Ippolito Pindemonte, uno e due 2001

di Laura Pighi

Il rovescio delle cose

Leopardi invitava ciascuno di noi a dare al rovescio delle cose la stessa dignità che alla facciata: vorrei applicare questo consiglio a qualche autore della letteratura italiana per capire come il rovescio spesso spieghi la facciata o meglio come la verità non può essere che intera, per difficile che sia.

Ippolito Pindemonte (1753-1828), nobile veronese, vissuto al tramonto della Repubblica di San Marco, tra prepotenze francesi e conservatorismo austriaco, è uno di quei letterati che sono definiti nelle Storie della Letteratura (quelle che si fermano alla facciata) come gli amici di…: fu infatti amico e corrispondente di Vittorio Alfieri, di Ugo Foscolo, di Vincenzo Monti, di Melchiorre Cesarotti e di quant'altri, in quel cambio di secolo, nell'area culturale veneto lombarda_ quando molta cultura si faceva a Venezia ma poteva vivere solo a Milano_ si dedicavano alla letteratura.

Sembrerebbe un'eterna spalla, un illustre secondo di bordo, un tranquillo erudito che brilla di luce riflessa: strano però che dei tipi difficili come Foscolo e Alfieri lo ritenessero un loro maestro e non solo di poesia, ma anche di vita.  Ricco di famiglia, dolcissimo di carattere, tendente alla malinconia, era di casa nei salotti della nobiltà internazionale e veneziana, parlava e scriveva nelle tre lingue europee, conosceva il latino e in particolare il greco come pochi, tanto da tradurre in versi l’Odissea. Aveva iniziato anche un poema sui Sepolcri, idea che gli venne sottratta dal Foscolo, che in compenso gli dedicò il proprio poema. Questo è all'incirca il profilo tradizionale di Ippolito Pindemonte, prototipo della cultura neoclassica e insieme poeta sensibile ai primi venti del Romanticismo: così almeno lo dipingono due ampie biografie, una scritta da un amico intimo pochi anni dopo la morte del letterato (Benassù Montanari Della vita e delle opere di Ippolito Pindemonte, libri sei. Venezia, Lampato, 1834) e una più recente e molto documentata di Nicola Francesco Cimmino Ippolito Pindemonte e il suo tempo, vol. 2. Roma, Abete, 1968.

Abaritte, storia verissima

Un giorno, muovendomi tra idee e sensibilità preromantiche alla ricerca di un genere di narrativa italiana che pareva smarrito, mi capiò tra mano un romanzo di Ippolito Pindemonte intitolato Abaritte, storia verissima (1790), nell'edizione moderna a cura di Edoardo Villa (Genova, La Quercia, 1980) e quel ritratto tanto chiaro cominciò a rivelare molte zone d'ombra. Abaritte è il racconto di un viaggio immaginario per l'Europa, alla ricerca di un paese libero dove gli uomini potessero essere felici. Un romanzo utopistico come ne circolavano molti in Europa, ma pochi in Italia, comunque del tutto fuori dagli schemi dentro i quali la critica aveva ingabbiato l'illustre traduttore dell'Odissea. Il Cimmino dice, a proposito di Abaritte, che si tratta di una prova del tutto infelice, un romanzo autobiografico, scritto al ritorno da un viaggio per l'Europa fatto quando il giovane Pindemonte aveva trent'anni. La spinta a questo peregrinare durato tre anni veniva dalla necessità di rimettersi in salute, dopo una prima gioventù troppo intensamente goduta. Una volta tornato a Verona Pindemonte non si mosse più e condusse una vita maniacalmente metodica. Il romanzo era stato pubblicato con data e luogo falsi, non era stato più ristampato, e l'autore aveva lasciato detto di distruggerlo assieme a mucchi di lettere spedite giornalmente dall'Europa, alla sorella. Non si dice in base a quali criteri il romanzo sia giudicato tanto negativamente, non si dice il perché di una corrispondenza tanto intensa e solo con la sorella, non si dice il perché fosse così importante per Pindemonte distruggere Abaritte assieme alle lettere.

