Don Giovanni

Il Convitato di pietra di Andrea Perrucci (Enrico Preudarca) 2015

Nota di Fausta Samaritani

Gesuita, librettista agli albori del Melodramma, poeta, autore teatrale, membro di varie Accademie, Andrea Perrucci - che aveva anagrammato il suo nome in Enrico Preudarca - nacque a Palermo nel 1651, trascorse quasi l'intera vita a Napoli e morì nel 1704. La sua opera più nota è La Cantata dei pastori. Ne Il Convitato di pietra, opera di finzione tratta dal dramma di Molière e nuovamente inventata con con nuove gale, inserì strofe destinate al canto; ma non si ha notizia di partiture, d'epoca o di poco posteriori, scritte su questi versi. Il suo canovaccio è disseminato di ritornelli, di canzonette - alcune di carattere buffo - di duetti e terzetti, anche in dialetto napoletano. A volta aggiunge al dicitura Si canta, o Musica; oppure i personaggi affermano chiaramente che si apprestano a cantare. Questi duetti e terzetti in dialetto sono frequenti nelle opere buffe del teatro napoletano del Seicento. Innegabile la parentela con il la Commedia dell'Arte, anche per la presenza di maschere. Delizioso il terzetto, cantato e danzato da Pulcinella, dal Dottore e dalla giovane Pimpinella: Sù zompammo, Sù cantammo. Don Giovanni fa in musica un brindisi e l'ultima strofa potrebbe essere eseguita da un coro, come nella forma del madrigale. All'epoca in cui Andrea Perrucci scrisse questa opera tragica, ovvero buffo-tragica, Don Giovanni era entrato nell'Olimpo dei personaggi mitici teatrali e convitato di pietra era diventato un modo di dire, con significato non dissimile a quello odierno.

20 novembre 2015

Il Convitato di pietra di Cicognini e Le Théâtre italien di Evaristo Gherardi

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IL CONVITATO DI PIETRA
OPERA TRAGICA
Ridotta in miglior forma e abbellita
DAL DOTTOR ENRICO PREUDARCA
DEDICATA AL SIG. LORENZO MASSARI
NAPOLI Per Giovanni Francesco Paci MDCXC
Con licenza dei Superiori
Su richiesta di Francesco Massari
Enrico Preudarca, Il convitato di pietra, In Napoli per Gio Francefco Paci, M.DC XC Ad iftanza di Francesco Maffari


CARISSIMO FIGLIO,
Nel dedicare i libri da me stampati, non ho mai pensato di conseguirne qualche ricompensa da coloro ai quali li ho dedicati: indirizzandoli però ad amici e padroni, sono sempre rimasto soddisfatto e contento. Per questo motivo ho deciso di dedicare a Voi questo CONVITATO DI PIETRA, sapendo quanto vi dilettano simili composizioni: qui, come in uno specchio, vedrete come colui che opera male, debba aspettarsi il male. Prego pertanto Dio che tenga la sua santa mano su di Voi, affinché vi incamminiate sempre sulla strada dei suoi santi insegnamenti e nelle opere buone; e che Dio Vi benedica.
Vostro padre Francesco Massari


AMICO LETTORE,
So molto bene che non ti giunge nuovo il titolo di quest'opera tragica; ma se già l'hai contemplata nuda, accetta di gradirla vestita di qualche ornamento, se è vero che: Spesso un bel manto accresce la bellezza.
Quest'opera è nata sotto un aspetto di pianeti così benigni che al suo solo nome la gente è corsa ad ammirarne le meraviglie; e che meraviglie, se in essa si trovano pietre parlanti. Poiché il nuovo è ciò che piace di più, quest'opera ti si presenta davanti con nuove gale. Ammirane la bellezza come una nuda statua; e ricordati che anche le statue degli antichi furono adornate di vesti preziose. Se l'abito di questa non sarà prezioso, non sarà stata una mancanza di chi l'ha vestita, poiché egli ha provveduto ad abbellirla con diversi gioielli presi in prestito dagli erari di più ingegni. Potrebbe essere che il suo giudizio si sia ingannato, ma ad ogni modo l'ha fatto per farti piacere.
Non spaventarti vedendo il numero dei personaggi, poiché un attore rappresentandone molti, potrà far sì che l'opera venga rappresentata da non più di otto attori, essendo le parti compatibili: alcuni attori che recitano nel primo atto, non comparendo più possono recitare altre parti nel secondo e nel terzo atto, come potrai ben renderti conto rileggendo il testo. Non mi resta da dire altro; ti chiedo solo di compatire i miei errori, anche se è superfluo ricordartelo, se sei virtuoso. Così come saprai capire da solo che le parole di Fato, Destino e altre, sono dettami di un abbellimento poetico e non dogmi di un'anima cattolica, la quale scrive per diletto le opere di finzione in qualità di poeta, ma sente come cattolico la verità della sua sacrosanta fede. Vivi lieto.


PERSONAGGI:
Reggia di Napoli
Re Alfonso
Don Pietro Tenorio, capitano della guardia, zio di Don Giovanni
Don Giovanni Tenorio
Coviello, servo di Don Giovanni
Il duca Ottavio, nipote del re
Pulcinella, servo del duca Ottavio
La duchessa Isabella, dama di corte
Isola di Maiorca
Tisbea, pescatrice
Rosetta, serva di Tisbea
Reggia di Castiglia
Re Fernando
Don Consalvo Ulloa, commendatore di Castiglia
Donna Anna, figlia del commendatore
Paggio di Donna Anna
Dottore
Pimpinella, figlia del dottore
La scena è prima a Napoli, poi sull'isola di Maiorca, quindi a Siviglia città del Regno di Castiglia.


A T T O Primo


SCENA I
Camera di Donna Isabella.
Don Giovanni, Donna Isabella.
D. Giovanni Lasciami, o troppo ostinata.
D. Isabella Fermati, o troppo perfido.
D. Giovanni Insensata, che pretendi?
D. Isabella Riconoscerti soltanto.
D. Giovanni Tenti invano.
D. Isabella Verrai scoperto dalle mie urla.
D. Giovanni Prima esalerai l'anima.
D. Isabella Mi rubasti l'onore.
D. Giovanni Il diletto fu reciproco.
D. Isabella Empio, non la scamperai.
D. Giovanni Importuna, vuoi tu lasciarmi?
D. Isabella Prima lascierò la vita.
D. Giovanni Vai incontro al precipizio.
D. Isabella Vado ad esporre alla luce il mio disonore.
D. Giovanni Così paleserai le tue vergogne.
D. Isabella Non me ne curo, svelami chi sei.
D. Giovanni L'amore è cieco, ama le tenebre.
D. Isabella Invece porta la luce per rischiarirle. Dimmi almeno il tuo nome.
D. Giovanni Sono un demone umanato.
D. Isabella Ah, Cielo! a chi sono legata.
D. Giovanni Bella, smorza nel petto questo desiderio.
D. Isabella Di sicuro verrai scoperto dalle mie grida. Olà, gente di corte!
D. Giovanni Ti potrà soccorrere solo la morte. Ti sfuggo di mano. [D. Isabella esce]
SCENA II.
Re Alfonso (con un lume in mano), D. Giovanni.
Re Alfonso Olà, chi è che nelle mie stanze induce a quest'ora una dama a strillare? Olà dico, chiunque tu sia, fatti riconoscere, altrimenti sappi che da queste stanze uscirai prima con l'anima che con il corpo. Ancora non rispondi: mi avvicinerò per conoscerti a viva forza. [D. Giovanni gli spenge il lume]. Giunge a tanto la tua arroganza? Oh, chiunque tu sia, sappi che spengendomi il lume, accendi maggiormente nel mio cuore lo sdegno; e che se cerchi di nasconderti tra queste tenebre, vano sarà il tentativo, poiché il sole della mia maestà offesa maggiormente dissolverà in pioggie l'ombra dei tuoi tradimenti con lo spargimento del tuo sangue. Olà D. Pietro.!
SCENA III.
D. Pietro, Re Alfonso, D. Giovanni.
D. Pietro Eccomi, o Sire. Quale importante ragione turba a quest'ora la quiete di Vostra Maestà?
Re Alfonso Sappi che non è per una ragione di poco conto che mi trovo qui a quest'ora. Ero a letto a riposare, quando sento ad un tratto una voce che chiede soccorso; allertato dalle grida crescenti, prendo con la destra il lume sul tavolino e vengo in questa stanza: vedo da lontano una dama che fugge, mi spingo oltre, ma non basta per poterla riconoscere; intanto in senso contrario fugge un cavaliere; gli domando chi sia, ostinato non risponde; ardito gli vado incontro, temerario mi smorza il lume. Sdegnato allora vi chiamo per ricordarvi che sono stato offeso e che sarà vostro compito riconoscere la dama e il cavaliere. [Il Re esce]
D. Pietro Olà, chiunque tu sia, cavaliere che in queste regie stanze ti ritrovi, arrenditi, se non vuoi che una mano destra irata ti faccia provare la morte.
D. Giovanni Il mio cuore non ha mai avuto su questa terra pensieri timorosi, e inoltre dico che chi avrà l'ardire di avvicinarsi alla mia persona, sarà vittima del mio furore.
D. Pietro Oh, sei tanto folle che non t'accorgi che nell'altezza delle tue vane chimere, troverai il precipizio della tua salvezza. Deponi dunque l'arma, se non vuoi che dalla penna di questa spada, a caratteri di sangue, io faccia sulla carta del tuo petto scorrere delineata la sentenza della tua morte.
D. Giovanni Non credere di potermi atterrire con le minacce, poiché ho petto, ho cuore, ho braccio, ho spada per resistere ai tuoi colpi, e con lingua d'acciaio so rispondere alle tue offerte.
D. Pietro Sei troppo temerario.
D. Giovanni Non è temerario chi è cavaliere.
D. Pietro Non può dirsi cavaliere colui che va disturbando le regie stanze. Oh Dio, un non so che d'affetto mi blocca i passi e mi riempie il petto.
D. Giovanni Un non so che d'amore mi blocca i passi e mi rende mite il cuore.
D. Pietro Arrenditi cavaliere.
D. Giovanni Cederò solo davanti a D. Pietro Tenorio.
D. Pietro Per l'appunto, il D. Pietro che hai nominato, sono io.
D. Giovanni Volete farmi prigioniero?
D. Pietro Sono rimasto qui proprio per questo.
D. Giovanni Questo è mio zio: devo scoprirmi per forza. Signore, D. Giovanni non poteva umiliarsi davanti ad altri se non davanti alla vostra persona. Ai vostri piedi depongo il ferro, essendo certo che uno zio così amorevole non vorrà legarmi con altre catene se non con quelle delle braccia.
D. Pietro Fermati, o D. Giovanni, non voglio che ti avvicini se prima non mi palesi le tue colpe.
D. Giovanni Ad altri non oserei palesarle, se non a voi. Ho posseduto la duchessa Isabella, e ho smorzato il lume al re per non essere scoperto.
D. Pietro E ti sembra un delitto di poco conto?
D. Giovanni Non è altro che un delitto amoroso.
D. Pietro E l'offesa al re?
D. Giovanni E che gliene importava a lui di andar di notte a controllare le azioni altrui.
D. Pietro Come! non è egli forse l'intelligenza che muove i suoi vassalli?
D. Giovanni La sua grandezza non doveva avventurarsi negli orrori della notte.
D. Pietro Non ti frenò la maestà del suo sembiante?
D. Giovanni Non bada a tanto chi è guidato da un cieco.
D. Pietro Un cieco ti guida al precipizio.
D. Giovanni Quale precipizio può spaventare il valore di D. Giovanni?
D. Pietro Il corpo che ha commesso l'errore, deve pagare la pena.
D. Giovanni Ma quale pena? Fintantoché avrò la mia spada in mano, questa sarà il mio Dio, questa sarà la mia legge.
D. Pietro Ah D. Giovanni, ah nipote, che dici, il tuo errore trapassa i termini; e ti par poco aver violato il regio palazzo togliendo l'onore ad una dama, ti sembra piccolo l'eccesso d'aver smorzato il lume al re. - Or sappi che chi si lascia guidare da un fanciullo, agisce da fanciullo; ma l'esser giovane, non ti esenta dalla pena, poiché il cavallo ricalcitrante si doma con la sferza, e l'albero che si dimostra infetto si tronca dalla radice. Troppo offendi la nobiltà del nostro sangue con questi errori. Ricordati che l'onore deve essere difeso dai cavalieri, e tu lo macchi? Ah D. Giovanni, sappi che Ercole trovandosi di fronte al bivio che separava la strada in due parti disseminate, una di dolcezze e l'altra di asprezze, scelse di incamminarsi alla gloria uccidendo mostri attraverso la via aspra, piuttosto che scegliere la via dolce e restare seppellito negli obbrobi. - In qual letargo sei caduto? Desta gli spiriti generosi e incliti che hai ereditato dai tuoi genitori, per dimostrarti degno di quella espressione di sangue che da loro hai ricevuto. - Per ora non vedo altro scampo per la tua salvezza, se non vorrai incontrare l'ira d'un re sdegnato, che precipitarti da un balcone, essendo il palazzo chiuso e sorvegliato da ogni parte. Fuggi nel Regno di Castiglia, al quale ti introdurrò con delle mie lettere, fintanto che troverò il modo per farti ritornare a corte. Vattene, trova scampo nelle cadute. E il precipizio sia la tua salvezza.
D. Giovanni Dato che son giunto al cielo delle delizie amorose, ho il coraggio di D. Giovanni per precipitarmi dal balcone; anzi, per soddisfare i miei capricci:
Nel centro ancor precipitar saprei. [Esce]
D. Pietro Ecco che ai danni dell'altrui reputazione, la nave dei peccati di mio nipote è giunta al porto, per scaricare vilissime merci d'infamia sopra gli omeri dell'innocenza altrui. Misera condizione dei mortali, che nel momento in cui si credono di essere lontani dalle scosse di un'insidiosa sorte, s'intrigano di più. -Chiamerò D. Isabella, cercherò con bel fare di sapere se ha riconosciuto il colpevole, quindi con qualche inganno m'ingegnerò di rimediare al tutto, e, per l'onore del mio sangue, armato di zelo,
Saprò schivar la tirannia del fato.
Olà, D. Isabella.
SCENA IV.
D. Isabella, D. Pietro.
D. Isabella Oh, siete voi, D. Pietro.
D. Pietro D. Isabella, vengo per ordine del re a dirvi di non nascondermi quanto sto per chiedervi. Avendo udito l'insulto fattovi questa notte nelle vostre stanze, Sua Maestà desidera sapere l'origine dell'incidente; svelatemi pertanto tutto con chiarezza, poiché si tratta di un danno alla vostra reputazione.
D. Isabella Giuro, o D. Pietro, sulla vita del mio re, che non vi nasconderò nulla di ciò che mi domandate. Ascoltate dunque il precipitare delle mie disgrazie. A corte, mi capita di conoscere il duca Ottavio. Subito m'invaghisco della sua bellezza ed egli s'innamora di me: ci scambiamo fugaci sguardi, poi dagli sguardi passiamo alle parole, e dalle parole al reciproco amore. Un giorno il duca mi chiede di poter venire, di notte, nei miei appartamenti. Io timorosa rifiuto, lui importuno insiste, e alla fine mi arrendo. La scorsa notte mi compare davanti un cavaliere; credendolo il duca, mi precipito con un lume che egli con un soffio mi spenge, quindi mi stringe tra le braccia ed io lo stringo al seno: gustiamo insieme i frutti dell'amore. Poi vuole andarsene, cerco di fermarlo quando mi accorgo casualmente dalla voce che non si tratta del duca; allora, faccio di tutto per riconoscerlo, egli si oppone tenacemente e cerca di andar via, io lo seguo ostinata, gli domando il suo nome ed egli dice di essere il diavolo. Incomincio ad urlare, il re accorre con un lume, e io fuggo velocemente nelle mie stanze. Poi siete arrivato voi a domandarmi l'accaduto: vi ho detto la verità.
Se voi di cavaliere avete il cuore
Recuperate il mio perduto onore.

