Fulvio Tomizza dentro un microcosmo sconvolto e leso2001

di Gloria Rabac-Condric

Nato a Materada in Istria nel 1935 e morto a Trieste nel 1999, Fulvio Tomizza debuttò nel 1960 col romanzo Materada, svelando una strada senza impronte, per la quale nessun ismo era passato. A suo dire, l’aveva scritto in esilio, a Trieste, nel periodo in cui avrebbe sacrificato tutto per tornare nel paese dove era nato. Lo dirà poi, nel libro Dove tornare. Faceva parte dell’infausto esordio che nel secondo dopoguerra diradò gli abitanti della penisola istriana e lasciò deserte le strade, i campi, in primo luogo le case. Sul suo animo emotivo passava la sorte dei compaesani. Si mise a frugare nella memoria, per redimere una realtà che mortificava coloro che l’avevano vissuta e non doveva perciò cadere nell’oblio. Fissato il tempo, localizzata l’azione, egli crea una atmosfera corale, mette in moto coloro che lasciano il paese natìo in cerca di un mondo più sopportabile. Bastava varcare il confine, per trovarsi in terra italiana. Tomizza ha rivissuto nella massa ambulante una protesta contro chi governava, ignorando il diritto ad una dignitosa esistenza e il diritto ad esprimere il proprio risentimento per le umiliazioni imposte a chi non china il capo, non rinuncia a vivere libero. La storia intanto registrava che in Istria, dopo un repressivo fascismo, subentrava un radicale comunismo.

Lettera di Gloria Rabac Condric a Fausta Samaritani 25/6/2001

Con le dolorose scene degli addii, Tomizza profetizzava il destino degli esuli, rimasti con radici tagliate e dispersi ovunque. Ci siamo trovati, a dire dello scrittore, raggelati in un isolamento che dura da tempo, […] dominati da un perenne senso di inappartenenza _non apparteniamo al luogo che ci ospita ed esso non appartiene a noi, quindi siamo cittadini di una polis inesistente. Non era facile raccontare un dramma umano coinvolgendo cronaca e storia, verità e verosimiglianza artistica e_per usare parole di Elio Guagnini_raggiungere la franchezza e la volontà di esprimere il punto di vista senza ipocrisie e svicolamenti, senza barcamenarsi in spiegazioni tortuose prive di conclusione. Già nel primo romanzo sfilano figure domestiche così plastiche da poterle toccare. Tre anni dopo Materada compare il racconto drammatico La ragazza di Petrovia, al quale segue Il bosco di acacie, tutti e tre ripubblicati in Trilogia istriana (1967). In questi racconti si rispecchia un microcosmo alterato da fratture politiche, nazionali, sociali che hanno coinvolto Croati, Italiani e Sloveni, tanto da traumatizzarne la vita. Tomizza denota le sue perplessità, usando un linguaggio che sminuisce la proliferazione degli insulti, delle accuse, degli odi e delle rivendicazioni. Nel suo istinto sentiva le piaghe provocate dalla intolleranza, dal destino che sballottava i suoi conterranei, mentre dinanzi agli occhi gli sfilavano immagini delle abitazioni dai cammini spenti, della fertile terra incolta, della chiesa vuota, del villaggio che silenziosamente moriva. A queste immagini, che si profilavano ininterrottamente nella sua residenza triestina, si aggiungeva quella del padre scomparso e la sconvolgente esperienza vissuta accanto a lui negli anni postbellici, quando si disgregavano le famiglie, mentre i giovani, indecisi nella svolta esistenziale, barcollavano nel buio della realtà. I ricordi, le ansie, le inquietudini diventano fonti ispiratrici per il romanzo L’albero dei sogni (1969), con il quale vince il Premio Viareggio. Il personaggio principale è il padre che è stato per lo scrittore una autorità alla quale aveva forse trasgredito. Per scrollarsi di dosso il peso del rimorso, l’autore si auto-analizza. Il racconto poggia su uno sfondo autobiografico che traluce la sensibilità umana del narratore, il quale scrive per vocazione, ma, dice, la mia è anche una piccola missione.

Trieste città di grande incanto per Tomizza, nato in ambiente rurale e tutt’altro che idilliaco, rifletteva le barriere tra le varie etnie. Erano comparsi jati e fessure nelle quali erano inciampate la civiltà e il rispetto degli altri. Trieste era diventata per lui una stimolante sorgente narrativa: è qui che ha forgiato il suo modo di esprimersi, mai sofisticato. Il pessimismo che lo minaccia viene dominato: lo conferma nel suo capolavoro, La miglior vita (1977). In questo romanzo, latore dell’azione è il modesto sagrestano Martin Crusich, cui è affidato il compito di creare un ponte tra più generazioni, tre nazionalità, tre genealogie, di promuovere l’idea della coesistenza in un paese devastato dalle grandi guerre mondiali che tagliarono i fili connettivi tra etnie, tra villaggi e città, tra culture. Un umile nonzolo è in grado di ricreare il passato, di rispecchiare il presente, di additare il futuro. Il narratore gli affida il compito di fare storia con la cronaca, di estrarre la cronaca dalla storia e attraverso l’una e l’altra di visualizzare la politica dei regimi, dei fascisti e dei partigiani, del mondo ricco e povero, dei fedeli e degli agnostici, dei giovani e dei vecchi. Sfilano in ogni pagina uomini dal volto offeso, compromesso o controverso. La chiesa non riesce ad opporsi alla deviante moralità, a respingere le pressioni dei politici che perseguitano i ribelli. Tomizza si cala nella realtà, congiunge i suoi paesani nella resistenza ai promotori del conflitto, sacrifica l’unico figlio di Crusich quale apporto ad un mondo migliore; ma

i mutamenti repentini tra paesi e alleati, che stavano cambiando la carta del mondo, si riflettevano qui da noi. […] Vennero a crearsi situazioni paradossali, si assistette a scene di parossismo, di ferocia, di pietà sconvolgente.

