Michelangelo, poeta e pittore

I' ho già fatto un gozzo in questo stento

Ricerca di Fausta Samaritani

 

I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,

come fa l’acqua a’ gatti in Lombardia

o ver d’altro paese che si sia,

c’ha forza ’l ventre appiccica socto ’l mento.

 

La barba al cielo, e la memoria sento

in sullo scrigno, e ’l petto fo d’arpia,

e ’l pennel sopra ’l viso tuttavia

mel fa, gocciando, un ricco pavimento.

 

E’ lombi entrati mi son nella peccia,

e fo del cul per contrapeso groppa,

e’ passi senza gli occhi muovo invano.

 

Dinanzi mi s’allunga la chorteccia,

e per piegarsi adietro si ragroppa,

e tendomi com’archo sorïano.

 

Però fallace e strano

surgie il iuditio che la mente porta,

ché mal si tra’ per cerbottana torta.

 

La mia pictura morta

difendi orma’, Giovanni, e ’l mio onore,

non sendo in loco bon, né io pictore.

 

Versi, con autoritratto nell’atto di dipingere la volta della Sistina (1508-1512, penna. Firenze, Archivio Buonarroti, XIII, fol. 111)

 

Sul retro di questo foglio Michelangelo ha scritto una dedica e un indirizzo: «A Giovanni, a quel / proprio da Pistoia». Il sonetto quindi doveva essere inviato a Pistoia, ad un amico.

A lato dei versi tracciò, in punta di penna, il celebre, piccolo ed ironico autoritratto: Michelangelo ha visto se stesso in verticale, in scomodissima posizione, mentre affresca la volta della cappella Sistina.

E’ un uomo privo di abiti che si leva sulla punta di un piede e allunga il braccio destro per sfiorare, con il pennello, la volta da affrescare. Il sonetto caudato, carico di malumore, e l’ironico autoritratto schizzato si integrano, in una sintesi felice: sono un doppio autoritratto. Se la lingua di questo toscano burbero (un bel caratteraccio, a detta dei suoi contemporanei) si ingarbuglia in temini veristi e popolari, la sua linea grafica si cristallizza in una semplificazione rarefatta ed estrema. La cifra del disegno ricalca quasi la forma grafica delle lettere.

 

Il 10 maggio 1508 Michelangelo aveva trentatre anni ed era appena tornato a Roma, dopo la drammatica fuga a Firenze, quando, su incarico del papa Giulio II iniziò ad affrescare la volta della Sistina: sul “cielo”, gli otto episodi della Genesi e, dentro i peducci delle lunette, i Profeti e le Sibille che meditano sulla umana tragedia e sulla speranza di salvezza. Doveva affrescare 520 metri quadrati di intonaco!

Si chiuse a chiave nella cappella e, per prima cosa, da solo costruì il ponteggio, creando sulle pareti le apposite “buche pontaie”, nelle quali fissare i pali di sostegno. Con l’aiuto di pochi collaboratori, pestò e macinò le polveri per farne colori. Creò anche uno speciale sgabello, per poter dipingere in posizione sdraiata; ma lavorava soprattutto in piedi, col braccio alzato, mentre gli impasti delle tinte gli colavano sgradevolmente sul corpo. Una volta inciampò nel ponteggio e si fece male. La posizione viziata ebbe come effetto un danno irreparabile alla vista e, per il resto della sua vita, per poter leggere doveva sollevare il foglio in alto, sulla testa.

Il lavoro procedeva per tasselli, cioè per “attacchi”, giorno dopo giorno, perché i colori dovevano fissarsi sull’intonaco ancora umido.

Deposto il mazzuolo, Michelangelo aveva impugnato il pennello: lo scultore si era trasformato in pittore e il pittore, in un momento di depressione, solleticò il poeta.

Fausta Samaritani

 

Catalogo della Mostra Michelangelo: grafia e biografia

 

31 dicembre 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria 2002, N. 3 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, 2003

Messo in rete il 31 ottobre 2015