Pedagogia esente da pedanteria

Sull’educazione di Niccolò Tommaseo

Sull’educazione, pensieri

di Niccolò Tommaseo

Avvertimento

Molto s’è scritto d’educazione, e d’ammaestramento ancora più, in tutti i tempi; forse più a’ tempi nostri che mai: segno non buono dall’un lato, ma buono dall’altro, chi bene riguardi. Non buono, in quanto dimostra che il fatto non corrisponde all’idea, che i concetti stessi non sono maturi; buono, in quanto significa il desiderio del meglio e la speranza e la cura. Molto ne ho scritto anch’io, se non fosse troppo: ma l’indulgenza con cui furono accolte le mie parole, e l’importanza dell’argomento, mi consiglia a raccorre [1] quel molto in forme brevi, che non ripetano il già detto, ma lo presentino, se si può, in luce nuova, e ci aggiungano. Sarà qui toccato d’alcune questioni che la nuova condizione dell’Italia ci ha poste innanzi: toccato in modo che la brevità stessa ecciti la mente di chi sa pensare, e conduca a sciorle [2] liberamente da sé. Questo è il bene che la brevità porta seco; che, non vietando l’arguzia e il calore dell’affetto [3] e l’efficacia dello stile a chi avesse stile e arguzia ed affetto, imprime più vivamente i concetti nella memoria: e lascia facoltà a ciascuno intelletto di svolgerli con la sua propria fecondità. Alcune massime rincontrerannosi in questo libretto, ch’erano sparse negli altri volumi miei; e che, congegnate alle nuove, e nuovamente illustrate dall’ordine stesso, oltre al dare il frutto della mia piccola esperienza, avvieranno altri a meglio osservare l’umana natura nell’età giovanetta; dalla quale osservazione, troppo sin qui trasandata [4] , può solo sperare miglioramento l’arte dell’ammaestrare e dell’educare. Tale osservazione conduce a riguardare le cose della mente e dell’animo in aspetti varî; e ci salva dalla mania de’ sistemi, che, tanto in pedagogia quanto in letteratura e in medicina e in politica, porta seco il malanno comunemente chiamato pedanteria. E però, se talune di queste massime paiono il contrapposto [5] delle precedenti e seguenti; avvertasi che i contrapposti non sono contraddizioni, e che notansi da me non a caso.

S’io potessi in maniera variata addestrare il pensiero, sarei sicuro d’avere insieme esercitato l’affetto, e d’avere così servito, meglio che con severe teoriche, all’unità dell’idea.

 

Con queste parole Niccolò Tommaseo (Sebenico 1802-Firenze 1874) introduceva un suo nuovo libro: Sull’educazione, pensieri (1864), composto di geniali osservazioni, talvolta ristrette a pure massime, e condito di dotte reminiscenze, d’immagini suadenti e di frizzi arguti, veri colpi d’ala all’interno di una scrittura filosofica di stampo ottocentesco. Spirito multiforme e versatile, egli si era imposto nella repubblica dei letterati per la sua dottrina e per la sua prodigiosa attività di scrittore. Dagli studi per il vocabolario, alle dissertazioni storiche etiche e filosofiche, alle lezioni su antichi codici, ai versi e al romanzo Fede e bellezza che prelude al decadentismo, alle interpretazioni dei Padri della Chiesa, alle recensioni teatrali, alle traduzioni di canti popolari, Tommaseo esercitò in discipline molto lontane tra loro le inesauribili energie della sua mente. Già Ministro dell’Istruzione Pubblica, nel governo provvisorio della Repubblica di Venezia del 1848, egli era consapevole che, nell’arte di educare, bisognasse usare uno stile accorto e velato di amore, al fine di conservare sempre massima riverenza verso la propria e l’altrui dignità. Egli distingueva nettamente tra “educare” ed “istruire”: due strade che potevano anche non coincidere e che talvolta erano in contrasto netto tra loro. Da buon cristiano, egli credeva che ogni anima contenesse germi di bontà che l’educazione dovesse solamente scovarli, farli germogliare, esaltarli. Aborriva ogni boria pedantesca, ogni astratto sermone. Le sue massime sull’educazione, se talvolta segnano un balzo in avanti rispetto all’ottica ottocentesca (vedi, ad esempio, l’attenzione particolare per gli scolari più piccoli e per quelli più poveri e la convinzione che una vera cultura porta a saper scegliere le proprie letture), per altro verso ci appaiono oggi, qua e là, intessute di curiosa ingenuità. Queste massime non hanno il vincolo di un sistema filosofico chiuso.

