Scena teatrale agreste tratta da una tela

D’Annunzio Michetti La figlia di Iorio

D’Annunzio, Michetti e La figlia di Iorio

 

Sul numero di luglio-dicembre 1896 (Libro VIIII) della rivista “Il Convito”, alle pagine 583-592, c’è un lungo articolo di Gabriele d’Annunzio dal titolo Nota su Francesco Paolo Michetti. “Il Convito”, rivista letteraria di straordinaria eleganza e diretta da Adolfo De Bosis, era erede della più nota “Cronaca bizantina”. Sono state accluse a quel numero della rivista quattro incisioni in bianco e nero di Michetti: un totale, cioè una scena agreste tratta dalla tela La figlia di Iorio, e alcuni particolari di volti maschili. Abbiamo riprodotto queste immagini.

Sullo sfondo si vede la forma scultorea del Gran Sasso innevato e in primo piano un gruppo di pastori, in riposo sopra un arido dorso montano, mentre irridono una donna che si allontana a rapidi passi, celata da un rustico velo.

 

 

D’Annunzio coglie il carattere forte e ombroso di Michetti, in queste frasi:

 

«Egli appartiene, in fatti, alla razza dei genii selvaggi, violenti, in discordia con la moltitudine, disdegnosi della vita comune. Spirito contemplativo e sagace, essendosi messo assai presto in cospetto della propria vita, fin dai primissimi anni egli comprese che qualunque allettamento esteriore era trascurabile al paragone dei tumulti e dei turbini entro di lui sollevati dalla forza creatrice. […] Per l’assiduità del contemplare, la sua vista a poco a poco si è andata mutando in visione profonda e continua.»

 

Dopo uno sguardo, sicuro e rapido, alla vita e alla produzione passata del maestro, d ’Annunzio ne analizza la ricerca formale più recente, ispirata alla terra d’Abruzzo, in particolare la vasta tela intitolata La figlia di Iorio. Oggi, questo quadro si conserva a Pescara.

 

«Qui è tutta la nostra razza, rappresentata nelle grandi linee della sua struttura fisica e della sua struttura morale: la vivace antica razza d’Abruzzi, così gagliarda, così pensosa, così canora intorno alla sua montagna materna d’onde scendono in perenni fiumi all’Adriatico la poesia delle leggende e l’acqua delle nevi. Qui sono le immagini eterne della gioia e del dolore di nostra gente sotto il cielo pregato con selvaggia fede, su la terra lavorata con pazienza secolare. Qui passano lungo il mare pacifico nell’alba le vaste greggi condotte da pastori solenni e grandiosi come patriarchi, a somiglianza delle migrazioni primordiali.

Qui si svolgono lungo i campi del lino fiorente, lungo i campi del frumento maturo, le pompe delle nozze, dei voti e dei mortorii. Qui gli uomini accesi da una brama inestinguibile seguono a torme la femmina bella e possente che emana dal suo corpo una malia sconosciuta; e si battono a colpi di falce, tra le biche gigantesche, in un tramonto sanguigno al cui lume si fan più nere e più tragiche le loro ombre sul suolo raso. Qui turbe fanatiche, con i torsi nudi tatuati di simboli azzurri, con le braccia avvolte di colubri, con canestre di grano sul capo, o con serti di rose e di vitalbe, vanno dietro i loro idoli gridando, stupefatti dalla monotonia delle loro grida.

Qui la vergine dai capelli rossi che le cingono la fonte come un diadema di fuoco, chiusa nella sua profonda inconsapevolezza, conduce al pascolo di primavera la vacca gravida portando nel pugno una canna fronzuta da cui geme la linfa interrotta. Qui la vergine esangue, liberata da una fattura d’amore, dopo aver veduta la faccia della Morte, va a sciogliere un voto in compagnia del suo parentado che porta il dono della cera, e il gracile fantasma bianco, in mezzo alle femmine feconde, in mezzo agli agricoltori adusti e nodosi, passa quasi aereo nella luce del meriggio, sotto l’azzurro inesorabile, lungo la messe bionda e infinita.»

 

Si è sempre sostenuto che d’Annunzio abbia scritto La figlia di Iorio ispirandosi ad un quadro di Michetti che aveva questo stesso titolo. Ma i due abruzzesi coltivavano un profondo rapporto di amicizia e possedevano un identico «cieco ed irresistibile turbine vitale», come scrive d’Annunzio, parlando di Michetti. Dalla stessa cultura viva, di favole e di simboli arcaici, essi traevano forme, colorazioni, umori, figure, essenze. Il confine tra la creazione pittorica di Michetti e la tragedia di d’Annunzio è labile, tanto che sia il titolo, sia la scena rappresentata nel quadro potrebbero anche essere suggerimenti di d’Annunzio.

 

(a cura di fausta Samaritani)

 

Opere di Gabriele d'Annunzio

31 dicembre 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Lingua e Letteratura italiana on line www.repubblicaletteraria.it

Opere di d'Annunzio in edizioni Rocco Carabba La Renaissance latine

Pubblicato per la prima volta sul CD-Rom La Repubblica Letteraria 2002, N. 3 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, 2003

Messo in rete il 18 ottobre 2015