Mazze da golf, tra il giallo e il nero

Fruttero e Lucentini, Ciò che vide la signora Bulstrode

di Tina Borgogni Incoccia

 

Il breve racconto di Fruttero e Lucentini si colloca ai confini del giallo tradizionale, pur mantenendone alcune caratteristiche. La protagonista signora Bulstrode, inglese di nascita ma torinese da nove anni, dopo aver vissuto in varie parti del mondo, si trova alle prese con un dramma misterioso che la tormenta e crea intorno a lei un senso di suspence minaccioso.

Non si tratta di un vero omicidio, ma del sequestro di un suo vecchio amico, un ricchissimo signore anziano, come lei appassionato del gioco del golf, ma ormai ridotto al solo ruolo di osservatore perché reduce da due infarti. Il trauma derivato dal violento sequestro gli aveva causato subito la morte e il suo cadavere era stato ritrovato due ore dopo nella macchina rubata abbandonata dai rapitori.

La signora aveva assistito alla scena del rapimento, seguendo con la sua macchina, prima da cinquanta, poi da trenta e poi da dieci metri di distanza, ma senza rendersene ben conto, quasi in un’atmosfera di irrealtà. Quello però che aveva potuto vedere con molta precisione era la sprangata violenta con cui avevano ucciso il cane del suo amico, un piccolo cane bastardo slanciatosi contro i rapitori e su cui si era barbaramente riversata la loro crudeltà.

Il racconto è fatto in terza persona e, al posto dell’investigatore geniale che svolge l’indagine per ricostruire “la storia assente”, la vecchia signora Bulstrode, mediante un tormentato tragitto memoriale, cerca di ripercorrere le varie fasi del fatto delittuoso di cui è stata testimone.

La linearità cronologica dell’azione narrativa viene continuamente interrotta da lunghi flash-back, in un malinconico andirivieni tra presente e passato che arricchisce semanticamente il racconto con riferimenti personali di rimpianto affettuoso, oltre a notazioni di carattere socio-psicologico sulla società torinese e ad osservazioni relative all’ambiente, in cui si è svolta la scena del rapimento.

Si tratta dello spazio ben delimitato e privilegiato di un campo di golf, in cui il tempo è scandito dai lanci delle palle lungo le diciotto buche del percorso di gioco. L’aristocratica armonia del green vellutato comincia ad assumere nel ricordo angosciato della vecchia signora, l’aspetto di una vasta trappola verde, di un luogo di delitto e il gioco del golf, con le sue sequenze, viene ad acquisire un valore metaforico ed emblematico esistenziale: quasi un rito ossessivo, celebrato religiosamente dai suoi adepti, un gioco solitario e rivelatore, pieno di infinita speranza e infinita frustrazione. Dopo aver fatto oscillare la mazza due o tre volte, si descriveva un gran cerchio nell’aria, alzandola come contro un immaginario quadrante di orologio fino alla una e poi riabbassandola di slancio e facendola rialzare fino alle due... uno strano gioco che concentrava in un gesto tutti i vizi e le virtù di una persona. Finalmente la mazza alzata nel backswing, ricadeva a piombo con l’aerea inesorabilità del falco. Anche gli anonimi criminali erano piombati a guisa di falchi sulla loro vittima.

Si viene così a creare progressivamente un’atmosfera di paura e di minaccia, contribuendo ad aumentare la tensione narrativa, via via che viene rievocata la figura della vittima e la sua solitudine, in una Torino egoista e indifferente verso chi, come l’ingegner Salussolia, era ritornato nella sua città dopo lunghi anni di assenza, passati a lavorare in varie parti del mondo. Ma Torino, in primo luogo, era una città che non amava i reduci. Egli, vedovo e senza figli, non aveva ormai quasi più nessuno e diceva che i nipoti aspettavano soltanto i suoi soldi.

Nel racconto si intravede una connotazione polemica tesa a sottolineare il degrado morale di una certa società torinese alto-borghese, caratteristica già presente anche nel romanzo poliziesco precedente degli stessi autori, intitolato: La donna della domenica, noto anche per il film tratto dal racconto.

Una figura comincia a delinearsi nella ricostruzione memoriale della signora, quella di un nipote dell’amico scomparso, un nipote che ogni tanto frequentava il campo di golf e che aveva anche fatto arrabbiare lo zio, perché non aveva restituito un vecchio filmino, quasi una reliquia preziosa, in cui si potevano ammirare alcuni colpi da maestro di Bobby Jones, un  famoso campione di golf di molti anni prima.

Se nella prima parte del racconto, la ricostruzione memoriale della signora Bulstrode era tutta proiettata verso il passato, ora si verifica l’inverso, con l’attenzione tutta concentrata intensamente sul presente, fino ad arrivare ad una intuizione rivelatrice e ormai definitiva del colpevole.

Siamo sempre sul campo di golf e, con una ripetizione semanticamente significativa, la signora si avvicina progressivamente ad un giocatore, così come era avvenuto nel momento del sequestro, quando lei aveva osservato la scena del rapimento e dell’uccisione del cane.

 

A cinquanta metri la signora lo vide, poi lo rivide a trenta, poi con un tuffo al cuore, a dieci metri.[...] Vide la mazza levata come nei fotogrammi di Bobby Jones, vide il perno agile ed elegante del tronco, vide l’implacabile, furioso calare dell’asta d’acciaio, e la risalita arrogante, libera. Adesso capiva chiaramente.

Il sequestro non era affatto fallito. Era stato una finzione,una messa in scena, il suo scopo non era mai stato il riscatto, ma la morte del vecchio miliardario.[…]

La signora Bulstrode mosse gli ultimi passi verso l’erede (e assassino?) del suo vecchio amico.

 

Così si chiude il racconto, senza la tradizionale conclusione risolutiva e consolatoria dell’enigma. L’interrogativo lascia nel lettore un sapore ambiguo di incertezza che ne rende più intrigante e inquietante la lettura.

                                                                           Tina Borgogni Incoccia

Fruttero e Lucentini, Buon sangue italiano, Rusconi, 1977

Fruttero e Lucentini, La donna della domenica, Mondadori,1972

 

Fantastica palla da tennis di Mario Soldati

 

18 aprile 2003

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