Tommaseo avvertiva l’urgenza di un risorgimento educativo per le classi popolari e, da buon cattolico, era fedele all’indirizzo tradizionalista della Chiesa che dava alla religione una assoluta preponderanza, rispetto agli altri fattori educativi. Egli rifiutava ogni forma di servile ammaestramento, raccomandava la massima serietà negli esami, fidava nel potere intuitivo della mente umana che riteneva meraviglioso nelle anime vergini, promulgava una educazione che rispettasse le differenze qualitative tra gli individui, ma senza aderire all’indirizzo differenziale che poteva portare ad eccessi. D’altro canto, Tommaseo combatteva anche un tipo di educazione elargita senza fine né scopo, come la falsa educazione letteraria che risultava poi di nessuna utilità pratica; sentiva anzi l’urgenza di inserire, per tutti, insegnamenti tecnici, pratici ed economici. Dava grande importanza all’educazione fisica, che desiderava fosse resa obbligatoria, dalle scuole elementari all’università; raccomandava, per tutti, il valore educativo del lavoro manuale e consigliava finanche l’ambidestrismo e la tecnica di scrittura al buio. Per il popolo chiedeva un’istruzione pratica e professionale che mettesse in condizione ogni alunno di imparare almeno due mestieri, nel caso che le macchine rendessero vano, in futuro, uno dei due insegnamenti. 

 

Parte Prima. II. L’ammaestramento e l’educazione

Dall’educazione incomincia ogni bene. Chi si confida di mutare gli uomini e le nazioni come in un giornale mutasi lettura voltando carta, aggrava talvolta i mali, e il desiderato perfezionamento impedisce.

L’educazione può più della legge; la cui azione immediata [6] riesce non di rado o nocevole o inutile; la mediata [7] , tanto più difficile quanto più necessaria.

Studio a’ Latini era cosa più dell’animo che della mente; e, in quanto prendeva l’anima tutta, si stendeva [8] all’ingegno e al corpo e agli uffizii della vita. Virgilio delle api: Mores et studio. Quindi i sensi di sollecitudine e di deligenza, d’amore e di venerazione; tutte condizioni necessarie al buono studio della scienza e dell’arte, a ogni esercizio della mente. Adesso lo studio è inerzia matricolata, letargo ministrato con oppio e con cloroformio.

Eradenda cupidinis / Pravi sunt elementa, et tenerae nimis mentes asperioribus / Formandae studiis. In latino mente, così come studio, ha sensi morali. Per isvelare i germi della cupidità (giacché anco il male ha i suoi elementi, che sono i beni non debitamente ordinati), il poeta consiglia non secondare mollemente le affezioni, anco che paiano innocenti, ma con le difficoltà esercitare e educare.

Senza coscienza buona non c’è buona scienza.

Senza senso di moralità, non c’è uso di ragione: ammaestrare [9] non si può senza educare. Chi male educa male ammaestra: ammaestrar malamente, è un diseducare.

Massime nelle scuole de’ più piccolini e de’ poveretti, l’istruzione è il meno; e anche quanto a educazione, il meglio che si faccia è non strafare, che molte volte è un disfare.

Siccome i colori di tutti gli oggetti circostanti temperano il colore di ciascuno oggetto, così nel modo delle idee e degli affetti. Ma acquista di lì forze nuove la libertà dell’arbitrio, fortemente educato.

Le differenze stragrandi che figuransi tra anima e anima, il più sovente son differenze di meri accidenti o di gradi.