D. Pietro D. Isabella, asciugatevi le lacrime. Dalle vostre parole si può dedurre che è stato il duca, e non altri, ad introdursi nelle vostre stanze questa notte, poiché tale era l'appuntamento stabilito tra di voi. Se per caso veniste chiamata e interrogata da Sua Maestà, rettificate tutto: sarà poi compito mio far sì che il duca vi sposi.
D. Isabella Mi rimetto alla vostra generosità e non disobbedirò a quanto mi comanda la vostra gentilezza. E poiché la miseria mi ha condotto nel mare di biasimi dove è naufragato il mio onore,
Voi guidatemi al porto della speranza. [Esce]
D. Pietro Ecco che già la nave dei miei disegni, con le vele gonfie dell'inganno, nel mare delle disavventure altrui, si dirige spedita verso il porto di mille mensogne. Napoli, compatisci le mie bugie, poiché se agisco per difendere il mio sangue, non otterrò il titolo di traditore. Come un cauto nocchiere saprò guidare la nave, e intanto
Le sue onde saranno le acque del pianto.
SCENA V.
In città.
Coviello con una lanterna e una spada.
Coviello Servire a nnammorate, e cammenare de notte è no pericolo de rompecuollo, che non se pò scappare; se tratta ca ogne notte haggio da fà sta percopia, lo patrone mio dinto, e io da fora co la scumma mmocca comm'a mula de miedico; e bì se no me lo fa tenere a curto lo capezzone. Io non saccio quanno la scomparrà sto diaschence de patrone mio: se bede na gatta co la magnosa, spireta pe chella; vorria che nn'abboscasse na rascagnata de manera, che se n'allecordasse pe no piezzo. Chello ch'è lo peo, ca sti deiaschence de nnammorate campano d'aria comm'a camalionte. Haggio leiuto a li liure de cavallaria, ca chille se nnammoravano commattenno, e tutte cose fanno, fore de magnare; io me credevo ch'era boscia, ma co sto cavaliere errante de lo patrone mio, haggio visto ca troppo è lo vero, ca me fa fare certe vijlie, che non se l'ha manco nsonnate lo calannario. E se io le dico, si patrone magnammo, saie che responne? gliottone, mancione, cannarone, non pensi ad altro che a magnare, io non ci penso niente; ma pò quanno se vede nnante lo magnare, se scorda d'essere nnamorato, e l'afferra la lupa. Vh è quan'alizze, suonno e famme, sò duie nemmice capitale mieie, e pure me sò compagne chiù dell'ombra mia. Haggio da fà la guardia, meglio sarrà che m'addorma, ch'accossì facenno la sentenella morta, sarà meglio pe mme, e faccio chiù servizio a lo patrone.
SCENA VI.
Coviello, D. Giovanni (che arriva di corsa).
D. Giovanni Amore, aiutami, prestami le ali nel precipizio.
Coviello Chi è lloco?
D. Giovanni Chiunque tu sia, fatti da parte, cedimi il passo, se non vuoi ritrovarti questa spada nelle viscere.
Coviello Il passo pigliatello, che nne voglio fare.
D. Giovanni Togliti da questo luogo.
Coviello Ma lloco nc'haggio scrupolo.
D. Giovanni Proverai la mia ira.
Coviello Si ca me faie paura. [Coviello estrae la spada coricato per terra]
D. Giovanni Vedrò se resisti al mio valore.
Coviello Votta sse mmescole, ca lo bide.
D. Giovanni Chi sei, per oppormi tanta resistenza?
Coviello No palladino de Napole.
D. Giovanni Trova ostacoli il valore di D. Giovanni.
Coviello D. Giovanne site vuie?
D. Giovanni Sì, in persona.
Coviello Và ca t'haie sparagnata na stoccata, e io sò lo criato vuostro.
D. Giovanni Tu riesci così bene a tenermi testa?
Coviello E che ve credite ca sò quacche catammoro!
D. Giovanni Voglio metterti di nuovo alla prova.
Coviello A le mmano mmardette. [D. Giovanni s'accorge che Coviello cambatte da terra]
D. Giovanni Combatti da seduto?
Coviello E che me faie pe ciuccio, ca voglio mettere mpericolo lo cuoiero!
D. Giovanni Che poltrone che sei.
Coviello Ora mò, vi se m'avite potuto mettere nesciuna botta; abbesogna saperence servì de le stratagemme de guerra. Ma che cosa avite avuto, ca n'haggio ntiso cadere? Da dove venite?
D. Giovanni Ascolta, e udirai la storia più bella che si possa registrare negli annali dell'amore, e l'invenzione più strana che mai potesse venire in mente ad un amante. A corte, tutti sanno che il duca Ottavio amoreggia con D. Isabella. Ti dirò che ho iniziato a guardare D. Isabella con gli occhi pieni di passione, più per l'invidia di vedere D. Ottavio corrisposto, che per inclinazione naturale; e mi son reso conto che non potevo vivere senza soddisfare il mio appetito d'amore. Pertanto mi metto ad osservare le azioni del duca, sto attento al comportamento di D. Isabella, e quanto più la scorgo piena di trasporto, tanto più predomina in me il desiderio di possederla. Poi mi accorgo che, di notte, il duca passa a trovarla nelle sue stanze. Aguzzo allora l'ingegno inducendo D. Ottavio a giocare. Questi infatti s'ingolfa nel gioco ed io lo lascio insieme ad altri cavalieri. Quindi m'inoltro nelle stanze di D. Isabella, la saluto a bassa voce ed essa mi scambia per il duca. Mi viene incontro con un lume, che io con un soffio le smorzo; va per riaccenderlo, glielo impedisco stringendola tra le braccia. A sua volta ella mi stringe al petto, allora io attacco con le lusinghe, mentre le faccio una carezza dietro l'altra; lei mi prega di smettere, ma come ogni donna si arrende, ed io ho potuto godere delle delizie dell'amore. Dopodiché decido di andarmene, ma lei tenta di fermarmi e si accorge casualmente dalla voce che non sono il duca; incomincia a gridare trattenendomi per il mantello, e per non lasciarlo in suo possesso, mi arresto; poi però scappo nel salone, dove ella m'insegue e mi chiede il mio nome. Come le dico che sono il diavolo, manda degli urli al cielo che fanno accorrere il re. D. Isabella fugge, io mi nascondo; ma il re vuol sapere chi sono, alché io gli spengo il lume. Egli chiama D. Pietro, al quale affida il compito di riconoscere il colpevole. Con prontezza, il cavaliere promette di adempiere il suo dovere, e il re si ritira. Io allora mi scopro allo zio, che mi consiglia di lasciare questa corte; mi butto dal balcone e qui mi ritrovo. In verità, non ti nascondo che son già stufo dell'amore di D. Isabella, spero di godere di quello di altre donne:
Sarò nell'amor mio sempre costante
D'esser lascivo e mai fedele amante.

Coviello Tale che nce nne volimmo ire, ma comme farrimmo se dammo de pietto a le guardie che stanno attuorno a lo palazzo?
D. Giovanni Come? una borsa di cento doppie mi faciliterà la fuga, visto che il denaro appiana ogni strada…
Coviello O ne potesse scervecchià la vorza; mbroglie a nuie. Quien và llà? [Finge di essere una sentinella]
D. Giovanni Coviello, avevi ragione, ecco una sentinella.
Coviello [parlando dalla parte dove si trova D. Giovanni] Dalle la vorza, e mannannillo.
D. Giovanni No, non subito. Che cosa volete?
Coviello Quien và por esta chicherecalla; votto a l'alma de Pilado, que le quiero costar cientos caperra.
D. Giovanni Piano, non v'infuriate, che vi farò fare un grosso guadagno. [Coviello passa dall'altra parte]
Coviello Scumpela, deiavolo, dalle la vorza, e mannannillo, ca si no nce ne iammo ncaravottolo.
D. Giovanni Ora si vedrà. Signor capitano.
Coviello A qui soy, que pideto vostra striglia; quien que unia pezo.
D. Giovanni Coviello. [Coviello passa dall'altra parte]
Coviello E comme si stirato, che nc'haie li cacciottielle dinto a la saccocciola, che non te fanno afferrà la vorza. Scumpela mò.
D. Giovanni Sì, adesso. Di grazia ascoltatemi.
Coviello [da una parte] Yo no puedo entretenerme.
D. Giovanni Coviello.
Coviello [dall'altra parte] Segnò.
D. Giovanni Capitano. [Coviello, nel passare, si scontra con D. Giovanni e l'investe]
Coviello Señor.
D. Giovanni Ah, vigliacco, recitavi la parte di due personaggi, non è così?
Coviello Ma vuie site furbo chiù de me, ca havite vinto le vigliaccherie meie; e comm'è scorzella de cercola l'ammico.
D. Giovanni Sù via, basta con le chiacchere, partiamo, amato servo. Mentre sul destriero dei miei capricci, io corro a briglia sciolta,
Nuovi amori a provar volo in Castiglia.
Coviello Vuroccole, e foglia addio mentre ve lascio
Me pare iusto de ire a zeffunno,
Napole a revederce all'auto munno.

SCENA VII.
Re Alfonso, D. Pietro.
In camera del re.
Re Alfonso Ditemi, D. Pietro, vi è stato possibile venire a conoscenza di colui che disturba la mia quiete e che violenta le mie dame?
D. Pietro Sì, mio Signore. La dama offesa è la duchessa Isabella, mentre il cavaliere, da quel che ho capito dalle parole della dama, è il duca Ottavio.
Re Alfonso A tanto si spinge dunque costui, e nutre una tale fiducia in se stesso che, dimenticandosi le leggi di un vero cavaliere, arriva a perdere il rispetto del decoro reale. Che si chiami la dama. [D. Pietro esce] In questo modo dunque, o temerario duca, ti accresci: perdendo la memoria di te stesso, cerchi di macchiare l'onore altrui. E pensi di rimanere illeso dalla mia ira? No, no, si sollevi il mio sdegno: voglio che scorrano fiumi del tuo sangue, e che, riversando nel mare del mio sdegno ostri spumeggianti, tali fiumi apportino il colore della porpora alla giusta ira di un re. Sù, sù, che cosa si aspetta:
Son offeso e son re: ne fo vendetta.
SCENA VIII.
D. Pietro, D. Isabella, Re Alfonso.
D. Isabella Oh, invitto re, ai tuoi piedi si prostra l'infelice D. Isabella, divenuta, per il tradimento del duca Ottavio, bersaglio della sventura. Credevo che chi fosse nato nobile, dovesse evitare ogni azione che genera biasimo. Ma questo mostro fatto uomo, questo demone coperto di carne, intendo dire il duca Ottavio, derubandomi dell'onore mi ha deluso e schernito. Chiedo pertanto giustizia, non sento nessuna pietà: ch'io non sia degna di vivere,
Se ogni speranza mia muore tradita.
Re Alfonso La vostra leggerezza meriterebbe non poco castigo, o duchessa Isabella, per essere stata così ardita che non avete pensato alla vostra reputazione, e avete introdotto un uomo di notte nelle vostre stanze, senza prima ponderare il pericolo, nel quale infatti siete incorsa. Se fosse possibile, potrei anche risarcirvi con lo spargimento del mio stesso sangue; ma poiché è impossibile darvi quanto vi fu tolto, è meglio che tolleriate con pazienza gli affronti subiti, fintantoché io farò mie le vostre offese. Ritiratevi nelle vostre stanze, e di lì non vi muovete senza un mio ordine.
D. Isabelle Bacio le vostre mani regali. Saziati, o fortuna crudele, delle mie miserie. Infelice D. Isabella, sei diventata scherzo e derisione della sorte. Sia maledetto Amore,
Cagion del mio penar, del mio dolore.
Re Alfonso E voi, D. Pietro, fate che il duca Ottavio venga arrestato immediatamente. Di colpo m'abbandona quell'affetto di sangue che unisce il duca a me, poiché io desidero agire da persona giusta, e come dice il detto:
Chi è cagion del suo mal, pianga se stesso.
D. Pietro Vedo la mia mente intricata, D. Isabella confusa, D. Ottavio in trappola, e sconvolta la corte tutta. Sicché dirò, abituato a tollerare tale peso:
Che sol teatro è di miserie il mondo.
SCENA IX.
D. Ottavio, Pulcinella.
D. Ottavio Ecco spuntare, sopra un carro dorato guidato da Pegaso, la bella Aurora ammantata di porpora, che addobbando il mondo col suo fine pulviscolo, sembra preparare la strada al gran nume del giorno. Le stelle, non essendo in grado di competere col loro grande padre che le ha abbellite con la sua luce, fuggono via per la vergogna; mentre la terra, vedendo dileguarsi i fiori del cielo, apre le sue stellucce vegetali per ammirare con mille occhi come Argo il suo caro benefattore. Tutto il mondo gioisce allo spuntar della benigna Aurora. Eppure, non so più se io debba essere contento insieme agli altri perché si avvicina il momento in cui posso ammirare il mio Sole, oppure se devo arrossire insieme all'Aurora per essere stato così codardo da trascurare, per il gioco, il più bel tesoro che l'Amore potesse destinarmi. Maledetto gioco! per essermi trattenuto nei luoghi dei puntigli cavalereschi, mi hai privato di una donna che può darmi, dopo un primo momento di gioia, un flusso di contentezze. Ma cosa aspetti, duca Ottavio, vai a chiedere perdono alla tua D. Isabella, e visto che hai perso il senno per il gioco, cerca d'ora in poi di trovar miglior sorte cambiando gioco. Da te volo, o mio bene,
E se Cupido da te non mi conduce,
Spunti per altri, e non per me la luce.

