522 di Massimo Bontempelli,
ovvero il volto gentile dell’orribil ingegno
2001

di Assumpta Camps

522. Racconto di una giornata di Massimo Bontempelli, edito nel 1932, è un romanzo breve che costituisce una esaltazione, in termini tardo-futuristi, di uno dei massimi protagonisti dei tempi moderni: l’automobile. Opera ritenuta minore da una parte della critica, 522 è una buona mostra degli interessi dell’autore, per la confluenza fra la modernità tecnologica_ correlata dalla passione per la velocità e il nuovo mondo meccanico_ con la sfera letteraria, tradizionalmente riservata a tutt’altra tematica e a un trattamento letterario completamente diverso. Ancora futurista per il suo elogio implicito alla moderna società delle macchine, il suo modo di far fronte alla presenza ineluttabile dell’orribil ingegno tecnologico _ cioè, la macchina per allora in eccellenza: l’automobile _ è molto diverso dall’approccio futurista al tema. Si tratta di una differenza che trova modo di manifestarsi sul piano stilistico e sulla stessa scelta del genere letterario.

L’obiettivo intrapreso da 522 non è altro che la ben nota apologia macchinista, già osservabile nel futurismo di Filippo Tommaso Marinetti. Eppure, dietro alla narrazione si avverte non solo l’esaltazione della macchina _ l’automobile_ ma una innegabile intenzione pubblicitaria nei confronti di un modello concreto di una automobile _una utilitaria_ diventato negli anni Trenta un vero oggetto del desiderio della nuova società borghese italiana. Con questa operazione l’ambito letterario si contamina, in questo romanzo come in altri momenti dell’opera di Bontempelli, con un uso pubblicitario ogni volta più evidente, spurio ad esso in origine, il quale ci mostra il grado di accettazione _ e di utilizzazione_ dell’autore delle nuove coordinate della produzione artistica, nella moderna società di massa.

Lungo tutta la sua carriera letteraria, sia la volontà di critica sociale, sia la libertà di immaginazione e persino l’ambizione filosofica della sua opera si profilano come gli assi fondamentali della produzione letteraria di Massimo Bontempelli. Un’attitudine che lo porta al rifiuto programmatico del realismo di vecchia data, allo scopo di formulare una nuova proposta narrativa, definita dal punto di vista strutturale e stilistico. La sua proposta è diretta a una nuova interpretazione del reale, superando la istanza mimetica, alla ricerca di una evocazione magica di esso. Non è altro che l’origine della sua ben nota formula del realismo magico, teorizzata nella rivista "Il 900" (1926-1929). La formula bontempelliana opta non per l’immaginazione, intesa come via di fuga del reale, ma per un trattamento letterario della quotidianità, dove si fa presente lo sguardo capace di scoprire e svelare il miracolo prodigioso che essa nasconde. Vestire di meraviglia le cose più comuni, fare dell’arte invece che un tedio un miracolo, sono, come lo stesso autore proclama, costanti della sua poetica

Partendo da queste posizioni, e dinanzi alla constatazione della onnipresenza della macchina nel mondo moderno, Massimo Bontempelli non cercherà rifugio nel mondo letterario e artistico con finalità eversiva o compensatoria_ come si avverte invece nelle poetiche fin de siècle_ né si rifiuterà di concedere validità artistica alla nuova realtà tecnologica, come elemento spurio al mondo letterario e sostanzialmente anti-artistico. Al contrario, la sua operazione si rivolge a inserire con pieno diritto la macchina nel mondo della rappresentazione artistica, in una linea di attuazione, già iniziata dal Futurismo qualche anno prima. In questo senso, Bontempelli compie un nuovo grado di integrazione del macchinismo moderno, nell’eliminare dalla macchina il carattere minacciante e alienante per l’individuo, che la letteratura e l’arte dei primi anni del Novecento le avevano conferito. Lo farà sia scoprendo nella macchina un volto quasi umano, sia svelando la dimensione magica sotto la nuova realtà meccanicista, tradizionalmente connotata di bruttezza e mostruosità. Recuperare questa visione del reale, trasformare in positivo l’elemento alienante e pauroso implicito nel macchinismo moderno dalle sue origini, conferire un volto gentile all’orribil ingegno sono gli obiettivi principali del romanzo breve.