L’abito è un grande maestro, ma di sé per sé insufficiente, se non vi si aggiunga la ragione pensata e la volontà virtuosa di quello a che l’uomo si viene abituando. Perché vediamo noi certi giovani, educati con cura, e buoni con sincerità, scapestrarsi? certi uomini e donne, per grande spazio di vita onesti con apparenza di forza morale, vituperarsi? Nell’abito non c’era né meditazione né sacrifizio; facevasi a quel modo perché così s’era fatto. Un intoppo ha sviato il movimento, un altro impulso l’ha cacciato a ritroso. La morale non è una meccanica né un’idraulica. Anzi l’abito di cedere all’abito senza guida di pensiero e d’affetto, può farsi imperiosamente tiranno.

A evitare certi difetti e di convenienza sociale, e di stile, e anco di cuore, non s’insegna se non coll’esempio.

Non si opera intimamente sulle anime di continuo. Nonché l’uomo, non lo fa neanche Dio: il quale varia le sue chiamate e in gradi differenti ci manda le ispirazioni. Chi vuol troppo, ha meno: e il pigiare sulla scienza, sulla moralità, sull’affetto stesso, lo preme, senza esprimere sugo nessuno.

Il male, così come il bene, indirettamente insinuantesi, penetra sovente nell’anima più che inculcato e quasi intruso a forza. E del bene e del male, raccomandato con cura soverchia, gli uomini insospettiscono, perché temono o di prepotenza o di frode, e d’entrambe; non foss’altro, perché cosa tanto raccomandata, par difficile crederla o amarla o seguirla.

Potrebbesi in un dizionario morale raccorre, a uso dei giovani, quelle parole che sono il germe dello scibile e il fiore dell’operabile.

Noi non sappiamo qual sarà la parola o l’atto potente a fare sugl’ingegni e sulle anime tenere impressione profonda da originare lunga serie d’opinioni e d’affetti. In tale ignoranza, dobbiamo temer di noi stessi, come chi porta nell’una mano per via lunga e non facile un vaso fragile pieno di prezioso liquore. Ma la prudenza non sia spavento: che moltiplicherebbe e accelererebbe i pericoli. Diffidiamo di noi; fidiamo in Dio, e nell’umana bontà, e nelle cose. Facciamo come quelle povere donne che scendono precipitosi sentieri con in capo il fastello della legna, e intanto filano e cantano.

L’educatore ha a lottare con le proprie debolezze, per primo, e talvolta anco coi più legittimi affetti; poi, con la debolezza e con gli affetti di quanti circondano lui e gli allievi; poi, con quelle degli allievi stessi; lottare, dico, difendendosene, poi combattendo acremente. E in tale resistenza, che pur dev’essere accompagnata da fiducia e da amore, se pure un momento d’attenzione della mente e del cuore perde d’intensità, il danno può farsi grave.

           

            Come chi ha stento su contr’acqua a remi

            pinge il battello, se le braccia allenti,

            giù la corrente se lo porta via [10] .

 

Più sono i diritti e dell’educazione e d’ogni podestà, e più sono i doveri; coi doveri crescono i pericoli e i dolori, coi dolori i conforti.

In certe stagioni dell’umanità, i figliuoli si fanno educatori de’ padri; sempre gl’indotti [11] sono educatori de’ dotti; e se tale educazione non è riconosciuta né pregiata, segno che la società rimbecillisce.

La natura umana risponde al bene: ma spesso gl’interrogatori le mancano.

L’educazione diretta da fini malvagi è il più grave delitto che si possa commettere. Ma per buona ventura gli è il più difficile a consumarsi.

Non basta che un popolo sappia leggere: convien che abbia buone cose da leggere. Né saper leggere è rilevare le lettere, ma sentire il senso, e col senno proprio giudicarlo: insomma sapere scegliere.

Un certo apprendere fa gli uomini apprensivi; vizia la fantasia, pascendola a danno delle altre facoltà; la ammala di sogni paurosi e tormentosi.

