Sperimentazione linguistica

La poetica di Luigi Meneghello

La poetica di Luigi Meneghello 2012

di Mariangela Lando

        

Scrittore autobiografico, autore della memoria e della rievocazione del tempo dell’infanzia, Luigi Meneghello è tra i narratori del dopoguerra che propongono una sperimentazione linguistica nuova affiancando ed intrecciando la propria ricerca memoriale a quella grammaticale e linguistica; con soluzioni che mescolano l’italiano e il dialetto Meneghello punta ad una personalissima indagine culturale e antropologica di un mondo rurale e popolare in via di estinzione. In questo modo ci presenta un personalissimo spaccato di vita che contiene la storia del suo paese nativo Malo, i modi di vivere, il dialetto e le parole dimenticate attraverso la particolare andatura di un racconto poetico

La prima opera di Meneghello, Libera nos a malo, è pubblicata nel 1963 per Feltrinelli quando all’epoca l’autore ha poco più di quarant’anni. Il racconto è interamente ambientato a Malo; al paese sono dedicati vividi e affettuosi ricordi e qui i protagonisti della narrazione sono gli abitanti, la folta cerchia familiare di Meneghello, i compagni e le compagne d’infanzia, i personaggi e i luoghi caratteristici che hanno connotato in modo significativo la sua vita a cominciare dagli anni trenta.

Le vicende sono raccontate in prima persona: Meneghello è contemporaneamente narratore e personaggio. Sotto un’apparenza dispersiva, come se l’autore avesse annotato qua e là i suoi appunti di vita, il libro presenta invece un’organizzazione calibrata fondata sull’alternanza di capitoli di differente argomento memoriale.

L’opera si compone di una prima parte piuttosto composita, in cui prevale la tematica dell’infanzia: l’autore unisce i ricordi del periodo infantile alla ricostruzione lucida e ironica di quel mondo popolare in cui viveva. Nella seconda parte invece prevale il rapporto del protagonista con il paese: il racconto è qui anche un’occasione per riattraversare l’epoca storica tra le due guerre mondiali, concentrando lo sguardo sulla vita di un paese di montagna.

Più o meno verso la metà di Libera nos a malo, Meneghello si sofferma a parlare ampiamente della propria lingua attraverso meccanismi di associazioni lessicali, deformazioni fono-morfologiche, trasporti dal dialetto alla lingua, conte infantili e canti:

 

La lingua aveva strati sovrapposti: era tutto un intarsio. C’era la gran divisione della lingua rustica e di quella paesana, e c’era inoltre tutta una gradazione di sfumature per contrade e per generazioni.

Strambe linee di divisione tagliavano i quartieri, e fino ai cortili, i porticati, la stessa tavola a cui ci si sedeva a mangiare. Sculièro a casa nostra, guciàro dalla zia Lena; ùgnolo presso il papà, sìnpio presso di noi. Si sentivano lunghe ondate fonetiche bagnare le generazioni: lo zio Checco non disse mai gi, neanche nei nomi propri, solo ji; del resto anche mio padre che jèra piuttosto che gera. Anche la morfologia era a incastro. La lingua si muove come una corrente: normalmente il suo flusso sordo non si avverte, perché ci siamo dentro, ma quando torna qualche emigrato si può misurare la distanza dal punto dove è uscito a riva.Questa lingua benché non registrata, benché territorialmente limitata […] benché tutta divisa in se stessa e di continuo terremotata, non è però uno strumento da prendersi a gabbo.

 

Gli strumenti principali utilizzati da Meneghello per dar vita nella narrazione alle descrizioni e alle impressioni dell’infanzia, sono le forme della lingua.

Il dialetto e l’italiano, s’intrecciano in modo del tutto personale, con garbo, ironia, giocosità, sempre controllati da un sapiente lavoro letterario, utilizzati come accostamento di vocabolari diversi, come registri, come strumenti di un evocazione che va oltre il realismo aprendo a un particolarissimo universo mitico e magico.

Il vecchio e il nuovo si affrontano e si scontrano nella descrizione delle scene, ma soprattutto instaurano un dialogo linguistico. Nelle tre opere di Luigi Meneghello Libera nos a malo, Pomo pero, Fiori italiani, il dialetto, la lingua madre, permette all’autore di riavvicinarsi al mondo dell’infanzia con uno strumento che, esplorando il mistero della vita, ne indaga in qualche modo anche il senso.