Questo punto, che costituisce un’ambiziosa proposta estetica, è fondamentale per capire la distanza che separa Bontempelli dal Futurismo di F. T. Marinetti, al quale resta unito da un’innegabile filiazione, e persino ammirazione per lo sforzo di rinnovamento dei vecchi schemi letterari del secolo XIX che questa corrente rappresenta. La proposta di Bontempelli, a differenza del Futurismo, punta verso la creazione di un’arte popolare, un’arte di massa capace di interpretare la modernità tecnologica_ e anche di servire come contrappunto di essa_ integrandola e "umanizzandola", nella misura del possibile.

La nuova arte di consumo, intravista da Bontempelli, deve essere capace di dar risposta ai nuovi tempi, creando un nuovo complesso mitico del moderno: "arte applicata", e non "aristocratizzante" ed elitaria; consapevole della sua condizione di "mestiere", situata allo stesso livello di qualsiasi altra produzione della moderna società industriale, e quindi lontana ormai da qualsiasi estetica eversiva, o purista che sia. In questo senso Massimo Bontempelli si definisce in netto contrasto, sia nei confronti della letteratura pura che si consolida in Italia dopo la I Guerra Mondiale, sia del sovversivismo latente nelle avanguardie storiche del primo Novecento, incluso il Futurismo nella sua "fase eroica", caratterizzata dagli innumerevoli manifesti o dalle stridenti "serate futuriste".

Nel romanzo 522. Racconto di una giornata il lettore si confronta dall’inizio con un indubbio protagonista: l’automobile, appena "nata" dalla catena di montaggio industriale, bella e elegante, con un carattere persino femminile_ partendo dal genere del suo nome: un aspetto nuovo e importante nella esegesi generale dell’opera _e molto attraente. Questa macchina passeggerà felicemente all’aria aperta, in una natura ugualmente gentile_ un aspetto insolito nel Futurismo, per il quale la Natura manifesta ancora i tratti minaccianti e ostili, presenti in termini generali nelle poetiche fin de siècle_ e contemplata serenamente, in particolare armonia con il mondo, fino all’epoca "infernale" della macchina moderna. Con quest’operazione, Bontempelli intraprende il superamento dell’antica alternanza macchina/natura, fondamentale nella visione manichea del mondo che si avverte nel Decadentismo-Simbolismo, dalla quale il Futurismo, nonostante l’inversione di segno, non riesce a scappare. Nello stesso modo, Bontempelli inaugura una revisione del macchinismo marinettiano, di carattere ambivalente_ cioè ammirato e allo stesso tempo temuto_ caratterizzato dalla sua dimensione agonica nei confronti del progresso tecnologico: un progresso che negli anni Trenta si percepisce ormai come irreparabile.

Lungo tutto il romanzo vengono specialmente enfatizzati gli elementi che insistono sulla natura gentile, sia del protagonista_ una macchina "umanizzata"_ sia sull’entourage naturale, un vero scenario bucolico che favorisce l’avvenimento di questa trasformazione, nella quale si presenta questa "storia moderna".

La prima volta che uscì dal chiuso e andò per il mondo

era una mattina di maggio

Una natura serena_ di forme ben delineate e soavi colline_ accompagna indelebilmente la prima apparizione di questo "mostro" dell’epoca, come lo fu la locomotiva nell’Ottocento (si veda Giosue Carducci): un vero diavolo infernale, un’incarnazione di Lucifero, una figlia del progresso. Bontempelli al contrario intraprende una revisione del rapporto conflittuale fra l’uomo moderno e i portenti tecnologici, sulla base di un rapporto di cordialità e persino di cooperazione, come superamento delle antiche alternanze dicotomiche (macchina/natura, oppure artificio/natura), da dove i due termini dell’opposizione ne traggono un nuovo vantaggio. L’operazione, vista da questo angolo, situa lo scrittore e l’artista moderno non nella contraddizione presente nei primi anni del Novecento, ma in sintonia con i tempi moderni, nel profilare una nuova figura di artista/scrittore, come creatore di miti moderni, basati sulla modernità e intesi come risposta a essa. In questo senso il suo è un lavoro che si propone di inventare storie lontane dal mondo soggettivo dell’autore_ il piano soggettivo perde tutto il suo interesse_ per raggiungere un alto grado di funzionalità sociale, come strumenti di interpretazione del reale. Lo stesso macchinismo moderno, nel conferire all’uomo delle possibilità di sviluppo prima insospettate, favoriva enormemente la genesi di nuovi miti, basati sulle meraviglie delle innovazioni tecnologiche e persino sulla dimensione magica della nuova realtà. L’elemento sorprendente in Bontempelli, e più rilevante della sua poetica, è la consapevolezza programmatica della sua attuazione. In 522 cercherà di mettere in pratica questi postulati, creando uno dei miti della modernità sulla base della macchina, partendo da una formula, alquanto fantastica in origine, che riesce efficacemente a raggiungere pienamente il suo obiettivo: conferire un volto gentile e umano al mostro, invitando al lettore a sorridere dinanzi al portento tecnologico. Un segno della sua recentemente acquisita prossimità.