Descrivendo gli orrori dei tempi turbolenti e disperati, Tomizza intendeva sintetizzare il caotico deprezzamento dei valori umani, quando la convivenza diventa un peso e l’individuo non si avvede di aver smarrito il senso della vita. Le grandi metamorfosi provocate dalla guerra hanno inciso sul comportamento dei sopravvissuti, gente di campagna ed urbanizzata, rimasti in Istria e che si sentono condannati a vivere nel terrore del domani. Nel romanzo La miglior vita un microcosmo sconvolto si estende col suo magma, fino a toccare i limiti del mondo leso nel conflitto mondiale. Non è quindi narrata una storia delimitata: essa trapassa i confini, perché sorretta da messaggi che chiamano all’erta le generazioni future.

Il primo ciclo della narrativa di Tomizza, che inventivamente mescolava cronaca e storia, viene interrotto dal più voluminoso Il male viene dal Nord (1984). Anche qui le vicende sono incorporate nel paese natìo, ma il tempo risale al passato remoto, alla Controriforma. Questa è l’epoca in cui la Chiesa cattolica, scossa dalla Riforma protestante, riorganizzò le sue forze e riaffermò la supremazia del Papa. Mentre avvenimenti quasi da cataclisma derogavano le leggi del Papato, Paolo Vergerio il Giovane, capodistriano di origine, con l’idea di una nuova interpretazione del Vangelo, con l’ambizione di oltrepassare le frontiere allargando l’orizzonte europeo, si spostava verso il protestantesimo.

Dopo lunghe indagini negli archivi, Fulvio Tomizza volle con la figura di Vergerio intercalare nella storia delle religioni un inserto legato all’Istria. Già nel precedente romanzo La finzione di Maria (1981) si era servito di scritti archivistici per elaborare un tema religioso-morale.

Trascurata per breve tempo la tematica istriana, agli inizi del suo ultimo decennio riprende la strada autobiografica. Ne I rapporti colpevoli, come aveva fatto nei precedenti racconti L’albero dei sogni e Le città di Miriam, riprende il filo psicanalitico, per dare alle cose esposte più consistenza e familiarità. La sua indefessa creatività letteraria lo confermava scrittore che congiunge due mondi, occidentale e orientale, due civiltà, due concezioni della vita. I nessi con la realtà non sono ancora spezzati e il suo sogno sta appena spuntando dai ricordi, dalle testimonianze, dalle esperienze. Ne L’amicizia (1980) il discorso narrativo si sposta dal titolo ad una sfera etico-morale contornata da un nastro etnico, per confermare che l’essenza del vivere insieme non consiste nella omogeneità dei caratteri, nello strato sociale, nelle ideologie, bensì nella capacità di intendersi come creature umane. E’ qui che Marco, figlio del Carso deserto e brullo, e Alessandro, triestino urbanizzato, attestano l’idea della comprensione reciproca. Il messaggio è che vivendo insieme si possono integrare culture e popoli. In tal modo viene confermato il sogno dello scrittore, che scaturisce dalle contraddizioni fra il suo cuore italiano e la sua anima slava.

Nei romanzi Gli sposi di via Rossetti (1986) e Franciska (1997) Tomizza ricorre ad una corrispondenza privata per narrare due vicende diverse. La prima volta con protagonisti sloveni residenti a Trieste che termina tragicamente con la loro morte, e la seconda più distesa, legata a due giovani, la slovena Franciska e l’italiano Nino i quali, comunicando epistolarmente consolidano un amore sbocciato senza macchie ma ostacolato dalle loro origini, dalle tradizioni, dai confini. Poiché il globo è l’unico mondo che nutre lo spirito e la speranza degli esseri viventi, nella sua scrittura Tomizza esterna il desiderio di superare ogni ostacolo. Nel mezzo del cammino della sua indefessa attività letteraria non si intersecano e non si compenetrano più la storia e la cronaca: rimane_per usare le parole di Carlo Sgorlon_una tonalità e un taglio che hanno sempre il sapore della realtà immediata e della quotidianità. Esauriti i temi essenziali forniti dall’Istria ferita dalla guerra e dai regimi, egli si rifugia nella propria capacità inventiva, senza mai staccare il corpo narrativo dalla verità virtuale. Non contava sulla morte prematura e in fin di vita disse: C’erano dei progetti che mi frullavano in testa. Alcuni erano già abbozzati, altri andavano risistemati. Il mestiere di Tomizza era scrivere e credeva in quello che scriveva, anche quando alternava la realtà alla fantasia. Ha pulito, levigato lo stile, ha voluto essere sempre sincero, dire cose valevoli, raramente avvolte nella metafora. Per il suo compaesano Enzo Bettiza egli era un Istriano schietto, umano, schivo e che_ aggiungerei_ prima di congedarsi era già registrato nella famiglia degli scrittori, come un grande che ha partecipato alla storia contemporanea.

Gloria Rabac Condric

5 Marzo 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

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