Incidenti di carrozza, per eccesso di velocità

Il vero grande Pindemonte, scrive il critico, è il poeta, il famoso traduttore dal greco; appena sopportabile il Saggio di prose e poesie campestri (1785), tutto il resto, diari di viaggio, dissertazioni, due favole per due bambine, tutte opere su argomenti di bruciante attualità: roba in prosa, non conta. Le ombre sul ritratto di questo tranquillo erudito classicista diventavano sempre più fitte. E i miei sospetti si rinforzavano ulteriormente. Che un nobiluomo veneto, di trent'anni, pieno di soldi, ricordato come un indiavolato ballerino, che si è procurato undici incidenti rovinosi per eccesso di velocità della sua carrozza per le viuzze medievali di Verona, viaggi per tre anni di fila, dal 1788 al 1791 (con le comodità di quel tempo) e assista inorridito assieme ad Alfieri alla presa della Bastiglia a Parigi in piena rivoluzione, e tutto per rimettersi in salute da troppi bagordi, era un'idea che non mi andava giù. E poi perché Pindemonte scrive ogni giorno alla sorella Elisa (e perché proprio solo alla sorella? non aveva anche un fratello, Giovanni, famoso autore teatrale?) e perché scrive da Francia, Germania, Inghilterra, Austria e tiene del viaggio una serie di diari minutissimi, con annotazioni su tutte le persone incontrate e addirittura trasforma la sua esperienza in un poemetto e poi in un romanzo pieno di allusioni alla realtà politica italiana, e poi ordina di bruciare tutto? Chi ha incontrato Ippolito Pindemonte in quei tre anni tanto determinanti per lui, e chi voleva nascondere? e perché aveva lasciato fortuna e carriera ed era fuggito da Verona? di chi aveva paura, e a chi poteva nuocere il suo romanzo Abaritte, storia verissima? e perché dai suoi trent'anni in poi, al ritorno dal viaggio in Europa, si fa così metodico nei suoi ritmi di vita e nei suoi spostamenti, come se ci sia qualcuno che ne controlli ogni mossa?

L'altro Pindemonte

Per capire un autore e la sua opera occorre leggere ciò che sta dietro alla facciata, ossia un ipotesto, ovvero ciò che sta di sotto e che affiora sempre in modi diversi sulla pagina letteraria. Per darvene un esempio, torniamo al Pindemonte che tutti conoscono, perché è evidente che le complete biografie vogliono nasconderci l'altro: si tratta del Pindemonte giovane, quello prima dei trent'anni, e con lui è messo in ombra tutto un corpus di testi collegati tra loro, dei quali Abaritte, storia verissima è la chiave di lettura. Non sono stata la sola a pormi tante domande: due o tre altri ricercatori, segugi infaticabili, hanno indagato ben più a fondo, ma anche per loro non tutto è chiaro. Nelle linee generali si è accertato che Ippolito Pindemonte aveva... un fratello e una sorella. Bella scoperta, direte voi, occorreva far tanti discorsi? Già, ma dipende da chi erano e da che cosa hanno fatto e dai rapporti di Ippolito con loro, ossia da come egli ne sia stato condizionato. E di loro, come di tutta la famiglia, i biografi quasi non parlano, come se fosse possibile separare l’arte di un autore dalla vita sua e dai suoi tempi.

Alla fine della Serenissima

I tre ragazzi Pindemonte, Ippolito, Giovanni (1751-1812) ed Elisa formavano una bella squadra, legatissimi tra loro per tutta la vita, e anche con i genitori, gente interessante, ricchi di censo e di cultura. Insomma una di quelle famiglie come ce n'erano tante nell'alta borghesia terriera o mercantile della Repubblica di San Marco: gente che si laureava a Padova o a Bologna, lavorava sodo tra mercatura e studi, e viaggiava per l'Europa e per il mondo, dove aveva libero accesso nelle corti e nelle Accademie più prestigiose. Ma queste stesse persone non potevano fare politica entro i confini della Repubblica di San Marco, perché erano escluse da ogni carica pubblica, in quanto non appartenevano alle cento famiglie dogali, quelle del Libro d'Oro. E qui si vede come una oligarchia con mille anni di potere politico ed economico, nell'illusione di conservarsi, chiudendosi a riccio, coltivando e proteggendo la corruzione dentro di sé, avesse preparato la propria fine.

A fine Settecento la Serenissima è un meraviglioso guscio vuoto che, per mancanza d'intelligenza politica e per omertà, pervicacemente rifiuta le forze nuove, positive, che vengono dalla classe colta del suo entroterra italiano, da una borghesia già nemerosa. A meno che... Giovanni Pindemonte, fratello di Ippolito, non sposi una figlia di famiglia dogale.

