Quando un poeta traduce, dal latino, un altro poeta

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Poemetti cristiani di Pascoli tradotti dal Latino

da Alessandro Belardinelli

Un piccolo libro, un raro esempio di traduzione dal latino: Giovanni Pascoli, Poemetti cristiani, tradotti da Alessandro Belardinelli, Lanciano, G. Carabba, 1926 (Scrittori italiani e stranieri)


Introduzione di Alessandro Belardinelli:
«Mi son cadute recentemente sotto gli occhi queste righe del compianto Mantovani…. :“non si traduce, non si può tradurre la poesia: non poesia spontanea…, non poesia d’arte… E allora? Tanto peggio per chi non può leggere i testi originali. Chi non può viaggiare ne’ paesi lontani, si contenti di guardare qualche fotografia.” [1] Rispondono esse in tutto a verità? o non sono piuttosto l’espressione di uno spirito schivo del buono per amore dell’ottimo? o non furon dettate, più che da un criterio fermo e maturato, dal momento e dal libro che stava allora esaminando?
A buon conto, intese rigidamente, porterebbero a non tradur più opere di poesia; poiché a chi può sorridere lavorar vanamente? Eppure si traduce e molto: dall’antico e dal moderno, da lingue morte e da lingua vive, da ottimi, da mediocri, da pessimi traduttori.
La qual cosa conduce a concludere esser le traduzioni il mezzo di soddisfare a un bisogno generalmente sentito; mezzo, quanto si voglia, imperfetto, ma necessario ai più, indispensabile a molti. Né, d’altronde, ricorrere, da parte di chi può, ai testi originali, risolve la questione; perché legger questi vale come compiere una traduzione mentale: la quale non si vede perché debba esser possibile, quando si ritenga impossibile l’altra, fatta riposatamente, tornandovi sopra a varie riprese quando lo spirito v’è meglio disposto, e cancellando, mutando, sostituendo.
Che, del resto, la disaffinità etnica, la disformità di sintassi, la differenza fra la scrittura e la pronuncia e la difficoltà e variabilità di questa, debba, a seconda dei casi, importare o arduità d’interpretazione, o menomazione di piacere, o sviste ed abbagli, non è chi non veda.
Ma poi, è proprio e sempre necessario, per gustare un’opera di poesia, la conoscenza della lingua in cui è scritta? Così non l’intendeva il Goethe, che, ignaro della lingua sanscrita, pure salutava entusiasticamente la rivelazione di Sacuntala, che arditamente affermava: “… per ciò che riguarda il greco, il latino, e anche l’italiano e lo spagnuolo; noi possiamo leggere i capolavori di quelle lingue in traduzioni tedesche così fedeli, che, senza specialissimi motivi, non abbiamo ragione d’impiegare molto tempo per apprendere quelle lingue;” ed anche: “… bisogna pura convenire che, generalmente, con una buona traduzione si può arrivare molto in là nella conoscenza di una letteratura.” (Eckermann, Colloqui con Goethe, 10 gennaio 1825. Trad. Donadoni). E per suo conto traduceva il “Cinque Maggio” e il canto popolare illirico “La Moglie di Assan Hagà”.
E traducevano dall’italiano, dal greco, dal latino (Pulci, Euripide, Catullo) il Byron, lo Shelley, il Tennyson; in Italia, oltre alla triade Monti_Foscolo_Leopardi, il Tommaseo, il Carducci, il Pascoli, per non dire dei viventi: e con quali effetti d’armonia, di efficacia, di colore, è troppo noto per insistervi.
Non, dunque, impossibilità di tradur poesia, sì necessità di farlo bene; perché una cattiva traduzione, lungi dall’essere un’immagine fedele dell’originale, ne porge una sembianza “guasta e corrotta”; esempî la Sacuntala del Marazzi, l’Odissea del Pindemonte.
Così pensavo riguardo all’opera del traduttore, quando, quasi per un omaggio alla memoria del Pascoli, alla poesia del quale dovevo tante ore di squisito godimento, incominciai a volgere in italiano alcuni pezzi di suoi poemetti latini. La prova non mi parve sì mal riuscita da consigliarmi a smettere; e così, a poco a poco, mi son visti compiuti questi nove che formano insieme il cosiddetto ciclo cristiano.
Riguardo al metro, mi si è presentata ovviala scelta dell’esametro, che è quello dell’originale. So bene quel che vi può essere di manchevole o d’incerto in questo verso, almeno nella nostra lingua. Nonostante l’ho adottato, perché all’orecchio mio rende meglio di qualsiasi altro l’andamento e il suono del testo, nel mentre permette una maggiore aderenza ad esso.
Del resto è verso ormai acquisito nelle traduzioni, dopo le prove del Betteloni, del Trovanelli, del Flamini, del Vischi, del Romagnoli, del Brignone, del Pascoli stesso.
Quanto ad armonizzarlo, ho cercato che risaltasse contesto di un settenario, più un novenario: combinazione ritenuta la migliore. Non m’è riuscito sempre, s’intende, farne di tale schema, e forse non sarebbe stato bene, attesa l’invitabile monotonia che da una lunga successione di suoni simili si sarebbe generata.
Di qualche licenza, come quella di terminare il verso con dattilo o con spondeo (sdrucciolo o tronco), non chiedo neppure venia, riducendosi a 3-4 volte il primo caso (attenuato, inoltre, dal cominciamento in vocale del verso seguente) e forse ad una sola volta l’altro (e per conseguire una maggiore efficacia).
La versione consta di altrettanti versi quanti l’originale, non uno più, non uno meno. In tal modo anche le linee esteriori mi paiono meglio conservate.
Ho avuto l’occhio, qualche volta, alle traduzioni in isciolti del De Lorenzis e del Vischi. Giacché non ho mai compreso perché in siffatti lavori si debba prescindere da ciò che già c’è. Pregiudizio che ha fatto incappare anche i migliori in abbagli che avrebbero potuto, altrimenti, evitare.
Altre versioni, che pure esistono, non ho veduto, salvo che del Pædagogìum, per il quale ho utilizzato, nella revisione, la bella traslazione del Gandiglio.
Nonostante le cure postevi, può essere che il lavoro mi sia riuscito non più che una “fotografia”, cioè una pallida immagine dell’originale. E tuttavia il lettore che non possa legger questo, me ne sappia grato, perché ho impresso questa fatica proprio per lui.
Prima di finire ho caro ringraziare il Prof. Gandiglio, l’insigne curatore di studî pascoliani, per il quale la latinità non ha segreti, e l’illustre senatore Guido Mazzoni, dei consensi ed incoraggiamenti datimi.
Essi colla loro cortesia han ribadito in me la convinzione che (mi sia lecito modificare un verso di Dante)

