Casanova spia della Repubblica di Venezia

Giacomo Casanova la spia

Denunce di Giacomo Casanova agli Inquisitori di Stato

Ricerca di Fausta Samaritani

All’Archivio di Stato di Venezia, nel fondo degli Inquisitori di Stato, all’interno di centinaia di capaci buste gialle sono raccolte le denunce, ordinate secondo il cognome dei confidenti. Il Tribunale degli Inquisitori era stato istituito all’inizio del Cinquecento, per vigilare sui segreti di stato. Tre erano gli Inquisitori: due scelti dal Consiglio dei Dieci e detti “neri” dal colore della toga e il terzo, eletto dai Consiglieri del Doge, che era detto “rosso” per la toga scarlatta. Si valevano di un segretario, al quale venivano indirizzate le denunce, imbucate dentro le fauci della famosa “Bocca della Verità”. I confidenti coglievano al volo le chiacchiere e le facezie di ignari cittadini, incontrati nei caffè, nelle piazze, nei salotti, nei teatri. Venivano prese in considerazione esclusivamente le denunce firmate; ma in caso di gravi problemi di ordine pubblico, potevano essere accolte anche quelle anonime. Il 3 maggio 1797, su richiesta di Napoleone, la Consulta decise l’arresto dei tre Inquisitori di Stato, ritenendoli responsabili di aver istigato a contrastare con le armi che una nave francese attraccasse al Lido: erano Agostino Barbarigo, Angelo Maria Gabriel e Catarino Corner. Furono trasferiti sull’isola di San Giorgio. Il 12 maggio ebbe fine il governo della Repubblica di Venezia.

Agenti segreti veneziani nel ’700 (1705-97), a cura di Giovanni Comisso, Milano, Bompiani, 1941

Le segrete relazioni, scritte da Giacomo Casanova, vanno dal 1775 al 31 ottobre 1782: il 3 settembre 1774, dopo 18 anni di esilio, era stato infatti revocato il bando contro il libertino ed egli era tornato a Venezia. Gli Inquisitori fecero a meno delle sue denunce, a seguito della pubblicazione di un feroce libello, dal titolo Né donne né amori, in cui Casanova aveva attaccato il N. H. Grimani. Alla fine del 1774 Giacomo Casanova è alla soglia dei cinquant’anni: se non era fatto per una vita mediocre, egli non è più il libertino che fugge da prigioni o donne, da debiti di gioco o truffe; non è nemmeno il giovane espulso dal seminario di Venezia, né l’abile praticante di occultismo condannato per empietà ai Piombi. Due anni prima, a Trieste, favorito dal console veneziano Marco Monti, era riuscito a tornare nelle grazie degli Inquisitori di Stato, perché aveva convinto a restare a Venezia i frati Armeni che, per dissidi con la Repubblica, volevano trasferirsi a Trieste. Casanova, dunque, alla fine del 1774 prende stabile dimora a Venezia, in calle delle Case Nove e cerca una occupazione che gli permetta di vivere. Pubblica il primo tomo di una sua traduzione in ottave dell’Iliade, il secondo e terzo libro della Istoria delle turbolenze della Polonia, tenta di fare l’impresario teatrale, diventa una spia della Repubblica, insistendo per avere compensi in cambio di informazioni utili. In questa veste, egli si trasforma in un implacabile censore dei costumi dei suoi concittadini. Il 3 ottobre 1780 viene assunto stabilmente come confidente, con lo stipendio di 15 ducati al mese; ma all’inizio del 1781 perde lo stipendio fisso. Le sue confidenze sono uno spaccato di vita veneziana, nell’ultino scorcio del Settecento.
Il 22 dicembre 1781 ecco la famosa spiata di Casanova, relativa a libri da proibire, tra i quali, a suo parere, opere di Voltaire come il Dizionario filosofico e l’Epistola ad Urania, una vera requisitoria contro i dogmi cattolici, L’ode a Priapo di Alexis Piron, l’Emile e la Nouvelle Eloyse di Rousseau. Scandalosi sono per Casanova tutti i filosofi francesi del Settecento. Tra gli italiani ritiene pericolosi Machiavelli e Aretino; ma condannabile è anche la Storia Ecclesiastica dell’abate Claude de Fleury, “con l’empia prefazione attribuita al Re di Russia”. Non si salvano neppure Lucrezio e Luciano. Casanova elenca altri libri, nocivi “poiché sfacciatissimi nel libertinaggio sembrano fatti a bella posta per eccitare con voluttuose storie, lubricamente scritte, le assopite e languenti nemiche passioni”; libri che “sono degnissimi del fuoco, al quale sono già stati condannati nella loro origine, ma per sciagura, un libro non vien mai tanto letto, che quando una esecuzione del principe il rende infame”. Alla fine di questo dettagliato elenco di libri, Casanova fornisce anche il nome di alcuni che li posseggono.
Una confidenza, priva di data, è contro i tribunali ecclesiastici che annullano con troppa facilità i matrimoni: “L’eccesso del lusso, le donne senza freno, e la soverchia libertà del praticare, a fronte degli indispensabili doveri delle famiglie sono le cagioni, che la corruttela prende ogni giorno nuovi gradi di forza”. Giacomo condanna l’esposizione del nudo femminile all’accademia di pittura, dove gli allievi possono vedere donne discinte e, anzi, “concorrono a tale spettacolo molti dilettanti, che non sono né pittori, né disegnatori, ma solo curiosi”. C’è poi il caso della commedia Vittime del dovere di Marco Antonio Giustinian. Casanova scrive, maliziosamente: “V’è nella comedia un personaggio, chiamato il Conte di Fripot che prende di mira il N. H. Ser Pietro Boldù, lo stesso che serve la N. D. Contarini. Il dipinge con carattere nero, di modo che, adottata la personificazione, potrebbero avvenire che nascessero dissidi fra le persone nobili in questa città, che preme a Vostre Eccellenze di mantenere cheta e tranquilla […]Tutto il restante della comedia è onesto, se non fosse che mette in vista non solo un atteggiamento di cavalier libero con donna maritata, ma anche una storia che per delicatezza di onore e di sentimento si dovrebbe tener sopita”.

