La scrittura di Natalia Ginzburg: un agile strumento per raccontare il dramma e la gioia della vita

Valentino di Natalia Ginzburg

Valentino di Natalia Ginzburg

  Come la scrittura renda attuale una storia

di Anna Ferri

 

Nel 1991 moriva Natalia Ginzburg, scrittrice singolare, con un destino singolare: numerosissimi ed entusiasti i lettori dei suoi romanzi e delle sue acute critiche sui giornali quando era in vita, quasi dimenticata dopo la sua scomparsa. Oggi però la critica, rivolta con particolare attenzione allo studio ed alla riscoperta delle intellettuali letterate del Novecento, mette in luce la grande importanza che la scrittrice di Lessico famigliare [i] riveste proprio in quella annosa e mai conclusa questione della lingua che, da Dante in poi, possiamo seguire attraverso la letteratura del nostro paese. Antonio Debenedetti rileva, con non celata sorpresa, come il giovane critico Filippo La Porta, alla luce dei suoi studi, abbia messo in luce la novità della scrittura della Ginzburg: agile strumento per raccontare il dramma e la gioia della vita, lontano dalla retorica e dalla ricerca di originalità, in qualche modo forzata, come avviene sovente nei periodi di sperimentalismo (“Corriere della Sera”, 22 agosto 2001).

Proprio questa novità della scrittura-parlata di una donna che vive pienamente la vita culturale e politica del suo tempo, ma nello stesso tempo coltiva con dedizione gli affetti familiari e le amicizie, rende unica l’opera della scrittrice che merita quindi di essere letta con un atteggiamento nuovo: la pagina si legge, si vede, si ascolta; potrei quasi dire: diventa cinema.

 

Un esempio di questa trasformazione virtuale, che anticipa di molti anni un’esigenza di fine secolo, è Valentino, pubblicato da Einaudi. Siamo nel 1951. Dopo un periodo di pausa, la Ginzburg riprende a scrivere, senza un progetto preciso. Valentino nasce per il bisogno di dire quelle cose, che sono tante, quante le note della sensibilità della narratrice. Le ritroviamo in quelle pagine, lungo racconto o romanzo breve, ricco di personaggi descritti a tutto tondo da Caterina, l’io narrante, che ricostruisce in prima persona il suo rapporto con il fratello Valentino. Non a caso il racconto si intitola Valentino, perché tutto si muove intorno a lui, giovane esteta di provincia del Novecento, totalmente preso dalla sua avvenenza ed eleganza. Squattrinato e privo di volontà, delude i suoi genitori, soprattutto il padre che lo voleva medico; con astuta meschinità si cerca una moglie ricca quanto brutta, che però lo ama: potrà, così, vivere nell’ozio, fingendo di studiare, e coltivare un’amicizia maschile, Kit, il cugino della moglie, che come lui è un parassita privo di risorse e d’ideali. Ma Valentino è bello e raffinato, non ha l’impronta della quotidianità, è diverso dalle altre persone che si somigliano tutte perché lavorano, amano, soffrono, litigano. Anche Caterina è vittima del fascino del fratello: lo seguirà, perché invitata dalla cognata Maddalena, nella sua casa, condividendone la vita, per non rompere l’equilibrio del nucleo familiare ed anche nella speranza di poter conoscere l’amore. Ineluttabilmente “costruirà” un rapporto con Kit, tanto che sarà sul punto di sposarlo. Ma Kit non può farlo, la lascerà per Valentino e consumerà con il suicidio la sua esistenza sconvolta dall’estetismo. A questo punto Maddalena, divenuta madre di due bambini, non reggerà più la presenza del marito: finalmente le si rivela la personalità di quell’uomo che aveva tanto amato. Valentino allontanato dalla grande villa, in cui viveva nel lusso, non si scompone, ben sapendo che la sorella lo seguirà, per accudirlo con la devozione di sempre, perché

 

lui si è preso sempre tutto quello che la gente gli ha dato, senza sognarsi di dare niente, senza tralasciare un sol giorno di carezzarsi i ricci davanti allo specchio e di farsi un sorriso. Lui che certo non ha mancato di farsi quel sorriso allo specchio, neppure il giorno della morte di Kit.

 

La storia, nella sua apparente semplicità, viene raccontata con una lingua fluida ed essenziale che riesce a coinvolgerci nel meccanismo e nel vortice di certi destini cui non è possibile sottrarsi. Il breve romanzo si legge tutto d’un fiato, senza turbarci con i suoi colpi di scena, che pure sono numerosi e tragici, come numerosi e talvolta tragici sono quelli del vivere quotidiano. La scrittrice ci fa entrare nella sua “piccola” storia, tanto da lasciare nel lettore la curiosità di guardare se anche nella propria storia c’è quella ricchezza di personaggi, di fatti, di sentimenti che la pagina gli ha messo davanti. Proprio la scoperta di questa condivisione fa della Ginzburg una grande scrittrice, forse troppo “grande” nella sua semplicità, o meglio, troppo donna in anni di acceso femminismo.

Un grande regista come Mario Monicelli nel 1976 portò sullo schermo il romanzo Caro Michele: nacque un buon film, insolito e intelligente (Morandini Dizionario dei film, Zanichelli, 1999), con una Mariangela Melato che è l’antesignana di tutte le donne che, come Caterina sono coinvolte completamente nella missione di proteggere un uomo che ritengono debole, o come Maddalena che, seppur ferita nel profondo, trova la forza di fare una scelta per salvare se stessa ed i suoi figli dalla distruzione che un marito ed un padre inetto avrebbero arrecato nella loro esistenza.

 

Sono le protagoniste dei film dell’ultimo scorcio del secondo millennio, di opere di successo del cinema minimalista, certamente già “introdotte” nella nostra cultura dalle opere di una scrittrice come Natalia Ginzburg, che le mode imperanti nei salotti letterari hanno trascurato per troppi anni. Questa riflessione rivolta ai contenuti dell’opera della Ginzburg si coniuga con quella sulla scrittura, lineare e chiara, di cui oggi si avverte prepotentemente la necessità, come ha messo in luce Italo Calvino nelle Lezioni americane pubblicate postume da Garzanti nel 1988. Proprio ad Italo Calvino, immaginando di essere uno di quegli studenti di Harward cui erano dedicate le sue lezioni, avrei voluto rivolgere la domanda: possiamo salvare, nel III millennio, Natalia Ginzburg che ha allegramente dialogato con leggerezza con i suoi lettori e con rapidità ci ha guidato, attraverso le sue piccole esperienze e la sua voglia di raccontare, alla comprensione di un secolo, tanto ricco di novità, ma nello stesso tempo tanto esigente di tradizione, come il Novecento?

Anna Ferri

19 gennaio 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it


[i] Il segno famigliare, con la g di troppo, indica già nel titolo del romanzo che l’Autrice parlerà della sua famiglia.