Pulcinella Iocà nsì a meza notte, fosere tanto priesto, chesta è specia de vesenterio si patrone mio.
D. Ottavio Chi ama non è privo d'onore.
Pulcinella E Vostra Chelleta lassa dormire a me ca non sò nnamorato.
D. Ottavio Quando veglia il padrone, deve vegliare anche il servo.
Pulcinella E quanno dorme lo patrone?
D. Ottavio Può dormire anche il servo.
Pulcinella Tanto che quanno vuie dormarrite con la gnora vostra, nc'haggio da dormire io puro.
D. Ottavio E' una bella deduzione.
Pulcinella E' raggione fresofolesca. Chi tozzola, te cadano le braccia, e l'ogna, e comme vatte forte.
D. Ottavio Vai a vedere chi sta bussando.
Pulcinella Chi è lloco? [Pulcinella esce]
D. Ottavio Chi è che viene nei miei appartamenti a quest'ora inopportuna? O cielo, che sarà mai successo? Il mio cuore triste non mi predice nulla di buono.
Pulcinella E' lo sio D. Pietro Terretorio.
D. Ottavio D. Pietro Tenorio, vado a riverirlo.
Pulcinella Lassame allestì le seggie ca chisse mo afferrano quacche iacovaniello e allummano qualche locigno.
SCENA X.
D. Pietro, D. Ottavio, Pulcinella.
D. Pietro Duca e Signore.
D. Ottavio Signor D. Pietro, a cosa devo la fortuna di vederla arrivare così di buon'ora in casa mia?
D. Pietro Di grazia, lasciamo da parte queste cerimonie; poiché vengo con una veste diversa da quella che vi immaginate.
D. Ottavio La sua visita in ogni caso mi sarà gradita, e malgrado la cattiva sorte, il duca Ottavio non mancherà ai suoi doveri.
D. Pietro Voi mi credete vostro amico, quando io vengo per essere vostro giudice.
D. Ottavio Come! Che!
D. Pietro Il mio re e vostro signore vuole che, deposta la spada, vi costituiate prigioniero, e per carcere vi assegna il regio castello.
D. Ottavio Io prigioniero! Io rinchiuso nel castello! Io deporre la spada senza aver commesso nessun fallo. Giuro sulla vita del mio re, o signor D. Pietro, che non ho offeso Sua Maestà nemmeno con l'immaginazione. Ma in che cosa ho sbagliato?
D. Pietro Siete colpevole di lesa maestà per essere stato di notte nelle stanze regie e per aver tolto l'onore alla duchessa Isabella.
D. Ottavio Io nelle stanze regie di notte! Io aver agito da villano nei riguardi di D. Isabella! Mi mancava solo questo per completare le mie disgrazie; la morte ora è l'unico antidoto al mio male.
D. Pietro Compatisco la vostra innocenza, e volesse il cielo farvi scampare i primi furori di Sua Maestà, se state a sentire ciò che vi dico. Seguite dunque il mio piano: io vi raccomanderò con delle lettere nel Regno di Castiglia, dove la maestà di quel re non mancherà di proteggervi. Laggiù, sarete più sicuro. In vostra assenza si compirà il processo: se sarete innocente, comparirà più lucido l'oro della vostra fedeltà; se sarete colpevole, almeno sarete lontano dalla vostra condanna.
D. Ottavio D. Pietro, amico e Signore, seguirò i vostri consigli, più perché venga messa in luce la mia innocenza che non perché tema per la mia vita; e voglia il cielo che venga riconosciuta la mia lealtà, affinché io possa tornare e ringraziare il mio signore D. Pietro.
D. Pietro Vado dunque a scrivere le lettere.
D. Ottavio Mi date la vostra assicurazione, ma…
D. Pietro Ma che?
D. Ottavio Vorrei che vi ricordaste sempre di me, così come io vi porterò sempre nel cuore.
D. Pietro Penserò a voi sia con la memoria sia con il cuore, e quando si tratterà del vostro caso, non mi tirerò mai indietro:
Tanto giura e promette oggi D. Pietro.
D. Ottavio Da voi non mi allontano, o caro; e se ai riflessi del sole dovessero animarsi le pietre, per mettere in luce la mia innocenza:
Lucido Sol la tua grandezza sia.
D. Pietro Seguitemi dunque,
Né del vostro partir vi paia forte,
Che audace cor sa dominar la sorte.[Esce]
D. Ottavio Vengo. Devo dunque allontanarmi dal mio dolcissimo nido; devo dunque lasciare questa bellissima sirena che con la sua bellezza rende pago il mio cuore. O Fortuna, è così dunque che dal grado più alto dei contenti, mi lasci sprofondare nelle miserie? Ah, te lo meriti proprio il titolo d'incostante, e t'immagino fatta di vetro, poiché per mia disgrazia ho potuto verificare quanto sei fragile. Se vuoi mischiare alla dolcezza delle mie gioie l'assenzio dei tuoi guai, perseguitami quanto vuoi, oltraggiami quanto sai: nelle onde degli infortuni sarò uno scoglio saldissimo; agli urti dei venti della tua instabilità, sarò una robusta e dura quercia. Poiché colui che è incoronato con l'alloro dell'innocenza, non teme i fulmini del destino avverso. Armati, o fiera sorte:
Che io costante sarò fino alla morte.
Astri, lasciate pure piovere sopra di me i vostri influssi maligni, presagiscano le più infauste e lugubri comete le mie sciagure, schiocchi l'adirato cielo sopra il mio capo i fulmini più spietati, poiché se è vero che l'uomo saggio sa dominar le stelle, penso che possa resistere anche agli infortuni e alle sciagure. Armati, o fiera sorte:
Che io costante sarò fino alla morte.
Ma duca Ottavio, puoi allontanarti dalla tua bellissima Isabella, dal tuo cuore? Ah, no, taci, o lingua. Mio cuore un'impudica? mio cuore colei che concede amplessi d'amore ad un altro amante? No, no, o D. Isabella, ti lascio, io da te m'allontano. Al tuo amor più non penso:
Che ad idolo crudel non dia più incenso.
Mi dispiace solo, ahimé, che devo allontanarmi dalla bellissima sirena:
A cui bagna il piede l'onda Tirrena;
Oh Dio, devo andarmene dalla mia cara patria. -Addio palazzi alteri. -Addio grandezze, addio. -Mi obbligano a lasciarvi. -Già da voi m'allontano. O mio tormento rio,
Patria, amici, parenti, io parto, addio.
Pulcinella Ohimmé nce n'havimmo da ghire a Spagna nè? Hora chi m'havesse ditto d'havé da deventà Sparace senza saperlo, quanno manco me lo credeva. Chi sà se lla ce trovaraggio zeppole, strommola, e zerre, zerre. O Napole de zuccaro mio, tienete ca te lasso; covernateve foglie, maccarune addio; pegnatiello mio bello addove t'asciarraggio:
Ohimmè, mentre m'avanzo
Manca l'arma, e la vita,
E deventa sto core oglia potrita.

SCENA XI.
Mare.
Tisbea.
Tisbea Cara mia libertà
Sol per te sto godendo
Grato Ciel, mar tranquillo, e terra aprica,
Onde chiare, erbe molli, e selva amica.

Oh, quanta invidia per il mio stato di povertà possono provare coloro che vivono immersi nell'opulenza, poiché posso dire tranquillamente di non possedere nulla, agli avvoltoi rapaci che ti girano sempre intorno per dilaniarti con il solo pensiero. Mi sta più a cuore il mio tugurio, dell'ampiezza dei palazzi che s'innalzano nelle città; poiché questi ultimi con la loro magnificenza t'affliggono, mentre i primi con la loro semplicità ti attraggono. Come fulgido specchio, valgono molto di più il mare tranquillo o il placido ruscello, che non i più tersi cristalli, dei quali l'arte si vanta; poiché solo questi ultimi si macchiano con il fiato e si spezzano con un colpo. A che serve essere additata da tutti come colei che comanda, se poi non puoi fare ciò che vuoi?
Cara mia libertà
Sol per te sto godendo
Grato Ciel, mar tranquillo, e terra aprica,
Onde chiare, erbe molli, e selva amica.

Ah, ben volentieri i re cambierebbero la clamide e lo scettro con un bastone e una pelliccia, qualora prendessero in considerazione, senza la passione che li accieca, i doni che il cielo prodigo elargisce a noi, poveri contadini: non siamo né presi di mira dal mondo, né invidiati dagli emuli, né mal visti dai compagni; e non ci manca niente, poiché senza chiedere nulla in cambio, il vento placido ci corteggia, i pesci muti nella semplicità sono nostri amici, gli armenti nostri sudditi, il mare nostro dispensiere, il cielo nostro tetto, e la terra è la nostra madre affettuosa, che distilla di continuo il latte per dar vigore alle piante che servono a sostenerci. Abbiamo a che fare unicamente con coloro ai quali la natura dettò la schiettezza, e infine il principe che ci domina non potrà mai chiamarsi tiranno, se esso è il nostro stesso libero arbitrio.
Cara mia libertà
Sol per te sto godendo
Grato Ciel, mar tranquillo, e terra aprica,
Onde chiare, erbe molli, e selva amica.

Si detestino i tesori, ceppi tenaci di anime ingorde. Poiché è provato che quanto più potenti, quanto più ricche sono le persone nel mondo, tanto più angustiate e più perplesse sono, perché sono prive di libertà. Dunque io dico:
Cara mia libertà
Sol per te sto godendo
Grato Ciel, mar tranquillo, e terra aprica,
Onde chiare, erbe molli, e selva amica.

SCENA XII.
Tisbea, Rosetta.
Rosetta Marina, marinella, o bello maro,
A la banna de la marina è lo mio bene.

Gnora, vi comme friccecano li pisce, comme sciulano l'anguille, comme zompano li ciefale, sieppe sta vota ne volimmo fà na chiusarana.
Tisbea Guarda come s'aggira intorno all'esca omicida quel pesce squamoso, non ti sembra un argento vivo racchiuso tra cristalli liquefatti?
Rosetta Ncappalo gruosso, cà s'è p'alecille, ò mazzoncielle non servono, vò essere ò mazzone de preta co tanto no capaglione, ò no lacierto de doie rotola.
Tisbea Ma quale improvvisa tempesta agita violentemente il mare?
Rosetta Oh mmala tenca à lo mare l'è benuta la zirria, fa catubba, vh che superbia! da dove è sciuta sta borrasca?
Tisbea Guarda quel povero pezzo di legno divenuto il trastullo delle onde.
Rosetta Se no sgarro nce sò due chillete into a lo maro che strillano.
Tisbea A terra, a terra, passeggeri!
Rosetta Aiutammole bene mio, armo, armo.
SCENA XIII.
D. Giovanni, Coviello, Tisbea, Rosetta.
D. Giovanni Cielo! respiro.
Coviello O pietà, e comm'è salato la mare; lo cielo dove ha posta tant'acqua, non era meglio che l'havesse fatto de vino?
Tisbea Riposatevi, bel giovane.
Rosetta Ohimé, chisto è vuorco marino!
Tisbea Oh, com'è bello!
Rosetta Oh, comm'è brutto!
Tisbea Il mio sole è sorto dal mare.
Rosetta L'ha vommecato comme carogna lo mare.
Tisbea Mi sento intenerire.
Rosetta Io moro de la paura.
Coviello Scappammo da lo maro, e trovammo l'orche marine nterra.
D. Giovanni Coviello, che bellezza è questa?
Coviello Sotta capo de pezza; e comm'è benuto frisco.
D. Giovanni Abbiamo ritrovato un buon porto.
Coviello E io haggio dato de chiatto a lo mandracchio.
D. Giovanni Ora l'adesco con le buone.
Coviello Vi che non t'annieghe a sto stritto de Cebelterra.
D. Giovanni Sono un buon nocchiere.
Coviello E perciò haie voluto fà lo papariello.
D. Giovanni Taci, e lasciami parlare.
Coviello Vommeca chello ch'haie ncuorpo, ca se ppe me haggio lo ventre sciacquato.
D. Giovanni Oh, come son felice d'essere trasportato dal mare al terzo cielo.
Tisbea O Fortuna, com'è possibile che dal regno che ingoia, sorgano tali tesori?
D. Giovanni Bella, siete voi forse Venere, che mi date soccorso?
Tisbea E voi, siete forse il sole che lasciate il seno di Teti?
D. Giovanni E' possibile che questi deserti racchiudano tanta bellezza?
Tisbea Potrò mai credere che il mare generi tale leggiadria?
D. Giovanni Eh sì, il deserto racchiude proprio un prodigio di bellezze.
Tisbea Eh sì, un prodigio infedele può partorire un prodigio di leggiadria.
D. Giovanni Bella pescatrice, voi adoperate l'amo più con gli occhi che con le mani.
Tisbea Bel naufragante, anche il mio cuore ha fatto naufragio nella vostra bellezza.
D. Giovanni O quanti amanti si trasformerebbero in pesci per inciampare nella vostra rete.
Tisbea O quante anime si trasformerebbero in onde per tenervi stretti al petto.
D. Giovanni Sarò contento di essere naufragato, se le vostre braccia saranno il mio porto.
Tisbea Sarò felice di essere pescatrice, se la mia preda sarà la vostra bellezza.
D. Giovanni O quanti delfini debbono correre in questi lidi per baciare l'esca che la vostra mano ha toccato.
Tisbea O quante onde avranno accelerato per essere accarezzate dalla vostra mano.
D. Giovanni Trovo scampo dall'acqua per immergermi nel fuoco.
Tisbea Vengo per pescare e rimango irretita.
D. Giovanni Le perle imparano dai tuoi denti cosa è la bianchezza.
Tisbea I coralli saranno più belli se imparano cosa è la vaghezza dalle tue labbra.
D. Giovanni Ora sì che posso dire che l'Amore è pescatore.
Tisbea Ora sì che confesso che dal mare nacque la Dea dell'Amore.
D. Giovanni Bella pescatrice.
Tisbea Naufrago leggiadro.
D. Giovanni Se desiderate pescare, ecco il mio cuore.
Tisbea Se desiderate un lido sicuro, ecco il mio seno.
D. Giovanni Ditemi, siete forse Dori, o Galatea?
Tisbea Confessatemelo, siete il Sole, o Arione sorto dal mare?
D. Giovanni Sono un cavaliere schernito dalle onde.
Tisbea Sono una pescatrice schernita dal fato.
D. Giovanni Desiderate essere mia sposa?
Tisbea Umile è la mia condizione.
D. Giovanni Ma divina è la vostra bellezza.
Tisbea Non ho pensieri così alti.
D. Giovanni Faccio voto di sposare una povera donzella.
Tisbea Felice me, se dal mare nasce il mio destino.
D. Giovanni Me beato, se nel lido trovo il fiore della vostra bellezza.
Tisbea Promettete di essere mio?
D. Giovanni Lo prometto.
Tisbea E se poi mancate alla vostra promessa?
D. Giovanni Se il mio voler dal tuo voler s'arretra
Che io muoia per mano di un uomo, ma sia di pietra.
Coviello Vì ca chesse puro sciaccano.
Tisbea Dunque andiamo, o mio bene.
D. Giovanni Partiamo, o mia leggiadra Dea.
Tisbea O fortunata pesca.
D. Giovanni O caro naufragio.
Tisbea Sarai sempre il mio bene.
D. Giovanni Mi accontento di essere sempre accolto in questo mare.
Tisbea Ecco la mia preda.
D. Giovanni Ecco il mio porto. [Escono].
SCENA XIV.
Coviello, Rosetta.
Coviello Ntramente lo cammarata va a fa li gatte filippe co chella, nuie che havimmo da monnà nespole?
Rosetta Sì veramente no bello piezzo de catapiezzo, d'essere ammisso a la grazia mia.
Coviello Me perdoni voscia siò marchisa bizzarra.
Rosita Non si abbassi tanto siò Gradasso famuso.
Coviello Sò cavaliero de ventura, e pozzo sta a tuzzo con ogne gentel'hommo de Foggia.
Rosetta Sò bellana, e pozzo stare a lo paragone d'ogne dama de cetate.
Coviello Frate, lassammo sti chiaiere, che te pare de sto fusto?
Rosetta È na cosa de garbo per guarnire na forca.
Coviello Nnanze te pozza scenne gotta, brutta guaguina.
Rosetta A mme chesso, che paro na galera sparmata.
Coviello Ma per essere recietto de chiorma.
Rosetta Vattenne da nante a mmene, brutto puorco fetente.
Coviello Scriatenne da ccà, porca pezzente. Ma uecco lo patrone co la pescatrice, che bà a caccia a ciefare.
SCENA XV.
D. Giovanni, Tisbea, e detti
D. Giovanni Vi ringrazio, o cara pescatrice, sia d'avermi donato questo abito, sia d'avermi donato voi stessa: in ogni tempo e luogo mi ricorderò di voi.
Tisbea Che memoria, che ringraziamenti, che dite D. Giovanni, ho fatto ben poco; poiché per quanto molto abbia potuto fare, sarebbe stato comunque poco. E poi quello che fa una moglie per il marito, è un obbligo, non una cortesia.
D. Giovanni Come, che dite di sposo e sposa?
Tisbea Dico che se voi siete mio sposo non dovete dilungarvi in ringraziamenti.
D. Giovanni Non vi vergognate di proferir tal nome? Una vile contadina ardire esser mia sposa!
Tisbea Voi, con il vostro determinato giuramento, me ne faceste essere degna.
D. Giovanni E che dissi?
Tisbea Che mi avreste presa per vostra moglie.
D. Giovanni Osserverò la promessa; attendete, o Tisbea, che mi accasi, che poi vi manderò a prendere da mia moglie!
Tisbea Di tal sorte dunque, o perfido, mi schernite; in sì fatta maniera vilipendete la mia fede.
D. Giovanni Tisbea, state zitta e calmatevi, tanto io parto. A voi non è permesso di venire con me, il giusto dovere lo vieta. Rimanete dove siete e aspettate la felicità. E da saggia quale siete, acquietate i vostri furori. Chi è prudente agisce secondo il volere dei fati: il vostro fato vuole che io parta; or dunque addio:
Curi la piaga vostra, tempo e oblio.
Coviello Pescatricella mia, tu l'hai sgarrata, non dovive fa spila patria, e fa trasì sto pesce dinto all'acqua doce, se no aveve rete de pigliatelo, ca chisso rompe le nasse, e scappa da le cascie.
Tisbea O servo infame di padrone spergiuro, anche tu mi deludi.
Coviello Se mme canuscie habile a quarcosa, commanname.
Tisbea Rivoglio da te il mio onore.
Coviello Hai pigliato Vaiano; comme te voglio dare io l'onore, se no nn'aggio manco pè mme.
Tisbea Il tuo padrone mi schernisce.
Coviello E sarrai la primma che ha gabbata? Vì che llista che nn'ha fatto: lo cchiù piacere che te pozzo fare, scriverence appresso. Mò ch'è tutto lo carosiello, covernateve:
Tu non mierete d'esserle mogliere,
Chesto solimmo fa nuie cavaliere.

