Parco vecchio che presso Torino fu piantato per ordine e sul disegno di Carlo Emanuele I, Duca di Savoia

Appendice sui giardini inglesi di Pindemonte

Appendice alla dissertazione

Su i giardini inglesi

di Ippolito Pindemonte

 

Dopo aver io scritta, e mandata all’Accademia di Padova la mia Dissertazione, il celebre professor Malacarne [i] pubblicò un suo Discorso, in cui, parlando del Parco vecchio, che presso Torino fu piantato per ordine, e sul disegno di Carlo Emanuele I, Duca di Savoja [ii] , ed esaminando certe Lettere del Coppino [iii] , nelle quali favellasi di detto Parco, ei fa conghiettura che questo avesse non poco della maniera e del gusto inglese. E non poco di fatto ne avea; come poi egli stesso s’accorse per una Lettera di Torquato Tasso a Giovanni Botero [iv] , che trovata fu dal cavalier Tiraboschi [v] nell’Archivio di Guastalla, e a me venne dalla gentilezza del dottissimo professore comunicata. Ecco la Lettera, che non fu ancora, ch’io sappia, prodotta in luce, e ai Serassi [vi] rimase ignota:

«Affinché il signor Duca di Savoja mio Signore sappia quanto grato io si di V. S. Illustrissima per il boni uffizi, con cui s’è degnata di favorirmi appresso a chi maggiormente importava; raccorro da V. S., pregandola che assicuri Sua Signoria Serenissima aver io voluto immortalare per quanto in me stia la magnifica et unica al Mondo sua Opera del Parco accanto alla sua capitale in una stanza della mia Gerusalemme, dove fingo di descrivere il Giardino del Palagio incantato d’Armida, et vi dico così:

 

Poiché lasciâr gli avviluppati calli,

In lieto aspetto il bel giardin s’aperse;

Acque stagnanti, mobili cristalli,

Fior varj, e varie piante, erbe diverse,

Apriche collinette, ombrose valli,

Selve, e spelonche in una vista offerse;

E quel che il bello e il caro accresce all’opre,

L’arte, che tutto fa, nulla si scopre.

 

Eleonora d'Este nel carcere di Torquato Tasso, incisione da una scultura di Enrico Butti

 

Ricordate al Serenissimo signor Duca le mie passate et presenti infelicità, e pregatelo che si degni di continuare a chieder il temine in grazia a chi n’è l’arbitrio; baciateli in mio nome il ginocchio, et vivete felice. Da le prigioni di S. Anna di Ferrara [vii]

Alle Lettere del Coppino si possono aggiungere tre Sonetti del Chiabrera [viii] , ch’egli intitola: Per lo Barco, o sia Parco, ordinato da Carlo Emanuele Duca di Savoja. Sappiamo che il Duca onorò molto il Chiabrera, e che invitollo per bocca del suddetto Giovanni Botero a rimanere in sua corte, quando l’invitato era giovine ancora, e scriveva il poema dell’Amadeide. Ecco i Sonetti, i quali, benché non sien senza macchie, mostrano tuttavia il poetico valore di chi dettolli.

 

Per lo Barco ordinato da Carlo Emanuele Duca di Savoja

 

I

Poiché a nemico piè l’Alpi nevose,

Chiuse Carlo, d’Italia almo riparo,

E non mai stanco in faticoso acciaro,

Con magnanimo cor l’armi depose,

 

A diporto di lui foreste ombrose

Vaghe Napée lungo la Dora alzaro,

Ove s’Eto e Piróo l’aure infiammaro,

April rinverda le campagne erbose.

 

Fama per queste nove a scherno prende

L’antiche Tempe, e del famoso Atlante

L’alme ricchezze il peregrin qui scorge.

 

Ma svegliato dragon non le difende:

Anzi cortese allo straniero errante,

Con larga destra il grande Eroe le porge.

II

Drïadi ombrose, alla cui nobil cura

L’orror commise della selva amica

Carlo, tra le cui piante alla fatica

De’ più gravi pensier talor si fura,

 

Euro invitate a contemprar l’arsura

Con l’aure, che nel grembo ei si nutrica;

Ed Austro allor, che la campagna aprica

Borea col gel de’ freddi spiriti indura.

 

Ma perché rio furor d’alta tempesta

Tronco non svella, o di saetta accesa

Non sia rimbombo a minacciarla ardito,

 

Basta Carlo scolpir per la foresta,

Ch’ella fia d’ogni oltraggio indi difesa:

Tanto è l’eccelso nome in Ciel gradito.

III

Se dentro l’ombra delle regie fronde,

Che per l’industre man folta si stende,

Pari a quella giammai belva discende,

Che d’Erimanto sbigottì le sponde;

 

O pur, se a quella, che le selve e l’onde,

Col nome ancor di Celidonia offende,

Altra sembiante dure terga orrende

Vi porta, o zanne di gran spuma immonde,

 

Destre, di cui miglior Grecia non vide,

Sollecite a placar l’ombroso chiostro

Armeranno archi sanguinosi e rei;

 

E quasi Meleágro, e quasi Alcide,

Carlo il gran teschio apprenderà del mostro,

Che sa di più gran spoglie alzar trofei.

 

Ma, ritornando alla Lettera del Tasso, conchiuderò, che se la gloria dell’invenzione non appartien più, come vuolsi confessare, al poeta italiano, certo all’Italia appartiene, e anche meglio; poiché si vede da quella Lettera principalmente, che il Giardino Inglese non solo fu descritto dalla penna di Torquato prima che da qualunque altra, ma che innanzi a tutti l’ideò, ed eseguì Carlo Emanuele I, Duca di Savoja.

