Tu non troverai che il leone serva al leone, o un cervo all’altro cervo

Ulisse e il Leone di Giovanni Battista Gelli

 Dialogo tra Ulisse e il Leone

di Giovanni Battista Gelli

 

Fortezza d’animo delle bestie

LEONE. Tutti voi stimate il vincere essere sempre cosa laudabile, in qualunque modo ci si vinca. Il che non è già così appresso di noi. Onde tu puoi vedere che tutte le guerre che noi facciamo, così fra di noi come contro di voi, son fatte da noi senza inganni e senza fraude alcuna; e come ciascheduno di noi confidatosi nelle forze proprie solamente, per grandezza d’animo e fortezza cerca di vendicare quelle ingiurie che gli sono fatte; non essendo sottoposti a legge alcuna che gli sforzi di farlo, né temendo di pena o disonore alcuno, non lo facendo.

ULISSE. E chi mi dimostra che questo non sia ira, e non fortezza?

LEONE. Il modo col quale noi combattiamo; dove ciascheduno di noi, non si lasciando mai superare dal nimico, facendo resistenza con ogni suo sforzo insino all’ultimo; senza timore o spavento alcuno né di pene né di morte; cerca piuttosto di morire combattendo che d’essere preso; e non cedendo mai al nimico, se non con altro, almanco con l’animo; la qual cosa ne dimostra chiaramente il non supplicare, e spargere giammai prego alcuno verso quello, almanco con cenni e con gesti miserabili e pietosi; e dipoi, quando noi pure perdiamo (ché a ognuno non è dato sempre il vincere), il lasciarsi il più delle volte morire.

Va dipoi più oltre: tu non troverai che il leone serva al leone, o un cervo all’altro cervo; come fa l’uno uomo all’altro, senza curarsi di essere reputato timido e vile. E questo donde nasce, se non dallo invitto e forte animo nostro? Il quale si manifesta molto maggiormente quando noi siamo presi da voi; che sopportando pazientemente la fame e la sete, ci lasciamo molti di noi piuttosto morire che stare con voi, preponendo allegramente la morte alla servitù. Onde vi è forza, quando voi volete dimesticare qualcuno di noi, che voi pigliate de’ nostri figliuolini piccoli, i quali, non sapendo quel che si faccino, lasciandosi cibare da voi domesticamente, con le vane lusinghe vostre perdono, per essere loro astutamente tolta da voi, a un tratto con la libertà quella fortezza dell’animo, e quella gagliardezza del corpo, che si conviene alla specie loro.

Ma vuoi tu vedere se la natura ha dato più fortezza a noi che a voi? che ella ci ha fatti più pazienti a sopportare i disagi e gli incomodi, che ella non ha fatto voi; e non solamente i maschi, ma ancora le femmine; facendole non manco atte del maschio a difendere dalle ingiurie, e loro e i figliuoli. E tu medesimo so che hai molte volte veduto che la cavalla non cede al cavallo, né la cerva al cervo, né d’animo né di fortezza. E non fanno le nostre femmine come le vostre; che, mentre che voi sopportate i disagi e correte i pericoli delle guerre, o del navicare, o dell’altre cose necessarie all’uso umano, si stanno oziose al fuoco a novellare. Dalle quali cose tu puoi chiaramente conoscere che questa virtù della fortezza si ritruova più fra le fiere che fra gli uomini.

Giovanni Battista Gelli

                                                                     

Questo testo fu pubblicato su “L’Illustrazione Popolare”, volume XI, n. 24 (11 aprile 1875), p. 383.

 

Giovanni Battista Gelli (Firenze 12 agosto 1498-Firenze 24 luglio 1563). Figlio di un vinaio, esercitava il mestiere di calzolaio. Autodidatta, imparò il latino e si sentì attratto dalle belle lettere, ma iniziò a scrivere non in giovane età. Fu strenuo difensore di Dante, della sua lingua volgare fiorentina, della cultura che rappresentava e del messaggio morale che aveva diffuso. I fiorentini dell’età di Cosimo I apprezzarono le sue letture dantesche; si conserva un suo autografo con Lettere sopra lo Inferno di Dante. Nei ragionamenti dialogati, intitolati I capricci del Giusto Bottaio (1546), egli sostiene che l’uomo ideale è antiretorico e saggio, inserito nella realtà e contrapposto all’umanista che è sì dotto, ma è un isolato. Si avverte in Gelli la crisi del Rinascimento che non era riuscito a dare molte risposte in campo morale e l’avvento della stagione della Controriforma. Nell’operetta morale La Circe (1549), partita in dodici dialoghi costruiti alla maniera di Plutarco _ come egli stesso dichiara nella dedica a Cosimo de’ Medici _ Gelli immagina che Ulisse, ottenuta da Circe la facoltà di riportare a forma umana coloro che per magia erano stati tramutati in bestie, ottenga da tutti un rifiuto tranne che dall’elefante, che era stato un filosofo e aveva vissuto con gli occhi costantemente rivolti verso il cielo. Di fronte alla caparbietà di questi esseri, che preferiscono vivere sotto forma bestiale piuttosto che assumere nuovamente quella umana, e ne è causa la corruzione che ha invaso il mondo, non resta a Gelli che la speranza nella vita ultraterrena.

(a cura di Fausta Samaritani)

 

31 dicembre 2003

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 26 ottobre 2015

Si prega di non copiare il testo

 

Animali mitologici parlanti