(a cura di Fausta Samaritani)

Le dodici denunce di Casanova, qui trascritte, sono state pubblicate in Agenti segreti veneziani nel ’700 (1705-97), a cura di Giovanni Comisso, Milano, Bompiani, 1941.

I

La natura umana, che tende alla conservazione di se medesima, non ha furore per le cose, che intraprende, che allor quando spera di ricavar da quelle il suo sostentamento.

Io, infelicissimo, domando al mio Serenissimo Principe, qualche sussidio, non per avermelo guadagnato, scoprendogli cose utili, delle quali egli solo è giudice, ma acciò il tenue sussidio mi dia coraggio di sperare, che le future, che m’ingegnerò di scoprire, saranno utili.

Imploro la Sapienza, e l’umanità di VV. EE. a perdonarmi.

Grazie.

Giacomo Casanova

A tergo, di mano del Segretario degli Inquisitori: «A migliori ed a più conseguenti notizie»

 

II

Domenica scorsa alle ore tre della notte in corte Contarina a S. Moisè il signor Andrea Sanfermo attaccò con parole ingiuriose il nobiluomo G. G. Minio fu de Zuanne. Questo patrizio non si difese da tutti gl’improperi in altro modo che col dirgli: «Temerario, ricordatevi qual differenza passa tra me e voi.» Respingendo poi col braccio quando alzando le mani parea che il minacciasse. Ecco la cagione istorica di questa escandescenza. La galante moglie del Sanfermo che era una della fanciulle dell’Ospitale dei Mendicanti, è innamorata del N. H. Minio contro la volontà del marito, che non vorrebbe che avesse al fianco altri che il N. H. Alvise Renier fu de Bernardin, il quale sebben mal corrisposto, la serve attualmente. Il N. H. Renier, a cui non è ignota la secreta intelligenza della Signora con l’altro, si lagna col Sanfermo, il quale non potendo farsi ubbidire dalla propria moglie, crede di aver giusto motivo di sdegnarsi col N. H. Minio. Questo, amante amato dalla medesima, non può risolversi a finir di turbare la pace del N. H. Renier, e del marito. Questo imbroglio, che potrebbe aver serie conseguenze, non è forse indegno delle sapienti riflessioni di V. E.

