Estro e sanguigni umori del critico letterario Giuseppe Baretti 2001

di Fausta Samaritani

D’alta statura, vivace, allegro, frequentatore delle festevoli brigate, altiero, millantatore, impetuoso, collerico, vendicativo, di un coraggio pronto e risoluto, onest’uomo fino alla fierezza, di severi costumi, lavoratore indefesso, costante nelle amicizie, compassionevole, benefico al di là de’ suoi mezzi e religioso senza superstizione.

Così Pietro Custodi, nelle Memorie della vita di Giuseppe Baretti, descrive il carattere del critico piemontese. Baretti non amava Goldoni e la sua rivoluzione scenica, disprezzava Pietro Verri al quale rinfacciava di male adoperare la lingua italiana e di essere un cattivo maestro di morale, considerava Voltaire uno scioccante libertino che era stato capace finanche di definire Shakespeare stravagante, selvaggio ubriaco e barbaro istrione. Il grande filosofo illuminista per Baretti era colpevole di divulgare idee sovversive, di guastare la cultura e la lingua italiana e di criticarne la grande tradizione poetica. Le traduzioni volterriane di Shakespeare inoltre erano per lui artificiose e dimostravano una scarsa conoscenza della lingua e della civiltà inglese.

Paesaggio del Settecento, disegno, (Coll. F. Samaritani)

Nato a Torino nel 1719, a sedici anni Giuseppe Baretti si guadagnava la vita, come scrivano in una azienda commerciale. Sotto la paterna guida del celebre favolista Carlo Cantoni si costruì una solida cultura storica e letteraria. Esordì come traduttore di Pierre Corneille e come autore di versi di tipo bernesco. In volontario esilio a Londra, dal 1751, divenne poeta per l’Opera Italiana e amico intimo del pittore Joshua Reynolds, dell’attore David Garrick e del critico Samuel Johnson, nei cui giornali trovò un modello per la critica letteraria e morale. Compose due intermezzi: il Don Chisciotte in Venezia, opera teatrale bizzarra, in cui il celebre cavaliere errante si getta come un folle contro un teatro di burattini, scambiandolo per la torre della Fata Morgana, e La Filippa trionfante, storia semiseria di una donna che cerca di far ingelosire l’innamorato. Dopo un lungo viaggio in Portogallo, Francia e Spagna, descritto nelle Lettere familiari a’ suoi tre fratelli, Baretti si stabilì in Italia. Straordinaria è questa sua descrizione, cadenzata e ripetitiva, di un bastimento in navigazione:

Poi torno a guardare i già nominati stecchi e le già nominate corde e le tele già nominate e la già nominata immensa ondeggiante pianura, e così mi vado seccando, e baluccando, che finalmente viene l’ora del pranzo.

Nel 1763 Baretti iniziò a pubblicare, con lo pseudonimo Aristarco Scannabue, la rivista "Frusta letteraria", prima quindicinale e poi mensile, che il governo veneziano proibì due anni dopo, per gli attacchi al padre Appiano Buonafede. Giova qui ricordare una prosa contro Buonafede che aveva accusato Baretti di non usare le norme del galateo.

Che galateo, padre mio? […] Se volevate ricordarvene, dovevate farlo prima di chiamarmi bue pedagogo, bue cachistarco, bue senza ingegno, bue senza ragione, bue senza parola, bue senza scienza o arte veruna. Dovevate ricordarvene prima di chiamarmi bue cipriotto, bue poliglotto, bue importante, bue giornalista, bue Scaramuzza, bue gazzettiere, bue automato, bue embrione.

La polemica continua, in una fantasiosa e lucida e sfrenata costruzione verbale che utilizza gli epiteti forniti dallo stesso Buonafede; in una giaculatoria martellante e furiosa e ossessiva che ricorda le migliori pagine di Teofilo Folengo.

