Letteratura orale napoletana

Canti popolari di Serrara d’Ischia

 

Canti popolari di Serrara d’Ischia

 

 

Gaetano Amalfi (1855-1928) era un magistrato sorrentino, appassionato di tradizioni popolari, che “nei ritagli di tempo”, nascondendosi talvolta dietro lo pseudonimo “Mario del Piano”, collaborava a varie riviste, tra cui l’«Archivio per lo studio delle tradizioni popolari» di Giuseppe Pitré, la «Rivista di tradizioni popolari» di Angelo De Gubernatis, il «Folklore» di Raffaele Lombardi Satriani, la rivista «Giambattista Basile» diretta da Molinaro Del Chiaro e la rivista letteraria «Il Torquato Tasso». Si interessò di letteratura popolare orale, di fiabe e leggende, di proverbi, di feste popolari, di credenze e anche di pregiudizi, legati alla tradizione napoletana. La sua opera più nota è Tradizioni e usi della penisola sorrentina, uno studio sui vari aspetti del quotidiano, pubblicato a Palermo nel 1890, nella collana “Curiosità tradizionali” diretta da Pitré. Nell’opuscolo La culla, il talamo e la tomba nel Napoletano, edito a Pompei nel 1892, egli ha passato in rassegna tutto l’arco dell’avventura umana, soffermandosi sulle sue più significative fasi. Per l’ortografia del dialetto egli ha seguito, come uno scolaro attento, le impostazioni date da Vittorio Imbriani, trascrivendo fedelmente le tradizioni letterarie raccolte dalla viva voce del popolo, senza alterarle, notando anzi con esattezza la pronuncia, anche se ha evitato di insistere troppo sulle doppie iniziali.

 

I Cento canti del popolo di Serrara d’Ischia, raccolti da Gaetano Amalfi, furono pubblicati nel 1882 (Milano, A. Brigola) e l’anno seguente uscirono sulle pagine della rivista «Giambattista Basile» (I, n. 4). «A me par di essere il primo con questo gruzzoletto; ed ho avuto cura di riferire i canti tal quale», scriveva Gaetano Amalfi in una breve nota introduttiva che aveva chiamato «Invece di prefazione». Egli pubblicava questi cento canti senza ordinarli per generi, ma dotandoli di brevi note esplicative in cui faceva confronti con varianti presenti in altri dialetti. Credeva che l’anima popolare fosse espressione della creatività di una autentica civiltà primitiva che si andava estinguendo.

Gaetano Amalfi distingue tra il “canto” (opera collettiva di origine popolare e quindi spontanea) e la “canzone” (opera individuale di autore più o meno colto). Come la “novella” e la “fiaba”, il canto passa di bocca in bocca, assumendo forme vernacole, oppure forme più auliche, a seconda dell’istruzione della persona. Una decina di questi canti sono mottetti, ad esempio il XXX: «Fior di cannella! / Si mammeta non vo’, tu ’intima guerra.»

Serrara, una frazione del comune ischitano Serrara-Fontana, si aggrappa alle pendici monte Epomeo ed è la località più “montana” dell’isola e anche la più isolata: per questo motivo nei canti popolari, raccolti da Gaetano Amalfi, sono scarsi i riferimenti al mare. L’elemento religioso è presente nella ninna-nanna, in cui si ricorre a San Nicola e a San Giuseppe, e nei canti in cui si esprime devozione per il santuario di Montevergine. Nel canto III è presentato un povero artigiano: il caurararo, cioè il conciateglie che rimedia alle ammaccature delle pentole e dei tegami di rame.

(a cura di Fausta Samaritani)

 

Gaetano Amalfi, Cento canti del popolo di Serrara d’Ischia, a cura di Gianfranca Ranisio, nota linguistica e glossario di Giovanni Castagna, Napoli, Valentino editore, 1994.

 

III

Mme ne vaco pe’ â li casale,

            La ramma vecchia la vogghio fa’ nova.

