Burle e pedalate stecchettiane del bibliotecario Olindo Guerrini 2001

di Luigi Maria Reale

Lorenzo Stecchetti: questo è il nome che hai voluto consegnare alla storia, pubblicando nel 1877 Postuma. Canzoniere di Lorenzo Stecchetti, nella collezione elzeviriana Zanichelli _in contemporanea delle prime Odi barbare del Carducci _e nel 1903 il volume complessivo delle Rime di Lorenzo Stecchetti, la più ampia raccolta delle tue poesie. Un nome che per i nostri bisnonni aveva il significato delle letture proibite e suscitava scandalo; ma che aveva anche il potere di favorire languide passioni e che rimarrà stampato nella memoria gozzaniana, fra le magiche nostalgie del secolo di nonna Speranza:

Perché nella tua favola compianta

_Renzo Stecchetti, musa prediletta

dello scolaro e della femminetta_

resusciti un passato che m'incanta?

Tu mi ricordi l'ottocento e ottanta,

mi ricordi la mamma giovinetta

che ti rilegge e ti ripone in fretta;

e intorno un Maggio antico odora e canta.

Caro Olindo Guerrini nato a Sant'Alberto di Forlì nel 1845, nella Bologna carducciana del secondo Ottocento, tu sei fra le personalità letterarie più caratteristiche di quel periodo, che proprio nel patriarca Carducci (familiarmente divenuto el Cardozz in Romagna) trova il suo emblema. Sei un tipo dall'apparenza normale, per qualche tratto addirittura borghese, che di mestiere fa il bibliotecario all'Università. Hai il vizio di fumare perennemente la pipa, una passione eccentrica per la bicicletta e un'altra per la fotografia. Di più, hai una bella moglie, Maria, e due figli eccezionali, Lina e Guido. Insomma, sei proprio un uomo fortunato e soddisfatto (oddio! lo stipendio è basso, ma si tira avanti…).

La grande goliardia bolognese degli anni Sessanta e Settanta ti annovera fra i suoi protagonisti: per tutti sei fin dall'inizio Lorenzo Stecchetti. Così hai voluto e tale rimarrai, nonostante le tue ulteriori incarnazioni letterarie: "Mercutio", "Argìa Sbolenfi", "Bepi". Veramente, come si dice, hai versato fiumi d'inchiostro, in giornali e riviste, strenne natalizie, almanacchi, numeri unici, in qualche centinaio di opuscoli e in decine di libri. Hai scritto in lingua e in dialetto (romagnolo e veneziano) poesie, novelle, elzeviri, saggi. Non ti manca nulla per essere proprio un letterato del tuo tempo.

Quando nel 1877 l'editore Zanichelli pubblica Postuma. Canzoniere di Lorenzo Stecchetti, i bolognesi dell'entourage carducciano sanno bene che si tratta di una finzione letteraria del bibliotecario Olindo Guerrini, di una parodia della poesia dei cosiddetti "Scapigliati degli anni Sessanta". Il nome Stecchetti risente di questi versi funerei di Praga:

Quando sarai nel freddo monumento

immobile e stecchita

e di certo decadentismo francese.

Il volumetto dei Postuma inaugura la "Collezione elzeviriana" dello Zanichelli. È il nuovo fascino del formato tascabile per i libri di poesia, con un'eleganza ricercata nella confezione tipografica. Una moda letteraria portata al culmine della raffinatezza da quello che è senza dubbio il più grande interprete di una stagione editoriale irripetibile, dalla fine degli anni Settanta alla prima metà degli anni Ottanta dell'Ottocento: Angelo Sommaruga. Sua la celebre "Roma bizantina", alla quale Guerrini collabora con assiduità dal 1882.

La tua poesia è all’insegna della contraffazione dei modelli letterari e delle mode linguistiche. La mia indole è quella di un buonario canzonatore, hai scritto una volta in una lettera a Benedetto Croce, da Bologna, il 2 febbraio 1905. E non ti sei mai smentito. Hai fatto persino la parodia di te stesso:

Eccoti, o gran Stecchetti, coi bugiardi

tuoi vizi, imitazion d’imitazione,

che devi la tua fama a un falso morto!

Non è verismo il tuo, ma vitupèro.

Tu nelle carni marce e sanguinanti,

fingendoti vampiro, affondi l’ugna

e ti compiaci de’ solinghi amanti

descriver tutta la nascosa pugna.

Celebrar le baldracche ed i birbanti

alla tua sporca Musa non ripugna,

e Dio bestemmi e fai le fiche ai santi

pien di birra e di vin come una spugna.

Ti fingi virtuoso e ti presumi

che del pubblico l’occhio temerario

ad indagar non giunga e tuoi costumi,

e velando col tuo riso bonario

l’avidità per cui tu ti consumi,

cerchi di diventar bibliotecario.

Col dare vita, anzi morte allo Stecchetti, hai creato un modello poetico, lo "stecchettismo", che ha avuto nel giro di un decennio numerosi ripetitori, alcuni al limite del buon gusto, mentre tu, bisogna dirlo, sei stato sempre un uomo di gusti raffinati. E sicuramente un buongustaio. Da vero conterraneo di Pellegrino Artusi – che era nativo di Forlimpopoli, ma scriveva in un toscano-fiorentino che Piero Camporesi ha definito leggermente irreale – hai onorato sempre l’arte del mangiar bene e per questo hai desiderato concludere la tua carriera poetica… con un libro di cucina: L’arte di utilizzare gli avanzi della mensa (1916).In effetti, è la tua ultima grande burla, contro un’altra moda linguistica imperante, quella del gergo culinario intriso di francesismi. La tua ricetta del Grillò abbragiato, inventata di sana pianta e comunicata ad Artusi come se fosse del piemontese Vialardi, è un ircocervo linguistico, degno della migliore tradizione delle nostrane parodie: La volaglia spennata si abbrustia, non si sboglienta, ma la longia di bue piccata di trifola cesellata e di giambone, si ruola a forma di valigia in una braciera con butirro […].

