Versi caustici, sfacciate pasquinate

Nicolò Franco contro tutti

Nicolò Franco contro tutti

Ricerca di Fausta Samaritani

 

Scriveva Pietro Aretino da Venezia, al Varchi, il 7 dicembre 1537: «Messer Nicolò Franco, che dopo me sarà un altro me, il quale non pur si degna scrivere [cioè, di copiare] le cose mie, ma di viversi con meco in casa sua ancora [cioè, come se fosse in casa sua], ha composti cento sonetti dei quali io vi mando i quattro qui sottoscritti, solo perché vediate con che bel modo e con che altezza non calpesta la via comune.» I rapporti tra Pietro Aretino e Nicolò Franco erano allora molto stretti e l’intesa tra i due era perfetta. Grazie alla buona conoscenza del latino _ che l’Aretino poco o nulla conosceva _ e ad una intelligenza pronta e vivace, Nicolò era stato scelto dall’Aretino come aiutante di studio. Maestro e garzone avevano gli stessi gusti letterari; possedevano una innata attitudine ad indagare e a riferire, senza reticenze e senza veli, le verità più scottanti, segrete e delicate; erano insofferenti ad ogni freno ed abili nello scrivere, in versi e in prosa, lanciando dardi avvelenati sui costumi dei loro contemporanei. Avevano pochi amici e soprattutto molti nemici: erano due male lingue, con la vocazione alla ricerca dei difetti degli altri.

 

  Edizione Carabba del 1916, nella Collana Scrittori italiani e stranieri

I due fratelli beneventani Vincenzo e Nicolò Franco erano figli di un bifolco. Nicolò era nato il 13 settembre 1515. Poiché erano rimasti orfani in giovane età, come racconta Nicolò nel suo romanzo La Philena, Vincenzo, il maggiore, aveva assunto il ruolo di capo famiglia. Irrequieto ed errabondo, Nicolò pagò cara la sua irrefrenabile mordacità e finì sulla forca, a marzo 1570, all’età di 55 anni, per aver scritto epigrammi e sonetti contro i nipoti di Paolo IV, quando era a Roma, ospite del cardinal Morone. Questi due nipoti del papa, il duca di Palino e il cardinal Carafa, erano stati processati e giustiziati; ma il papa Pio V riabilitò il cadinal Carafa e condannò a morte sia il cardinal Morone, sia il povero Nicolò Franco. Il nostro libellista fu tradito soprattutto dai sonetti pieni di oscenità, dalle indecenti e sfacciate pasquinate, dalle ingiurie lanciate contro i prelati nei versi de La Priapea e de La Philena. Le stilettate oscene di Franco non risparmiavano nessuno: papi cardinali e tutti i prelati riuniti in Concilio a Trento, ebrei maomettani e luterani, pittori eruditi e poeti, Tasso Tiziano Bembo Sansovino; ma il suo bersaglio preferito era proprio l’Aretino, che chiamava «il gran Caprar d’Arezzo» e definiva sodomita, ghiottone e crapulone.

 

Durante il soggiorno veneziano nella casa di Pietro Aretino, a Rialto, Nicolò Franco ebbe carteggi con vari letterati e pubblicò nel 1539 i Dialoghi piacevoli e Il Petrarchista, una satira acuta contro i cultori del Petrarca. Pietro Aretino lasciò fare, ma si indispettì quando il Franco pubblicò, in una lussuosa edizione in folio, le sue Pistole volgari, una scelta accurata di sue lettere. Che smacco, vedersi emulato da questo garzone di venti tre anni, sboccato e petulante, che di latino e di greco ne sapeva molto più di lui e che ripagava la sua generosità con insolenze! Un altro discepolo del maestro, un certo Ambrogio degli Eusebi, si incaricò di sfregiare con un pugnale il Franco che, livido di vendette, ricorse ai magistrati della Serenissima. Nicolò Franco si dichiarava anche disposto a perdonare, ma pretendeva l’allontanamento di Ambrogio degli Eusebi dalla casa dell’Aretino che, da parte sua, non voleva assolutamente privarsi del suo garzone di studio preferito e soprattutto della moglie di lui, Marietta dell’Oro. Intanto, alle sue Pistole volgari, il Franco aveva aggiunto quella All’invidia. Il processo terminò con una multa e Nicolò lasciò Venezia.

Viaggiò molto: Milano, Padova e Casale Monferrato, dove fu invitato e presiedere l’Accademia degli Argonauti e compose una nuova versione de La Priapea, con sonetti osceni che non risparmiavano di certo Pietro Aretino, né il papa, né l’imperatore. L’antico maestro si vendicò, scrivendo al cardinal Ercole Gonzaga che rimproverasse Sigismondo Fanzino, suo governatore a Casale, per aver accolto e protetto il Franco. Ma i versi de La Priapea, con le oscenità contro l’Aretino, lungi dal diminuire aumentavano sempre più, nelle nuove edizioni del 1546 e del 1548.