Tisbea Così te ne vai, o inumano, così mi lasci, o barbaro, così mi schernisci, o spergiuro.Vantati d'aver mancato di parola, che io mi vanterò di averti, purtroppo, creduto. Giurasti, e ti fu facile ingannarmi, poichè è insito in noi donne credere ai giuramenti. -Tu cavaliere? ah no, è una menzogna, poiché non mantieni la parola data. -Tu uomo? nemmeno, visto che non ti viene in mente di essermi obbligato per il dono che ti feci di me stessa! O misera me, a chi posso rivolgermi, a chi chiedere aiuto, chi mi soccorre, o Cielo! Ferma, ferma, fellone,
Arrestate il suo corso, o fere, o belve,
Compatite il mio male, o tronchi, o selve.

Misera Tisbea, infelice contadina, come farai? a chi ti rivolgerai? privata della più pregiata gemma che possa possedere una donna. Ah, non puoi più vantarti di essere come uno specchio puro, adesso che l'impuro fiato di D. Giovanni ti ha macchiato. - Avresti dovuto capire che, lusingandoti con la melodia degli accenti, chi era figlio di una sirena avrebbe inferto il colpo mortale alla tua reputazione. Ed era prevedibile che un rigurgito delle onde si sarebbe rivelato un mostro di fierezza. Vattene, e io prego il cielo che, una volta oscuratosi, non faccia che scagliare fulmini per ucciderti, e che intanto faccia comparire i lampi per farti ben vedere in faccia la morte. -Ah, perfidissima vipera, che dopo averti stretto al seno, non aspettavi altro che di dilaniare la mia reputazione. - Affamato ti cibai, e tu ti sei impegnato a togliermi la fama. - Spogliato ti vestii, e tu non aspettavi altro che di spogliarmi dell'onestà. E ora mi lasci e te ne vai, m'abbandoni e te ne fuggi via; ferma il piede, spergiuro,
Trattenete il suo corso, o fere, o belve,
Compatite il mio male, o tronchi, o selve.

Ma vattene, o crudele, e io misera accoglierò solo le furie e le tempeste del vento e del mare, affinché io rechi nuove furie al vento e nuove tempeste al mare. Ma no, che dico, ahimè, resterò impietrita su questi scogli, affinché ogni nocchiero che passi, m'additi per bersaglio delle sciagure, per segno dei tormenti, e pertanto o fuggiranno dallo spavento, o mi compatiranno per pietà. Vattene, e spero con tutto il cuore che, suscitando le tempeste nel mare ingrossato col mio pianto, e dando spirito al vento con il mio continuo sospirare, s'abbia a formare una tale mescolanza di procelle, che tu non possa trovare scampo per salvarti la vita; e visto che ti sei dimostrato di essere un mostro, possa un mostro ingoiarti:
Trattenete il suo corso, o fere, o belve,
Compatite il mio male, o tronchi, o selve.

Ah, per le promesse di D. Giovanni ingannai me stessa, e più del tradimento suo, sento i rimorsi della mia coscienza; formate intanto, occhi miei, fiumi di pianto, affinché io vi lavi la macchia del mio disonore. E voi, Cieli, non sarete così pigri da lasciare invendicato un affronto così grave. Ho creduto troppo facilmente ai giuramenti, cosicché è giusto che io provi le pene che procura una semplice credenza. Ma se è prerogativa del cielo essere protettore degli innocenti, non credo che voglia permettere al ladro dell'onore mio, di andarsene via baldanzoso. Anche se non mi è permesso di sbranarlo con queste mani, e mi manca l'uso di un'arma, gli stimoli della mia giusta vendetta saprebbero cambiare queste dita in pungenti artigli per atterrarlo. Prego gli Dei, che ai suoi misfatti gli riserbino il meritato castigo, e intanto
Trattenete il suo corso, o fere, o belve,
Compatite il mio male, o tronchi, o selve.

Irresoluta, svergognata, chi mi guarderà più? Vilipesa, tradita, non ho nessun risentimento? Sì, sì, vò far vendetta, vò fare strage: ah no, benché schernita, ancora l'amo, ancor l'adoro. Taci lingua, non pronunciare più le tue infamie: anzi deciditi, o cuore di Tisbea, a farti con generosa azione la tua tomba dentro l'acqua, affinché si spenga definitivamente quel fuoco che ti ridusse quasi al nulla. E voi, o scogli, non sdegnate la mia compagnia, visto che anch'io ora sono scoglio di fermezza. E se voi, onde amate, foste la culla della Dea d'Amore, deh pietose, siate ora il feretro d'una sua seguace; e intanto
Compatite il mio male, o tronchi, o selve.
Lacerate il crudele, o fere, o belve.
E se ad Amor bruciarmi il cuor già piacque
Per ismorzarne il fuoco io corro all'acque.

Fine dell'Atto primo.


A T T O Secondo


SCENA I
Reggia di Castiglia.
Re Fernando, D. Ottavio, Pulcinella.
Re Fernando Quale ragione, o duca, è tanto potente da turbare la serenità del vostro volto? Non occorrevano raccomandazioni per la sua persona, poiché essendo il vostro merito un sole, lo riconoscono tutti. Fortunata sarà questa reggia, poiché potrà servirvi d'asilo.
D. Ottavio Chi nasce re, agisce da re: la vostra regale magnificenza, o sire, sa obbligare anche chi non è sensato conoscere che cosa sia l'obbligazione, e spero che, così come la vostra grandezza elargisce cortesie senza fine, anch'io possa liberarmi da ogni obbligazione senza doverla palesare.
Re Fernando Ditemi, o duca, quale caso vi ha spinto a lasciare le delizie della bella Napoli per trasferirvi in Castiglia. So bene che Napoli attira anche i forestieri a soggiornarvi, poiché può mostrare di se stessa una primavera di bellezze; essa ha un clima così benigno, che la natura vi ha prodigato tutta se stessa. Quindi penso che una ragione più che valida vi abbia costretto a lasciare tante delizie.
D. Ottavio O sire, la verità sempre camuffata, fa sì che sotto l'ombra di vari giudizi campeggi la bugia. Amavo le sovrane bellezze della duchessa D. Isabella, una delle prime dame della corte del re di Napoli, ed ebbi per mia sventura:
In un mar di beltà, perpetua arsura.

C'eravamo dati appuntamento una notte, come al solito, per ritrovarci nelle sue stanze; vado a giocare d'azzardo, il gioco mi trattiene e non ricordo l'appuntamento. Un cavaliere arrogante, venuto non so come a conoscenza di tutto, col mio nome s'introduce nelle stanze di lei, e gode. La dama vuole riconoscerlo, ma egli si nasconde, ed essa crede che sia stato io. Il fatto arriva all'orecchio del re, e la mattina seguente arriva il capitano della guardia di quella Reggia, D. Pietro Tenorio, con l'ordine d'incarcerarmi: mi espone i fatti, io non so che dire, confuso riferisco le mie ragioni; allora, riconoscendo la mia innocenza, egli m'impone di fuggire, mi procura un'imbarcazione clandestina e in un modo che mi è rimasto oscuro mi fa arrivare al lido: m'imbarco e incomincio a navigare, il giorno è uguale alla notte, non ho riposo, non ho quiete, con le mie lacrime ingrosso i cavalloni del mare, con il vento dei miei sospiri aumento il vento nelle vele, e giungo in questa reggia. Mi ricovero sotto il reale manto di vostra maestà, che mi riceve come suo serv, mi dà un appartamento, mi elargisce le sue cortesie, mi fa degno dei suoi favori, mi dà grata udienza. Non oso più dire niente, sono innocente. Eccomi genuflesso al vostro piede,
Date ricovero alla mia pura fede.
Re Fernando Alzatevi, o duca, e non temete il rigore della fortuna avversa quando potete contare sulla vostra innocenza e sul vostro merito: l'innocenza risplenderà dalle vostre azioni come un nuovo sole.
D. Ottavio L'essere innalzato da vostra maestà si attribuisca all'eccesso della sua reale grandezza, che come un sole trasforma i vili vapori delle mie deboli forze in lucidissime stelle di merito; e se la statua di Memnone si animava ai riflessi del sole, io riconosco me stesso ai raggi della vostra reale cortesia.
Re Fernando State tranquillo che per amor vostro non lascierò nulla di intentato. Vivete felice alla mia corte, e intanto non abbiate paura del cielo irato:
Non fa contrasto agli innocenti il fato.
D. Ottavio Sotto i cieli di Castiglia non temo i fulmini di un destino avverso. Anzi, con lieta sorte io spero infine:
Della fortuna mia stringere il crine.
[Si sentono suonare delle trombe]
Re Fernando Olà, svelatemi quale novità annuncia il bellicoso rimbombo degli oricalchi; e voi, o duca, preparatevi a ricevere dalle mie mani tutto quello che vi può dare un re che sa riconoscere il vostro merito.
D. Ottavio Sono cortesie, queste, che vostra maestà mi elargisce come un santo prottettore, quindi conviene che a bocca chiusa ne contempli le obbligazioni.
Pulcinella Il commendatore che viene da fuori, chiede udienza a vostra maestà.
Re Fernando Lo aspetto con impazienza.
SCENA II.
Re Fernando, D. Ottavio, Commendatore.
Commendatore : Eccomi ai piedi di quel monarca di cui ogni vassallo conosce il merito.
Re Fernando Sia benvenuto il mio Commendatore Maggiore. Sedetevi, ricopritevi il capo e raccontatemi che cosa mi portate di nuovo.
Commendatore : A Lisbona ho incontrato il re D. Pietro, vostro cugino, che preparava una grande quantità di navi per l'armata.
Re Fernando Ha detto dove erano destinate?
Commendatore : Mi disse a Goa, ma io credo che si stia preparando questa volta ad un'impresa più facile, verso Ceuta e Tangeri.
Re Fernando Insomma, per i nostri affari, a quali conclusioni siete giunti?
Commendatore : Egli chiede Serpamora e Olivezza, e in cambio vi darà Villaverde, affinché venga ristabilita la pace tra Portogallo e Castiglia.
Re Fernando Commendatore, state tranquillo, che la vostra fatica verrà ricompensata a dovere.
Commendatore : Per servirvi, o gran Signore, nessuna cosa mi fa fatica.
Re Fernando Ditemi, Lisbona è bella quanto si dice?
Commendatore : È la migliore città della Spagna, e se vostra maestà vuole ascoltarmi, gliene farò un bellissimo ritratto.
Re Fernando Dite pure: ascolterò con interesse.
Commendatore : Fra le grandezze lusitane, e fra le meraviglie del mondo, la celeberrima Lisbona potrebbe occupare l'ottavo posto, poiché si erge sotto un cielo che non fa che influire grazie, è fiancheggiata da monti così fertili, che non producono che fragranze, è circondata da un mare che non tributa che gemme, è serpeggiata da un fiume, che tributario le porge come omaggio devoto foreste intere di pini ondeggianti. Pertanto, non so se dire che si tratta di una città costruita meravigliosamente bene tra liquidi cristalli, oppure che si tratta di un'acqua germogliatrice ferace di alberi alati. La sua lunghezza è superiore alla sua larghezza, cosicché l'occhio ritrova le delizie della più bella facciata che mai disegno prospettico abbia restituito. L'architettura dei palazzi è regolata con un tale ordine, che serve come esempio alle più celebri strutture, e ad affascinare i più famosi architetti. Le larghe strade che bene la suddividono, sembrano cristalli lastricati dove si rispecchiano da lontano i palazzi contigui. La adornano delle statue di così sovrumana struttura, che paiono quelle del tempio di Deucalione che si animarono; e se l'occhio, esaminatore discreto, le vede immobili, è solo perché, stando ferme, esse ci mostrano a quale ammirativa stupidità ci costringe la loro bellezza; e molte volte si vedono dei pellegrini così immobili nel contemplarle, che rimane il dubbio se la statua sia l'oggetto ammirato o il soggetto che ammira. Le fontane che arricchiscono le strade di Lisbona, sono d'una tale ricercatezza e d'una così eccelsa grandezza, che ogni colosso, a mo' di piramide egizia, dalla cuspide manda in cielo gratissimi tributi di liquefatti argenti. Non vi è giardino che, per la limpidezza delle fontane, per la spaziosità dei viali, e per la meraviglia dei boschi trasfigurati, non faccia credere che in quel posto siano stati traslati i Campi Elisi. Le Accademie sono ricche d'ingegneri straordinari; i cavalieri sono forti d'insegnamenti nobili e politici; gli artisti sono dotati d'una inventiva ingegnosa, mentre la scultura è d'una originalità stupefacente e la pittura nobilitata da ritrovati capricciosi. Numerosi e sontuosissimi templi ingrandiscono la città, ma il più importante, quello d'Esefo, sopravanza. Lisbona è difesa da fortissime mura, torreggiata da invincibili rocche, munita di un opulente arsenale, abitata da infiniti mercanti, e arricchita d'innumerevoli tesori. Senza nessuna esagerazione retorica, vi posso dire che solo in Francia c'è una Parigi che la uguagli, in Grecia una Costantinopoli che la pareggi, in Italia una Partenope alla quale la si possa paragonare. E senza usare iperboli, lungi da ogni favolosa diceria, dirò: se a portento sì grande
Il medesmo stupor arca le ciglia,
Che sia del mondo ottava meraviglia.

