A Roma, sulle tracce de Il fu Mattia Pascal

Ricerca di Fausta Samaritani

 

Nel 16 giugno 1904, sulla “Nuova Antologia”, uscì l’ultima puntata del romanzo di Luigi Pirandello Il fu Mattia Pascal. Durante il convegno romano che ha celebrato i primi cento anni di questo romanzo, Alfredo Barbina ha rilevato che il 16 giungo 1904 è una data “magica”, per la letteratura del Novecento: nell’arco di questa fatidica giornata si svolge infatti l’Ulisse di James Joyce: il monologo interiore accompagna dall’alba al tramonto il protagonista, Leopold Bloom, nel suo peregrinare a Dublino. Il 16 giungo 2004, chiamato “Bloomsday”, si sono svolte a Dublino manifestazioni culturali nei luoghi di Joyce. Trieste, porto dell’Impero Austro-ungarico, città multiculturale e multilinguistica, in cui Joyce ha ultimato Gente di Dublino e Ritratto d’artista e ha steso i primi episodi dell’Ulisse, ha celebrato il “Bloomsday” inaugurando il Museo Joyciano. «Nell’organizzare a Roma il nostro convegno e una mostra documentaria su Pirandello _ ha osservato Alfredo Barbina _ purtroppo non abbiamo pensato anche ad una passeggiata romana, nei luoghi de Il fu Mattia Pascal.»

Queste poche righe rappresentano una guida ad un percorso romano, ispirato al romanzo di Pirandello.

 

Il protagonista è un personaggio chiave della poetica di Pirandello dell’“umorismo”, in cui tragico e comico sono variamente mescolati, nell’arco della nostra vita. Mattia Pascal, arrivato a 37 anni di fronte ad un amaro e ripetitivo destino “certo”, preferisce migrare in una “incerta”, seconda vita: baciato a Montecarlo da una insolita fortuna e poi raggiunto dalla notizia del ritrovamento di un cadavere scambiato per il suo, si finge realmente defunto e cambia nome in Adriano Meis. «Padrone di se stesso», sperimenta con gioia infinita una insospettata libertà e vaga per l’Italia: visita Milano, Padova, Venezia, Ravenna, Firenze e Perugia; giunge infine nella Capitale, in una Roma borghese, piccola e mediocre, con le sue camere d’affitto abitate da un popolo di «nani» che, secondo Pirandello, erano indegni della memoria della Roma imperiale. Qui decide di prendere stabile dimora questo «forestiere della vita», quest’uomo che nel romanzo è destinato a “morire due volte”.

Se i papi avevano fatto del loro meglio per trasformare Roma in «acquasantiera», gli italiani l’avevano ridotta a «posacenere», a immondezzaio, a ricettacolo di rifiuti: «D’ogni paese _ dice il signor Paleari, il padrone di casa di Mattia Pascal _ siamo venuti qua a scuotervi la cenere del nostro sigaro, che è poi il simbolo della frivolezza di questa miserrima vita nostra e dell’amaro e velenoso piacere che essa ci dà.»

 

Mattia Pascal (ovvero, Adriano Meis) ha trovato una camera mobiliata, all’ultimo piano di un vecchio edificio in via Ripetta, una zona in cui sono in via di completamento i lavori per i nuovi argini del Tevere. «Aperto l’uscio, mi sentii allargare il petto, all’aria, alla luce che entravano per due ampie finestre prospicienti il fiume. Si vedeva in fondo in fondo Monte Mario, Ponte Margherita e tutto il nuovo quartiere dei Prati fino a Castel Sant’Angelo; si dominava il vecchio ponte di Ripetta e il nuovo che vi si costruiva accanto; più in là, il ponte Umberto e tutte le vecchie case di Tordinona che seguivan la voluta ampia del fiume; in fondo, da quest’altra parte, si scorgevano le verdi alture del Gianicolo, col fontanone di San Pietro in Montorio e la statua equestre di Garibaldi.»

Influenzato dal vasto panorama che si vede da questa finestra, Adriano Meis fissa la camera a tempo indeterminato.

Pirandello nel 1892 si trasferì a Roma e abitò proprio a Porto di Ripetta, in un edificio che non esiste più. Dopo un periodo a Bonn, tornò a Roma e dal 1899 al 1907 visse in un appartamento nella attuale via San Martino della Battaglia (Castro Pretorio), dove scrisse Il fu Mattia Pascal.

 

Anselmo Paleari, il padrone di casa di Adriano Meis, è un personaggio curioso: seguace della scuola teosofica, possiede una intera biblioteca di libri sulle dottrine segrete. Egli fa da Cicerone a colui che si fa chiamare Adriano Meis: «Il signor Paleari invece non si curava di saper nulla di me, pago dell’attenzione ch’io prestavo a’ suoi discorsi. Quasi ogni mattina, dopo la consueta abluzione di tutto il corpo, mi accompagnava nelle mie passeggiate; andavamo o sul Gianicolo o su l’Aventino o su Monte Mario, talvolta sino a Ponte Nomentano, sempre parlando della morte.»

«Di sera, guardando il fiume»: questo è il titolo dell’undicesimo capitolo de Il fu Mattia Pascal. Che cosa significa la parola “libertà”, si interrogava Adriano Meis: «Ecco: essa, per esempio, voleva dire starmene lì, di sera, affacciato ad una finestra, a guardare il fiume che fluiva nero e silente tra gli argini nuovi e sotto i ponti che vi riflettevano i lumi dei loro fanali, tremolanti come serpentelli di fuoco; seguire con la fantasia il corso di quelle acque, dalla remota fonte apennina, via per tante campagne, ora attraverso la città, poi per la campagna di nuovo, fino alla foce; fingermi col pensiero il mare tenebroso e palpitante in cui quelle acque, dopo tanta corsa, andavano a perdersi, e aprire di tratto in tratto la bocca a uno sbadiglio. _ Libertà… libertà… _ mormoravo. _ Ma pure, non sarebbe lo stesso anche altrove?»