Chiunque nel primo tempo di sua vita poté sentir qualche affetto fuori del comune, ne parla con orgoglio; ne serba, per tutta la vita, soave e quasi solenne memoria; si compiace in potersi dir singolare dal gregge degli uomini: e non vede che la lode di lui è biasimo dell’universale. E che? Gustare un piacere morale in quella età prima, sarà riputato a miracolo? Dio sarà stato cogli uomini tanto avaro?

L’uomo tant’è quanto sa; o: tanto può quanto sa, dicevano Emanuele Filiberto e Girolamo Savonarola. Da intendere a discrezione. Non si sa amare quello che non si sa se ci sia; ma sapere non è amare; e l’amare è l’essere e il poter pieno.

Il sapere insegna talvolta saper peccare.

Certa rettorica ammaestrata a illudersi, certa logica a illudere, certa morale a eludere, certo ius a deludere.

Chi dice l’ignoranza di per sé madre de’ misfatti, ignora e la storia e l’umana natura: calunnia la specie.

La curiosità del nuovo è talvolta tentatrice di male. Cercando il vero, ma per mera smania di varietà, l’anima si distrae, erra, travia.

Sospettasi che le malattie delle patate, delle uve, dei gelsi, di certe frutta e legumi, vengano dal troppo concimare le terre. Il sospetto può essere vero anche in altro. Educasi con troppo letame.

La scienza non è un santuario, ma al più un vestibolo al santuario della virtù. Chi ne fa tempio da sé, profanerà quello pure ch’ella ha di sacro.

In parecchi luoghi oggidì altrimenti s’insegna, altrimenti si fa: altrimenti si scrive, altrimenti si parla.

A un bene dell’istruzione corrisponde talvolta un male dell’educazione; a un bene di questa un male di quella.

 L’istruzione vela talvolta i tristi effetti dell’educazione, i buoni sopprime.

La comodità fa l’uomo ladro, e l’opportunità l’uomo onesto. L’educazione consiste nell’apprendere e prepararsi le opportunità del far bene.

 

In varie riprese, Niccolò Tommaseo si è occupato di problemi dell’educazione, anche in articoli pubblicati su riviste letterarie e scolastiche. È tornato sull’argomento in questi testi che testimoniano il suo interesse e la sua costante preoccupazione per un tema tanto delicato:

Dell’educazione, scritti varii, Lugano, G. Ruggia, 1834. 2° edizione, con correzioni e aggiunte, idem, 1834. Dell’educazione, osservazioni e saggi pratici, Venezia, Andruzzi, 1842. Sull’educazione, desiderii, Firenze, Le Monnier, 1846 (ristampato da vari editori, tra cui Paravia, 1856-57, con correzioni e aggiunte). Sull’educazione, pensieri, 1864.

I testi, qui riprodotti in carattere corsivo, sono tratti da: Niccolò Tommaseo, Sull’educazione, pensieri, a cura di Edoardo Tagliatatela, Lanciano, G. Carabba, 1918.

A cura di Fausta Samaritani

 

31 dicembre 2006

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua italiana online www.repubblicaletteraria.it

Testo pubblicato per la prima volta sul Cd-Rom: La Repubblica Letteraria Puntoit, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione la Repubblica Letteraria, 2007

Messo in rete il 5 ottobre 2015


[1] Raccorre = raccogliere, raccorciare.

[2] Sciorle = scioglierle, allungarle.

[3] Affetto = inclinazione, sentimento più controllato della passione.

[4] Trasandata = trascurata.

[5] Contrapposto = contrario.

[6] Immediata = azione diretta, che esclude ogni elemento di mediazione.

[7] Mediata = azione indiretta.

[8] Stendeva = allargava.

[9] Ammaestrare = insegnare.

[10] Non aliter quam qui adverso vix flumine lembum / Remigiis subugit, brachia forte remisit, / Atque illum in praeceps prono rapit alveus amni (nota al testo).

[11] Indotti = privi di sapere.