1775.

Giacomo Casanova

 

III

Odo da per tutto gridare contro quelli, che sedendo in circoli occupano più di due terzi della Calle Larga a S. Marco. Dicono che quei bozzoli [i] non solamente sono inconvenienti a cagione che di soverchio occupano la pubblica strada, ma sostengono alcuni, che hanno veduto, essere il centro di que’ vicoli tenebrosi assai scandaloso. Il generale disgusto del pubblico in questa civica licenza è dimostrato dal nome col quale quella strada è presentemente nominata. Alcuni la chiamano il mercà nuovo, altri la Vaccheria. Dicono che potrebbero quelle donne, e quegli uomini contentarsi di sedere in file poco distanti, ma senza porre le sedie in giro.

1774-75.

Giacomo Casanova

 

IV

Ieri giorno di S. Marco nella conversazione in casa del sig.r Conte Alemano Lombara il N. H. Alessandro Balbi avvocato alle Corti esagerò contro la spirante correzione, dicendo che costò, costa e costerà sangue. Diedi poi a queste parole una abbastanza plausibile spiegazione giustificando il costò sangue con l’avvenuta morte del N. H. Carlo Contarini avvocato, il costa sangue con l’obbligazione che hanno di esborsar danaro quelli che vogliono cariche, ed il costerà sangue con la miseria di quelli, che non potranno più esercitare la professione di causidici [ii] . Recitò egli questo epigramma, che per ritenere a memoria gli feci replicare tre volte, e se ne disse autore egli medesimo [iii] :

O correctores! patria capita inclita per vos

augentur venetis munera patritiis.

O correctores! prudentia pectora, per vos

ad lites advenit empta ministeria.

O correctors! o corda sagacia, per vos

mercator trepidat, causidicusque gemit.

Quis non afflatos miretur numine mentes!

Sic paucos coelo Juppiter ipse beat.

25 Aprile 1775.

Giacomo Casanova

 

V

Io Giacomo Casanova suddito di Ve  Ee vengo supplice ad implorare, il raggio benefico dell’inviolabile loro giustizia, prostrato d’innanzi all’augusto tribunale, alla cui presenza, mi crederei reo di morte, se altro osassi deporre, che la pura verità. Ieri sera mascherato in bautta, entrai con una maschera donna nel teatro di S. Luca, e diedi alla porta un zecchino, dimandando il mio resto. Il portinaro mi domandò in qual palco andassi, dicendomi che me lo porterebbe, ed io lasciandogli il zecchino, gli dissi che andavo nel secondo ordine lettera C. Egli venne poco dopo al mio palco, e mi disse, che il mio zecchino calava due grani; io gli risposi, che mel portasse in dietro, poiché credevo che non calasse. Me lo portò, e mi parve che non fosse lo stesso; ma pure, senza insistere, gli dissi di ritornare un’ora dopo che gli avrei dato venti soldi: aspettavo persona che infatti venne e che me li avrebbe prestati, egli se ne andò, ma tornò quasi subito, dicendomi che non voleva aspettare, la qual insofferenza sembrando a me indiscreta non volli credere. Egli allora tornò accompagnato da altri due, uno dei quali chiamato Bortolo della Todesca, mi strapazzò con indegno sarcasmo, e con tanta veemenza, che di più non avrebbe potuto fare un mio più fiero nemico per tirarmi a cimento di commettere ogni delitto. Gli dissi di mandarmi quello dalle acque, che gli avrei fatto dar subito venti soldi, ed ei me lo negò, né io potevo andare non convenendomi lasciar sola una donna. Gli diedi allora il zecchino per non udirmi maggiormente vilipendere, ma dopo non venne né egli, né altri a portarmi il resto, che rabbattuto anche lo scarso [iv] , avrebbe dovuto essere venti lire, e otto soldi.

Provoco in testimonio tutta Venezia, ch’io non usai mai violenza ad alcuno, e tutti i ministri di questo Augusto Tribunale dicano, se sia mai qui giunto richiamo alcuno contro la mia persona. Infelice, e sfortunato non feci mai male ad altri che a me stesso. Domando per la prima volta supplichevole al mio Serenissimo Principe, che Bortolo dalla Todesca venga corretto: egli m’ingiuriò con vilipendioso sarcasmo; e non mi portò il mio restante del zecchino, ch’io volevo rendere in sostanza a chi me lo diede, poiché mi fu pagato come di peso.