Re Fernando Sono pienamente soddisfatto, e non volevo altro pennello per delineare una città così bella, se non la lingua del commendatore.
Commendatore : Sua maestà mi riempie di cortesie particolari.
Re Fernando Commendatore, ditemi, quanti figli avete?
Commendatore : Una, o signore, e se l'affetto non m'inganna, è molto bella.
Re Fernando Voglio, per ricompensarvi, darla in sposa io stesso.
Commendatore : Purché sia di vostro gusto, io son contento. Però desidererei sapere chi è lo sposo, se non dispiace a vostra maestà.
Re Fernanado Il duca Ottavio, cavaliere napoletano, di sangue nobile, gradito per i suoi costumi ed insigne per le sue qualità, è destinato a diventare suo sposo.
Commendatore : Vado dunque a dare la notizia a mia figlia, vostra devotissima serva.
Re Fernando Andate dunque, il cielo vi benedica. E voi, o duca Ottavio, preparatevi a dare la vostra mano a una sì bella donzella, che non è inferiore né per nascita, né per sangue alla più nobile dama di questo regno.
D. Ottavio Mi trovate in ogni momento e luogo prontissimo esecutore dei vostri reali cenni. Anzi mi dispiace molto di non poter rendere le dovute cortesie alla maestà sua.
Re Fernando Basta, basta, non parlate più, duca, poiché in voi sono superflui questi fregi d'umiltà per ingrandire il vostro merito. Preparatevi piuttosto ad ammirare nel volto di D. Anna,
Quanto di bello ha il mondo e il cielo accolto.
D. Ottavio Ti ringrazio, o fortuna, poiché proprio quando non speravo più di possedere D. Anna, dopo essermi invaghito delle sue bellezze, il re me la concede volontariamente senza suppliche.
SCENA III.
Città.
D. Giovanni, Coviello.
D. Giovanni O fido servo, sto pensando che l'adempimento dei miei desideri mi ha costretto ad abbandonare Napoli, e che sono giunto in Castiglia affrontando gravi pericoli: ma non me ne importa nulla, e posso addirittura definire felici questi disagi, poiché spero di scorgere qui tutte quelle prerogative che si possono trovare nelle più belle città del mondo: ossia l'amenità del luogo, l'abbondanza delle vettovaglie, i sontuosi palazzi, le grandi piramidi, le purissime fontane, i deliziosi giardini, la generosità dei cavalieri, e il bel clima che fa apparire la bellezza delle dame ancor più florida di quella che si decanta. Anzi, spero di passare qui una vita così felice che non avrò da invidiare chi vive col mio stesso intento.
Coviello Sior patrone, li pericoli passati me danno occasione de tenere mente a lo fatteciello mio, nce avimmo avuto annegare pe sto mare, a romperence lo cuollo pe ste montagne, e puro me pare che state co la stessa openione. Vide ca ncè lo cielo.
D. Giovanni Che ne sai tu del cielo, sciocco? Che cosa è il cielo se non un composto di materia come noi? anzi, se lui che è più nobile di me sbaglia, come posso non sbagliare io che sono fragile? Esso deve correggere le sue imperfezioni, poiché ha un sole che si eclissa, una luna che si dimezza sempre, stelle che presagiscono influssi maligni, pianeti che sfuggono ad ogni controllo. In che cosa l'offendo io cercando il mio diletto? e non vedi che questa è invidia? Ma che sciocco che sono, come posso offendere il cielo, se esso è così lontano da noi? Io ne vorrei sentire i rammarichi, vorrei sapere perché l'offendo! L'hai mai sentito parlare, tu, l'hai mai sorpreso sdegnato a rinfacciarmi i miei mancamenti? Che badi agli affari suoi: non ha altro da fare che pensare a me? Se vuole correggere, correggesse prima le sue imperfezioni! Il cielo e le deità sono tutti enti chimerici degli sciocchi mortali.
Coviello Vide sio patrone, ca lo cielo sa castegare chille presuntuose che non vonno stare a correttione, e ffa fa cierte botte tutte insieme, comme a lo truono.
D. Giovanni Sciocco, e io dovrei temere il cielo? questo cielo non è altro che una creatura come me; e pertanto non devo temerlo, poiché tra ugali non ci si teme.
Coviello E io te dico ca sto cielo sa castigare chi non lo prezza, e sa dà premmio a chi fa le cose co chella derettura che se deve.
D. Giovanni Ignorante che non sei altro, se questo cielo premiasse i buoni, sarebbe il luogo della felicità dopo la morte. Questo, o mentecatto, fu il pensiero di Solone. Senti però la risposta di Aristotele: la felicità consiste nell'azione. Se dunque dopo morto non si agisce, non si può sperare nemmeno la felicità. Dunque, per fartela breve:
Solo a godere, a darmi spasso anelo,
Non temo gli dei, né mi spaventa il cielo.

SCENA IV.
D. Ottavio, Pulcinella e detti.
D. Ottavio L'Amore non ha cibo più valido, per consolare la languidezza di chi ama, della presenza del raggio di sole irradiato dalla bellezza della donna amata. Infatti, io che vivo idolatrando il vago sembiante… ma che vedo? se non erro, costui mi pare D. Giovanni.
D. Giovanni Coviello, se vuoi farmi cosa gradita, segui l'esempio del tuo padrone… ma che vedo, non è costui il duca Ottavio?
D. Ottavio È lui senz'altro.
D. Giovanni Sicuro che è lui.
D. Ottavio D. Giovanni, signore.
D. Giovanni Mio caro duca, mi perdoni se non vi ho riconosciuto subito, ma quando partii da Napoli, vi lasciai laggiù e adesso qui vi ritrovo; mi perdoni anche per tutto quello di cui vi sono obbligato.
D. Ottavio Tralasciamo, o D. Giovanni, queste ostentazioni di parole, poiché desidero mettermi alla prova con le azioni.
D. Giovanni Sia con le azioni, sia con le parole da me sarete stimato. Quindi non occorrono affettuosi preludi per poter mostrare l'intimo del vostro cuore: so chi siete e conosco il vostro merito, e non scopro ora che la lingua di D. Ottavio quando parla esprime ciò che gli detta il cuore.
D. Ottavio Ogni vostro accento, o D. Giovanni, s'impossessa del mio volere; potete dunque aspettarvi dal mio affetto, dei riscontri corrispondenti al vostro merito.
D. Giovanni Allora taccio, o caro, poiché mi riconosco scarso di merito quanto povero di concetti. Nonostante ciò, dal cielo della vostra grandezza, mi aspetto nembi inusitati di favori. Ditemi, se mi è dato chiedervelo, quanto vi paiono belle le dame di Castiglia.
D. Ottavio O amico, la mia lingua è uno strumento troppo debole per poter celebrare gli encomi che meritano le dame di Castiglia. Come potrà la mia bocca essere panegirista delle loro lodi, se mi si insegna, imitando gli egiziani, ad adorarle tacendo, come fossero dee? Ma spinto dai vostri incitamenti, dirò che in Castiglia, e non a Cipro, hanno albergato le dee della bellezza, poiché non v'è dama che non sembri una Venere. Chiamerei Castiglia il Regno di Creta per la maestà di chi la domina, ma vedo che non una, ma infinite Europe di leggiadria vi si annidano, né saprei distinguere questa terra dal cielo, vedendo nelle sue dame tanti angeli di bellezza; esse non hanno nulla da invidiare agli Elisi, poiché ognuna di loro ha un paradiso in volto. Ad ogni dama di Castiglia Mercurio ha dato il discorso, Minerva la sapienza, Venere la bellezza, Apollo il lume, e la Luna il suo candore. La loro leggiadria batte i vezzi di Cleopatra, il lor sembiante vince l'aspetto di Lucrezia; la loro simmetria supera il volto di Messalina; se riguardo il loro valore, ecco dall'opera loro atterrita Semiramide. Se fisso il pensiero sulle loro virtù, ecco dai loro sofismi superate le Aspasie; ecco dalle loro labbra abbattute le Cassandre. Se una di esse resta nubile, ecco una Porzia rinata; se l'aggrada Imeneo, ecco una Penelope fedele; se rimane vedova, ecco un'Artemisia perenne. Se alza il braccio, ecco una Pallade; se gira il piede, ecco una Citerea. Scioglie al vento le chiome, e nei capelli le vedi una Berenice; la fronte è bianca come l'alabastro, e in questo candore scorgi l'Alba; mostra le rose delle sua labbra, ed ecco che riconosci in lei la Primavera. Ogni loro atto consola, ogni loro gesto rallegra, ogni loro vezzo imparadisa; col sorriso beano i cuori, con lo sguardo accendono i petti, con gli accenti rapiscono l'anima. Il Tago tributa oro ai loro capelli, l'Indo i coralli alle loro labbra, l'Eritra le perle ai loro denti, sì che posso ben dire:
Che di Castiglia, o amico,
Tiene ogni dama accolto,
Pito sulle labbra, e Pasitea nel volto.

D. Giovanni Dato che avete descritto tutto con esattezza, è probabile, o amico, che il vostro genio bizzarro si sia dedicato ad una delle più belle e delle più compite dame. Anzi, il vostro discorso di parte sulle dame di Castiglia, è un segno esplicito che qualche beltà castigliana predomina nel vostro cuore, il quale fa parlare la lingua.
D. Ottavio Vi confesso la verità, o amico: appena giunto in questa città, dopo essermi presentato al re, vidi, in occasione di una festa, in mezzo a un caos di bellezze, una luce non ordinaria, che ostentando tra il brio e la modestia, tra la bizzaria e l'autorità un non so che d'imperioso, m'impoverì d'arbitrio. Curioso la osservo, ella m'osserva; quindi l'amo, ed ella con le azioni mi corrisponde. Allora m'informo per sapere chi è: mi si risponde che si tratta di D. Anna Ulloa, la figlia del commendatore, uno dei sostegni di questa corona. E allorquando mi dispero pensando di non poterla possedere, la fortuna, prodigando la sue grazie, me la fa concedere in moglie dal re medesimo, all'arrivo del genitore da Lisbona. Compatisca, o amico, la parzialità del mio affetto, poiché non si può dire che m'innamorai a distanza. Se il sole è cittadino di tutti, D. Anna è il mio tesoro:
Ella è l'anima mia, lei solo adoro.
D. Giovanni Sono molto felice, o signor duca, dei favori che prodiga la sorte vi dispensa, ma non me ne meraviglio, poiché gli offre ad un cavaliere che se li merita.
D. Ottavio Signor D. Giovanni, avete detto bene: la fortuna mi offre i favori, mentre cieca non sa a chi li toglie; e comunque li posso meritare, in quanto sa che sono vostro servo.
D. Giovanni No, siete il mio signore.
D. Ottavio Amico, affari di non poco rilievo mi chiamano altrove, quindi chiedo licenza di assentarmi, ma se pensa che il duca Ottavio possa servirla, lo dica in tutta libertà.
D. Giovanni Vai pure tranquillo, o amico, portando con te tutti i miei ossequi:
Vai pure, e lieto all'eccesso,
Vittima al servizio tuo, sacro me stesso.

