Laudomia Bonanni, detta La penna dell’Aquila

di Pietro Zullino

 

Forte della sua esperienza di maestra elementare nei minimi centri dell’Abruzzo montagnoso, nonché di assidua consulente del tribunale minorile del capoluogo, operò, all’esordio, una singolare rivoluzione nella narrativa italiana, raccontando per la prima volta «dall’interno e dal basso» _ con crudele immediatezza, al netto di ideologismi o tesi precostituite, e senza orizzonti di speranza _ l’inferno segreto dei ceti più infimi e marginali della società: contadini, faticanti, pastori. Ma presto il suo sguardo si alzò ad esplorare altri mondi. 

Laudomia Bonanni, nata a L’Aquila nel 1907, morta a Roma nel 2002, straordinariamente apprezzata e discussa a motivo del personalissimo stile e dei contenuti innovatori della sua prosa, deve essere ricordata come una delle migliori penne del Novecento italiano.

Furono Eugenio Montale, Giacomo Debenedetti, Emilio Cecchi , Arnaldo Frateili, Enrico Falqui, Carlo Bo ed altri famosi recensori a tesserne le prime lodi quando_ da perfetta sconosciuta_ vinse con un volume di racconti inediti il premio Amici della Domenica, complementare al premio Strega, indetto dal salotto letterario Bellonci (Il fosso, 1948).

Venne subito definita erede del realismo verghiano e paragonata, per altri e ben distinti versi, a James Joyce e Virginia Woolf. Erano i tempi duri dell’immediato dopoguerra: la nuova stella brillò all’improvviso in un firmamento letterario dominato da Carlo Levi, Corrado Alvaro, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Vitaliano Brancati, Leonida Rèpaci e dal vecchio Massimo Bontempelli. In quel cielo gli astri di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Italo Calvino, Vasco Pratolini e Pierpaolo Pasolini non erano ancora comparsi; lo stesso Alberto Moravia aveva pubblicato due soli libri; fra le narratrici regnava, incontrastata da un ventennio, Gianna Manzini; Elsa Morante muoveva appena i primi passi.

Pubblicato da Mondadori nel 1949, Il fosso vinse anche il milanese, ambitissimo premio Bagutta (1950) che mai era stato attribuito a una donna. Né era ancora mai accaduto in Italia che un solo libro si aggiudicasse due premi. Con un successivo volume di racconti (Palma e sorelle) la Bonanni meritò nel 1954 anche il premio Soroptimist. Eppure i giorni della maggior fama dovevano ancora venire: al romanzo L’imputata (Bompiani) venne infatti assegnato il premio Viareggio 1960, e al romanzo L’adultera il premio Selezione Campiello1964. Una successiva generazione di critici (tra cui Geno Pampaloni, Claudio Marabini, Carlo Betocchi, Fausta Cialente, Ferdinando Giannessi, Raffaello Brignetti, Michele Prisco, Piero Dallamano, Gino Montesanto) sostenne con convinzione _ pur in grande varietà di sottolineature e accenti _ questa scrittrice dall’identità artistica così originale e spiccata. L’imputata e L’adultera furono tradotti in lingua francese e spagnola e diffusi in Francia, Belgio, Canada, Spagna e mondo latino-americano. Sul valore della Bonanni si accesero anche dispute feroci: in Italia la destra cattolica e alcuni “laici” come Giancarlo Vigorelli e Ferdinando Virdia si dichiararono contro; un Giacinto Spagnoletti la recensì con freddezza. 

Dopo una pausa di dieci anni dovuta ad esaurimento nervoso, la scrittrice tornò prepotentemente alla ribalta con Vietato ai minori, ambientato nel mondo della deliquenza giovanile (in finale allo Strega del 1975); in seguito pubblicò i 19 racconti di Città del tabacco (1977) e Il bambino di pietra (1979, romanzo, finalista allo Strega di quell’anno). La sua produzione editata si concluse con Le droghe (1982), ma nei suoi cassetti sono stati rinvenuti tre romanzi manoscritti: La corrente (1939), Prima del diluvio (1945) e La rappresaglia (1984).

Segnatamente ne Il fosso, Palma e sorelle e Città del tabacco, le protagoniste di quasi ogni vicenda sono donne: umili e vessate creature che dalla continuità del materno traggono la forza di riparare il tessuto familiare e sociale lacerato da povertà, emigrazione, carestie, terremoti, ignoranza, e soprattutto guerre: donne capaci di biblica rassegnazione, anche se talvolta (ad es. in Palma) hanno pietà di se stesse e manifestano barlumi di rivolta contro questo eterno rinnovarsi dell’olocausto femminile; oppure esprimono una vitalità animalesca, con cui riescono a riscattarsi  da una cifra esistenziale in partenza vicina allo zero (come ad es. nello sconvolgente Monaca di casa, della raccolta Palma e sorelle).

Altro importante registro della Bonanni è la sapiente descrizione del mondo dei bambini e in genere dell’universo minorile (vedi specialmente L’imputata). Gli uomini, viceversa, entrano nelle sue pagine come entità disorientate, meno intelligenti, e rese anche più fragili dalla loro stessa nativa appartenenza a un patriarcato in disgregazione e fallimento (a lungo si parlò di un «femminismo alla Bonanni» ben più radicale di quello che si andava esprimendo in quegli anni nelle piazze).