Ricorro ad un Principe giusto, al cospetto del quale sono eguali tutti sudditi, e reputati benemeriti, e degni di pietà quelli che ubbidienti, e sommessi hanno in simili casi la fortuna, ricordandosi, che v’è, chi regna, di reprimere ogni primo moto, pur troppo naturale all’umana debolezza.

Giacomo Casanova

 

VI

L’eccesso del lusso, le donne senza freno, e la soverchia libertà del praticare, a fronte degli indispensabili doveri delle famiglie sono le cagioni, che la corruttela prende ogni giorno nuovi gradi di forza, e che tra gli accasati varii siano quelli, che possono chiamarsi soddisfatti dell’interna economia di loro domicili.

I dissidi tra mariti e mogli si accrebbero da parecchi anni in qua, e principalmente dopo che replicati esempi dimostrarono esser facile lo scoprire, o il far apparire in qualunque matrimonio qualche difetto sufficiente a fare, che il giudice naturale o delegato il dichiari nullo. Questa fatal scoperta fece diventar le donne aspiranti alla indipendenza, e gli uomini più o meno tolleranti, a seconda della inclinazione che hanno o a mantenere la pace nelle loro case, o a profittar di vantaggi del reo costume.

Non volevano gli uomini una volta ottenere, in grazia del loro particolare interesse, cosa alcuna ex foro fori, che non fossero stati persuasi di poter esigerla, anche ex foro coscientiae. Non si bada oggi a tale circostanza, Non v’è forense ecclesiastico, che sfrontatamente non dica al suo cliente uomo o danna: Io vi farò dichiarar nullo il vostro matrimonio, se mi assicurate, che il vostro marito non si opporrà ai canonici dirimenti motivi che allegheremo. Questo si fa assai facilmente; onde avviene che non abbia più alcun peso quella disciplina di costumi che fu da tutti in tutti i tempi riputata la base della felicità delle nazioni, e della sostanziale prosperità dei sovrani governi.

Fu sempre padrone un marito, o una moglie di far giungere nelle mani del consorte un monitorio di divorzio, ma si facea causa, e senza giusto motivo non si ottenea l’intento: oggi o si accetta l’invito alla separazione senza opposizione alcuna, o per eludere l’effetto s’intavola la nullità del contratto per difetto di essenzial requisito, e gli abili avvocati con istupore interno di que’ coniugi arrivano in breve tempo a dir loro: Signori siete liberi, non siete anzi stati mai maritati.

I fautori di questo sommo disordine, e di un sì reo libertinaggio sono gli avvocati ecclesiastici; l’ordine viziosissimo di quella curia ed il vergognoso silenzio di chi si possiede, e non si cura di regolare gli abusi è la sorgente di questi mali. Se v’è tribunale al mondo i cui giudizi in tal categoria si paghino in contanti, egli è l’ecclesiastico, e somma è la sfacciataggine con la quale si comprano i testimonj, e se ne fanno tacere, se ne escludono, se ne rigettano. O dee il saggio Governo determinarsi di segregare il matrimonio dal novero di sacramenti, come fecero tutte le comunioni protestanti, o non può soffrite la Religione che venga pubblicamente da’ seguaci vilipeso un sacramento, e ridotto ad avere il zimbello del vizio, e la vittima degl’infami fomentatori della discordia.

Se la sapienza di V.V. E.E.  non si accinge a recar rimedio a questo male, possono da lui nascere i più impetuosi precipizj della società. Estinzioni di cospicue famiglie, confusioni di parentele, macchie di genealogie, ambiguità di successioni, dilapidazioni di facoltà,  ingiuste rappresentanze di figli fatti divenir legittimi dalla menzogna, e rovine, e vendette dei legittimi divenuti per imbrogli dell’ambizione e dell’avarizia bastardi.