Esce ’na donna cu’ ’na tiella ’mmano:

- «Concia, si’ masto, conciamela bona!»

- «I’ meschineddo [1] mme metto a cuncià;

            «Quanno cchiù scorro [2] cchiù pertose trovo [3]

 

IV

Vurria sapè chi t’ha chisuto [4] su curpietto,

            te l’hanno fatto troppo stritto ’mpietto;

Chesso, te lico [5] , bella allascame ’stu pietto,

            Asseme sentì addore de ’ste rose.

I’ nce transietto intu à lu paraviso,

            Addò’ v’arriposa ’st’alima bella.

Lu mare è core! ’Mpietto tenite le rose…

            ’N fronte vuje tenite le doje stelle [6] .

 

XLVI

Santu Nicola mio, manna, manna;

            Mannelle ’nu marito, senza mamma.

Si pe’ caso, che la mamma tenesse,

            Ogge vive e craie se ne muresse.

Santi Giuseppe, mio vecchiariello,

            Porta lu suonno sott’a lu mantiello. [7]

 

XLVIII

Into ’a su vico nce sta ’na mpepata

            Quanno cammina fa tremà le prete.

Funesta cu’ ’sa nova gelusìa

            E martellata cu’ centrelle d’oro. [8]

Dinto nce sta chi vo bene a mi; [9]

            Lassemela vedê primma che moro.

 

LXII

Guagliune [10] , che v’avite da ’nzurare,

            Purtatele deritte li tallune;

            Le fegghiole songe tutte baggiane [11] ,    

            Tenene mente a la camminatura. [12]

 

Glossario

·         Addore = profumo

·         Allascare = slacciare

·         Chesso = questo

·         Centrella = chiodo da scarpa

·         Craie = domani

·         Nce = non ci

·         Mpepata = donna ardita e pungente

·         Nzurare = sposare

·         Pertose = buchi

·         Prete = pietre

·         Ramma = utensile da cucina in rame

(a cura di Fausta Samaritani)

L’isola d’Ischia, come un luogo letterario Canti popolari ninna-nanna

31 dicembre 2006

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Testo pubblicato per la prima volta sul Cd-Rom: La Repubblica Letteraria Puntoit, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione la Repubblica Letteraria, 2007

Messo in rete il 15 ottobre 201



[1] Meschinieddo, poveretto, Meschinieddo ’e mamma, vale poveretto di mamma.

[2] Scorrere, cercare, ricercare.

[3] Una canzone del piano di Sorrento termina così: Managgio quanno mme ’mbaraje caurararo / Quanno cchiù concio, cchiù pertose trovo. 

[4] Chisuto, cucito. ’Su per chissà, cotesto.

[5] Lico, dico.

[6] Anche nei poeti aulici, spessissimo, gli occhi dell’amata sono paragonati alle stelle. Es. E fulger gli occhi suoi come le stelle – Lucean gli occhi suoi più che la stella, ecc.

[7] E’ la solita ninna-nanna, che sta come un intruso fra queste canzonette. Esiste anche in dialetto partenopeo, con parecchie varianti. Eccone una napoletana: E si pe’ fortuna la mamma tenesse / Oggi m’ ’o piglio e dimane muresse; E se pe’ fortuna la mamma campasse, / Oggi m’ ’o piglio e dimane schiattasse.  Santu Giuseppe, ecc., questi due ultimi versi fanno parte d’un’altra ninna-nanna.

[8] V’è una canzonetta sorrentina che comincia con questi due versi: Fenesta, ecc. Naturalmente sarà un’interpolazione.

[9] A mi, a me.

[10] Guaglioni, giovanotti.

[11] Var.: Le figliole so’ tutte baggianelle, fanatiche, vanagloriase. Il Basile, nel Pent. Eg. I, dice:

’Nromma è sentenza antica

Ca lu baggiano è comme la vescica.

[12] E’ d’origine napoletana.