 1875 tradusse due liriche di Goethe: Fuga d'ale e Onomasticon.

(14) Évariste Désiré Parny de Forges (1753-1814), scrittore francese. In versi elegiaci canto la fanciulla creola che gli fu impedito di sposare. Autore di operette libertine e del poema irreligioso La guerre des dieux anciens et modernes, in cui si mescolano empietà e erotismo.

(15) Théophile Gautier (1811-1872), pittore e scrittore. Romanzo Mademoiselle de Maupin.

(16) Canto della Marisgliese, oggi inno nazionale di Francia.

(17) Giovanni Berchet (1783-1851) poeta romantico. Con altri fondò "Il Conciliatore". Dopo i moti del 1821 andò in esilio a Parigi e a Londra.

(18) Angela Beseghi Marini (1837-1918) attrice. Nel 1870 fu scritturata dal Bellotti Bon nei ruoli di "madre caratteristica", in parti anche comiche.

(19) Postuma di Guerrini

(20) Tirteo (secolo VII a. C.), poeta elegiaco. Con i suoi versi animò gli spartani, in guerra contro la Messenia.

(21) Giovanni Rizzi (1828-1889), critico letterario. Polemico con Carducci e con Stecchetti e con gli scrittori veristi della luciferina industria elzeviriana dell'editore Zanichelli.

(22) Vittorio Bersezio (1828-1900) critico letterario e autore teatrale. Le miserie 'd Monsù Travet (1863). Autore di romanzi a sfondo sociale. Deputato della Sinistra.

(23) Francesco Protonotari (+1888) insegnò Economia politica Università di Pisa e di Roma. Direttore della “Nuova Antologia”. Nel 1878 trasferì a Roma la sede della rivista.

(24) Passamante, anarchico che attentò alla vita del Re.

(25) Giannetto il noto romanzo pedagogico di L. A. Parravicini (1837) che narra di una ragazzo discolo, ricondotto alla normalità attraverso espedienti che lo inducono a riflettere.

(26) Vittoria Accoramboni. Gnoli sulla “Nuova Antologia” (luglio 1867) ne aveva parlato in Storia del secolo XVI.

(27) Emilio Quadrio (1858-1933) editore e poeta. Vicino agli ambienti della Sinistra lombarda.

(28) Gian Maria Mazzucchelli (1707-1765) scrittore. Concepì il disegno di una monumentale raccolta di biografie di autori di letteratura italiana. Uscirono i primi 6 volumi (lettere A e B), migliaia di schede della lettera C rimasero manoscritte. Creò un museo di minerali e di vegetali. I suoi manoscritti sono conservati alla Biblioteca Vaticana.

(29) Carlo Mascheroni (+1868), giornalista e romanziere del secondo romanticismo, autore di vari romanzi: I Neri, Le due Claudine, Le complicità di un brougam, Gli ostaggi.

(30) Tullia d’Aragona (1510 c. – 1556), cortigiana e letterata. Si vantava di essere figlia del card. D’Aragona. Adorata da Tasso e dal Molza. Scrisse, in 36 quadri, la leggenda di Guerrino, tratta dallo spagnolo, e compose Rime in stile petrarchesco.

(31) Gerolamo Tiraboschi (1731-1794), storico della letteratura italiana, gesuita. Direttore della Biblioteca Estense di Modena, compilò la monumentale Storia della Letteratura Italiana in 9 volumi (1772-1782), ampliata a 16 volumi (1787-1794).