La licenza estrema del conversare, l’indipendenza delle donne, l’infingardaggine degli uomini sono le fonti di questi sommi mali, che l’avarizia e l’empietà faceva divenir legali. La gioventù, ch’entra nel mondo, li mira di sangue freddo autorizzati dall’uso, onde rimane fomentata una general corruttela di educazione, che guai se si lascia che prenda radice. Questa fatal radice sarà presa, e non ci sarà allora più rimedio, quando in repubblica non ci saranno più vecchi, che possano dire: Le cose non erano a questo orribile eccesso quando noi siamo entrati nel mondo.

Un Abbate Venier nato a Piran, che stava una volta con l’avvocato ecclesiastico Facini, è un determinato sollecitatore di annullamenti di matrimonj, e di dissidi tra mariti e mogli. Egli fu il fabbro della distruzione di molti, e fu scoperto reo in molti maneggi e non fu mai punito. Tra gli uomini di questa specie egli non è il solo.

Non è più da tollerarsi Ill.mi ed Ecc.mi Signori, che i tribunali ecclesiastici riguardino il matrimonio come una pena inflitta, e che il trattino come i criminalisti trattano i castighi, alli quali la giustizia secolare vuole condannare i rei. Se in qualità di un contratto è il matrimonio dipendente anche dal jus civile, giudichi dalle sentenze emanate sulla di lui nullità un tribunale secolare, chiamandole a sé, e venga in tal guisa posto freno ad uno scandalo, che disonora con indelebili sfregi la Religione, et il decoro della famiglia. Disegno del Settecento, inchiostro, (Coll. F. Samaritani)

Grazie.

                        Giacomo Casanova

                 

VII

Il primo ballo di S. Benedetto non sarebbe forse stato tanto osservabile fuori delle presenti circostanze. Ieri sera cagionò generalmente in tutto il pubblico discorsi non convenienti.

Ubbidienti tutte le dame al Sovrano Comando comparvero al teatro mascherate [v] , all’eccezione delle due ambasciatrici austriaca, e spagnola, che colsero con piacere quest’occasione di distinguersi. Ma il ballo di Coriolano seminò nelle menti suscettibili un certo spirito di rivolta, che fe’ nascere sinistri ragionamenti, ed uscire da varie bocche discorsi sconci. Se il programma del ballo, che, stampato, come sotto agli occhi di tutti, avesse avuto per revisore un prudente pensatore, la stampa non ne sarebbe stata permessa. Senza che il programma sarebbe stata meno potente la fanatica tenuità di Coriolano, il dispregio del decreto del senato, l’infrazione del medesimo in quel modo scandaloso, la forza delle dame romane, la possibilità di non ubbidire, e non si sarebbe agitato quello spirito di docilità, che preme alla Sapienza di V. E. di mantenere sempre nei limiti della sommessa subordinazione, acciocché i sacri, e prudentissimi loro ordini sieno non solo eseguiti, ma eseguiti senza mormorazioni.

28 Dic. 1776.

Giacomo Casanova

A tergo, a mano del segretario degli Inquisitori di Stato: «28 Dicembre 1776. Fu immediatamente chiamato l’impresario di S. Benedetto, Michiel Dall’Agata e fu precettato che non si vuoleva più che fosse fatto nel teatro il Ballo di Coriolano in pena della vita. Indi si è ordinato che siano raccolte e presentate tutte le stampe di detto ballo.»

 

VIII

Se io Giacomo Casanova, fedel servo, e suddito di Vostra Eccellenza, mentre vado esplorando, attentissimo, le sorgenti dei secreti delitti, oggetto della loro venerabile vigilanza, desiderando di scoprire le occulte trame, potessi non discernendo importanti motivi degni di giungere sotto i loro degni riflessi, persuadermi, che illibati e giusti sono tutti i loro sudditi, e che non negassero infatti quei vizi, che pure alla loro sapienza di rintuzzare, mi rallegrerei: ma persuaso come sono, che continue contraffazioni esistano, mi rammarico in me medesimo o della mia disavventura, o della mia scarsa abilità, onde imploro dalla sovrana loro indulgenza un clemente, e generoso compatimento.

Non vidi ne’ teatri eccessive licenze o scandali degni di essere riferiti alla sapienza di Ve  Ee ; ma ne scoprii bensì di importanti nel teatro di S. Cassano aperto sei giorni fa.

