Il matrimonio è in scena,
secondo Italo Svevo 2000
di Oretta Guidi


Uno dei motivi ricorrenti e centrali nelle commedie di Italo Svevo è il matrimonio, con i litigi, le ripicche, le gelosie, i piccoli e grandi ricatti economici, le crisi, le infedeltà, le insoddisfazioni femminili. Molti critici accettano la tendenza a considerare le posizioni di Svevo sulla centralità della figura femminile, all'interno del matrimonio, vicina a quella di Henrik Ibsen e, in misura più complessa e inquietante di Johan August Strindberg, che vede realizzarsi nel legame matrimoniale tutte le violenze e le contraddizioni, le nevrosi e i malesseri della società borghese.
Per Italo Svevo il matrimonio, con i suoi riti obbligati, con la pesante fissità dei ruoli, è lo specchio di quella società mitteleuropea ormai alla deriva, giacché ha perso il senso della centralità e dell'egemonia. All'interno del lento e progressivo svuotamento delle istituzioni, in cui resta in superficie un'illusoria apparenza di normalità e di adeguamento ad una realtà socio-politica in frantumi, gli intellettuali avvertono più degli altri l'approssimarsi di una fine imminente, di una grigia accettazione dell'uomo inetto, dell'uomo senza qualità. Varie sono le risposte, nei paesi dell'Europa Centrale, alla coscienza della crisi, profetizzata in modo ineluttabile dai padri di tutta la cultura mitteleuropea, da Arthur Schopenhauer a Friedrich Nietzsche. Svevo risponde come un borghese, profondamente e drammaticamente scisso in due parti inconciliabili: l'uomo d'affari efficiente e integrato e lo scrittore in preda ad una nevrosi insanabile che con lucidità penetrante non può illudersi né su se stesso, né sulla malattia che corrode l'uomo alla radice.
Se Italo Svevo cerca di salvare il suo matrimonio, quale punto fermo della sua vita, lo scrittore che è il lui si dissocia dall'uomo e la sua critica alla famiglia borghese, malgrado la sua sofferta tranquillità privata, non sarà per questo meno amara e radicale. Quanto delle esperienze di vita Svevo ha trasferito, sublimato, deformato, mimetizzato, mascherato nella sua opera, cioè nella cura risanatrice della scrittura? Pare quasi che desideri, sotto la maschera borghese di un matrimonio riuscito, seppellire curiosità e pulsioni sessuali. Vuole rimuovere il desiderio e il pensiero della morte, inconsciamente consapevole che eros e thanatos siano indivisibili. Il rapporto tipo con la moglie si sublima o nella tendenza ad un mitico ed universale ritorno alle "madri", cioè alla purezza primigenia, o diventa un legame affettivo "da sorella", di scambievole assistenza, di protezione del nido familiare dagli assalti e dalle contraddizioni del mondo esterno.

E' nel teatro che Svevo pone nell'intreccio drammatico le tensioni, le nevrosi, le infedeltà che affettivi all'interno dell'apparente quiete matrimoniale e che dimostrano come il matrimonio, momento centrale nell'identità del borghese, possa sopravvivere soltanto con l'ipocrisia e con l'opportunismo.
Trapela da frasi spezzate, da allusioni, da incisi, da battute ironiche la sfiducia nella convivenza matrimoniale, considerata uno scomodo rifugio, un contratto di tipo economico. Negli ambienti familiari della sua Trieste si respira un'aria di chiuso, di angusto, resa ancor più pesante da condizionamenti economici e finanziari. Protagonista delle commedie di Italo Svevo è la piccola e media borghesia, immersa in piccoli affari, in pedestri considerazioni di vita quotidiana, nelle quali sembra non possano trovare posto tensioni ideali, profonde e assolute lacerazioni dell'anima, passioni, totali, ma solamente vaghi e sordi sentimenti d'insofferenza, che non giungono mai a porsi come coscienza ed esigenza di una vita diversa e trasgressiva. Tra adulteri consumati " più spesso dagli uomini, soltanto sognati delle donne " tra triangoli accettati o rimossi, tra tentativi di fuga e litigi il matrimonio rimane, anche per Svevo, necessario per assicurare all'uomo un'ipocrita tranquillità sentimentale, consapevole che la donna deve di solito subire ricatti economici e conformismi sociali.
In tutte le commedie Svevo ripropone, in situazioni e forme diverse, un'amara casistica sentimentale nella quale si scontrano, senza possibilità di soluzione, i suoi rigidi principi di etica matrimoniale (riservati, ahimé! solo per il sesso femminile) con la libertà rivoluzionaria ed antisociale dei sentimenti e delle pulsioni erotiche. I suoi personaggi si tirano indietro sia da scelte definitive, sia dall'accettazione totale del "desiderio" che, realizzato, potrebbe scardinare ogni accomodamento con la realtà.