Una continuazione e un approfondimento della materia di Malo si ha in Pomo pero Paralipomeni d’un libro di famiglia, volume che esce per Rizzoli nel 1974.

Il titolo del libro si rifà ad un’invitante filastrocca infantile nella quale il bambino è invitato a scegliere, fra due mani a pugno, quella che non è vuota. Il volume è arricchito dall’innesto sapiente e particolarmente creativo di modi popolari e gergali, un gioco linguistico sul passato che consente di accedere a speciali sfere della realtà, difficilmente raggiungibili con il solo uso della lingua italiana.

Per quanto riguarda contenuto e struttura del libro, si tratta di un corpo diviso in due parti intitolate «Primi» e «Postumi».

Nei «Primi» che prendono avvio dalla nascita dell’autore, frammentariamente sono narrati episodi che riguardano le prime esperienze.

Lo stesso Meneghello ci racconta di aver tentato in Pomo pero di riprendere «certe nuove vibrazioni semi-segrete della materia antica di Libera nos», facendo quasi un esercizio di autoanalisi freudiana: «Certamente ci sono dei rapporti significativi con l’inconscio».

Nella sezione «Postumi» Meneghello ha voluto invece raccontare una particolare disgregazione del mondo delle sue origini: il dissolversi di un universo di parentele, conoscenze, vecchie amicizie. La narrazione presenta tutta la crudezza e il dispiacere che accompagnano questo riconoscimento. Frammenti di vita che non erano entrati nel racconto di Libera nos a malo sono ripresi in questa seconda parte di Pomo pero.

In riferimento alle persone che non avevano trovato spazio nella prima occasione, l’autore afferma: «Ho sentito il sugo umano della loro resistenza alla vecchiaia e a tutto ciò che ne consegue».

Nell’appendice intitolata Ur Malo, Meneghello si riferisce scherzosamente a Goethe per esporre un concetto importante sulla materia dei suoi libri: «Come c’è l’Ur-Faust, non è naturale che abbiamo anche noi l’Ur-Malo? Con questo volevo certo far sorridere i lettori, ma anche asserire qualcosa di serio, una piccola polemica, non già contro qualcuno, nessuno mi contraddice in queste cose, ma dentro di me. Volevo dire che anche la materia più umile, se è trattata come si deve, ha la stessa dignità di qualunque altra».

Nella seconda sezione di Pomo pero la lingua comincia ad assumere una fisionomia non soltanto descrittiva ed evocatrice del mondo paesano: attraverso sperimentazioni come certi elenchi di parole, accostamenti di vocaboli che formano delle filastrocche, diventa piuttosto la lingua dell’io, espressione libera dell’anima in una mescolanza di fantastico e reale.

Durante un convegno tenutosi a Malo nel 1987 per la nuova edizione di Pomo pero Meneghello fa alcune osservazioni critiche, a partire dall’analisi degli anni cinquanta, il periodo della ripresa economica, estendendo il concetto di consumismo all’opera letteraria.

Lo scrittore prende le distanze da questo fenomeno che, a suo modo di vedere, investirà negli anni successivi ogni aspetto del vivere e della società contaminando anche l’ambito culturale.

A proposito della scrittura e dello stile Meneghello afferma:

 

I libri sono sentiti come oggetto di consumo, anche da gente che ha interessi letterari. C’è stato un periodo, una ventina d’anni fa, in cui parecchi nostri letterati e scrittori, anche bravi […] parevano convinti che è bene che sia così, che questo è il modo di scrivere che bisogna scrivere roba effimera, mettersi alla pari con l’andamento delle altre cose del mondo […] la sola letteratura veramente moderna è quella di consumo […]. Personalmente, io non ho mai sentito questa tentazione, e non credo alla letteratura da gettare.[…]

Anch’io, come presumibilmente i fautori del consumismo intellettuale […] mi pongo il problema del rapporto tra il lavoro letterario e il mondo moderno. Come, a quali patti, si può prendere interesse alla vita di una volta nel contesto della vita di oggi? Qual’è il criterio di pertinenza culturale, per una qualsiasi forma di realtà? Io non ho certo la ricetta, la risposta sicura, ma ho sempre avuto la sensazione  che se si va a fondo, in qualsiasi settore della realtà che il caso, l’andamento della nostra vita  ci ha messo davanti, se andiamo sufficientemente a fondo, se scaviamo a sufficienza, il rapporto con il mondo moderno si crea da sé, senza cercarlo. La modernità deriva da ciò che trovi nella cosa, non dalla data della cosa. È una poetica molto semplice, ma è una poetica in cui credo.

