Di sera, un geranio di Luigi Pirandello

La sirena di Giuseppe

Tomasi Lampedusa

Due racconti fantastici

di Tina Borgogni Incoccia

                   

Seguendo le indicazioni di Tsvetan Todorov sulle caratteristiche della letteratura fantastica, cerchiamo di mettere in evidenza, in questi due racconti, i segni di riconoscimento del genere fantastico.

Sia l’uno che l’altro racconto sono di autori siciliani: il primo di Pirandello pubblicato nel 1934 sul “Corriere della Sera”, il secondo di Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1961 da Feltrinelli.

Sono due racconti fantastici, perché in entrambi si tenta di descrivere il superamento del limite, cioè delle norme riconosciute e codificate dalla ragione umana. In uno si narra l’avventura amorosa di un uomo con una sirena, nell’altro si descrive la progressiva perdita d’identità che avviene dopo la morte.

Sia l’uno che l’altro appartengono all’ultimo periodo creativo dei due scrittori e sono quindi arricchiti da quel particolare aumento di senso proprio di tutti i finali, quasi un estremo messaggio ai lettori.

 

Il racconto Di sera, un geranio è assai breve (poco più di due pagine). In esso il narratore, che non si qualifica ma emerge qua e là con il suo punto di vista, descrive in terza persona la morte, intesa come progressiva metamorfosi, come disgregazione di identità.

Non si tratta di una graduale avvicinamento al fantastico.

Fino dalla prima frase infatti, siamo nel fantastico, in una situazione surreale, onirica. S’è liberato nel sonno, non sa come, forse come quando s’affonda nell’acqua [...] non sa, è come sospeso a galla nell’aria [...] è come la fragranza di un’erba che si va sciogliendo [...]. Notiamo l’uso delle modalizzazioni_ cioè dell’insistere delle parole non sa_  e delle similitudini.

Il racconto ha un intreccio assai lieve, con appena un’ombra di dialogo, con un accenno a vicende e pensieri di un passato evocato come fluttuando nel tempo.

Dopo la morte-liberazione, Pirandello parla di un disgregarsi, diffondersi in ogni cosa, svanire nelle cose che restano là senza più lui. Si tratta cioè della progressiva abolizione del confine tra soggetto e oggetto, tra materia e spirito, mentre si delinea anche una dilatazione del tempo e dello spazio. Passato e presente si confondono ambiguamente, fino a disperdersi in un presente indefinito: [...] lui è ora quelle cose, non più com’erano, quando  avevano un senso, quelle cose non sono più niente [ ...] e questo è morire [] sparire.

Anche lo spazio si è dilatato. Come in un’esperienza mistica, il corpo ha superato la barriera del peso, le leggi della gravità: levita nell’aria, è sospeso come un’ombra galleggiante, è in alto, qua, là, fuori della camera; la luna è in alto e giù il giardino. Si delinea un’opposizione alto-basso come contrapposizione di spirito a materia, perché la vita è di terra, è giù nelle bianche radici che succhiano la vita nella terra nera. Ci sembra di riconoscere le tematiche dell’io di cui parla Todorov ed a queste ci riporta anche il predominio del senso della vista. Gli occhi percorrono le cose con minuzia naturalistica, nonostante l’irrealtà della situazione: le pareti, il soffitto polveroso, il piumino verde, le coperte giallognole, la testa calva, la vasca verde, le roselline, le bolle d’acqua chiara, le foglioline bianche e verdi, il tubo di ferro, con percezione articolata di forme e colori.

Proprio riferendosi alla vista, si evidenzia la situazione rovesciata della morte rispetto alla vita. In vita guardare significava vivere, ora invece guardare significa morire. Da vivo egli fissava gli oggetti per non addormentarsi, per tenersi in vita; ma ora aderire con la vista alle cose significa svanire nelle cose stesse, diventare oggetto, perché non c’è più un io che dà senso alle cose e quindi tutto diventa freddo e muto. Abbiamo dunque una metamorfosi, una sorta di dispersione panica; ma questo annullamento dovuto alla perdita d’identità, non è senza pena.

La situazione di partenza del racconto è infatti caratterizzata dal verbo liberarsi, ripetuto e quindi caricato di un senso di gioia per l’uscita dal carcere della vita (vedi anche il titolo dell’atto unico di Pirandello All’uscita, di argomento fantastico). Invece gli enunciati successivi esprimono una sensazione opposta: Già, ma ora senza il corpo è questa pena ora, questo sgomento, la paura di svanire e, più tardi, egli parla della tristezza infinita, di una così vana eternità.

L’ultimo anelito è infatti un desiderio di consistenza. Consistere ancora in una cosa, quasi niente, un fiore che duri poco, ecco questo geranio [...] guarda giù nel giardino quel geranio rosso.

Questo, quello sono gli ultimi indicatori di definizione individuale. Successivamente, gli indicatori diventano indefiniti: Di sera, qualche volta, nei giardini, s’accende così improvvisamente qualche fiore e nessuno sa spiegarsene la ragione.

Le espressioni indefinite creano un’atmosfera di vastità cosmica, mentre passa un brivido di esitazione che coinvolge per un attimo narratore e lettori.

 

I due racconti, avvicinati dalla nostra lettura, sembrano quasi l’esemplificazione di due atteggiamenti antitetici rispetto alla esperienza fantastica della morte. Ne La sirena abbiamo un personaggio che si getta nel mare affascinato dal richiamo di una  fanciulla divina, per il desiderio insopprimibile di ricongiungersi a un tu. Nell’altro abbiamo una creatura che, con l’accensione dei colori di un geranio nella sera, cerca ancora di aderire alla propria identità personale, al proprio io.

Due modi di rappresentare il fantastico per mezzo del linguaggio che è lo strumento della letteratura.

Tina Borgogni Incoccia

 

Lighea di Tomasi di Lampedusa Primo Levi: materia e letteratura Letteratura fantastica

 

25 maggio 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it