Nelle sue commedie è possibile riconoscere un'analisi impietosa del matrimonio, ora condotta con la leggerezza e la bonaria comicità che si addice al vaudeville, ora realizzata con l'amaro compiacimento di chi affonda il coltello nelle proprie piaghe. All'interno del suo teatro sono riconoscibili due filoni: uno derivante da Carlo Goldoni, leggero e amabilmente sorridente, l'altro, più introspettivo e autobiografico, collegato alle suggestioni e agli echi della drammaturgia di Ibsen e di Strindberg.
In Terzetto spezzato Svevo rappresenta un insolito triangolo, una volta felice, spezzato ora, come suggerisce il titolo, dalla prematura morte della donna, Clelia, che in vita si divideva con discrezione e soddisfazione fra il marito e l'amante. Questi, amici prima e poi involontariamente accomunati dalla stessa perdita, attendono nel solito salotto finemente ammobiliato, tra discorsi banali, la materializzazione dello spettro di Clelia, la cara estinta. Sembra in apparenza che l'amore spinga il marito a queste pratiche spiritiche per rivedere la moglie, mentre sia il marito sia l'amante vogliono invece approfittare del fantasma per problemi pratici: l'uno (il marito) sapere in anticipo il prezzo del caffè, l'altro (l'amante) avere ispirazione per un'opera letteraria.
Fra questi due uomini impossibili, il marito, gretto e preoccupato dei suoi affari e l'amante, letterato in attesa di completare il suo capolavoro e pronto a godere in modo disimpegnato l'amore femminile si destreggiava, da viva la donna, costretta ad accettare l'ipocrisia della sua classe. Nelle sue parole c'è la teorizzazione del triangolo: il matrimonio è sopportabile soltanto in tre. Questa Madame Bovary alla rovescia, lucidamente consapevole dei rischi della passione romantica, non si illude sugli uomini e sul matrimonio.
E' interessante, in questo terzetto, il ribaltamento dei ruoli tradizionali: qui, a differenza di Zeno, che alterna con ambigua soddisfazione l'affetto calmo e rassicurante di Augusta con i palpiti dell'attrazione sensuale per Carla, è la donna a trovarsi in una situazione di privilegio, perché analizza, senza false illusioni, la mediocrità affettiva dei due uomini. Foto del matrimonio di Italo Svevo

In una società piattamente opportunista, volta a salvare le apparenze del perbenismo, eterna bandiera della borghesia, non c'è possibilità di fuga o di salvezza, bensì solamente l'arte sottile di ambigue strategie di accomodamento e il gioco intercambiabile delle maschere, da usare a seconda delle circostanze. Clelia, a differenza di altre figure teatrali di Italo Svevo, non resta chiusa in una passiva accettazione della noia coniugale, come Elena in Una commedia inedita, né tenta sterili ribellioni, come Lucia in Le ire di Giuliano, né ricorre a ricatti sentimentali pur di tenere legato il marito, come Giulia ne L'avventura di Maria, ma accetta la doppia moralità borghese tipica del sesso maschile, per godere di tutti i benefici della sua condizione.
Italo Svevo di solito traccia una netta linea di demarcazione fra la donna-amante e la donna-moglie-madre-sorella, vivisezionando con masochistica voluttà gli aspetti contrastanti della femminilità. Nella commedia Terzetto spezzato fonde la complessa ambiguità dell'amore in un'unica donna, in vita tenerissima moglie e appassionata amante.
Perché c'è quasi sempre una scissione così netta, anche all'interno del matrimonio, tra corpo e anima? Perché la vitalità e la spontaneità sessuale sono riservate in prevalenza a donne del popolo?
In modo più o meno consapevole Svevo ha trasferito nei personaggi maschili una sua paura latente della donna che sovverte l'ordine e il decoro, tanto cari alla borghesia, facendo sorgere il sospetto di una non realizzata educazione sentimentale, di una carenza inespressa, ma non meno temuta, della virilità. Da questa debolezza nasce il suo stupore, misto ad amara ironia, nell'analizzare il comportamento delle donne, che ingannano la buona fede dell'uomo, come Lucia o come Giulia Campioni, protagonista de La moglie ideale di Marco Praga, alla cui rappresentazione Italo Svevo assistette, al Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Trieste, il 24 novembre 1903.