Ippolito Pindemonte

 

 

Testo pubblicato su “L’Illustrazione Popolare”, volume IV, n. 13 (15 giugno 1871), p. 102.

La dissertazione “Su i giardini inglesi e su i meriti in ciò dell’Italia” fu scritta da Pindemonte nel 1792 e pubblicata a Verona nel 1817. Il bel paesaggio italiano, fertile e ombroso, per Ippolito Pindemonte è il frutto di una felice contaminazione tra natura e opera dell’uomo. Nulla, quindi, di più artefatto del giardino “all’inglese”, in cui la natura non è libera, ma governata, sapientemente e con discrezione guidata, perché diffonda il suo linguaggio vegetale di pace e di serenità. Il giardino preromantico è anche il frutto dell’“hortus conclusus” di classica memoria, cioè un luogo isolato e protetto, dove nulla è lasciato al caso e dove l’uomo può attuare un felice connubio con la natura: natura che non coincide né con la geografia, né con la botanica; ma che è un luogo ideale, appartenente alla sfera dell’utopia.

 

Gabriello Chiabrera (1552-1638), poeta ligure, ebbe buona cultura classica che fece da impalcatura alla sua versatile poesia. Scrisse interminabili e faticosi poemi epici, in lode di signori e di casate che lo protessero. Su di lui infierì la condanna di Croce. Per sperimentalismo e per artifici, le sue cose migliori sono le composizioni liriche, le canzoni, i madrigali, i sonetti, le maniere, gli scherzi e le canzonette morali. Si ispirò alla lirica greca e latina: Pindaro, Archiloco e Anacreonte; ma anche a Petrarca e ai poeti dello Stil Novo. E’ il cantore dell’amor galante e della contemplazione di belle forme, viste in ameno scorcio di natura; del cerimoniale amoroso, improntato da Catullo e dagli alessandrini. Tra le reminescenze classiche e le citazioni mitologiche, condotte con rara eleganza, egli sa anche insinuare con destrezza un grumo malizia. Con orecchio rivolto alla musica, ha composto canti bacchici e i cinque sonetti, luttuosi, quasi spagnoleschi, delle “Canzonette morali”, in cui si è ispirato ad Orazio. Chiabrera recupera la compostezza classica, ma resta lieve, con qualche ardito tocco di rococò. Il suo classicismo seicentesco prelude all’ode settecentesca.

(a cura di Fausta Samaritani)

 

31 dicembre 2003

Ippolito Pindemonte, uno e due

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 24 ottobre 2015

Per piacere non copiate il testo e immagine, perché per me rappresenta un duro lavoro di ricerca


[i] Innocenzo Malacarne. Pubblicò Compendio di storia naturale, 1854, Zoologia, 1845, Fitologia, 1845, Elementi di chimica, 1848, Manuale di mineralogia, 1857.

[ii] Carlo Emanuele I duca di Savoia. + 1630. Primogenito e successore di Emanuele Filiberto. Sposò Caterina d'Asburgo-Spagna.

[iii] Aquilino Coppini. + 1629. Dedicò a Carlo Emanuele I di Savoia Epistolarum libri sex, edito a Milano nel 1613.

[iv] Giovanni Botero, nato a Bene (Piemonte) nel 1544 e morto a Torino il 23 giugno 1617. Spirito inquieto e tormentato, nel 1565 si recò in Francia ad insegnar retorica, ma fu richiamato in Italia per le polemiche contro i gesuiti spagnoli. In una lezione sul Salmo II, letta alla presenza di Carlo Borromeo, negò l’autorità temporale di Cristo sulla terra. Dedicò a Carlo emanuele I di Savoia De regia sapientia. Nei tre libri Delle cause della grandezza delle città dimostra di conoscere a fondo Machiavelli e Guicciardini. La sua opera più nota, Ragion di stato, pubblicata a Venezia nel 1589, è una acuta analisi del potere politico e delle sue ripercussioni sui rapporti sociali.

[v] Girolamo Tiraboschi, nato a Bergamo il 28 dicembre 1731 e morto a Modena il 3 giugno 1794. Insegnò all’Accademia di Brera e nel 1770 divenne prefetto della Biblioteca Estense di Modena, da lui dotata di nuovi cataloghi, di codici antichi e di stampe. Pubblicò l’immane opera Storia della letteratura italiana e fu autore di innumerevoli pubblicazioni scientifiche.

[vi] Serassi

[vii] Nel 1579 Torquato Tasso, a Ferrara, mentre la città è in festa per le nozze del duca Alfonso II con Margherita Gonzaga, prorompe in invettive contro il duca, suo antico protettore, e viene richiuso come frenetico nell’ospedale di Sant’Anna, dove resterà sette anni, più come prigioniero che come malato.

[viii] Gabriello Chiabrera, nato a Savona nel giungo 1552 e ivi deceduto nel 1638. Fu al servizio del cardinal Cornaro. In onore dei Savoia scrisse il poema Amedeide e per i Medici il poema Firenze. Compose rime classicheggianti su vari argomenti, come temi sacri ed insegnamenti morali, e lasciò una raccolta di Favole boscherecce di gusto arcadico, i Poemetti profani e sacri e i Sermoni ispirati ad Orazio.