Valore e cor gentil sono una cosa.
Iesi, novembre 1924.
Alessandro Belardinelli»

Dopo il tramonto di Roma

I tre epilli, compresi sotto la denominazione comune Post occasum Urbis, possono dirsi un trittico, rappresentante il sopravviver di Roma e della romanità ai colpi dei barbari (Solitudo), al fanatismo dei cristiani (S. Theodorus), all’azione distruggitrice del tempo (Pallas), e tutt’insieme vogliono ritrarre il ruinare degli animi e degli edificî romani, l’intolleranza immedicabile della religione angustamente intesa, l’orrore e l’abbandono dei quei luoghi “al mondo soli”.
Ho detto “vogliono”, perché, sebbene la rappresentazione, all’ingrosso, possa dirsi riuscita, non per questo i tre poemetti possono pretendere né nell’insieme né ciascuno per sé, alla lode che volentieri si dà ad altre cose del Pascoli.
Dai tre poemetti immagini e gruppi di versi confluiranno poi nell’Inno a Roma, dal poeta consacrato alla celebrazione del cinquantenario della proclamazione di Roma a capitale d’Italia.

Pallante

Scavano certi ladri, di notte, fra le rovine

del Palatino deserto. Ad essi è un monaco guida

“Della città la culla è questa, ed è questa che prima

Romolo a rocca muniva: qui sorsero i grandi palazzi

pei ricchi imperatori: questa terra nasconde tesori.”

Così vien ricordando quel vecchio, nel mentre che i ladri

intorno a gran pietra con rastri e picconi fan leva.

Ai sordi colpi l’ombra risuona e la rauca fatica

nelle cave caverne del monte arcano rintrona.

Ma dal ferrato piccone smossa, la pietra all’indietro

cade, ed una caverna, dall’ampia apertura, discopre.

Ardeva nel profondo, di luce tranquilla, una lampa.

Attoniti ristanno, muti, i ladroni e al romito

accennavano, né alcuno v’è che si fidi ai propri occhi

come del tutto vivasi laggiù, non estinta, una fiamma!

Ma dopo che un fulgore non so di che gemme ebber visto

e di qual’oro, ai raggi della lampa la quale ivi ardeva,

vinse l’amor di preda, e cauti e dopo aver fatto

un gran discorrer, con passi furtivi si calan nel fioco

lucente speco e in fondo, grande, vedon giacersi un eroe.

