Recita benifica per dare sussidii agli emigrati italiani

Luigi Capranica scrive a Paulo Fambri

Luigi Capranica scrive a Paulo Fambri

Ricerca di Fausta Samaritani

 

«Milano 21 Feb. 1866

Caro Fambri,

Morelli, dicendo esser di ciò convenuto con te si presentò un giorno alla commissione governativa dei sussidii per gli emigrati e disse che avendo stabilito di dare una rappresentazione della tua graziosissima commedia a beneficio dell’emigrazione italiana voleva offrire franchi trecento e la commissione accettò. Ciò accadde prima che uscisse il manifesto in cui si annunziava la recita a benefizio dell’emigrazione col prezzo del biglietto aumentato del doppio. La recita ebbe luogo con straordinario concorso: i palchi furono venduti carissimi e il Morelli fece un incasso che sorpassò di molto i mille franchi. Ora la commissione desidererebbe sapere da te se veramente tu esigesti che il Morelli pagasse soli franchi trecento, oppure tutto l’incasso, detratte le spese. Io sono incaricato di pregarti a fare un po’ di luce su questa faccenda, in cui il Morelli il vero sussidio lo ha dato a se stesso, non contentandosi dei denari che gli ha fatto incassare il tuo lavoro, che hai avuto la generosità di regalargli.

La mia lode, caro Paulo, val poco o nulla, ma se questa ti giunge gradita, sappi che io te l’offro grande e sincera.

Riscontrami subito, te ne prego, perché l’emigrazione è in subbuglio, temendo che il Morelli non abbia fatto il suo dovere.

Salutami la tua Signora e tienile gli occhi addosso, ora ch’è nella patria di quel tal Fiorentino, cariatide sparuta dell’Età Presente.

Ricevi un mezzo abbraccio (perché a tutto non arrivano le mia braccia).

Dal tuo aff.mo

Luigi Capranica»

 

Archivio centrale dello Stato, Fondo Paulo Fambri, sc. 10, f. 4. Lettera inedita.

Nella frase finale di questa lettera Luigi Capranica fa un esplicito riferimento alla corporatura di Paulo Fambri che era grande e forte, come un colosso. Nel 1849, cacciati gli Austrici da Venezia, Fambri liberò dalle prigioni Daniele Manin e lo issò in trionfo, sulle spalle, correndo per tutta la piazza San Marco.

A dicembre 1865 Alamanno Morelli portò al successo, al Teatro Niccolini, la commedia brillante di Paulo Fambri Il caporale di settimana. Vietata a Firenze dopo le prime recite, ne fu permessa invece, l’anno successivo, la rappresentazione a Milano. Questo è l’argomento della commedia:

Nel 1859 il giovane e nobile veneziano, Giovanni, spinto da spirito patriottico lascia Venezia e va a Torino ad arruolarsi come volontario nell’esercito Sardo, portando con sé il gondoliere Batocio, uomo goffo ma generoso, che viene scelto come tamburo. Giovanni si scontra con i grossolani modi da caserma dell’arcigno capitano Terremoto ed entra in rotta di collisione anche con il tenente Giberna, per i begli occhi di Rosina, figlia del caporale Tamburo e di una cantiniera. L’intrico potrebbe sfociare in tragedia se il capitano Terremoto, in fondo un burbero benefico, dopo aver ben strapazzato il povero Giovanni, non gli rivelasse che il giorno prima è stato nominato tenente e comandante della scuola di applicazione: quindi il contrasto è avvenuto tra ufficiali e deve seguire le regole della buona educazione. In una battuta, divenuta proverbiale, Terremoto ricorda a Giovanni una regola sempre valida, anche se non scritta nel Regolamento: “Nel militare, il superiore ha sempre ragione, ma specialissimamente poi quando ha torto. La è una massima però di cui l’inferiore deve ricordarsi sempre, e il superiore mai”.

Il capitano sardo, di antico stampo, avverso ad ogni novità ma ligio al suo dovere di ufficiale, ricalca la figura tipica del piemontese, uscito dalle Accademie militari. Negli anni successivi all’unità d’Italia, in ambienti militari si verificarono spesso amari contrasti tra ufficiali piemontesi di carriera e patrioti volontari che, da ogni parte, erano corsi ad arruolarsi. Organismi istituzionali di nuova formazione, come l’esercito italiano, denunciavano l’immaturità e i limiti di una affrettata fusione tra elementi di diversa origine.

Il commediografo Paolo Ferrari considerò positivamente la carica ironica di questa commedia, un po’ prolissa, che ebbe grande successo e che possedeva contemporaneamente i criteri di calunnia, di fotografia della realtà, di caricatura, di insegnamento, di scandalo e di satira civile.

Alemanno Morelli, nel 1866, a Milano, era capocomico della Compagnia Lombarda.

 

Nel 1866 la capitale fu portata a Firenze.

Paulo Fambri, dalle colonne de “La Stampa”, da lui fondata a Torino, aveva sostenuto questa scelta difficile e politicamente provocatoria, entrando in aperto contrasto con ambienti conservatori torinesi. In previsione dello scoppio di una nuova guerra, come già avvenuto nel 1859, si verificò l’emigrazione di migliaia di cittadini che, dal Veneto a dal Friuli si riversavano in Lombardia, convergendo soprattutto su Milano. Fambri, veneziano, era particolarmente sensibile ai problemi sociali e logistici di questa emigrazione italiana di natura politica.

 

L’“Età presente”, giornale politico e letterario veneziano, diretto da A. dall’Acqua Giusti, uscì dal 1858 al 1859, quando fu sospeso per lo scoppio della guerra. Vi collaborarono Domenico Fadiga, Paulo Fambri, Pascolato, Enrico Castelnuovo, Angelo Papadopoli, Luigi Luzzati, Angelo Messedaglia, Ippolito Nievo.

 

Luigi Capranica (Roma 1821-Milano 1891), scrittore. Nato in una famiglia di marchesi, nel 1848 aderì alla Repubblica Romana, per cui fu bandito l'anno successivo dallo Stato Pontificio e si rifugiò a Milano. Sotto la guida di D’Azeglio si dedicò al romanzo storico: Giovanni delle bande Nere (1875), Donna Olimpia Panfilj (1868), Maria Dolores (1887). Nel 1885 pubblicò la raccolta di poesie Veglie d’amore.

 

Lettera di Ungaretti e Lettera di Paolo Ferrari a Paulo Fambri

31 dicembre 2002

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul CD-Rom La Repubblica Letteraria 2002, N. 3 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, 2003

Messo in rete il 19 ottobre 2015