Come critico letterario, Baretti espresse dunque con libertà il suo estro bizzarro, caustico e divertito di déraciné, di cosmopolita, di giornalista e scrittore lontano dalle grandi istituzioni culturali, quali l’Arcadia e la società dei Pugni dei fratelli Verri; ma anche separato da nuovi, più vivi e più umani orizzonti dell’Illuminismo, aperti in economia da Pietro Verri, in Diritto Penale da Cesare Beccaria, e nella commedia riformata e borghese da Carlo Goldoni. Baretti apprezzava invece Lodovico Ariosto e Francesco Berni; soprattutto amava Pietro Metastasio che definiva inimitabile e originale senza copia. In ogni pagina di Metastasio egli leggeva la chiara vocazione del poeta colto e cesareo, di buoni sentimenti, moralmente integro, aristocratico, degno d’imperadori e d’imperadrici. Baretti ne apprezzava la pedagogia dei pensieri nobili ed elevati, l’acuta analisi della psiche umana, la raffinatezza e semplicità del linguaggio che mai scadeva nella noia. Il gusto per un classicismo, benché modernizzato, portò invece Baretti a rifiutare Carlo Goldoni, accusandolo di comporre per quel popolaccio che entrava anche da protagonista nelle sue commedie, di scrivere senza mai distinguere netto tra il bene e il male e in un italiano ibrido e pasticciato.

Nella Bottega del caffè, Aristarco Scannabue_ il doppione di Baretti_ vedeva personaggi in parte meschini, e in parte stravaganti e falsi e di cattivissimo esempio. I caratteri espressi nel teatro goldoniano, per lui non erano universali, né verosimili, né veri e tutti i vizi e i difetti umani vi erano esibiti senza pudori. Sul personaggio di Ridolfo nella Bottega del caffè Baretti scrisse a Goldoni:

Signor avvocato mio, questo è un carattere falso, un carattere contraddittorio, un carattere bislacco, che non si trova nell’universo; che non si dà in natura; che non ha un iota del verisimile; né un iota del vero, e quando voi credete che i caratteri fatti a questo modo siano universali, naturali, verisimili e veri, voi non avete neppure idea di quelle cose nelle quali v’esponete a far da maestro.

La verità è che questo teatro riformato aveva messo a nudo una realtà sociale variamente composita, scarsamente interessata ai sani principi morali, antigerarchica e in progressivo divenire, di cui Baretti diffidava. Egli restava ancorato a una cultura classicistica e razionalistica, ad una idea di commedia sul tipo di quelle di Molière, costruita saldamente intorno al carattere forte del protagonista e dove la lingua non era specchio della concretezza sociale. Nell’aspra critica goldoniana, Baretti non era un isolato, ma trovava adepti nei fratelli Gozzi e negli strati più conservatori della società veneziana che costrinsero infine Goldoni a fuggire da Venezia.

Al disprezzo per il teatro riformato, Baretti contrapponeva le dieci Fiabe del conte Carlo Gozzi, antirealistiche e antiborghesi, in cui l’immaginazione si pasceva di esotico. Più tardi però ebbe un ripensamento e, in una lettera a Francesco Carcano del 1784, si lamentò che nel teatro di Gozzi fosse presente il dialetto e le maschere dalla Commedia dell’Arte vi agissero liberamente, pur monde da lazzi e da frizzi. Definì il conte Gozzi un novello Shakespeare, perché univa

gran purezza e forza di linguaggio, armonia di versificazione, complessità d’intreccio, molteplicità d’incidenti, plausibilità di scioglimento, varietà di scene, e molte altre eccellenze richieste dal dramma moderno.

Al contrario, sulla "Frusta letteraria", con stile efficace e grottesco, Baretti attaccava le mode dissuete della poesia pastorale, l’erudizione piatta degli accademici e dei gesuiti, l’imitazione ampollosa di Boccaccio, tutti esempi di decrepitezza e decadenza letteraria. Insisteva invece sulla spontaneità della forma, sulla preminenza del contenuto, sul gusto della scelta di un vocabolo vigoroso. Nella lingua italiana il costrutto della frase doveva apparire naturale, procedere cioè dal soggetto, al verbo, al complemento. Il teatro doveva essere edificante, la poesia semplice e ispirata e la critica letteraria trasformarsi essa stessa in una forma d’arte e non restare vuota oratoria. Il critico poteva esprimersi con sincerità, maestro di lingua con l’anima nutrita di autentici sentimenti poetici. Baretti ebbe infine il gran merito di riscoprire la Vita di Benvenuto Cellini e di lodarne lo scriver vivo, vivissimo, tutto pittoresco. Pur nella chiusura di alcune polemiche letterarie, è stato prosatore ricco di inventiva, un grande scrittore di viaggio e testimone acuto di una straordinaria età di mezzo.

Fausta Samaritani

15 Febbraio 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it