Donne di mala vita, e giovanotti prostituiti commettono ne’ palchi in quarto ordine quei delitti, che il Governo, soffrendoli, vuole almeno, che non siano esposti all’altrui vista. Ciò avviene dopo l’opera. Un provvido comando, che il teatro non debba rimanere oscuro, se non dopo che tutti sieno usciti da’ palchi potrebbe essere un facile rimedio ad una parte di questo male. Quegli uomini che hanno l’incombenza di visitare i palchi dopo terminata la rappresentazione, potrebbero eccitare ad uscire quelli de’ quali la soverchia dimora può facilmente essere sospetta.

Grazie.

Venerdì i Xbre, Frezzeria. 1780.

Giacomo Casanova

 

IX

Alla Bottega di caffè sulle Fondamenta Nuove presso la Calle della Cavallerizza sono molti giocatori, che nella camere sopra il caffè gioucano oltre altri giuochi anche il camuffo. Hanno ridotto questo camuffo ad essere visibilmente giuoco d’invito per via della maniera e dei patti co’ quali il giocano.

Odo generalmente i più ragguardevoli signori e le dame che cominciano a lagnarsi della severità delle sei ore, che ormai sembrano troppo di buon’ora. A questa lagnanza aggiungono il disgusto per il modo insolente con cui i custodi dei casini vanno appena giunta quell’ora a smorzare loro i lumi. Sono sicuro poi che nei gran casini non si gioca a gioco alcuno, che sia contro le venerate leggi di V.V. E.E. Grazie.

Giacomo Casanova

 

X

A S. Moisè in capo alla pescheria verso quella parte per cui si va alla Calle del Ridotto dal canto del Canal Grande vi è il luogo, che si chiama l’accademia dei pittori. In questo luogo si adunano i studenti del disegno per delineare in diverse attitudini in alcune sere l’uomo nudo, ed in altre la donna. In questa sera di lunedì verrà esposta una donna, che verrà da varii studenti delineata nuda, come si mostrerà.

A quest’accademia della donna nuda sono ammessi anche varii giovani disegnatori, che non hanno appena dodici, o tredici anni. Oltre di ciò concorrono a tale spettacolo molti dilettanti, che non sono né pittori, né disegnatori, ma solo curiosi. Tal funzione si comincerà a un’ora di notte, e durerà fino alle tre.

Grazie.

16 Novembre 1781.

Giacomo Casanova

 

XI

È già fatto un teatro nell’ospitale de’ Mendicanti, nel quale verranno rappresentate comedie, tragedie, ed opere buffe in musica da quelle figlie, parte delle quali si vestiranno da uomo per rappresentare i rispettivi personaggi di que’ drammi, che esporranno. A questo spettacolo potrà intervenire ogni ceto di persone senza pagamento e senza biglietto, ma solamente con una superficiale aderenza. Si comincierà tra otto giorni, o al più tardi, al principio del mese venturo.

18 Novembre 1781.

Giacomo Casanova

 

XII

Nel dovere in cui sono di denunziare alle E.E. V.V. dove si trovino i libri licenziosi, devo riverentemente far loro osservare, che se non mi viene prescritto li titoli de’ medesimi, o per lo meno i noti autori, vado a rischio di porre sotto gli occhi delle E.E. V.V. troppi libri, e troppi possessori de’ medesimi, non già ne’ libraj, ma in ogni ceto di persone civili e di patrizi, la maggior parte delle quali li conserva per loro particolare curiosità, conscii a se stessi di non esser esposti a contrarne pregiudizio nella loro morale, poiché forniti di lumi, e muniti d’intelletto non debole.

