L'esplorazione del meraviglioso mondo esteriore, della natura e della storia

Francesco Petrarca sul Monte Ventoso

Francesco Petrarca sul Monte Ventoso

Attilio Formilli Francesco Petrarca, da un manoscritto del XV secolo conservato alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze Copertina di Civiltà a. II, n. 4 (21 gennaio 1941)

Dalle Lettere Familiari

A Dionigi da Borgo San Sepolcro dell'Ordine di Sant'Agostino [i] , della sacra pagina professore, intorno ai propri affanni

Oggi io sono salito sul monte più alto di questa regione, che non a torto chiamano Ventoso [ii] . Il mio solo scopo era vedere un luogo insigne per altezza. Da molti anni avevo in mente questa escursione, poiché, come tu sai, fin dall'infanzia sono stato guidato a questi luoghi, per volere del fato che volge i destini umani. Questo monte, visibile quasi da ogni lato, mi stava quasi sempre dinanzi agli occhi. Mi prese dunque l'impulso di realizzare infine ciò che ogni dì pensavo fare; ieri soprattutto, quando, rileggendo le "Storie" di Tito Livio [Ab Urbe condita, XL, 21, 2], per caso mi caddero gli occhi su quel passo in cui Filippo re dei Macedoni _ colui che fece la guerra con il popolo Romano _ salì in Tessaglia sul monte Emo, dalla cui vetta, si dice, ebbe la sensazione di scorgere due mari: l'Adriatico e l'Eussino. Se questo sia vero o falso io non lo so, perché questo monte è molto lontano da noi e perché gli scrittori sono discordi: ciò rende dubbio il fatto. Per non citarli tutti, il cosmografo Pomponio Mela senza esitazioni riferisce che questo accadde realmente [De Chorographia, II, 17]; mentre Tito Livio è del parere che la notizia sia falsa. Il dubbio sarebbe presto chiarito, se potessi salire sull'Elmo con la stessa facilità con la quale sono salito sul Ventoso. Dunque, lasciando quello e venendo a questo monte, mi parve scusabile in un giovane, privato, ciò che fu tollerato ad un vecchio re. Ma pensando ad un compagno, curioso a dirsi, nessuno dei miei amici mi parve completamente adatto: tanto è rara, anche tra persone care, la perfetta concordia di volontà e di abitudini. L'uno troppo pigro, l'altro troppo vivace; uno troppo lento, l'altro troppo veloce; uno troppo serio, l'altro troppo allegro; uno troppo avventato, l'altro troppo prudente di quanto io volessi. Di uno temevo il silenzio, di un altro l'eccitazione; di uno la pesantezza e la pinguedine, di un altro la magrezza e la gracilità. Mi spiaceva di uno la fredda indifferenza, di un altro l'ardente attività: tutto ciò che, pur grave, è tollerabile in casa _ la carità tutto sopporta e nessun peso rifiuta l'amicizia [San Paolo, Ai Corinzi, XIII, 7-8] _ in viaggio diventa molto più pesante. Con animo così esigente, ma desideroso di onesti piaceri, mi guardavo attorno, e senza ferire il sentimento di amicizia, tacitamente scartavo tutto quanto fosse di intralcio al viaggio in progetto. Che ne pensi? Alla fine mi rivolsi ad aiuti domestici e mi confidai con il mio unico fratello, minore d'età, che tu conosci bene [iii] : nulla di più lieto egli poteva udire, felice di essere da me considerato e fratello e amico.

Partiti dunque il giorno stabilito, al vespro arrivammo a Malaucena, alle falde del monte, a nord, verso tramontana. Dopo la sosta di un giorno, finalmente oggi, con due servitori siamo saliti sul monte, non senza gravi difficoltà: il profilo roccioso è infatti scosceso e quasi inaccessibile. Ma bene ha detto il poeta: "un lavoro ostinato tutto vince" [Virgilio, Georgiche, I, 145-6].

La lunghezza del giorno, la dolcezza dell'aia, il vigore dell'animo, la forza del corpo e altre circostanze favorivano i viaggiatori. Il solo ostacolo era la natura del luogo. Trovammo un pastore anziano, in una valle del monte. Con molti argomenti cercò di dissuaderci all'ascesa, dicendo che cinquant'anni prima, preso dal nostro stesso ardore giovanile, era salito fino alla cima e da questo non aveva ottenuto che fatica e penitenza, il corpo e le vesti lacerate dai sassi e dai rovi, né mai aveva udito che altri, prima o dopo di lui, avesse tentato la salita.