Il modo di procedere di Bontempelli è senz’altro da innovatore. Consiste nell’inserire un elemento nuovo e sorprendente nel mondo della più assoluta quotidianità, avvicinandolo all’uomo. L’utilitaria sperimenta in questa operazione un vero processo di "antropomorfizzazione", che si avverte in vari modi: sia nelle sue caratteristiche fisiche_ e si direbbe quasi fisiologiche_ sia nell’analisi del piano psicologico. L’autore insiste nella descrizione delle sue varie parti, esplorando linguisticamente sfere tecnologiche originalmente aliene alla letteratura, in uno sforzo nominativo molto evidente. In modo simile procede ad analizzare le sue minime reazioni psicologiche, quasi si trattasse di una persona: 522 si sente molesta, sente un profondo malessere, si sente svenire, si arrabbia. La personificazione dell’automobile raggiunge un livello difficilmente immaginabile, in un ingegno meccanico di queste caratteristiche. Per esempio, 522 stabilirà dei rapporti con altre macchine, in una giornata inesauribile e piena di sorprese. In questo processo, l’utilitaria intraprende una chiara inversione del rapporto tradizionale uomo/macchina, fino al punto che il processo di umanizzazione dell’automobile si accompagna ad un progressivo processo di subordinazione dell’uomo alla macchina, come semplice strumento al suo servizio. Pian piano, il lettore avverte che l’essere intelligente e dotato di un modo psicologico proprio non è l’uomo che guida (Bruno) e nemmeno l’uomo che narra (Bontempelli), ma un altro strumento: la macchina stessa. La vera innovazione di Massimo Bontempelli consiste nell’uso del punto di vista narrativo, che conferisce dall’inizio protagonismo assoluto alla macchina in detrimento dell’uomo: è la macchina che sente, vede, decide, pensa. Con questa inversione Bontempelli, non solo procede all’inversione della tradizionale relazione uomo/macchina, ma inserisce nella narrazione un importante elemento di comicità e umorismo, capace di demistificare questo rapporto tradizionalmente conflittuale.

"Arte applicata" quindi, per una scrittura concepita prioritariamente come "mestiere", e prodotto artistico di uno scrittore non più emarginato socialmente o sovversivo, ma integrato nella moderna società tecnologica, come interprete del reale e creatore di nuovi miti, per i tempi nuovi. "Arte di consumo", in fin dei conti, destinata alle nuove masse sociali che invadono le città moderne e si confrontano ogni giorno con la nuova realtà industriale. In questo nuovo contesto sociale, l’artista "novecentista" che ci propone Massimo Bontempelli intraprende una nuova definizione del suo ruolo sociale, una volta costatata la "perdita dell’aura" che Walter Benjamin ha opportunamente analizzato in tempi più moderni. Con questa consapevolezza della sua posizione nella società di consumo, Bontempelli fa fronte al difficile rapporto fra letteratura e produzione industriale, integrando ambe le sfere. In fin dei conti, 522. Racconto di una giornata permette una lettura di base pubblicitaria, dal momento che si presenta con gli stessi obiettivi di uno spot della FIAT: diffondere fra il pubblico una macchina piccola, di media cilindrata, con procedimenti non lontani dal linguaggio pubblicitario corrente, per avvicinare l’orribil ingegno all’uomo del suo tempo. Non è altra la funzionalità del volto gentile che presenta insistentemente l’automobile: la descrizione della sua energia meccanica, interpretata in chiave di un vitalismo esaltante, trasmette una visione euforica e positiva del progresso. Tutto, in 522, respira una allegria di vivere contagiosa, che invita a esplorare le nuove dimensioni che la realtà delle macchine offre all’uomo moderno, in una delle visioni più innovative del macchinismo nel Novecento.

Assumpta Camps

Illustrazione: P. Codognato Fiat 520, 1927

Vedi anche: Critica a Luigi Pirandello Futuristi e automobile Automobile suicida in Buzzati

5 gennaio 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

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