Ma, come notò per primo Eugenio Montale, coesisteva nella scrittrice una seconda vena narrativa, capace di indagare con terribile acutezza di sguardo e profondissima introspezione non solo i proletari, ma anche i «mostri» di una piccola defedata borghesia. L’alternativa psicologica già si rivelava appunto ne Il mostro (della raccolta Il fosso: la trasformazione puberale di un ragazzo vista con gli occhi scandalizzati d’una zia); e giungeva a pienezza espressiva sedici anni più tardi con il glaciale L’adultera, per infine prevalere con Il bambino di pietra (lungo apologo di una nevrosi femminile e di una maternità coscientemente rifiutata).

Temperamento aristocratico, pessimista, solitario fino alla misantropia, la Bonanni mai cedette alle mode letterarie e ai gusti del momento. Rimase fino all’ultimo esigentissima con il lettore; intenderla non è da tutti.

Ricca di umanità, ma pure aspra e amaramente ironica, fu capace di ritmi vertiginosi e spiazzanti costruzioni sintattiche e paratattiche. Si fece anche signora di un lessico sterminato, denso di brillanti arcaismi come di  sconcertanti neologismi: accettava di semplificarlo solo quando scriveva per le terze pagine dei quotidiani (è ricca e pregevole la sua produzione di elzeviri). Non ebbe, di conseguenza, un successo di pubblico corrispondente a quello di critica; la casa editrice Bompiani, morto Valentino, si macchiò dell’imperdonabile sciatteria di porla fuori catalogo, come si fa con gli «scrittorini usa-e-getta». I diritti sono pertanto disponibili. Bisogna augurarsi che un editore di conservato prestigio si risolva, per amor della cultura, a pubblicare l’Opera Omnia, comprensiva degli interessantissimi inediti.

Pietro Zullino

 

Convegno Laudomia Bonanni Lettere della Bonanni ad Ottaviano Giannangeli

2 Agosto 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

 

Zibaldone

Laudomia Bonanni

(ricerca di Pietro Zullino)

 

 

«Quando il ragazzo lasciava finalmente il suo tavolo destreggiandosi per andarsene nel poco spazio lasciato dalle donne, come le passava innanzi, la madre soleva trarselo sulle ginocchia secondo un’antica abitudine. Egli vi si abbandonava un po’ goffamente nella sua nuova mole, ma d’una goffaggine solo esteriore, poiché continuava a ricevere tranquillamente le effusioni d’un tempo, senza le irascibili ripulse di quell’età, tanto incresciose e dure alle madri. Un ragazzo molle placido e curiosamente imperturbabile. Restava fermo in quel grembo impicciolito, più grosso del vero, con le bianche cosce pelose di spessore e forma femminili, un po’ divaricate; avendo solo con mossa già abile badato a pararsi l’inguine d’un lembo della giacca.» (Dal racconto Il mostro, ne Il Fosso, Mondadori, 1949)

 

«Di quindici anni fu data la Palmina a quel piccolo giovinotto nocchiuto delle masserie. Tirava appena il lutto per la madre che, tolta dal collegio dove l’avevano messa agli studi, improvvisamente e quasi senza preparativi si trovò sposata. Vale a dire che in un qualsiasi giorno, ancora col cappottino blu delle monache e il collaretto bianco di pizzo – là se ne adornavano alle feste_ si trova a rientrare in casa al braccio d’un uomo sconosciuto, che ancora stenta a capire chi sia [...]. Ribellata non s’è, non ci aveva neppure pensato, sebbene vagamente tema che le monache non approverebbero [...]. Spaurisce in faccia come se stesse per piangere. Lo sposo sita un po’ di stallatico e ha il braccio pungicoso di lana caprina, essa ritira le dita.» (Da Palma e sorelle, Casini, 1954)

 

«La mattina del quindici settembre, al cantone di un casamento di via Castello, si trovò un cadaverino. Il sopraluogo avvenne dopo tre ore, col sole e le mosche. Dai racconti delle donne, confusi e pieni di particolari, sembra che facessero la scoperta i bambini. I primi erano risaliti scalzi dal vicolo, fermandosi al cantone e abbassando le teste cespugliose. Quelli benestanti del casamento uscivano dal cancello sbattendo le scarpe. Chi guardava dalle finestre vide il grosso cartoccio di giornale. Era umido avvoltolato come si buttano gli avanzi del pesce e stava in cima al mucchio delle immondizie che gli spazzini non portavano via da quattro giorni. I bambini vanno sempre a raspare come i cani: secondo i racconti uno scartava col piede mentre due, del vicolo, tiravano via con le mani pezzi di giornale spappolato. In ultimo avevano fatto un cerchio di schienucce gobbe. E pare non avessero gridato.» (Da L’imputata, Bompiani, 1960)

 

«Mi vedo con mio figlio scendere a piedi la collina, ritrovando a memoria il nostro sentiero cancellato. Devono esserci ancora cespugli di liquerizia tra il groviglio d’erbe selvagge, fumeremo zeppi di liquerizia invece delle sigarette. Un ritorno alla sua piccola droga infantile, al delibato succhiotto. Alle fuge innocenti, inconsce. Affondare i piedi nudi nella sabbia arroventata, nella frescura della risacca che lambisce va e riviene. Camminare [...] oltre l’ultimo trabocco sospeso in un’aria tremolante di calura, fino al mare libero pulito. Fino al momento che si ributterà in acqua e nuoteremo insieme a gran bracciate verso il largo. Mi seguirà. Ricominceremo da capo. (Da Le droghe, Bompiani, 1982)

 

Bibliografia: Laudomia Bonanni, Epistolario, a cura di Fausta Samaritani, Lanciano, Rocco Carabba, 2006.

Laudomia Bonanni incipit Viaggi in Calabria Il nostro mondo in bianco e nero Pagine dall'Epistolario, volume II

28 settembre 2002 e aggiornamento 22 maggio 2006

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