Il giallo inquietante di Leonardo Sciascia 2001

di Tina Borgogni Incoccia

Sciascia è stato un conoscitore appassionato del racconto poliziesco di cui ha adottato temi, schemi e tecniche narrative, non solo nei romanzi: Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo, Il cavaliere e la morte, Una storia semplice, ma anche nei saggi-inchiesta in cui esamina con attenzione scrupolosa gli "indizi" costituiti dai documenti d'archivio relativi a fatti delittuosi più o meno lontani nel tempo e rimasti in parte misteriosi (I pugnalatori, Morte dell'inquisitore, La strega e il capitano, La scomparsa di Maiorana, L'affaire Moro). Come afferma nella introduzione a Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, uno scrittore ha il dovere morale di assumere il ruolo di testimone nella lotta contro la impostura. Questa indagine sulla "giustizia tradita" non perviene mai a soluzioni facili e consolatorie come avviene nei "gialli" classici in cui il detective risolve brillantemente l'enigma, perché per Sciascia la verità non è mai semplice, anche quando tutto sembra semplice e chiaro. Certo, egli ama usare i clichés del racconto poliziesco, ma come parodia, per colorare la pagina di ironia lieve e dissacratoria, anche se i suoi racconti non arrivano mai a costituire un vero divertissement, come ci confessa nella prefazione a Il contesto. Il giallo, da comico espediente, diventa la tragica rappresentazione di una certa realtà politica, un giallo di denuncia politica e non certo un giallo consolatorio. E' vero però, come sostiene Antonio Pietropaoli nel saggio Ai confini del giallo, che se Sciascia prende in giro il falso dogmatismo dei racconti polizieschi di analisi tradizionale, non vuole veicolare la filosofia pessimistica di impossibilità della conoscenza. Le cause del delitto vengono infatti identificate storicamente e in tal modo la ragione investigatrice risulta vinta e vincitrice al tempo stesso, perché, anche se il potere non ne tiene conto, essa riesce a mettere in luce i vari depistaggi, insabbiamenti, inquinamenti delle prove che fanno intravedere tutto un perfido e diabolico ingranaggio (la parola ingranaggio è ripetuta otto volte ne Il contesto), dovuto alle ramificazioni tortuose di un potere malignamente deviato.

In questa ricerca della verità nascosta, lo scrittore rivela grande capacità di introspezione psicologica e sa abilmente rievocare l'atmosfera, le condizioni, il terreno di crescita del delitto, tanto da presentirlo e quasi annunciarlo. Talvolta è sembrato addirittura profetico, nell'immaginare certi eventi che si sono poi effettivamente verificati nella realtà tragica della nostra società negli ultimi decenni del '900. Nelle prime pagine de Il contesto (1971), la morte misteriosa del Procuratore Varga, sembrava proprio la morte annunciata del Procuratore Scaglione che avvenne in Sicilia subito dopo. Dopo la morte dell'onorevole Aldo Moro (1978), lo scrittore che in Todo modo (1974) aveva descritto la uccisione misteriosa di un uomo politico democristiano importante, dichiarò in un'intervista che non si sentiva più libero di immaginare perché aveva paura di dire cose che potevano avvenire.

Sicuramente profetica era stata anche la frase pronunciata dal capitano Bellodi, una delle sue prime generose figure di inquirenti, nel racconto Il giorno della civetta, a proposito dei delitti di mafia: Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia. Era l'anno 1961 e di mafia si parlava ancora poco. Anche l'affermazione conclusiva del giovane capitano: Mi ci romperò la testa, sembrava anticipare la lunga serie di giudici, giornalisti, commissari, ufficiali dei carabinieri che purtroppo si sarebbero rotti la testa nella dura realtà siciliana e la cui morte è ancora in gran parte avvolta nel mistero. Nei racconti di Sciascia il mistero rimane comunque insoluto e il problema della giustizia tradita diviene un problema morale, direi quasi religioso, anche se si tratta di uno scrittore laico.

Del resto il racconto poliziesco ha sempre un aspetto metafisico come sottolinea egli stesso nella sua Breve storia del romanzo poliziesco. Generalmente l'investigatore è incorruttibile, infallibile, dalla vita austera, ha la capacità di leggere il delitto nel cuore umano oltre che nelle cose e di presentirlo. Sembra realmente investito di luce metafisica. E non è un caso che il romanzo poliziesco abbia nella Bibbia le sue prime origini e che, nei racconti di Gilbert Keith Chesterton, il ruolo dell'investigatore sia tenuto da un prete, Padre Brown, in odore di santità. Insomma, in ogni investigatore c'è un po' di grazia illuminante, di Spirito Santo. Perfino il laico Rymond Chandler, famoso scrittore americano di romanzi polizieschi, nel suo manifesto intitolato La semplice arte del delitto, delineando un modello di racconto più democratico, più aderente alla realtà sociale e politica spesso ignobile e corrotta, dice che

nell'arte occorre un principio di redenzione (la parola ha una connotazione religiosa); lungo la strada dei malviventi deve passare un uomo che non è un malvivente, che non è bacato, che non ha paura. […] Quest'uomo è l'investigatore, è l'eroe, è tutto, un uomo completo, comune, eppure è un uomo che vorremmo incontrare e che raramente si incontra. […] Il romanzo è l'avventura di quest'uomo alla ricerca della verità nascosta.

Tina Borgogni Incoccia

Una storia semplice di Sciascia

5 Marzo 2001

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