L'esigenza di libertà e di scelta e la volontà di trovare nuovi spazi e nuovi canali di comunicazione e di purificazione, di fronte alla coscienza dell'aridità e dello svuotamento dei rapporti affettivi all'interno del ménage coniugale, non riescono a superare i pesanti condizionamenti familiari e sociali, come constatiamo nei due atti unici: Le ire di Giuliano e Una commedia inedita.
E' interessante la figura di Lucia (forse la più moderna, nel teatro di Svevo) che in seguito ad un ennesimo litigio con l'iroso marito Giuliano cerca, in un momento di autentica riflessione, una nuova forma di vita: ritorna nella casa materna, in attesa di riprendere il precedente lavoro di maestra d'asilo. Una donna finalmente, che desidera dare un senso alla vita con il lavoro e non con la classica, ma in fondo sterile, ribellione sentimentale che porta quasi sempre verso l'adulterio, consumato per noia e frustrazione.
Per un momento lo spettatore ha l'illusione di lasciare alle spalle atmosfere e situazioni legate al teatro di Giuseppe Giacosa, di Gerolamo Rovetta, di Marco Praga, per avvicinarsi alla temperie spirituale, alle contraddizioni tra uomo e società, alle laceranti prese di coscienza di tante figure femminili di Ibsen. Ci rendiamo poi conto di quanto sia improprio questo parallelo: Nora e Lucia in Casa di bambola hanno in realtà poco in comune con la Lucia di Svevo. La libertà come rischio totale, l'opposizione al conformismo imperante, la lotta tra i sessi, la ricerca della propria identità trovano spazi limitati nelle protagoniste sveviane, le quali sono spesso respinte in ruoli codificati.


Ad un clima analogo di tensioni coniugali, di battibecchi, di desiderio di rottura non realizzato si rifà Una commedia inedita, nella quale sono caratterizzati tre personaggi. Il marito, il Signor Penini, noioso e autoritario che vuole costringere la moglie a seguirlo a Venezia, dove spera di risolvere positivamente i suoi affari; la moglie, Elena, insoddisfatta e annoiata dopo tre anni di matrimonio; un giovane scrittore verista, Adolfo, discreto corteggiatore della donna e suo aspirante amante. In poche battute è condensato l'autoritarismo del marito e il fastidio di Elena, la cui scelta si risolve o nel seguire un marito noioso o nel tentare un'avventura sentimentale con un letterato fatuo e inconcludente. Nel dialogo con il giovane spasimante, Elena rivela, con accorata lucidità, quanto sia deprimente la sua vita di donna sposata e come sia impossibile risolvere in un'avventura il suo malessere esistenziale.
Svevo, nel suo modo sottile e sotterraneo, conduce la parodia del marito geloso _ che, come in un classico vaudeville, si nasconde nell'armadio per sorprendere in flagrante la moglie _ poi dello spasimante, mediocre scrittore che ricorre alla letteratura per fare presa sulla fantasia femminile. Tratta invece con pietosa commozione Elena, poiché porta nella quotidianità borghese, immiserita da preoccupazioni banali e immediate, le profonde lacerazioni della sua affettività inaridita. Ella _ ci pare un elemento psicologico nuovo _ è ben consapevole che niente la può aiutare, nella crisi esistenziale che sta vivendo, meno che mai una avventura piccolo-borghese, ammantata di pretese culturali e letterarie.
Se Clara, Lucia ed Elena testimoniano la compromissione, presente in ogni rapporto, anche nel più intimo, e sperimentano l'incomunicabilità come condizione tipica dell'essere umano, ancora più nevrotico ed ossessionante, nell'apparente tranquillità dei legami coniugali, appare il rapporto uomo-donna nelle commedie Un marito, L'avventura di Maria e La rigenerazione.