Mentre costui parlava, in noi _ tanto sono increduli degli ammonimenti gli animi dei giovani _ dal divieto cresceva il desiderio. Allora il vecchio, quando si rese conto che i suoi tentativi erano inutili, avanzando tra le rocce ci mostrò col dito un sentiero scosceso, dispensandoci ancora molti consigli, anche quando ormai gli volgevamo le spalle. Lasciate a lui le nostre vesti e quanto d'altro ci fosse di intralcio, da soli affrontammo la salita, incamminandoci di buona lena. Ma, come spesso accade, al primo grande sforzo seguì presto un senso di fatica, perciò sostammo su una rupe non molto distante. Di lì ripartiti, procedemmo più lentamente. E mentre io affrontavo con più moderazione il percorso montano, mio fratello, con una scorciatoia saliva sempre più in alto, verso la cima. Io, più fiacco, tendevo verso il basso. A mio fratello, che mi chiamava mostrandomi il cammino più diretto, rispondevo che speravo di trovare un accesso più facile dall'altro crinale del monte e che preferivo una strada più lunga, ma più agevole: era solo una scusa per la mia pigrizia. Mentre altri già tendevano verso alte sfere, io erravo nelle valli, senza che mi apparisse una strada migliore: così la via si allungava e peggiorava l'inutile fatica. Alla fine, annoiato di tanto errato procedere, mi decisi a tendere verso l'alto. Quando, stanco e ansimante, raggiunsi mio fratello che si era rinfrancato con il riposo, proseguimmo per un tratto di pari passo. [.] Allora rivolsi a me stesso queste parole:

_ Quello che hai sperimentato oggi, nel salire su questa montagna, sappi che accade, a te e agli altri, quando si accede alla vita beata. E se gli uomini non capiscono ciò tanto facilmente, è perché i movimenti del corpo sono visibili, mentre quelli dell'anima restano invisibili. La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto, ma è stretto, dicono, il cammino che ivi conduce [Matteo, VII, 14].  Molti colli sorgono nel mezzo, e noi, di virtù in virtù, dobbiamo procedere nobilmente, per gradi. Sulla cima c'è la fine della strada, il termine del nostro peregrinare. Tutti vogliono lì arrivare, ma, come dice Ovidio "volere è poco: devi desiderare ardentemente, per arrivare allo scopo" [Ex Ponto, III, I, 35].

(traduzione dal latino di Fausta Samaritani)

Francesco Petrarca coglieva il profilo del paesaggio e ne gustava il fascino, analizzava la natura nei suoi molteplici aspetti _ acque, rocce, piante, sentieri, vallate, arenili _ e la trasformava in allegoria. Avvertiva la dimensione del tempo, sia di quello collettivo e storico (antichità, età contemporanea), sia di quello individuale (fanciullezza, giovinezza, età matura, vecchiaia). Petrarca, oltre alla Provenza _  con il fiume Sorga, il Monte Ventoso e la Valchiusa _  ha visitato e descritto, tra altri paesaggi, i monti Euganei, la campagna romana, la spiaggia di Gaeta, Portovenere, il golfo de La Spezia. A volte è stato contagiato da scrittori dell'antichità, a volte ha scoperto da solo luoghi mai prima di lui descritti. L'esplorazione del meraviglioso mondo esteriore, della natura e della storia, lo ha portato a scandagliare il mondo interiore, della coscienza. La scalata del Monte Ventoso non è stata dunque una impresa sportiva fine a se stessa; ma un modo per mettersi in gioco, fisicamente, di fronte ad una difficoltà reale, al fine di trarne un insegnamento morale, un elemento da meditare, prima in solitudine poi in comunione con altri, attraverso una lettera. Il faticoso percorso in ascesa è anche una allegoria dell'aspirazione a distaccarsi dalle cure terrene, è anche esempio per gli altri di vita, è sperimentazione di ascesi e di meditazione, topos diffuso nel Medioevo e presente in opere di altri autori, ad esempio nella "Divina Commedia". La salita sulla cima, paragonabile alla spinta ascetica della cattedrale gotica, è un itinerario virtuoso, contrapposto alla discesa dentro una voragine che, anche in Dante, è segno di perdizione. Fondamentale, in questa iniziazione, è il valore degli affetti familiari: il fratello minore Gherardo è presente con funzione di maestro e di guida.

(a cura di Lydia Pavan e di Fausta Samaritani)

Letteratura e sport Poeti in lingua d’oc sul Monte Ventoso

1 dicembre 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul CD-Rom La Repubblica Letteraria 2002, N. 3 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, 2003

Messo in rete il 13 ottobre 2015

[i] Dionigi de' Roberti, frate agostiniano, era maestro di teologia e filosofia allo Studio di Parigi ed esperto di astrologia. Petrarca lo conobbe nel 1333. Nel 1339 fu nominato vescovo di Monopoli. Il re Roberto lo chiamò a Napoli, dove rimase fino alla morte, nel 1342.

[ii] Il mont Ventoux, nel comune di Malaucène, vicino a Valchiusa, è alto 1912 metri. L'ascensione si sarebbe svolta tra il 24 e il 26 aprile 1336.

[iii] Gherardo. Nato circa nel 1307, fu compagno di studi di Petrarca a Bologna. Fu poi monaco nel convento di Montrieux. Petrarca racconta che suo fratello arrivò per una via più diretta sulla vetta del monte: allude al fatto che si monacò giovane, trovando così più celermente una strada verso la salvezza eterna.

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