Giovanni prova a rompere l'isolamento della sua classe sociale: buon poeta, colto, ambizioso, investe gran parte delle sostanze famigliari in un matrimonio prestigioso che gli apre le porte delle cariche pubbliche della Repubblica di San Marco, tanto da diventare Governatore di Vicenza. 

Giovanni Pindemonte è soprattutto un uomo di teatro di grande successo e si serve del teatro, il più efficace mezzo di diffusione delle idee del tempo, come di una tribuna politica per contestare la classe dominante veneziana. Ma fa male i conti, perché un regime di antica e ramificata corruzione non si lascia intimorire da una tragedia dal successo strepitoso, come I coloni di Candia che Giovanni Pindemonte mette in scena, il cui argomento era tratto dall'attualità, da una rivolta popolare in una regione dell'impero veneziano, contro la corruzione e l'oppressione dei politici di San Marco. Il pubblico coglie a volo l'allusione e l'invito a fare altrettanto, e il potere non sottovaluta certo il pericolo: del resto Giuseppe Verdi col Nabucco e altre opere farà lo stesso contro l'Austria pochi anni più tardi, ma con esiti meno drammatici. Giovanni finisce in carcere ai Piombi, la famiglia Pindemonte va quasi in rovina, Ippolito, fratello più anziano e già illustre, legatissimo a Giovanni, cerca di tirarlo fuori dai guai con un processo che gli costa una fortuna. Ci riesce, ma deve cambiar aria e se ne va in giro per l'Europa per tre anni di fila (altro che malferma salute!) cercando di annodare una rete d'amicizie tra intellettuali europei, in maggioranza massoni di idee libertarie, che accoglieranno e proteggeranno più tardi anche Giovanni.

Voglio una vita regolata

Non ci stupisce che Ippolito, al ritorno, si tiri dietro per tutta la vita una spia in servizio permanente che riferisce, prima a Venezia e poi all'Austria, ogni suo spostamento: ecco la necessità di essere metodico e di non allontanarsi da Verona. E rinuncia a sposarsi, per non coinvolgere altre persone in quel dramma che è suo ma anche della sua famiglia, così come lo è della sua patria. La sorella Elisa, intanto, se ne va pure lei all'estero, a Piacenza, sposa di un gentiluomo giacobino legato al mondo milanese. A Milano Napoleone aveva la sua capitale che accoglieva esuli politici da ogni parte d'Italia, e tra loro molti veneti specialmente intellettuali, giornalisti, artisti. Elisa Pindemonte partecipa al dramma famigliare, aprendo in casa sua a Piacenza un salotto letterario, dove si rifugiano esuli veneti e mantovani, e anche il fratello Giovanni che si butterà poi nella vita politica della Repubblica Cisalpina a Milano: ecco dove arrivavano le lettere quotidiane di Pindemonte sui suoi incontri in giro per l'Europa; ecco perché pregherà la sorella di distruggere tutto. Quando Ippolito tornò a Verona, dopo tre anni di peregrinaggio europeo, nel 1791, Venezia era stata ceduta da Napoleone agli Austriaci e non poteva più colpire; ma ogni speranza di rinnovamento nell'erea veneta sotto il dominio austriaco non aveva più senso, era meglio attendere tempi migliori. E intanto bisognava far sparire quel romanzo filosofico, la chiave di lettura di tante opere politiche del grande letterato: una prova del tutto infelice ci dice il critico moderno, come se l'aspetto estetico sia l'unico elemento costitutivo di un testo letterario. Questa è stata la vita drammatica, tra fughe e spionaggi e paure, dell'altro Pindemonte, dell'uomo e dell'artista che Foscolo e Alfieri consideravano amico e maestro, perché conoscevano tutta la complessità della sua vita. Ippolito Pindemonte si è trovato a vivere tra potere assoluto e sete di libertà e per salvare se stesso e la sua famiglia ha scelto prima un temporaneo esilio, poi il silenzio di un disimpegnato moderatismo: Abaritte, storia verissima, è la voce eloquente di questo silenzio, una voce che si deve ascoltare per capire la verità intera di un autore tanto poco capito.   

Laura Pighi

Illustrazione: Ippolito Pindemonte Poesie, Milano, Società Tipografica de' Classici Italiani, 1845, vol I. Sul frontespizio, a penna: Morte ai tiranni agli egoisti. Angelo Noto
25 Maggio 2001

Ippolito Pindemonte Appendice alla dissertazione Su i giardini inglesi

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