New York, New York 2001

Ennio Flaiano

di Fausta Samaritani

E’ il 2 agosto 196… Eccomi da poche ore a New York, in questa città molto intima e geometrica, costruita in stile babilonese e abitata da americani.

Questo è l’incipit di Melampus, il racconto lungo che Ennio Flaiano ha inserito, insieme a un altro intitolato Oh Bombay!, nel libro Il gioco e il massacro, pubblicato da Rizzoli nel 1970.

Uno scrittore di cinema si reca a New York, alla ricerca di una storia probabile che possa diventare la trama di un film. A New York egli vive una improbabile storia d’amore con una donna che, giorno dopo giorno, per una curiosa metamorfosi si trasforma in cane. Il tempo scorre, inesorabilmente uguale a se stesso; lo scrittore è pigro e si fa imprigionare dentro il labirinto di una città post-moderna a lui incomprensibile ed estranea, mentre lo scopo della sua visita gli appare sempre più astratto e irraggiungibile.

Per uno di quegli scherzi che il destino prepara ad un uomo quando egli crede di vedere le torri della saggezza in lontananza,_ racconta Flaiano_ uno scrittore viene a New York, che conosce appena, con uno scopo preciso, professionale: sviluppare la storia di un film. Per questo lavoro sarà pagato. Dovrà ambientarsi, lasciarsi vivere, osservare, conoscere gente e farsi suggerire dagli avvenimenti i capitoli di una storia già approvata, stupida e tuttavia possibile. Un lavoro di due mesi.

Flaiano riprende in Melampus il tema conduttore di Otto e ½  di Federico Fellini, film al quale aveva collaborato come sceneggiatore. Si affida alla consueta riserva di ironia, per descrivere lo stato d’animo dello scrittore che fatica a dare un qualche ordine alle riflessioni che la città gli suggerisce.

Dopo qualche giorno_ continua Flaiano _ è anche capace di esprimere alcune teorie su New York. Per esempio, pensa che New York non esiste, ma è una combinazione di vari sogni tratti da film in un’epoca dimenticata della sua giovinezza. Oppure, che New York è una città-donna, con tutte le grazie e le asprezze di un’Atlantide emersa dalle acque. Trova che la linea dei grattacieli, vista da una terrazza della città alta, è teatrale e che la città è un immenso spettacolo. Tuttavia, questo quadro non l’emoziona come a sedici anni l’emozionò il fondale di una compagnia di rivista, nel freddo teatro della cittadina dove viveva.

I neri grattacieli, disegnati sul fondale di carta, con le piccole finestre illuminate che tradivano una lampadina di scena, erano dunque più reali del panorama della città, vista dalla terrazza di un grattacielo.

Dopo un mese, all’idea di doversene andare prova un senso di fastidio. Quella città che credeva di poter controllare con la sua ironia è diventato un labirinto che non lo trattiene più, pieno di uscite e assolutamente incomprensibile.

Ritrova l’ironia, con la quale ha tenuto sotto tiro il cubismo totale della città. Descrive lo spazio urbano geometrico, con una metafora: New York è una suite di variazioni su un tema di Pitagora. Si perde in questo scherzo delle varianti possibili. Guarda grattacieli che si specchiano in altri grattacieli, e vede la luna passare da un grattacielo all’altro, a duecento metri d’altezza e senza rete di sicurezza. Prende appunti. Inventa altre allegorie, ancora più ardite:

La città è il frutto di un colossale esodo. La Storia si diverte a spostare le località, ha portato qui Babilonia e i suoi giardini pensili, l’Egitto e le sue piramidi, la Grecia e il suo amore. Le sacerdotesse d’Apollo scendono per il lunch di mezzogiorno dagli uffici della Park Avenue e dintorni. Saffo guarda tramontare la luna e le Pleiadi a Rowayton o a Westport.

La città, che lo attrae e respinge, gli sembra ora una immensa, gelida tavola con le sezioni anatomiche dell’organo femminile, una parte di uno smisurato atlante anatomico. Dentro questo involucro materno lo scrittore si lascia vivere. Scorrere lentamente il tempo, inutile, a perdere, come il liquido che cola da un rubinetto che qualcuno ha lasciato aperto.

Lo scrittore ha finito la sua storia banale e inutile, che forse non diventerà mai un film. Annota la presenza di un rumore costante che scandisce la monotonia delle giornate:

Sopra alla mia testa, ogni tanto passa l’elicottero diretto al Panam building, con un rumore sfrenato di battipanni.

Potrebbe andarsene, tornare in Italia, a casa, ma ha un cane, Melampo. L’incontro con Liza Baldwin, che possiede una cagna della stessa razza, avviene al Central Park. Inizia a questo punto la straordinaria metamorfosi della donna in cane, anzi in cagna. Lo scrittore resta prigioniero di uno strano gioco, esistenziale ed erotico, sospeso nel tempo e che gli ricorda il regolare corso della felicità, in attesa della partenza.

Fausta Samaritani

Pagine dall'America Italo Calvino Lezioni americane

25 settembre 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

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