Fino a qual punto Svevo paventasse la violenza latente in lui, e guardasse con terrore al matrimonio come momento di totale e violenta passione, lo registriamo dalle contraddizioni, dalle nevrosi che si agitano in Federico, il protagonista di Un marito, assassino per amore, per gelosia, per masochismo. Uccidendo la moglie traditrice egli in realtà spezza ogni linfa di vitalità dentro di sé, poiché si prelude la possibilità di legami d'amore con la donna.
Il tema dello scontro fra due opposti ideali di vita è svolto con puntigliosa chiarezza didattica in L'avventura di Maria: da una parte ci sono i borghesi, dall'altra gli artisti che incarnano il mito romantico di genio e sregolatezza e che non possono mandare in frantumi le famiglie, costruite sui sani e solidi principi borghesi. La fragile e inquieta violinista Maria Tarelli, a Trieste per concerti, è ospite di Giulia, una ex-compagna di collegio, felicemente sposata con il bottegaio Alberto Galli. Tra questo commerciante, abituato ad avventure con donne banali e volgari, e l'indifesa fanciulla nasce un'attrazione che rischia di compromettere le sorti del matrimonio. Tentata dalla tranquillità di una sistemazione, Maria, quasi invidiosa della felicità dell'amica, medita di fuggire in Brasile con Alberto, per costruire una famiglia borghese. Ma il signor Tarelli, zio e impresario della violinista, Deus ex machina della vicenda, riporta ogni personaggio al suo posto naturale.
L'apparente ristabilimento dell'ordine non ci deve ingannare, perché nulla potrà tornare come prima, dopo che l'autore ha demistificato le paure e le contraddizioni, presenti sia nella conformista e piatta famiglia Galli, sia nella solitudine e nella fragilità dell'artista, tentata dai falsi valori della tranquillità sociale e del benessere. L'artista scende dal sublime mondo di bellezza e la sua arte, mercificata, trastullo di un pubblico incompetente _ un raccolto di zucche vuote, dice Maria _ e guidato da una critica inetta, deve venire a patti con i modelli borghesi correnti.


La rigenerazione, l'ultima e più complessa delle commedie di Svevo, ricca di implicazioni psicologiche e culturali, vero testamento spirituale dell'autore, si basa sull'idea che unicamente attraverso un'operazione di ringiovanimento sia possibile per il settantaseienne Giovanni Chierici ritrovare la perfetta integrità fisica e spirituale. Il contrasto intimo che lo travaglia non è quello tradizionale fra due momenti antitetici dell'esistenza, cioè la giovinezza e la vecchiaia, né fra i due stati ricorrenti negli altri personaggi sveviani, cioè salute e malattia. Non è la gioventù che egli vuole recuperare, né la vecchiaia che vuole fuggire, bensì sperimentare una stagione nuova, mai vissuta, lontana da quanto di fisso e di rigido c'è stato nel suo matrimonio, per aprire nuove prospettive e spiragli trasgressivi nel decoro borghese e nella ripetitività dei ruoli.
Egli desidera con tutte le forze ritrovarsi diverso da quello che è, uscire da una moralità che l'ossessiona e pirandellianamente porsi come altro da sé, liberando e recuperando le energie vitali e sessuali bloccate dal conformismo. Con raro equilibrio, tuttavia, Giovanni " qui veramente alter ego di Svevo " a differenza di Giovanni di Seren Lange Kierkegaard, sempre in perenne incertezza fra il momento etico ed estetico della vita e dell'amore, sceglie la strada della responsabilità, della moralità. Ogni trasalimento del desiderio è rimosso, la donna, non più tentatrice, gli appare importante solo in quanto moglie.

Oretta Giudi

30 ottobre 2000

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it