D. Ottavio Resta, amico D. Giovanni, perché con te rimane a tutte l'ore,
Poiché amico mi sei, l'anima e il core. [Esce]
D. Giovanni A ragione i saggi diedero alla gelosia il titolo di serpe, poiché provandola mi accorgo che appena le ho dato ricetto nel mio seno, essa ha cominciato a rodermi le viscere e ad avvelenarmi il cuore.
Coviello Sio patrone, che t'è afferrato qualche doglia de matrone, ca te lamiente?
D. Giovanni E sarà mai vero che il duca Ottavio baldanzoso se ne vada in giro vantandosi di possedere le bellezze di D. Anna Ulloa, e che D. Giovanni neghittoso debba solamente sentirne gli encomi senza provarne i diletti?
Coviello Embè che borrisse, recordate e fatte coscienza, ca pe l'ammore tuio chisto se nn'è foiuto da Napole; teniesse pe la capo quacc'auto mbroglio prodetoreio.
D. Giovanni Non ho pace, non ho ricetto. Mente chi dice che le porte attraverso le quali s'introduce Amore, sono gli occhi, poiché nel caso mio si è introdotto dalle orecchie. Se non giungo con qualche stratagemma a possedere D. Anna, mi vedo morto.
SCENA V.
Paggio con lettera e detti.
Paggio La padrona mi ha detto dal balcone che il duca Ottavio era giù in strada: sarà questi di sicuro. Mio signore, è lei il duca Ottavio?
D. Giovanni Che sarà? mi valga a qualcosa l'invenzione, dirò di sì: Sono io, e dedito a servirla.
Coviello Che dice, fauzario; ente co che faccia tosta dice ch'è lo duca Ottavio.
Paggio D. Anna Ulloa, la mia padrona, le manda questo biglietto, pregandola di fare tutto ciò che c'è scritto. Addio. [Esce]
D. Giovanni Sarà servita con prontezza. Che stravaganze son queste: mentre tra me e me sto discorrendo dei miei tormenti, mi capita in mano una lettera di D. Anna, perché il suo paggio si è ingannato credendo che io fossi il duca. Chissà se queste righe non mi possano servire da filo per liberarmi dal labirinto dei tormenti; dunque leggiamo.
Coviello Sio patrone, che fai?
D. Giovanni Voglio leggere questa lettera.
Coviello Vi ca lo diavolo te ceca, non saie che a leggere le lettere d'aute nc'è la scommuneca.
D. Giovanni Me ne importa poco.
Coviello Io pe mene mò me ne scotolo li panne.
D. Giovanni [Leggendo] Questa sera verrete a rallegrarmi, o duca, con la vostra presenza, facendomi miracolosamente di notte vagheggiare il sole. Venga alle tré, avvolto nella solita cappa; il segnale sarà una serenata, e troverete qualcuno ad attendervi.
D. Anna Ulloa.
Caro foglio, vela della mia fortuna, tu sei la carta cosmografica che mi permette di giungere al porto dei contenti; tu sei la via lattea che mi additi il sentiero del mio amoroso paradiso; tu che sei il parto di un'erba tormentata, darai fine alla mia tormentata speranza. Sì, sì, approffitterò dell'occasione, chiederò con qualche stratagemma la cappa al duca, e sotto suo nome, essendo a conoscenza di tutto, m'introdurrò da D. Anna, e godrò. Prontezza e ardire, ci vuole, se è vero che ai solleciti e agli audaci è favorevole la fortuna. Foglio, essendo tu bianco, sei l'alba apportatrice dei miei contenti, che ora si affrettano ad arrivare; ed è per darmi consolo che
Con questo foglio hanno accelerato il volo.
Coviello Se pò sapere vuie co ttutte li vuostre, che ghiate mbrosoleianno? [Si sente da dentro la voce del duca]
D. Giovanni Taci Coviello, e stai dalla mia parte.
SCENA VI.
D. Ottavio e detti.
D. Giovanni Giuro che non so proprio chi mi trattiene dall'arrabbiarmi con te così tanto, da farti vedere quanto possono agire su di me l'amicizia e la convenienza!
D. Ottavio Signor D. Giovanni, amico, quale improvvisa nube di sinistro avvenimento offusca il lume del vostro sapere, per farvi imperversare contro un servo?
D. Giovanni Ho ragione di farlo, o signor duca, e se voi sapeste ciò che io so, sareste il primo a dargli il castigo che si merita.
D. Ottavio Bisogna compatire i servi, o perché sono troppo affezionati, o perché sono ignoranti.
D. Giovanni E vi par poco, o signor duca, che trovandosi egli in questa strada ed essendo venuto un paggio che, stando a quel che dice, gli ha chiesto di voi, egli gli ha risposto di essere il duca Ottavio, per cui il paggio gli ha dato questa lettera che a voi è diretta, e vi par poco che egli, con baldanza non ordinaria, abbia deciso di aprirla? Giuro che non so chi mi trattiene!
Coviello Voscia con chi llà?
D. Giovanni Taci, che se parli di certo ti priverò della vita. Ringrazia il cielo che il signor duca è qui.
Coviello Chi lo sente, dice ca isso ha raggione.
D. Ottavio Amico, non vi alterate, che quel che è successo non è nulla.
D. Giovanni Certo, non è nulla perché non sa leggere, e quindi, anche se vi fossero state scritte delle cose confidenziali, è impossibile che egli ne sia venuto a conoscenza.
Coviello Siente con che faccia tosta dice la boscia. Và te nne fida, e dì ca sò nobele, e pe chesto diceno la veretà.
D. Ottavio Anzi, se anche l'avesse letta avrebbe poca importanza, poiché è il servo vostro, e voi siete un altro me stesso.
D. Giovanni Come tale siete da me stimato.
Coviello E de che manera!
D. Giovanni Mi stavo dimenticando, in questa circostanza, di chiedervi un favore.
D. Ottavio Comandate, e sarete da me servito con prontezza.
D. Giovanni Ho bisogno proprio adesso di cambiare cappa e cappello per andare in un posto dove non vorrei essere riconosciuto. E poiché è tardi per tornare a casa, le volevo chiedere di fare a scambio di indumenti.
D. Ottavio Lei è padrone, c'era bisogno di tanti preludi, mentre bastava dire: "questo voglio" per essere subito servito! [Si scambiano le cappe e i cappelli]
D. Giovanni Gli obblighi che le devo essendo infiniti, si vedano impressi in maniera incancellabile nel mio cuore in eterno. Coviello, seguimi. Amico, vado via. [Esce]
D. Ottavio Io resto, ma son sempre pronto ai suoi ordini.
Coviello Sio duca, faccia uscia come lo patrone mio…
D. Ottavio È partito, che dici? che vuoi?
D. Giovanni [da dentro] Coviello, vieni.
Coviello Mò, segnore. Siente, sio duca, ca chesso che t'aggio da dicere è utele tuio, e te ne vuoi zucà le deta pe lo gusto che nn'averraie.
D. Giovanni [da fuori] Ti sto dicendo di seguirmi, perché ho bisogno di te. [Esce]
Coviello Sì, segnore mio, sto sempre lesto per servirve a varda e sella. Ora faccia uscia sio duca lo negatio de la lettera…
D. Ottavio Già lo so; io ti ho perdonato, non sono più in collera; non occorre dirmi altro.
Coviello E ca uscia no la ntenne. Sta lettera è lettera che vene a uscia. Ma prima de venì a le mano vostre, è stata…
D. Ottavio In mano tua, lo so.
D. Giovanni [da fuori] Guarda, Coviello, che pazienza, ti farò venir con me con un bastone.
Coviello Voscia non sse scommoda.
D. Giovanni Addio, amico. [Esce con Coviello]
D. Ottavio Addio, caro. Chi vi capisce, è bravo. D. Anna mi manda una lettera, ed io me ne sto neghittoso a fare girandole di parole, e non volo con l'occhio a libare queste parole piene di dolcezza. [Legge la lettera e poi dice:] Sono così immensi i favori che con questa carta la mia cara mi elargisce, che posso dire di toccare il cielo con un dito. Sono così sovrabbondanti le mie felicità che, essendone divenuto il cuore un vaso troppo angusto, è necessario che la lingua lo faccia svaporare. Verrò, o bella, a rallegrare le mie pupille con la tua visione, mia deitade:
E pompa sia del mio costante amore
Offrirti, o cara, in olocausto il cuore.

SCENA VII.
Bosco.
Dottore e Pimpinella.
Dottore Zà che comenza la mè eta ad avanzars, li è di mestier, o fiola, che mi rinovel un nepotin, e per tal caus ti ho marità.
Pimpinella Comme, comme gnore Tata, ch'avite fatto?
Dottore Mi è vegnù un buon partì per le man, d'un tal Pulzinella, che l'è napoletan, servitor d'un buon patron, l'ho tiolt per farl to spos.
Pimpinella E comme volite lassaremme ire da vuie, co rommanireve nigro e sbentorato senza chi ve coverna.
Dottore No, mentr'el patt tra non dù l'è di non portarsi in zittà, ma che tì t'abbi da trattener con mi in villa.
Pimpinella Si è chesso, io me nce accordo, mentre no ve lasso; e addove voleva ire sola e demerta co no frostiero senza lo bello gnore mio?
Dottore Stà pur de bon cor, che non ti lasserò zà mai, e zà che comiz a fars nott andam a reposars, mentre mi son stanc della fatigh.
Pimpinella Iammoncenne, ca io sto mezza accisa pe ghi trovanno rapette pe potereme anchì sta panza.
SCENA VIII.
Città.
D. Giovanni, Coviello.
D. Giovanni Notte, posso chiamarti a ragione dispensatrice di gioie, visto che stringerò, anche se con l'inganno, la bellissima D. Anna; inganni per me fortunati, visto che mi portate al possesso d'una terrena deità; devo stimarvi per me propizi, visto che sapete nascondere i miei furti amorosi, furti troppo graditi visto che alle delizie m'invitate.
Coviello Sio patrone, vide chello che faie, non correre comme a cecato, ca puorte pericolo de cadé dinto a quacche fuosso.
D. Giovanni Non c'è bisogno che tu mi dia dei consigli. Mi chiami cieco, ma è necessario che io sia cieco, come l'Amore che mi guida. E chi vuol godere le delizie di questo mondo, sa che è necessario essere talpa per non vedere gli inciampi e gli ostacoli che s'incontrano.
Coviello Vi che quacche nciampeco non te faccia rompere la catena de lo cuollo.
D. Giovanni Basta! Ordina ai musici di suonare, affinché servano a dare il segnale a D. Anna; e intanto accostiamoci alla porta.
Coviello Cantate "O sì Arfeie de Maggio". [Si canta]
La bellezza è un dolce strale,
Che fatale
Ogni cor giunge a ferire;
Non vi è forza che contrasti
Quanto basti
A non languire.

SCENA IX.
Paggio e detti.
Paggio Signor duca.
D. Giovanni Chi è là?
Paggio Sono il paggio, pronto a condurvi dalla mia signora che vi aspetta con ansietà.
D. Giovanni Psst, psst, dove sei, Coviello?
Coviello Che bolite?
D. Giovanni Manda via i musici, e tu vattene dove sai, mentre io corro a godere.
Coviello Volano me l'alliccio, e non voglio starece manco no sciato chiù, ca tremmo come a no iunco, che non me socceda quarcosa.
SCENA X.
D. Ottavio, Pulcinella.
D. Ottavio Nella densità di queste tenebre, muovo sicuro il passo, visto che il mio cuore è pieno di fermezza. Posso dire che fra poco avverrà il dolce passaggio dall'Inferno al Paradiso, visto che dopo le tenebre godrò della vista del mio bel sole. Cara D. Anna, chi guardandoti non t'ammira, chi ammirandoti non t'ama, chi amandoti non t'adora? Ah, che delle tue prerogative la mia lingua deve essere feconda oratrice! Ma taci, poiché è impossibile spiegare l'infinito, delineando l'immenso. Ma che sciocco che sono: mi perdo in chiacchere. Olà!
Pulcinella Segnò, che bolite?
D. Ottavio Fa cenno ai musici di cantare.
Pulcinella Comme volite che io faccia zinno a li musece, se non se nce vede na iota, tant'è notte sta notte!
D. Ottavio Ignorante, è necessario che vedano il cenno, se questo si fa con la voce?
Pulcinella Nè; mente è chesso, io mo nce lo dico: Usc, cantate, no nce sentite? [Si canta]
Un amante che ti adora,
Bella, esprime i rei martiri,
Deh non far che i suoi desiri
Sian fallaci, e che non mora.

D. Ottavio Nonostante il segnale, non compare nessuno per farmi entrare; forse non posso entrare, perché la casa è tutta illuminata per l'arrivo del genitore. Ti compatisco, o cara, ma spero che questo mio travaglio ti possa servire da mantice per ravvivare maggiormente verso di me il fuoco amoroso. Pulcinella?
Pulcinella Segnò?
D. Ottavio È meglio che partiamo, poiché di sicuro D. Anna è occupata da affari di non poca importanza. E non vorrei che a quest'ora e in questo luogo, m'imbattessi in qualcuno.
Pulcinella La meglio cosa che potimmo fare è chessa, a ghi a bedè che cosa nc'è a la cocina, ca se tratta ca li stentine mieie decenno pane, vanno cadenno.
D. Ottavio Or via partiamo.
Pulcinella Iammoncenne.
SCENA XI.
Commendatore, D. Giovanni.
Commendatore : [da dentro] Fermati, ladro dell'onor mio.
D. Giovanni Difenditi, se sai farlo. [Fuori]
Commendatore : Mi può mancare la forza, ma non mi manca l'ardire.
D. Giovanni Muori! [Esce]
Commendatore : Non fuggire: lasciami prima esangue al suolo, e poi parti.
Ferma, barbaro, ferma,
Torna a ferirmi,
Ché benché semivivo,
Avrò forze bastanti
D'accompagnare al fine
Con la tua morte, ancor le mie ruine.
Io negli ultimi fiati
Pure resisterò, vieni al cimento,

Che saprò vendicarmi,
Torna, barbaro, torna, eccomi alle armi.
Ma ahimè, vacilla il piede,
Manca al braccio la forza,
Non ha vigore il corpo,
Già l'anima s'affretta
Ad uscir dal mio sen, né fo vendetta.
Ah, che tinger vorrei
Nel sangue del nemico
Questa mia spada vincitrice;
Vendicato, dopo io morrei felice.

Ah, misero che sono,
Io moro, io manco, o Dio,
Vendica tu che puoi l'oltraggio mio.

SCENA XII.
D. Anna con lume, e detto morto.
D. Anna Olà, servi, accorrete! Dove sei, amato genitore; ti chiamo e non rispondi. Ma che vedo!
Infelice che io sono, e tanto miro,
E l'alma non sen fugge, e pur respiro.

Ahi, caro genitore, chi mi ti toglie, o speranza di quest'anima, chi mi t'invola? Deh, qual barbara mano a te trafisse il seno, a me misera il cuore? Qual ferro senza pietà, spezzando lo stame della tua vita, recise il filo delle mie gioie?
Misera s'io non moro a tal dolore,
O core ho di macigno, o non ho core.

Stillati in pianto, o cuore, risolviti in sospiri, anima mia; ahi sangue, che mi hai dato la vita, se una volta annaffiavi le palme al tuo regnante, oggi non produci che lugubri cipressi. Piangano gli eserciti il loro Marte, sospirino i regnanti stranieri il loro Mercurio, pianga la Spagna il suo Giove tutelare. Ma chi invito a piangere, se io stessa non so piangere le mie perdite? Segnerò questo giorno con la funesta pietra del mio continuo dolore:
Ah che il duolo nel cor non trova loco,
Se la perdita è grande, il pianto è poco.

Deh, chi potrà insegnarmi a piangere la perdita di tanto tesoro; sì, sì, sgorgate a fiumi, o lacrime dolenti; sì, sì, uscite a torrenti infuocati sospiri; sarò una Egeria trasformando questi occhi in fonti, anzi no, in un mare di lacrime; sarò un etna esalando fiamme dal seno, anzi no, un inferno di tormenti. Sù venite, correte a lacerarmi il seno, a trafiggermi il cuore, a dilaniarmi l'anima, tormenti, affanni e pene; chiudetevi in un eterno orrore, o occhi miei, giacché avete perso la vostra pupilla; vattene dal mio seno, o cuore, visto che il tuo cuore è stato ucciso da una barbara mano; sciogliti da questo velo corporeo, o anima, visto che sei rimasta senz'anima.
Ah che il duol nel mio cuor non trova loco,
Se la perdita è grande, il pianto è poco.

Morte, che fai, che aspetti, perché ora che è stata uccisa la mia vita, non mi privi delle mie spoglie mortali? Forse perché sei avvezza ad esser crudele, pensi che sia pietà il dar la morte a un'anima disperata? Cielo, perché non mi togli il respiro, giacché è morto chi me lo diede? Fortuna, perché mi serbi in vita, forse perché vuoi rendere eterni i miei tormenti?
Uccidetemi o morte, o Cielo, o fato,
Vita è la morte a un cuor che è disperato.

Astrea, se è vero che con incorrotta lance distribuisci i premi e i castighi, perché non fulmini chi m'ha tolto la vita? Fulmini, se siete i ministri dell'ira divina quando occorre atterrar la terra, perché non incenerite chi mi ha ridotto in cenere il padre? Terra, se temi che il Cielo scarichi contro di te la sua ira, perché non sprigioni dalle cupe voraggini i mostri per sbranare quel mostro che uccise un innocente? Mostri, se siete i flagelli del cielo quando vuol castigare i superbi mortali, perché non provocate le furie contro quell'empio che atterrò ogni mio contento? Furie, perché non uscite dall'inferno per tormentare uno scellerato che sacrificò, vittima innocente, al suo furore il sangue mio? Ah, le furie albergano nel mio cuore solo per tormentarmi; i mostri non offendono un mostro di fierezza; la terra bagnata con quelle stille innocenti, mi sfida con quel rossore alla morte; i fulmini, stupefatti da un delitto sì acerbo, s'arrestano; Astrea confusa non trova castigo uguale a tal misfatto.
Fra duoli così immensi
Spento è il cor, morta è l'alma, e stinti ho i sensi.