Ubbidiente però al Venerando Comando dirò in generale, che si trovano tra le mani di tutti, ed anche tra quelle de’ libraj le opere di Voltaire, tra le quali, empie produzioni sono La Pulcella, la Filosofia della Storia, la Santa Candela, il Dizionario filosofico, il Dizionario Teologico, i Saggi Enciclopedici, l’Epistola ad Urania, il Vangelo della Ragione, ed altre. Vi è l’orribile Ode a Priapo del Piron. Del Rousseau v’è l’Emile, che contiene molte empietà, e v’è la Nuova Eloyse, che stabilisce non esser l’uomo dotato di libero arbitrio. Vi è l’Esprit di Elvezio. Vi è il Belisario del Marmontel, Gli allori ecclesiastici, Teresa Filosofa, i Gioielli Indiscreti; e del Crebillon giovane v’è la scandalosa storia della bolla Unigenitus coperta sotto la sporca e lasciva favola di Tanzai. Le opere tutte del profondo Boulanger sono empie; empie sono le poesie del Baffo, ed il poema dell’empio Lucrezio si trova tradotto in italiano dall’Abbate Pastori ex gesuita romagnolo, che vive in questa città sotto i benigni influssi di questo clementissimo cielo. L’Esame importante di Milord Bolimbroke, empiissima opera, poiché è una satira alla nostra religione, che principia dalla creazione del mondo, e va fino all’ultimo concilio ecumenico, si trova tra le mani di molti. Il filosofo militare, Freret, il Cristianesimo svelato; tutte le empiissime opere dell’ateo La Metrie; Luciano tradotto in italiano; La sapienza di Charon, abbenché istampato a Venezia; Macchiavello, l’Aretino, e molti altri, del titolo de’ quali non mi ricordo sono sparsi tra le mani di tutti. Così pure il Compendio della Storia Ecclesiastica dell’Abbate Fleury con l’empia prefazione attribuita al Re di Russia e l’opera fulminata in Francia dell’Abbate Rainal si trova da per tutto. L’ultima edizione fu portata a Venezia da Vienna dall’Ecc.mo Cavalier Ambasciator ritornato, ed il N. H. Ser Angelo Zorzi ne ha una simile. Non parlerò de’ libri degli empi eresiarchi, né de’ fautori dell’ateismo Spinosa, Diagora e Porfirio, poiché si trovano in tutte le buone biblioteche.

Si trovano poi anche in grande quantità tra le mani di molti in accurata raccolta vari libri, che non si possono chiamare empi, poiché non si meschiano di dogmi, ma bensì pessimi, poiché sfacciatissimi nel libertinaggio sembrano fatti a bella posta per eccitare con voluttuose storie, lubricamente scritte, le assopite e languenti nemiche passioni. Questi libri, abbenché satirizzare la religione, non sia il loro assunto, sono degnissimi del fuoco, al quale sono già stati condannati nella loro origine, ma per sciagura, un libro non vien mai tanto letto, che quando una esecuzione del principe il rende infame, una proscrizione fa spesso la fortuna di un autore sfrenato. Il titolo di alcuni di questi libri è il Portinaio de’Certosini, Il Filotano, La Monaca in camiscia, Nocrion, Il processo del P. Girardo, e della Cadiere, Margherita la Ravodeuse etc etc. Quelli che li hanno, o li ebbero da’ librai che li vendetter loro clandestinamente, io li portava da di là de’ monti, e questi dilettanti potranno ora averne con facilità per la via di Trieste, poiché in Vienna se ne trova in quantità, dopo che la Maestà dell’Imperatore credette bene di rallentare i rigori della revisione con clausole troppo clementi.

La maggior parte de’ libri, che mentovai in questa mia umilissima relazione, si trovano nel gabinetto del N. H. Ser Angelo Querini, molti ne ha il N. H. Cavalier Giustinian; ne ha il N. H. Ser G. Carlo Grimani, ed il N. H. Cavalier Emo, e molti altri al nome de’ quali angusto spazio sarebbe questo breve foglio. Grazie.

22 Dicembre 1781.

Giacomo Casanova

Opere di Giacomo Casanova

 

31 dicembre 2003

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 16 ottobre 2015

 



[i] Circoli chiusi.

[ii] Avvocato di scarso valore.

[iii] Oh correttori!

[iv] Sottratta la quantità di metallo mancante. La moneta scarsa aveva un contenuto di metallo inferiore al valore legale.

[v] Il Consiglio dei Dieci aveva deliberato l’8 dicembre 1776 che al teatro , per una questione di decenza le dame del patriziato non si dovevano ornare e vestire a loro capriccio, ma si dovevano presentare col volto mascherato.