New York, New York 2001

Mario Soldati

di Fausta Samaritani

Si era imbarcato a Genova, a novembre 1929, sul “Conte Biancamano”. Durante la traversata la radio trasmise l’annuncio del crollo della borsa, passato alla storia come “il venerdì nero”, che segnava la fine di anni di prosperità e l’inizio della crisi economica. Mario Soldati visse per due anni in America. Erano i tempi del proibizionismo, della disoccupazione, dell’avvento del sonoro nel cinema. Nel 1956, più di venti anni dopo la prima edizione, Aldo Garzanti pubblicò la nuova e terza edizione del libro di Soldati America primo amore. In una nota introduttiva l’autore precisava di aver cambiato poco o nulla il testo che, a suo giudizio, restava la storia di un lungo soggiorno e di un lungo amore: più precisamente, la storia di un tentativo di emigrare. Il libro ebbe un buon successo. Oggi è considerato un classico, ma è poco letto. Attraversare l’Oceano, vivere in un paese straniero cercando di estrarne l’essenza, amare una donna americana: Soldati si muove fra racconto biografico e descrizione di moderni ambienti urbani.

America! America! Forse anche lei che c’era nata era, come me, affascinata e corrotta dall’America. […] America! Ella amava il grattacielo della sua banca a Fifth Avenue, lo schermo del Paramount, la ribalta del Roxy, la vetta dell’Empire e perfino la buia e macabra prospettiva di una via di Brooklyn più di quanto amasse me o qualunque altro ragazzo. New York aveva delusa la sua speranza. Non importa. New York restava sempre New York. Broadway, Broaway. E anzi. La delusione aveva cresciuto l’incanto. Così io.

La felicità di Mario Soldati di sentirsi parte integrante di una grande e moderna città è più forte della tentazione di intenerirsi per una piccola delusione della ragazza.

Ascoltavo il lontano fragore della ferrovia sopraelevata più dei suoi singhiozzi. Guardavo le spente vetrine che sfioravamo, gialle piramidi di grape-fruits nell’ombra misteriosa, più della sua persona sofferente. E pregustavo il momento in cui ella si sarebbe decisa a rincasare e io mene sarei tornato solo verso la stazione della sopraelevata marciando leggero, spedito, nel mezzo della via deserta, respirando l’odore della pioggia, e affidando il mio volto all’inganno del libero vento americano.

New York, di domenica, sotto la neve, è un incanto:

E’ una domenica di marzo. New York. Mi appoggio al davanzale della finestra nel vento e nel sole, guardo Manhattan coperta di neve scintillante, che il vento spazza qua e là in sbruffi e in piccoli mulinelli, sui tetti, nei parchi, ai crocicchi delle vie.

Soldati non si lascia prendere dentro la trappola del sentimentalismo a buon mercato. Il suo pensiero vola.

Oggi la mia squadra giocherà una grande partita, lo sento. Il campo, liberato dalla neve soltanto questa mattina, sarà ancora pieno di pozzanghere. Lontane, commiste alla luce di un’atmosfera ventosa, le Alpi. I bianconeri entreranno di corsa, nell’urlo della folla. I cari nomi voleranno per l’aria con il nevischio: Caliga, Biga, Combi, Mune, Orsi… alò, alò, alò Juventus, alò Juventus.

Fausta Samaritani

Pagine dall'America Italo Calvino in America Soldati e il tennis

25 settembre 2001

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