Quanto ti sei divertito a farne di simili, innocenti scherzi. Quanto avrai riso a pensare che qualcuno ti poteva credere sul serio e prendersela a male. E pensare che almeno tu lo facevi per scherzo, mentre c’era chi lo faceva sul serio.

Correva l’anno 1885. Si usava allora, come omaggio nuziale, dare alle stampe qualche rarità bibliografica. Tu, volpacchione, eri riuscito a scovare chissà dove nove lettere inedite dell’avvocato Pietro Brighenti di Bologna, mandate dal giugno all’ottobre del 1825 ad un tale Domenico Albertazzi di Modena, nelle quali si parlava addirittura di Ugo Foscolo e di Giacomo Leopardi, oltre a curiose notizie su personaggi bolognesi. L’opuscolo contenente queste perle rare fa il giro dei letterati d’Italia; viene recensito dalla "Rivista critica della letteratura italiana" di Firenze e dal "Giornale storico della letteratura italiana" di Torino. Ma sarà proprio quest’ultimo a svelare l’arcano: […] cotesta pubblicazione è una solenne corbellatura […]. Coteste lettere sono falsificate di sana pianta dal Guerrini. Che matte risate ti sarai fatte dietro alle falsificazioni di inediti leopardiani che circolavano in quegli anni (le ha studiate Sebastiano Timpanaro, in un bel saggio del 1966) o ripensando alla "marachella" di Luigi Capuana, che spacciava come canti popolari di Mineo (Sicilia) i versi scritti da lui nel dialetto di quella città, su imitazione dei ritmi etnici, accolti come originali da Lionardo Vigo, nella sua Raccolta amplissima di canti popolari siciliani del 1870-74. Così hai voluto farne una bella anche tu. Peccato che è stata burla proprio d’un momento, una vera goliardata, a paragone di quella dell’enigmatico "Codice Bardera", che stravolgeva la tradizione delle rime di Dante e della poesia italiana del Due-Trecento, creato ex nihilo da Ernesto Lamma nel medesimo anno 1885 e accreditato però con autorevoli avalli per un trentennio. Ma tu, volpone di un Olindo, te n’eri forse già accorto, se ironeggiando sull’Appressamento della morte, inedito giovanile del Leopardi, ritrovato per caso e pubblicato da Zanino Volta, ti divertivi a scrivere:

È proprio del Leopardi? A questi lumi di luna siamo tanto avvezzi alle gherminelle letterarie e paleografiche, che questa è la prima domanda da fare. Chi è oramai quel letterato che non abbia commesso qualche marachella di questo genere? Io, per conto mio, oltre quel che è noto al pubblico, ho parecchi altri peccatacci sulla coscienza e, se volessi dirlo, c’è qualche poesia del 1300 a questo mondo che io ho visto nascere, crescere, trovar spasimanti ed amanti e peggio.

Quanto poco bastava a rendervi felici, ai tuoi tempi. Ma l’allegria era proprio nel tuo carattere, quel carattere forlivese, romagnolo autentico. E a tuo figlio Guido scrivevi un giorno:

Cerca dunque di ereditare da me, non solo le tenute di Bertinoro […], ma quel buon umore intimo e ragionevole che fa sopportare senza sforzo le piccole contrarietà. Non dico delle grandi […] [ma] le piccole seccature della vita […]. A che serve rodersi il fegato per questo? Domani non ci si pensa più!… Sta sano e di buon umore; al resto c’è sempre rimedio.

E sì, è meglio divertirsi, fare una bella corsa in bicicletta, dimenticarsi delle brutture di questo mondo. Tu odiavi i ciclofobi, li chiamavi così, quelli che detestano il ciclismo. Eri un ciclista vero, tu, non come Oriani che passeggiava a piedi in abito da ciclista, motteggiava il tuo amico Antonio Pezzoli. No, il buon Edmondo De Amicis scriveva di te all’altro tuo amico per la pelle Corrado Ricci: […] il Guerrini, probabilmente, va pedalando per l’Italia. O no, detestavi gli affetti da ciclofobia, gli amatori della vita sedentaria, nei quali il fegato ingrossa e secerne la bile del misoneismo e della ciclofobia. E poi, se non avessi corso in bicicletta, come saresti mai riuscito a scandalizzare ancora una volta i benpensanti, per bocca della tua "Argìa Sbolenfi"?

[… ] io son beata e un fremito m’assale,

mi avvolge un’onda di piacer sovrano

quando vengo stringendo il trionfale

manubrio in mano.

Io son beata allor che fra le gambe

sento il rigido ordigno e in quegli istanti

tendo le coscie e l’agitar d’entrambe

lo spinge avanti!

Luigi Maria Reale

Luigi M. Reale, Elzeviro Stecchettiano. Cartigli Gozzaniani. Variazioni su Olindo Guerrini e Guido Gozzano, Perugia, Ed. Guerra, 1997. Umberto Pagani, Olindo Guerrini uomo e poeta. Originalità e debiti, Ravenna, Ed. del Girasole, 1996. Claudio Marabini, Stecchetti familiare, in "Nuova Antologia", vol. 488 (1963), pp. 449-462.

5 gennaio 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

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