Non devo tardare a correre dal re, affinché egli sappia che è caduta la colonna fondamentale del suo impero, l'Alcide del suo regno, il fulmine dei suoi nemici, il caduceo dei suoi cittadini; è caduto il tronco che ha sostenuto in piedi la vita della mia vita. E voi, o servi, prendete il caro defunto, ché come novella Artemisia,
Alle ceneri amate io dar prometto
Lavacro il pianto mio, tomba il mio petto.
S'io trafitta non son dal mio dolore,
O core ho di macigno, o non ho core.

[I servi portano via il cadavere]
SCENA XIII.
Giorno. Reggia.
D. Ottavio, Pulcinella.
D. Ottavio Chi ha mai visto, o caro servo, una mente più confusa della mia, poiché non riesco a trovare il modo di discolparmi con la mia cara D. Anna. Essa non mi considererà più suo amante, giacché mi ha scoperto pigro nell'eseguire i suoi ordini, quando invece la caratteristica di un cuore innamorato deve essere la sollecitudine. A quale scusa mi consigli di appigliarmi?
Pulcinella V. S. vò ntennere a mme: dica ca s'è trattenuto pe cortesia ncasa de cortesciane.
D. Ottavio Balordo, questo servirebbe ad irritarla maggiormente!
Pulcinella E V. S. me perdona, s'essa è damma, deve sapé sti tratte de nuie aute cavalieri; e pe farve a bedé la veretà de lo fatto, chesta è la primma cosa ch'aggio mannato a dicere a chella che mme voglio piglià pe mogliere.
D. Ottavio Via, mi farò consigliare dal tempo. Ma dimmi, ti sei accasato?
Pulcinella Aggio fatto sto sgarrone pe mala fortuna mia, e mò appunto era venuto pe ve lo dicere.
D. Ottavio Son contento per le tue fortune, anzi ti prometto di aiutarti per tutto ciò di cui avrete bisogno.
SCENA XIV.
D. Giovanni, Coviello e detti.
D. Giovanni Ecco il duca. Coviello, cerca di non combinarne una delle tue.
Coviello Me sto zitto, poiché lo diavolo vò accosì. Fortuna, a cche mm'hai arreddutto, a forzareme de no dicere li fatte d'autre, quanno pe naturalezza non pozzo tené secrete li mieie.
D. Giovanni Signor duca, amico, eccomi a voi, non per ringraziarvi dei favori ricevuti, ma per attestarvi che di continuo ne serberò viva nella memoria l'obbligazione.
D. Ottavio Per una ragione troppo lieve mi si dichiara obbligato il mio caro D. Giovanni; per cui considero che il suo sia più un atto di adulazione che espressione d'affetto.
D. Giovanni Voi volete superarmi negli effetti e nelle parole. Tengo in considerazione più questo favore, benché leggero, da voi concessomi, che se aveste per me impegnata la vita.
D. Ottavio Posso credere che il suo intento riuscì benissimo, poiché proprio per questo, mi vi dichiarate obbligato.
D. Giovanni Sì, lo ribadisco, perché grazie a lei, se non ho soddisfatto totalmente, almeno ho appagato il mio capriccio (ché per altro poi nel mezzo ci fu anche il morto).
D. Ottavio Non so che dirvi, non voglio impegnarmi in una situazione di vantaggio, vi chiedo solo di dirmi se avete bisogno d'altro.
D. Giovanni No, vi restituisco infatti e la cappa e il cappello.
D. Ottavio Rimango intanto contento per avervi servito.
D. Giovanni Addio duca. [Esce]
D. Ottavio Addio D. Giovanni.
Coviello Schiavo, sio Pulcinella. [Esce]
Pulcinella Servitore, sio D. Coviello.
D. Ottavio Strana peripezia d'amore. Non so come interpretare il genio di D. Giovanni. Cupido, che per l'oggetto amato lega dell'amante il cuore e i sensi, com'è possibile che allo stesso tempo dia il desiderio a una persona di volere più oggetti? Ma si regoli pure a suo capriccio, l'amico, mentre io all'oggetto da me amato:
O sdegnoso che sia, o ver crudele,
Costante li sarò sempre e fedele.

SCENA XV.
Re Fernando e detti.
Re Fernando O duca Ottavio, mi fa piacere reincontrarvi qui.
D. Ottavio Son sempre dedito ai servizi di vostra maestà.
Re Fernando Preparatevi dunque oggi stesso ad offrire la mano di sposo a D. Anna: non voglio procrastinare le gioie di questa dama, ritardandole il possesso di un cavaliere sì compito; e voglio assicurare a voi la bellezza fisica, la virtù e il sapere dell'anima, che, come sapete, nella persona di D. Anna superano i livelli ordinari.
D. Ottavio Mi basta, o mio re, che da vostra maestà ella mi sia stata destinata in moglie. Solo vostra maestà ha saputo con prodiga mano dispensarmi quelle grazie, che diventano incommensurabili quando non le si misura più con l'intelletto.
Re Fernando Tutto è poco per voi, e spero di fare molto di più, se il cielo concede di mostrarmene il modo.
D. Ottavio Per la grandezza dei benefici, il colosso degli obblighi miei s'affiggerà ncancellabilmente nel mio cuore con forme mai viste prima.
Re Fernando Io so, perché vi conosco, che meritate molto di più. Ma chi è questa, o duca, che vestita di nero si dirige verso di noi?
D. Ottavio Se il dolore che le veste il volto non la rendesse diversa da se stessa, sarebbe facile, o sire, riconoscerla dal brio che la rende unica tra le donne.
SCENA XVI.
D. Anna e detti.
D. Anna Ecco davanti a voi, o sire, colei che destinata a diventare moglie del duca Ottavio, vede le faci d'Imeneo convertite in tede di morte. Ecco ai vostri piedi prostrata, o mio re, quella D. Anna che per superare la continenza dell'intrepida Romana, viene a chiedere vendetta d'un Tarquinio superbo. Ecco quella D. Anna che, per porre in chiaro chi macchinava le sue vergogne, vide tra le tenebre della morte chi la vita a lei diede. Ecco quella D. Anna che per non seguire le orme delle Cleopatre, poco cura la vita. Ecco quella D. Anna che per non vedere il suo nemico coronato di allori, fu costretta a vedere cinto di cipressi l'amato genitore. Parlo di quel genitore che accompagnò con la propria morte le mie disavventure; che, prudente più d'Enea, per salvar la sua prole, s'espose alla morte; che, come Priamo zelante, per dare ai miei giorni l'Oriente, apportò ai suoi l'Occaso; che, come un cigno, celebrò anche morendo la fama del suo valore; che, come un puro ermellino, pur di non vedere il suo onore macchiato, più velocemente volle incontrare la morte; che, come un pellicano amoroso, per salvare me, sua figlia, aprì le sue viscere. Parlo di quel genitore che, per dare ostri alla tua porpora, fece correre fiumi dell'altrui sangue ostile. Parlo di quel D. Consalvo che con i suoi sudori volle annaffiar gli allori del tuo crine. Parlo di quel commendatore che sui cadaveri dei tuoi nemici estinti, alzò gli archi dei suoi trofei. Parlo di quell'Ulloa che per gridare "Viva!" alle tue glorie, diede col suo valor fiato alle trombe. Parlo infine di colui,
Che di questo mio cor, che del tuo regno
Era l'appoggio, e l'unico conforto.

Re Fernando Dimmi, o D. Anna, svelami pure come successe. Chi fu quel temerario che ardì dichiarare guerra all'uomo più valoroso?
D. Ottavio Cieli, che cosa mai sentirò!
D. Anna Che il duca Ottavio, bersagliato dal re di Napoli, abbandonasse quella corte per venire in Castiglia, fu forza del mio destino, fu fatalità di mia stella. Che io, divenutane l'idolatra per volontà del mio cuore, l'adorassi, fu magia della sua bellezza, fu simpatia del mio affetto. Che ai vostri cenni fossi destinata in sposa dal commendatore mio padre al duca Ottavio, fu effetto della vostra grandezza, fu fortuna dei miei amori. Il duca Ottavio, o sire, mi amava al pari di se stesso, e io con uguale affetto corrispondevo al suo amore. Un giorno, egli si fa legge dei miei voleri, ed io dai suoi cenni dipendo. Mi palesa con le parole il suo fuoco, gli rivelo con le espressioni le mie fiamme. Con gli sguardi del suo affetto mi dà sicurezze, con gli occhi dell'amor mio lo rassicuro. Non dubita della mia fede, son certa della sua costanza. Allora mi prende il desiderio di inebriarmi con la sua presenza: traduco le mie fiamme su un foglio messaggero, e l'invito a venirmi a trovare di notte. Ansiosa poi l'aspetto, smorzo il lume della mia camera, in questo sale sù l'uomo a cui ho dato appuntamento. Con gli atti inizia a vezzeggiarmi, tra le braccia mi stringe, mi stimo fortunata. Ma al mio parlare egli tace, e quando gli impongo di parlarmi, egli timoroso risponde: la sua voce è diversa, io rimango stupefatta e gli chiedo chi sia, ma egli non risponde alle mie domande. Mi accorgo che non è il duca, mi accerto dell'inganno: infuriata allora m'alzo, preoccupato egli mi stringe a sé, ed io lancio le urla al cielo! Al che arriva mio padre sguainando la spada; il fellone fugge via, ed egli infuriato lo segue; odo il rumore delle armi e allo strepito accorro: vedo mio padre al suolo, lo vedo spirare, ed in pianto mi sciolgo. Dopo aver anelato vendetta, agitata arrivo qui, m'inchino ai vostri piedi e l'accaduto vi svelo. A voi dunque spetta, o giusto sire,
Vendetta far della mia fé tradita,
Mora l'infame o ch'io non resto in vita.

Re Fernando Consolati, o D. Anna; poiché è impossibile resuscitare i morti con il pianto, riserba i tuoi occhi per vedere la vendetta che del fellone saprà farne un re giustamente sdegnato. Non sarà tanto facile all'indegno nascondersi, visto che gli occhi miei son di lince nell'esercitare la giustizia. Si prepari un tumulo per depositarvi il corpo dell'Alcide delle Spagne: sudino le fronti degli artefici di questo lavoro, così come sudò la fronte del nostro Marte nelle battaglie pericolose. E affinché duri in eterno la memoria del mio affetto, così come quella delle sue virtù, voglio che il tempio dove sarà il suo sepolcro sia asilo di qualsiasi delinquente, senza eccezione. Ed intanto sia vostra cura, o duca, far pubblicare un editto nel quale sta scritto che colui che mi darà morto il traditore, riceverà quattromila scudi; se me lo darà vivo nelle mani, riceverà diecimila scudi. Vieni intanto, D. Anna, e nella perdita di tuo padre, sappi per consolarti
Che non sei sola oggi a provarne il duolo.
D. Anna Chi non piange al mio pianto
Sol di macigno ottener deve il vanto.
D. Ottavio Hai sentito, Pulcinella?
Pulcinella Aggio sentito chiù de no surdo.
SCENA XVII.
Coviello e detti.
D. Ottavio Ah, il troppo dolore non mi permette di lamentarmi. Tu intanto fa in modo di far pubblicare questo bando: che a chi farà sapere a sua maestà chi è l'uccisore del commendatore, gli saranno dati, se lo porterà vivo, diecimila scudi, se morto, quattromila. E affinché venga sbrigato il tutto, prendi, dà questa dobla a colui che con sollecitudine redigerà il bando. [Esce]
Coviello Scazza tutto chesso ncè.
Pulcinella Veramente è stato no peccato accidere chillo vecchio così saporito. Và nnevinà chi è stato. Ma pare ca lo riè l'ha pigliata pe lo filo pe lo sapere, poiché non nc'è meglio cosa a lo munno pe avere le sodisfattione toie, che iettà li denare. Ora vide chi aggio da ì trovanno accossì a la mpressa pe fa iettà sto banno? E pò sta doppia me bolle ncanna, che me pare no peccato, frate, de levaremella da mano. Meglio è che lo iettasse io, a la fine, che faccio quarch'arte sbregognata co chesto avanzo de titolo, e saraggio chiammato Ministro Reggio.
Coviello Io aggio da fa de muodo de no le fa iettà sto banno a chisto.
Pulcinella Orsù, accommenzammo: Banno;
Coviello Banno.
Pulcinella Chi è chisto che vò fa l'arte mia? lo banno ll'aggio da iettà io.
Coviello Io.
Pulcinella E puro se te avisse abbistato la doppia, chesta serve a mme.
Coviello A mme.
Pulcinella Mò si ca sgarrammo la facenna! Te nne vuò ì sì, o no?
Coviello No.
Pulcinella Che sta è ioia; e puro da cca ntuorno no nc'è nesciuno: Banno.
Coviello Banno.
Pulcinella Ora iammoncenne da sto loco, e levammo l'occasione de sciaccarene quarch'uno, poiché è proprio de n'ommo jodeziuso de sfuì le costiune. [Esce]
Coviello Addò è D. Giovanni mò, che se sentesse lo fatticiello suio. Oh, mme potesse abboscare io sti quattromila docate, e le facesse la catarozzola, se non fosse patrone de natura; bella occasione che sarria chesta d'arrecchire: abbistalo quanno dorme, e falle cadé, zuffete, la catarozzola nterra.
SCENA XVIII.
D. Giovanni, Coviello.
D. Giovanni A chi?
Coviello A chi vò male a lo patrone mio; becco cornuto, ittà lo banno pe chi ave acciso lo commendatore.
D. Giovanni E tu che farai, sarai fedele a chi ti dà il suo sangue in cibo?
Coviello Porta de nico, me nce farria addacciare.
D. Giovanni E se ti torturassero?
Coviello Fuorfece, fuorfece.
D. Giovanni Vedi, fai conto di essere un prete.
Coviello E che la vecaria magnasse uommene?
D. Giovanni Ti portano davanti al giudice.
Coviello E io tuosto.
D. Giovanni Ti fanno domande sul delitto.
Coviello E io ammafaro.
D. Giovanni Ti fanno spogliare.
Coviello E io niente.
D. Giovanni Ti alzano con la corda.
Coviello Mò sona.
D. Giovanni Ti fanno picchiare.
Coviello Mò crepa.
D. Giovanni Dì la verità, confessa.
Coviello N'aggio che dicere.
D. Giovanni Il fuoco ai piedi, presto!
Coviello E che mme fai? E io nc'abballo.
D. Giovanni Le stanghette.
Coviello E io tuosto comm'a cornuto.
D. Giovanni Ti manderanno in galera.
Coviello No mme nne piglio fastidio.
D. Giovanni [Sguaina la spada] Questa spada ti farà dire la verità.
Coviello O patrone mio, mo confesso ogne cosa.
D. Giovanni Come, resisti alle torture e ti arrendi alle armi?
Coviello Perché li tormiente li contate, ma la spata la veo!
D. Giovanni Vieni, seguimi, poltrone.
Coviello Chesta è la via de campà cchiù dell'aute.
SCENA XIX.
Bosco.
Dottore, Pulcinella, Pimpinella.
Dottore Zà che avem fatt el matrimon, amig car, avem da sta aliegr, e passar la melanconie en bal, e canzon.
Pulcinella Sio chiochiaro mio, parlame rommano pe l'alma de li vische tuoie, ca co sto parlà nfrocecato me mbroglio.
Dottore Vegni zà cara la me fiolina, toc la man a to marid; ve se l'è bel, se l'ha bona schiena.
Pimpinella Gnore tata, chi è chisto che mme volite dare, è vuorco o spireto de puorco?
Pulcinella Non te piglià schianto, bella fegliola de Chiaia mia, ca la primma razza la volimmo mannare a lo serraglio de lo Gran Duca.
Pimpinella Vh mmara mme, chisto parla?
Dottore Mo che diavol vo ti che sia mut?
Pimpinella E chisto che ha da essere?
Dottore L'ha da esser to marid.
Pimpinella Marito! e che bò dicere?
Pulcinella Vò dire caso fritto co l'uoglio.
Pimpinella E io no nne magno.
Pulcinella Provalo na vota ca nce tuorne, pe l'arma de Chiachione.
Dottore Or non più parol, dale la man.
Pimpinella Nsanetate cosa, aggio da dà la mano all'ommo; e se isso fosse maliziuso?
Dottore Eh via, che quest l'ha da esser carne e ugnia con ti.
Pimpinella Io faccio chillo che bolite, ma no mme facite mettere paura.
Pulcinella Chesto cchiù presto l'aggio da dicere io, ca poco nce vò e mme storzille.
Dottore Orsù, zà che stiam in questa villa, dove a me sò ritirà per fuzir le lid, lo stud e il praticar cu i Dutor, stem allegrament, prendi quel bordelet, e fazziam un bal.
Pimpinella Gnore, io voglio sonà lo tammorillo.
Pulcinella Fà chello che buoie cana cornuta, caccia core.
Pimpinella Sù zompammo,
Sù cantammo,
Ca Copinto mò nc'accocchia.
Bella cocchia,
Lustra, è bella,
Viva Pulcinella e Pempenella!
Pulcinella Che allegrezza,

