Mito della vita in campagna in Leon Battista Alberti

 

di Lydia Pavan

 

L’opuscolo Villa _ forse una riduzione o un estratto di un’opera maggiore, soltanto concepita ovvero perduta _ è stato scritto da Leon Battista Alberti probabilmente nel 1438 ed è stato scoperto nel 1953 da Cecil Grayson, nel codice Palatino 267 della Biblioteca Nazionale di Parma.

L’opera s’inserisce a pieno titolo nella tematica privilegiata dai Rei rusticae scriptores, la cui tradizione, sviluppatasi in epoca classica, approda naturalmente al Quattrocento. Tra i tanti valori, presenti nel testo, ne predomina uno che, da Esiodo delle Opere e i giorni arriva all’Alberti, attraverso le meditazioni della filosofia stoico-epicurea e degli scrittori latini, come Virgilio delle Georgiche: è il valore della medietas (misura, medietà, equilibrio, saggezza), che si configura come un modello di vita finalizzato ad evitare gli estremi, ad affrontare l’imprevedibilità della fortuna, a dominare la realtà proprio come, nell’agricoltura, si deve dominare il campo per ricavarne il meglio per sé e per l’ambiente circostante, nella convinzione che gli eccessi, il poco o il troppo, arrechino dei danni cui è difficile rimediare.

 

Se la medietas è constatabile nella stessa scelta economica di investire per metà in campagna e per metà in città, scelta già attuata dalla famiglia Alberti nel Trecento, tutta la Villa è percorsa dal segno della moderazione _ che non è certo una novità nel periodo umanistico, basti pensare a Paolo da Certaldo che parla della misura come di un mezzo di difesa dai vizi. Scorriamo il testo.

Vedi e rivedi prima che tu statuisca piacerti quello per cui tu darai quello che a tutti piace, cioè il danaro, che bisogna dunque saper gestire con oculatezza e capacità previsionale. Come de’ figliuoli, così della villa: una ène poco, due sono assai, tre sono troppi. Lo spazio della villa è così legato a quello della famiglia da presupporre una medesima progettualità, all’insegna appunto della medietas, la quale funge da argine per un’istituzione familiare in crisi nella società del Quattrocento, crisi che si propone ancora oggi.

Fornisci la casa di quello bisogna e di quello può forse bisognare. Compera niuna di quelle cose, quali puoi prendere da e’ tuoi terreni: sono raccomandati una gestione oculata e il risparmio, onde evitare superflue spese. I precetti dell’utile e del necessario, dunque né il troppo né il poco, sono ribaditi nella parte in cui l’Alberti, rivolgendosi al proprietario, si occupa dei rapporti con i servi: A questi comanderai cose utili, darai quello che sia necessario. E ancora il criterio della medietas è riproposto nella pratica della coltivazione e della gestione dei consumi casalinghi: Più nuoce il troppo stercorare [concimare] che non giova il poco; più molto giova assai stercorare che non nuoce il troppo. […] Non solo lo ulivo fugge il troppo caldo e anche il troppo freddo ma e ogni radice nutrita dalla terra ama l’aiere temperato. […] El fuoco mai si spenga in casa, e mai arda indarno.

 

Emblematico è poi l’uso ragionevole del tempo riferito ai servi: Non vorrai facciano il dì quello possono poi fare la notte, né in dì da lavorare gli occuperai in faccende quale e’ possano essequire il dì della festa.

Con prudenza e oculato consumismo Alberti consiglia: Béi quando la botte sia piena, e béi quando el’ è scema, consiglio che risulta chiaro anche in Esiodo, secondo il quale è bene saziarsi all’inizio e alla fine. Trattando della ricchezza, entrambi sono convinti che sia apprezzabile solo quella ottenuta senza frode. Scrive Alberti: E quelle ricchezze quali s’accumulano senza fraude sono un bene divino. Ancora, il risparmio del tempo, la sua capitalizzazione rientrano in una visione del mondo ispirata ad un’organizzazione sagace dell’esistenza, alla coscienza che utilizzare il tempo in modo saggio equivale a rallentarne la corsa: A chi perde tempo s’accrescono faccende, lo ’ndugio rende il fine contumace e fuggitivo.

Legata all’esigenza di non perdere tempo, è forse la moderazione stessa nel parlare.

   

La medietas non è certo disgiunta dal realismo, appreso da autori classici come Catone il Censore (De Agricultura) o Plinio il Vecchio (Naturalis Historia); molteplici sono infatti, nella Villa, i consigli pratici per colui che vuole arrivare ad un’optima ricolta, partendo dall’aratura e dai lavori intermedi, prestando attenzione alla posizione della luna, crescente o calante, e del sole: nulla tanto nuoce a tutta la villa quanto non guatare ogni dì dove il sol si lieva e dove e’ si pone.

Traspare qua e là una concezione pseudo-animistica della natura, ove gli astri hanno una dimensione corporea, e ove s’individuano possibilità relazionali. Si vedano, tra gli altri, i passi seguenti: Nimico alla vite è il lauro e anche il caulo[cavolo]; e sdegnano e’ pampani il rapano [ravanello] e aodiano el caule [odiano il fusto del cavolo]. […] Seminerari che la luna ti vegga. […] Osserva che la luna smagri e non ti vegga. Si direbbe che venga riconosciuta alla luna una sorta di facoltà percettiva: gli sguardi suoi e dell’uomo s’incrociano o meno, in un rapporto continuo di sfida.

Il realismo dell’Alberti non si esaurisce, dunque, in un’osservazione oggettiva, ma è vivificato da un linguaggio originale che connette magicamente i fenomeni.

Lydia Pavan

 

11 febbraio 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it