 

 

La scrittura per Meneghello è sempre il frutto di un’attenta analisi, un’osservazione, una teorizzazione attorno alle cose, uno scavo nel proprio passato.

Uno degli aspetti primari dell’opera meneghelliana è l’attenzione data al dialetto quale lingua della realtà; attraverso la rivalutazione di una visione infantile del mondo, Meneghello riesce a utilizzare il linguaggio dialettale come griglia di conoscenza, attraverso la quale egli legge la realtà dei rapporti all’interno dell’ambiente paesano di Malo.

Per gran parte della narrazione sia in Libera nos a malo che in Pomo pero lo sguardo sulle cose è quello del bambino, che si avventura nei terreni accidentati e fascinosi dell’iniziazione linguistica, operazione con cui lo scrittore filtra costantemente il racconto dell’esperienza umana nel mondo.

Il libro Fiori italiani esce nell’ottobre del 1976, per Rizzoli.

In quest’opera Meneghello tenta di rispondere alla domanda: «Che cos’è un’educazione?».

La risposta consiste in una ricostruzione minuziosa di tutte le tappe dell’apparentemente facile e felice carriera scolastica di S., alter ego narrativo dell’autore. È probabilmente il libro più divertente, ma allo stesso tempo più feroce e critico di Meneghello. Qui il lettore può ritrovare vividamente raccontato tutto ciò che si insegnava e si imparava a scuola negli anni tra le due guerre.

Il libro, a differenza di Libera nos a malo e Pomo pero, presenta una strutturazione che segue il filo cronologico degli avvenimenti.

S., riflettendo sulla sua esperienza di studente, esprime un giudizio severo su un sistema scolastico che gli appare sclerotizzato e soffocante.

Dai banchi delle scuole elementari il racconto arriva agli anni dell’adolescenza, visti soprattutto come l’incontro con la lingua letteraria, che i vecchi professori amano definire aulica. Il dialogo di Meneghello con il passato, attraverso la finzione letteraria, è attraversato da una punta di amarezza, ma compare sempre a stemperarne l’effetto una particolare forma d’ironia:

 

Se c’è qualcosa di vero nell’idea con cui ho vissuto per tanti anni, che in fatto di lingua (parlata) il bambino, ogni bambino è geniale, dove va a finire questa genialità nel momento in cui il bambino comincia a scrivere?  Quello che è certo è che S. (geniale o no che fosse stato quando sapeva solo parlare) come scrittore riuscì eccezionalmente scadente. Non mi riferisco a compiti o esercizi di scuola ma allo scrivere in proprio, bizzarra nozione.

 

La narrazione, proiettata al passato, non trascura il punto di vista dell’autore adulto, che riavvicinandosi con il mondo dell’infanzia, lo osserva con affetto, simpatia e con grande ironia.

La parola poetica per Meneghello è sempre stata campo di indagine continuo tra realtà e letteratura. Alla vigilia dell’ottantesimo compleanno, nel rilasciare un’intervista a Franco Marcoaldi, l’autore si sofferma a riflettere sul significato di una propria abitudine cioè quella di riprendere costantemente in mano gli appunti; il processo di scrittura per Meneghello è stato un processo continuo. Tutti i suoi libri sono in qualche modo collegati tra loro, come “vasi intercomunicanti”e contengono lo stesso fluido che passa dall’uno all’altro, come un continuo narrativo.

L’opera intera di Meneghello rappresenta quindi lo specchio della sua vita: euforie, disincanti, speranze, depressioni, progetti, nostalgie, sentimenti di pietà, ma anche di ammirazione e di amore verso il grande valore dell’esistenza sempre alla ricerca fondamentale di un “nocciolo nella materia primordiale”:

 

Decine di migliaia di fogli riscritti parola per parola. Sapevo che procedendo così stavo accontentando più me che gli altri […]. Una volta ho cercato di teorizzare questa ricerca attorno allo scrivere e al pensare che sta dietro allo scrivere […].

Ecco quando arrivi a toccare quella sostanza vitrea, trasparente, che sta dietro ogni elemento del mondo, hai compiuto la cosa più bella che ti possa capitare.

Mariangela Lando

In ricordo di Luigi Meneghello

1 gennaio 2012

La Repubblica Letteraria Italiana www.repubblcaletteraria.it