Edizione Carabba del 1916, nella Collana Scrittori italiani e stranieri  

Spirava intanto il vento rinnovatore della Riforma, animato dai rigori del Concilio di Trento e i versi di Nicolò Franco non trovavano più editori. In numerose raccolte private restava tuttavia copia manoscritta di molti suoi versi. Ancora oggi sono presenti in manoscritti conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana, alla Corsiniana, alla Casanatense, alla Nazionale di Napoli. La Priapea fu ristampata a Parigi nel 1790, insieme ad un altro libro osceno, Il vendemmiatore del Tansillo. Una ristampa in facsimile sulla edizione del 1548 apparve a Londra nel 1887. Su quella stessa edizione si basa quella di Rocco Carabba, del 1916, uscita nella collana “Scrittori Italiani e Stranieri”. Nella edizione del 1548 il frontespizio era questo: «Delle rime di M. Nicolò Franco contro Pietro Aretino. Terza edizione, colla aggiunta di molti sonetti nuovi. Oltre la vera e ultima correzione, ch’a tutta l’opera intera ha data l’Autore istesso, per non averne più cura, come colui c’ha già rivolti tutti li studi ad imprese di lui più degne.»

Ne La Priapea sono evidenti le reminiscenze dei priapea attribuiti a Catullo, a Marziale e anche a Virgilio. Il verso, nella metrica classica, era composto da un gliconeo e da un ferecrateo. Il nome deriva da Priapo, divinità fallica di Lampsaco, scolpita in un ramo di fico e con il fallo eretto. Secondo il mito, Priapo era il custode di un orto dove si coltivavano particolari varietà botaniche che volentieri Priapo dispensava agli uomini: frutta per curare la diarrea o la stitichezza, erbe amare per provocare l’aborto, altre erbe contro le infezioni delle vie urinarie, altre ancora che eccitano gli appetiti sessuali. Da questo orto erano bandite le varietà che hanno effetti calmanti, come il papavero, la camomilla e la valeriana.

(Ricerca di Fausta Samaritani)

Dalle Rime contro Pietro Aretino

Aretin mio, non vaglia a corucciare,
perché se gli ingegnosi tuoi sonetti
fattimi contra, ho accettati e letti,
e n’ebbi da le risa a sfondolare,
giusto è che tu pur leggere e accettare
debbi quei che ti mando, e netti e schietti,
che se n’entrassi in collere e in dispetti,
la tua vergogna se ne può appellare.
Se ti paresse usura troppo grata,
che il Mal Beneventano, a centinaia
renda pagnotte per una schiacciata,
questa faccenda strana non ti paia;
perché tu mai non desti una cazzata
che non ne ricevessi le migliaia.

Aretin, io t’ho gran compassione,
che ti sia meco a scrivere sfidato,
ed honne conscienza di peccato,
s’io ho due mani, e tu non n’hai boccone.
Di questo dico il vero ed ho ragione:
sai che t’ho ne lo scrivere aiutato,
avendoti veduto stroppiato,
e quel che è peggio, goffo e ignorantone.
Per lo migliore t’era star da parte,
e te ne avederai s’in questo mare
le tue baiacce perderan le sarte.
Che volendo il mio scrivere avanzare,
bisognerai che fusser penne e carte
tutti quei cazzi che ti fai ficcare.

Tizian, la vertù vostra ho sempre amata,
e se mentre vivete amor vi porto,
ven’ porterò poi che sarete morto,
come il Petrarca a la su’ inamorata.
D’un gran dolore ho l’anima aggravata,
e non ne trovo pace, né conforto,
che la vertù del vostro ingegno accorto
in ritrar l’Aretin si sia ingannata.
Io ve ’l vo’ dire, e sappiavi pur male:
chi del mistier che fate pesca a fondo,
trova che il suo ritratto niente vale.
Perché far non potrebbe tutto il mondo
ch’egli in un Quadro paia naturale,
se il naturale suo fu sempre un Tondo?

Bembo, sei morto, e credo di dolore,
per non vederti in quel Collegio a lato
bufali e buoi vestiti di scarlato,
ricchi d’entrata e poveri d’onore.
Vada in cancro al Papa e a quel su’ umore
di darti un Cappellaccio disgraziato,
per rinegare chi t’ha laureato,
e per sentirti dal del Monsignore.
Bastava tra poeti aver corone,
senza volere più cappelli in testa,
e senza più berette da beffone.
Ma sia che piace a Cristo, ecco che resta
tutto il nostro Toscano da coglione,
mentr’ogni Bergamasco ne fa festa.

Serra, Aurora, il balcon, né più si renda
rosato il ciel, né i dì più chiari e lieti
da tuo’ begli occhi, onde ’l veder si vieti
le bionde trecce e la purpurea benda.
Tempo è che Febo se medesmo offenda,
e tinto di dolor, in braccio a Teti,
orbo lasci di sé mondo e pianeti,
sì che giorno quaggiù più non s’attenda.
Sì schivo omai è de’ rei vizii il lezzo,
ch’ogni aprico sentier del ciel si duole,
e par che suonin quelle piaggie e queste.
Per l’opre inique del Caprar d’Arezzo
di scololarsi ha più cagione il Sole,
che per Atreo non ebbe e per Tieste.

31 dicembre 2005

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubbicaletteraria.it

Testo pubblicato per la prima volta sul Cd-Rom: La Repubblica Letteraria Puntoit, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione la Repubblica Letteraria, 2007

Messo in rete il 5 ottobre 2015. Aggiunta 20 dicembre 2015