Fra sensismo e razionalismo la filosofia del gusto di Cesarotti 2001

di Fausta Samaritani

L’incontro con i Poemi di Ossian, che risale al 1762, è stato un punto nodale per l’ex allievo ed ex professore di Retorica al Seminario di Padova. Padrone della filologia latina e di molte altre lingue antiche, ammiratore di Omero e della letteratura ellenica, traduttore di Eschilo e di Pindaro si era formato alla scuola dell’abate Giuseppe Toaldo che rispettosamente chiamava il mio Socrate. A Venezia era poi entrato in contatto con le personalità più in vista della cultura del tempo, da Angelo Emo a Carlo Goldoni, dai fratelli Gozzi ad Angelo Querini. Aveva tradotto due tragedie di Voltaire Maometto e Morte di Cesare, edite con l’aggiunta di due Ragionamenti.

Nel primo Cesarotti sosteneva che il diletto della tragedia _ la capacità di gustare pienamente una rappresentazione drammatica _ nasce da una miscela fra il sentimentalismo patetico, cioè la compassione irrazionale per la sorte dei personaggi, e il piacere razionale derivante dall’insegnamento morale che la tragedia ci dispensa. Questo ardito compromesso, fra processo psicologico fondato su effetti patetici e attiva coscienza critica, fra culto della natura spontanea e riflessione pacata sul valore dell’arte drammatica, in una parola fra razionalismo e sensismo, pone Melchiorre Cesarotti tra i più originali critici letterari dell’Illuminismo.

Nel secondo Ragionamento, che verte sull’arte poetica, egli dichiara illegittima ogni regola o precetto che pretenda di ingabbiare la poesia entro determinati schemi. Un vero genio poetico, per Cesarotti elabora in modo soggettivo e guidato dal suo istinto, e non dall’immutabile e ossequioso rispetto verso i classici. Nei Poemi di Ossian, il mitico guerriero e bardo del III secolo d. C. che James Macpherson dichiarava fosse il vero autore di "antichi" poemi gaelici, Cesarotti vide un luminoso esempio di questa sua poesia ideale: poesia nata dalla natura, che agiva sul sentimento del lettore conservando una sua primitiva misura morale e artistica, che restava libera da regole arbitrarie, che conservava semplicità, varietà di espressioni e naturalezza. Alla traduzione dei Poemi di Ossian, di cui dubitava l’attribuzione al mitico bardo, Cesarotti attese per dieci anni. Vi aggiunse una serie di ragionamenti, di note, di osservazioni critiche, per giustificare la sua posizione di critico letterario militante. Tornava ad esprimere la sua equidistanza ed equilibrio fra ragione e sentimento, fra la libertà di espressione di un poeta e il giudizio di un critico. Per la prima volta, nei Poemi di Ossian, una violenta passione, primitiva e barbarica, si era tinta di inesplicabile malinconia, nella cornice inconsueta di paesaggi nordici, nebulosi e un po’ tetri. Epica nuova quindi, già romantica, distante da quella classica di Omero, eppure non meno raffinata e civilizzata.

La nostra lingua, _ scriveva Cesarotti _ per quanto feconda e flessibile, grazie ai nostri grammatici era divenuta sterile, pusillanime, superstiziosa, e il nostro verso sciolto non aveva ricevuto dai nostri più celebri autori che una episodica e maestosa sonorità, un po’ monotona. Osai evitare i pregiudizi dell’uso e le proteste dei pedanti: azzardai nuovi costrutti, e donai al verso un meccanicismo, direi, da pantomima, e i miei sforzi hanno trovato qualche successo nel favore del pubblico [Traduzione dal francese].

Nuova lingua poetica dunque e critica nuova, non estranee tuttavia al gusto italiano: perché Cesarotti nella traduzione di Ossian aveva utilizzato una metrica e un materiale linguistico, consueti e sedimentati attraverso la nostra secolare e gloriosa tradizione letteraria. Nel Saggio sulla filosofia del gusto (1785) tornava ad esprimersi sulla sua poetica, dichiarando la sua gioia

di arricchir l’erario della lingua di qualche felice espressione, di dar qualche nuova tinta al colorito poetico, di variar con qualche nuova flessione quella musica imitativa che dipinge col suono.

La sua traduzione dei Poemi di Ossian era un cauto rinnovamento di forme e di contenuti, e si inseriva nella più vasta revisione critica della cultura che l’Illuminismo portava avanti, in nome della "ragione" e del "buon gusto" e sull’onda lunga di un intensificarsi di contatti tra lingue e culture europee. Tramontava l’idea del primato culturale e spirituale di una lingua universale, come il latino in campo teologico e il francese in tutti gli altri settori, e si formulava l’ipotesi che la consuetudine con diverse dottrine linguistiche e con altre identità letterarie rinforzasse e non castigasse lingua e cultura nazionali. Per Cesarotti, l’Europa era una sola gran famiglia: le discussioni dovevano liberarsi dal pregiudizio e da ogni gretto nazionalismo. Bisognava sì evitare il rigore puristico nella lingua nazionale, ma anche l’eccessiva contaminazione con altri idiomi poteva rivelarsi un errore. Ancora una volta, equilibrio ed equidistanza erano le formule vincenti. Le sue posizioni trovarono molti ostacoli tra i puristi e i "cruscanti", ingessati dentro la retorica di una lingua "modello" e i diritti del nostro glorioso passato letterario. Merito di Cesarotti è di non aver esacerbato lo scontro, di aver tentato anzi una conciliazione. Se da una parte riteneva che la lingua letteraria italiana, così come codificata dalla Crusca, fosse incapace di esprimere la nova filosofia e la nuova scienza e, a corto di tinte e di musicali inflessioni, di rendere immagini poetiche, passionali e fantasiose come quelle dei Poemi di Ossian, dall’altra Cesarotti evitava rotture con la tradizione. Le lingue del resto, avevano una loro origine naturale, istintiva, e la storia dei popoli ricalcava quella dei linguaggi: uno scrittore era quindi libero di usare vocaboli e costrutti, la cui bellezza era oggettiva e non apparteneva alla natura logica e grammaticale della sua lingua.

Fausta Samaritani

15 Febbraio 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

Top