Quando uscivo dal Suo salotto mi sentivo pieno di confidenza, di energia, e con un pacco di libri, da Lei indicati e prestati

Passeggiate romane. Primoli e Enrico Nencioni

Passeggiate romane e causeries

Enrico Nencioni e Gégé Primoli 2015

Ricerca di Fausta Samaritani

Il fiorentino Enrico Nencioni, critico letterario attento alle produzioni d’Oltralpe, poeta sensibile e letterato squisito (1837-1896), nel 1880 si trasferì a Roma e andò a vivere a Maccao, quartiere popolare attiguo al Porto di Ripetta, addossato alla tomba di Augusto e più tardi demolito per far posto all'attuale piazza Augusto Imperatore. Il conte Giuseppe Primoli - per gli intimi “Gegé” - che era di madre lingua francese perché figlio di Charlotte Bonaparte, desiderava un insegnante colto, con il quale perfezionare l’ortografia e la sintassi della Lingua italiana e scambiare idee su argomenti letterari. Ferdinando Martini, allora deputato per la Sinistra liberale, gli presentò Enrico Nencioni. A febbraio 1881 ebbero inizio a palazzo Primoli a Tordinona (oggi sete del Museo Napoleonico) le causeries du mardi tra il conte - allievo ormai trentenne - e Nencioni, professore di lingua e letteratura italiana.

Viveur cultivé, abile novellatore e fotografo di acuta sensibilità, insieme al fratello Luigi, Gégé Primoli è stato uno dei più brillanti esteti e interpreti della Roma “Bizantina”. D’annunzio, firmandosi “Duca Minimo”, dalle pagine de “La Tribuna” del 14 dicembre 1887 elogiò il conte «delli autografi», perché Primoli possedeva manoscritti inediti di Alessandro Dumas figlio, di Stendhal, di Leconte de Lisle. Curioso dei nuovi orizzonti della cultura e della letteratura, particolarmente in Italia e in Francia, Gégé Primoli divenne amico di Matilde Serao, Giovanni Verga, Eleonora Duse, Roberto Bracco, Cesare Pascarella, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Ferdinando Martini e Gabriele d’Annunzio, di cui fu squisito mecenate. Pubblicò articoli di mondanità sul “Fanfulla della Domenica” e un progetto di novella, dal titolo La Route de Rome; collaborò alla “Revue de Paris” con corrispondenze letterarie e negli ultimi anni anche a “Le Figaro”.

Palazzo Primoli in una foto ottocentesca, prima della trasformazione del Lungotevere
Nel suo palazzo romano, Gégé Primoli ospitò Dumas figlio, Guy de Maupassant, Claude Debussy, Franz Liszt, Anatole France e altri personaggi del bel mondo e della cultura che fotografò in mille pose, in studio e all’aria aperta. «I biglietti da mille ballano nel suo portafoglio» diceva Verga, alludendo ai generosi “prestiti”, dei quali il conte non sollecitava la restituzione e con i quali sosteneva gli amici letterati, in particolare d’Annunzio, Matilde Serao, Scarfoglio, Giacosa e lo stesso Verga.

Tornato a Firenze, Enrico Nencioni rimase legato al conte Gégé Primoli, con il quale ebbe una corrispondenza regolare, almeno fino al 1884. Ricordò in una lettera le belle passeggiate romane in compagnia di Primoli, lungo la via Appia e a Monte Mario, passeggiate che erano state il naturale complemento delle loro piacevoli conversazioni letterarie pomeridiane.

 


Firenze, primavera 1883
Caro Primoli, caro Amico,
Perdono, ci non averLe scritto prima, di non averle scritto subito, come dovevo. Ma s’Ella potesse leggermi nel cuore, non avrei bisogno di scusarmi. Fra le tante cose che mi fanno provare la nostalgia di Roma, metto, fra le prime, la Sua compagnia, le belle ore passate nel Suo artistico salotto, le nostre conversazioni letterarie, le ripetute prove della Sua benevolenza, della Sua squisita bontà, della Sua preziosa amicizia. Quanto Le debbo, anche per i miei poveri scritti! I Suoi consigli, i Suoi suggerimenti, il Suo impulso, la Sua approvazione, eran per me di un incalcolabile valore. Quando uscivo dal Suo salotto mi sentivo pieno di confidenza, di energia, e con un pacco di libri, da Lei indicati e prestati, correvo raggiante alla mia casina al Maccao…
Qui a Firenze mi trovo solo, o peggio che solo. I sedicenti letterati, i professori di qua, sono la crema della pedanteria: e non ce n’è uno con cui parlare d’arte, senza sentir dire cosa da farsi il segno della croce, o da far la pelle d’oca. E io vivo solo, coi miei libri. Quel che fo volentieri sono le lezioni. E’ una cattedra che mi prende poco tempo – e quel poco lo passo bene – e, lo dico a Lei in un orecchio, ho fatto furore. Queste ragazze avvezze alle solite frasi, alle solite filastrocche dei soliti professori togati, si trovan in aria più respirabile alle mie lezioni dove cerco di mettere un po’ di vita, e unire alla storia letteraria la storia delle belle arti, e far paragoni con gli scrittori stranieri – insomma, quel che fo nei miei articoli. Ma, tolta la lezione, tutto qua mi irrita e mi annoia. Il clima, per me avvezzo a Napoli e Roma, è micidiale. E se il nido è ammirabile, gli uccelli sono fucilabili. Oh, quanto mi son accorto di amarla ora che l’ho lasciata! Oh, perché la lasciai? Città unica e magnetica, essa è l’odio dei filistei e l’adorazione degli artisti. Per me tutto a Roma è divino: anche la sua sublime campagna tanto calunniata. Ricordo il fresco tappeto verde di cui si ammanta a primavera, e i fiori delle sue rovine, la nostra gita a Montemario, alla Via Appia… Basta: queste memorie mi farebbero piangere. Ma non dispero di tornare a Roma a novembre per non la lasciare mai più. Sì, a novembre ribeveremo insieme il nostro thè letterario.
Saluti al fratello, saluti alla signora Martini
[Giacinta Marescotti, moglie di Ferdinando Martini] quando la vede, e le raccomandi di raccomandare a Ferdinando di farmi traslocare a Roma, alma mater, caput mundi, urbs et orbis. Accolga i saluti di mia moglie. Io Le dico un mondo di cose in una stretta di mano. Mi scriva presto. Il Suo


Nencioni


Tanti saluti a Cecconi [Carlo Cecconi]. Mi dia notizie della Sua signora madre.


La lettera è pubblicata da Marcello Spaziani, Con Gégé Primoli nella Roma bizantina, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1962, pp. 92-93.

I kakemono Primoli

24 novembre 2015

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