Hermann Hesse ha forse letto questo passo di Pirandello? Se lo ha letto, ne ha forse conservato memoria, per la pagina in cui Siddharta osserva le acque del fiume che gli rivela il senso ciclico _ sempre uguale, eppure sempre diverso _ della vita?

 

Mattia Pascal esplora Roma, a tutte le ore del giorno e della notte, spingendosi nei luoghi più solitari oppure percorrendo le strade più trafficate, a seconda dell’umore del momento. «Ricordo, una notte, in piazza San Pietro, l’impressione di sogno, d’un sogno quasi lontano, ch’io ebbi da quel mondo secolare, racchiuso lì, tra le braccia del portico maestoso, nel silenzio che pareva accresciuto dal continuo fragore delle due fontane.» Tutto, in quella incantata ora notturna era immoto, bloccato, tranne l’acqua fresca che sgorgava freschissima dalla pietra.

Sulla via di casa, in Borgo Nuovo, Mattia si imbatte in un ubriaco che gli rivolge questo invito, insospettato: «Allegria!» gli grida, barcollando sulle gambe. Questa è la notte degli incontri: a Tordinona, Mattia assiste all’aggressione di una donna da parte di quattro individui armati di bastoni. Egli brandisce il suo bastone ferrato, ma viene ferito al volto. I mascalzoni fuggono, mentre la donna grida. Ad una fontanella, posta sotto la rampa del vicino ponte, Mattia si lava la faccia e due questurini lo scorgono e lo interrogano sull’accaduto. Essi vorrebbero che Mattia denunziasse il fatto, ma egli rifiuta. «Bravo! Non ci sarebbe mancato altro! Aver da fare con la questura, adesso! Comparire il giorno dopo nella cronaca dei giornali come un qualsiasi eroe, io che me ne dovevo star zitto, in ombra, ignorato da tutti…»

 

«_ La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! _ venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. _ Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.» Paleari, mentre sventola sotto il naso di Meis la locandina del teatro delle marionette, su due piedi inventa questa curiosa osservazione filosofica: se, nel corso della rappresentazione, si verificasse improvvisamente un buco nel fondale del teatrino, che cosa accadrebbe? Facilissimo: Oreste vendica perché è strumento del Fato, quindi non è responsabile; ma se ci fosse uno strappo nella carta del fondale «diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in quel buco nel cielo di carta.» Uno strappo nel fondale riporta infatti lo spettatore alla dura realtà: se sul mitico Oreste si allunga la mano del Fato, il braccio di Amleto che impugna la spada diventa quello di un assassino.

 

Un giorno Mattia Pascal si accorge con disgusto di essere stato derubato di dodicimila lire che erano custodite nella sua camera, dentro una borsa di pelle: «Uscii di casa, come un matto. Mi ritrovai dopo un pezzo per la via Flaminia, vicino a Ponte Molle. Che ero andato a far lì? Mi guardai attorno; poi gli occhi mi s’affisarono su l’ombra del mio corpo, e rimasi un tratto a contemplarla, infine alzai un piede rabbiosamente su essa. Ma io no, io non potevo calpestarla, l’ombra mia. Chi era più ombra di noi due? io o lei? Due ombre! La, là per terra, e ciascuno poteva passarci sopra: schiacciarmi la testa, schiacciarmi il cuore: e io, zitto; l’ombra, zitta. L’ombra d’un morto: ecco la mia vita…»  Su quell’ombra passano prima gli zoccoli di un cavallo, poi le ruote di un carro, quindi le zampe un cane… Ecco che cosa resta oramai, di Mattia Pascal: un’ombra, trascinata sui selciati di Roma. Quale scampo, ormai, può avere il pover’uomo? L’unica via di uscita è uccidere Adriano Meis e riprendere i panni di Mattia Pascal. La messa in scena del suicidio di Adriano Meis avrebbe come conseguenza inevitabile liberare l’uomo da una identità divenuta scomoda.

 

Scesa era a notte. L’uomo si fermò in mezzo a ponte Margherita. «Sospettai che di là, sul Lungotevere, ci potesse essere qualcuno, qualche guardia, che _ vedendomi da un pezzo sul ponte _ si fosse fermata a spiarmi: volli accertarmene. Andai, guardai prima nella Piazza della Libertà, poi per il Lungotevere dei Mellini. Nessuno! Tornai allora indietro; ma, prima di rifarmi sul ponte, mi fermai tra gli alberi, sotto un fanale: strappai un foglietto dal taccuino e vi scrissi col lapis: Adriano Meis. Che altro? Nulla. L’indirizzo e la data.» L’uomo tornò sul ponte, poggiò sul parapetto bastone, cappello e biglietto… «Mi cacciai in capo il provvidenziale berrettino da viaggio che m’aveva salvato, e via, cercando l’ombra come un ladro, senza volgermi addietro.»

A Cinecittà, durante le riprese de Il fu Mattia Pascal, film con Isa Miranda, faceva un gran freddo. Per avere un po di tepore, Pirandello si mise accanto ad un riflettore da 5.000. Tornò a casa con la febbre alta che degnerò in polmonite. Morì a Roma, il 10 dicembre 1936. Da allora il riflettore da 5.000, in gergo, lo chiamano “Pirandello”.

Fausta Samaritani

 

Luigi Pirandello Tutti i romanzi, a cura di Giovanni Macchia, volume I, IV edizione, Milano, Mondadori, 1984, pp. 319-586.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

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Elio Providenti Colloqui con Pirandello

 

6 luglio 2004

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