Gigante era il suo corpo, tutto nell’armi iridate,

dall’elmo irsuto chiuso, non visibile il volto. Recato

ogni arme avea seco, fuor della spada, né il petto

fregio avea per il balteo, d’oro e di borchie fulgente,

sì squarciato era desso, da immane ferita trafitto.

Sopra l’ignoto capo sospesa è la vigile lampa

che l’antica ferita di lume costante rischiara.

“Cotesto,” esclama il vecchio, di sacro terrore compreso,

“certo è Pallante che cadde, di già, sotto l’asta di Turno.

Primo fu questi a cadere, né dessa per anco sorgeva,

per Roma bella, pugnando nel primo fiorir dei suoi anni.

Quanto grande dolore al suo vecchio padre ei tornava! [2]

Era un re; abitava questo colle in cui noi ci troviamo:

sua reggia una capanna di mannelle di felci coperta.

Non v’erano qui allora templi o palagi costrutti

di pietra che la mole levassero fino alle stelle;

ma verdi selve, e lieti paschi: ed erravano i bovi

intorno, coi muggiti l’eco degli antri svegliando.

Accompagnare il re solevano inoltre due cani

che gli correano innanzi, lieti saltando ed abbaiando.

Il suo letto eran pelli gettate su foglie cadute.

Annunziavangli l’alba saltellando, dal rozzo colmigno

il passero e, più presso, la rondine arguta, dal trave.”

Un canto mattutino appunto veniva agli orecchi

allora dalle rotte colonne e dai marcidi muri:

delle rondini al canto lievemente sonâr le rovine

e i nidi ai nereggianti capitelli per ordine appesi.

Vedono infatti il margine dell’imo cielo all’intorno

inalbare e le tenebre insiem colle stelle languire.

Appaiono le macchie, della tremula selva le cime,

mentre dell’òr nella luce vaporan dei pini le vette:

come allor che, recando mille guerrieri, nel letto

di verdi rami, Pallante, sotto fronde di quercia, solcava

gli agresti luoghi lunga di faci una striscia che i dumi

di faville irradiava [3] . “Tutto bene, ma queste anticaglie,

dunque” uno d’essi chiede “quando successero?” “Oh quante,

quante generazioni di viventi, da allor, son passate!

Roma stessa non era, eppur questa fiamma splendeva.

Giovani, quali voi siete, qui, dopo molto, si fanno,

d’alberi cinto, un asilo. Quel nucleo di forti principio

esser doveva a quella grande cosa che Roma fu poi,

la qual di tutto l’orbe di pria fece, unica, l’urbe [4]

ed ogni popolo vinto, capo e rocca del mondo s’aderse.

Molto più tardi cadde, dai fuochi divini [5] fu arsa

ed il cavallo barbaro le ceneri n’ebbe a pestare.

Quel capo e quella rocca e quell’unico a popoli e genti

Amore, eccoli! Roma più non è.” Mentre il vecchio ragiona,

da lontano ode il tonfo di zoccoli. “Ehi! il viandante,

riposato la notte, già riprende il cammino. Non credo,

giovani, sian queste cose da vedere alla luce del giorno.”

S’affrettan quelli ed osano perfino la lampada sacra

trarre fuori, alla luce e del mattino alla brezza

opporla, poi soffiarvi colle bocche selvagge, poi dentro

la pozza immergerla, invano! Allora all’antico sepolcro

reserla ardente, e la pietra di nuovo sull’antro si chiuse.

Dove, sempre fulgente, pende su te, gran Pallante,

già di sì grande gloria, di sì grande mole primizia,

col lume eterno vegliando, dal muto sepolcro, su Roma.

Poesie sparse di Pascoli Pascoli e il suo cane

31 dicembre 2006

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online ww.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul Cd-Rom: La Repubblica Letteraria Puntoit, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione la Repubblica Letteraria, 2007

Messo in rete l'11 ottobre 2015


[1] Dino Mantovani, Pagine d’arte e di vita, raccolte a cura di L. Piccioni. Pag. 225 (Torino, S. t. e. n.).

[2] O dolor atque decus magnum rediture parenti! Eneide, X, 507.

[3] Si direbbe che Pascoli abbia voluto a forza, e quasi a straforo, introdurre questo accenno ai funerali di Pallante (cfr, Virgilio, Eneide, XI, 143-4… lucet via longo / ordine flammarum et late discriminat agros). Sui qual vedi “Al Corbezzolo” in Odi e Inni.

[4] Pensiero di Rutilio Namaziano nel De reditu suo che Pascoli (in Poesie Varie, ma al posto suo, come l’ode che segue “A Roma” di Erinna, sarebbe in Traduzioni e Riduzioni) rende con l’endecasillabo “Di tutto il mondo una città facesti”.

[5] Le folgori celesti, i fulmini.