Che dolcezza,
Strigne Amore chisto lazzo,
Ca de gusto songo pazzo,
Ch'aggio mmano sta cacciotella,
Viva Pulcinella e Pempenella!
Dottore Voi cantar,
Voi balar,
Non più libri, né più tiest,
Non più codix, o diziest,
Questa vida l'è più bela,
E viva Pulzinela e Pimpinela!

SCENA XX.
D. Giovanni, Coviello e detti.
D. Giovanni Il cielo vi rallegri, o belle genti, piova ogni bene su queste rustiche capanne. Di che si tratta?
Pulcinella De nozze, patrone mio, io me rompo lo cuollo co chesta cca.
Coviello O che fusse acciso, aggio paura che lo patrone mio non faccia rompere lo cuollo a essa.
D. Giovanni Non son venuto per interrompere i vostri divertimenti: continuate a ballare.
Dottore Zà che con la sò presienza alze vol onorar quest cavalier, seguitam el bal. [Si balla]
D. Giovanni Bella contadina, compiacetevi darmi la mano.
Pimpinella Comme vò Vossegnoria. Chisto è mmeglio de maretemo. [Ballano]
Pulcinella Patrone mio, vuie avite n'affezione de cane arraggiato a mmoglierema, no ve spassarissevo co mico?
D. Giovanni Insegnavo alla sposa il modo di ballare, essendo io maestro di ballo.
Coviello Lassale portare la battuta, ca vò essere la sciorta toia.
Pimpinella Ora via, scialammo.
Pulcinella A lo mare la tarantella,
Pimpinella Viva Pulcinella e Pimpinella!
[D. Giovanni con Pimpinella:]
D. Giovanni Evviva Pimpinella e Pulcinella!
Evviva!
Coviello E biva Pempenella!
Dottore Dove l'è andà la sposa?
Coviello E che ne sacc'io.
Pulcinella Vommeca cca moglierema, cornuto!
Coviello Falla vommecare a chi se ll'ha magnata.
Dottore Dam la me fiola.
Coviello Và trovatella.
Pulcinella Dammela, o te scanno.
Coviello Allargo canaglia. [Si pigliano a bastonate]
Pulcinella Ohimmè, sò stroppiato:
Nce voleva, cornuto e mazzeato.
Fine del secondo atto.


A T T O Terzo


SCENA I.
Bosco.
D. Giovanni, Coviello.
D. Giovanni Che te ne pare, o Coviello, della balordaggine di coloro che si fanno rubare una donna davanti agli occhi?
Coviello Che buoie che nne dica, a lo munno se ne trovano de li chiochiare; accossì mme pare cherano chille. Ma sio patrone, penza ch'aie da morire, non te fidare tanto, ca lo castigo trica, ma vene.
D. Giovanni Mi stai sempre a molestare con gli stessi racconti, o Coviello; bisogna, adesso che siamo giovani, goderci la vita e non pensare ad altro: il presente è ciò che mi diletta; all'avvenire ci penso poco o nulla.
Coviello Lo cielo sarà chillo che co lo castigo futuro ve farà abbedere de lo pensiero ch'avite sempre presente.
D. Giovanni Non badiamo ad altro per adesso, se non a rifugiarci. Quì vicino c'è un tempio: lo so perché mi è stato detto che l'hanno reso sicuro rifugio per qualsiasi delinquente, stando a quanto è uscito dalla bocca del re; potremo quindi rifugiarci lì.
Coviello È assai ch'hai sto poco de descrezione che non vuoi perdere lo cuoiero, e non voie avé no poco de pensiero de sarvà l'alma.
D. Giovanni Stai ancora brontolando a sproposito? Non farmi più sentire dalla tua bocca questi racconti, se non vuoi diventare la mira della mia ira.
A soddisfare l'appetito mio
Intento son, e sol questo desio.

Coviello Comme voglio vedere lo patrone
Vassallo a zorfariello, e a lo mammone.
SCENA II.
Dottore, Pulcinella, Pimpinella.
Dottore Vegnì zà fiola d'un bec cornù, dove set ti andà con quel zerbinot?
Pimpinella Gnore tata, no mme fa male ca te dico ogne cosa.
Dottore Ti m'hat da dir com fu tutt el negozi.
Pulcinella O cana, non t'aggio ancora pigliato, e tu me manne pe mercanzia a Cornito; te voglio smafarare.
Pimpinella Mamma! Che beoie da me? Io no nne saccio niente.
Pulcinella Priesto, dimme addove t'ha portato chillo.
Pimpinella Isso venette, e io iette, e mme trasette; io mò sò na criatura semprece, ma ve dico ca chillo è no gioveniello tanto aggarbato; m'ha pigliato pe la mano, m'ha portato a no ciardino, no ve pigliate collera ca non dico niente cchiù.
Dottore Segui, che non mi prend stizza.
Pulcinella Tiente freoma de becco cornuto; dì!
Pimpinella E accossì m'ha portato a lo ciardino, e m'ha ditto ch'era stroloco, e mme voleva annoverare la ventura; io lo crediette, s'ave cacciato l'acchiaro de longa vista, e m'ha fatto vedé le stelle.
Dottore Al penz, e di mezzo dì!
Pimpinella E pò m'ha dato ciete cose de zuccaro.
Dottore Tazi, vituperio de mi cas. Che mi ha servì aver lassà la curt, se me fiola l'è fatt curtesana intr i bosch!
Pimpinella Non ve pegliate collera, ca non dico niente a nesciuno.
Dottore Anz, mò andrò dal re a domandar zustizia.
Pulcinella Iammo, e no nce perdimmo tiempo, ca mpalazzo nce pozzo rompere chillo che bà seie rana.
SCENA III.
Tempio con statua.
D. Giovanni, Coviello.
D. Giovanni Oh! che meraviglie vedo! Quali portenti dell'arte contemplano i miei occhi! È forse qui che il rinato Fidia fa pompa delle sue fattezze con questi marmi? Statue che si guardano immobili per far capire al mondo la stupidità di chi le ammira! Ma che statua è questa, che si erge nel bel mezzo del tempio? Di sicuro posso dire che è stata fatta con un marmo più fine di quello di Paros, e che lo scalpello più illustre del mondo le ha dato la perfezione, poiché in questa statua più che in ogni altra, si può ammirare il miracolo dell'Arte. Che ne dici, Coviello?
Coviello E che buoie che dica, nuie stammo co lo cuoiero a pesone, e buoie che baa vedenno ste cose che non fanno pe nuie; vorria che già che stammo a lo sarvo, penzassevo no poco a cardare.
D. Giovanni Sei sempre stato così ghiotto. Ma vedo su questa statua l'effigie di qualcuno che mi sembra di aver conosciuto.
Coviello Sì pe lo iuorno d'oie, vuoie che te dica sio D. Giovanni, la facce de chisto pare che sia iusto propio, saie chi? lo farenaro che nce faceva credenza a Napole.
D. Giovanni Eh, quanto sei sciocco. Se non mi tradisce l'idea che ancor viva nella memoria risiede, questa mi pare la statua del commendatore Ulloa.
Coviello Vuie che te deca, hai mangiato mmerda de zingare, nce daie miezzo propio; ma che nce hanno scritto a chillo spetaffio?
D. Giovanni Leggi, Coviello.
Coviello Hoc puntus: s'io avesse saputo leggere a lo munno, sarria Dottore a lo iuorno d'oie.
D. Giovanni Leggerò io; vediamo che dice:
Di colui che mi trasse a morte ria,
Dal cielo attendo la vendetta mia.

Vecchio insensato, speri vendetta dal cielo? Prima che il cielo vendichi i tuoi torti, ci vogliono tanti altri fini marmi per immortalare il tuo nome! Speri vendetta dal cielo? or prendi questo guanto, poiché sono anzioso di duellare con te; benché fredda pietra, non tralascio l'impresa; scendi, scendi, che qui ti aspetto. Ma sciocco, che dico? come esagero! quale viltà si è impadronita di me? imperversare contro un marmo privo di sensi… Or via, in segno di pace, Coviello, invitalo a cenare con me.
Coviello Abbesogna che mmanna mo a la mpressa a Napole lo patrone mio a farlo essere descipolo de Masto Giorgio. Sta statua, vuò che benga a mangià co tico?
D. Giovanni Sì, questo voglio.
Coviello Orsù, attaccammo lo patrone dove vò l'aseno: Sio Varvaianne Vscia vò venì a magnà co nuie?
[La statua abbassa la testa]
Coviello O mamma mia! ch'ha detto sì, ha calato la capo, ave azzettato lo partito, sta preta starrà deiuna da no piezzo.
D. Giovanni Insomma, Coviello, sei sempre pronto a scherzare! Or via, vattene in città, fai in modo di cogliere qualche pettegolezzo, e portami anche della roba per la cena, poiché io già mi ritiro.
Coviello Lo cielo nce la manna bona; già che bedimmo sti prodigie - le prete se moveno - aggio paura che no nce scamazzano.
SCENA IV.
Reggia.
Pulcinella, D. Ottavio.
Pulcinella Eh sio patrone, dice buono chillo priverbio: Chi sfortonato nasce, affritto more.
D. Ottavio Che ti è successo? perché ti vedo così sbigottito?
Pulcinella Quando mme credeva mettereme a l'onore de lo munno, me veo sagliuto de grado e de titolo co deventare Signore de Foggia e Barone de forcella.
D. Ottavio Che ti è successo? come ti vedo fuori di te!
Pulcinella Ausoleiame, e sparapanza st'aurecchie: mentre stevamo pazzeianno e ballanno co la zita, se nn'è benuto lo sio D. Giovanni, non saccio si è Tenore o Soprano, e co na zeremonia de masto de abballo, co na fenta scorza ne cotteiaie moglierema, e mparannole ciette crapeiole spezzate de schena, mme fece restare co li daienette a fa compagnia a li cierve.
D. Ottavio Ah, che col racconto dei tuoi incidenti, rinnovi in me la memoria dei miei dolori.
Pulcinella Sio duca, io aggio a paura che sto cane de D. Giovanni l'aggia voluto fa a me co designo ch'avenno accomezzato da lo patrone, aggia voluto fenì co lo creiato.
D. Ottavio Taci, il troppo dolore ti fa uscire di senno: D. Giovanni è cavaliere, quindi non può cadere in simili bassezze.
Pulcinella E puro io le tocco co le mano.
D. Ottavio Zitto, che se non m'inganno, da quella parte vedo venire Coviello, servo fedele di D. Giovanni.
Pulcinella Pe lo iuorno d'oie ca isso è: ora mò sì ca voglio da chisso lo cunto de chello che m'ha fatto lo patrone suio a moglierema.
D. Ottavio Tu cerca di trattenerti, che con un bel modo io cercherò di cavare la verità dalla bocca di costui. Ritirati.
Pulcinella Mò mme ne vao, e non nce comparo pe no mese. [Esce]
SCENA V.
Coviello e detto.
Coviello Tiene mente la fortuna addove m'ave arreddutto: a servì no patrone che no mme fa avere arrecietto né notten né ghiuorno. Isso mente se n'è sciuto, "Vanne in città, procura sapere: che si dice di me", zoè fa la spia. E chesto n'è niente, ma de chiù, co na facce chiù tosta de pepierno, m'ha ditto "compra na cena" senza darme no chiallo: ora chisso è guaie…
D. Ottavio Addio, Coviello. Perché così pensieroso?
Coviello Li guaie, sio duca mio, e lo pisemo, fanno abbasciare la capo all'ommo.
D. Ottavio E che preoccupazioni sono le tue: servi un padrone come D. Giovanni, e ti dici angustiato!
Coviello Pe chesso, sa uscia che ommo scrapestato che è, e no iuorno nce iarraggio io pe sotta.
D. Ottavio D. Giovanni è un cavaliere compito, onorato e puntuale, e quel che è più, osservante dell'amicizia.
Coviello Ta, ta, nnevenata.
D. Ottavio Dico forse delle bugie?
Coviello Sio duca, ave ditto propio lo vero, poiché D. Giovanni è n'ommo tanto amico delle amice, ca se sa trasformare quase ne la perzona de ll'ammico, ma pe farele quarche burla.
D. Ottavio Eh bè, tra amici si è soliti farsi qualche scherzo.
Coviello E abburla de manera che deventano burle da chiagnere, non da ridere. Lo negozio de la sia Sabella a Napole, fuie lo patrone mio che sotto nomme vuostro se la godie. E ccà isso è stato che co la mmentione de lo cappotto se rimorchiaie a chello de la sia D. Anna, e per pagamiento l'accise lo patre; e tante e tant'aute cose ha fatto, che a contarele sarria la storia de Liombruno. E pò se la pegliava co mico ch'aveva aperta la lettera, ch'aveva fatta la mala creianza, che…
D. Ottavio Taci, chiudi quella bocca nella quale, come erario dell'Inferno, tenevi depositati i miei tormenti. Dove si trova quell'indegno, quell'infame, quel vile, dimmelo!
Coviello Chiano patrone mio bello. Sta retirato diuto a lo tempio, addove sta la statoa de lo commendatore.
D. Ottavio Và, e digli che, qualora nel suo petto non si sia spenta l'essenza della sua nascita, voglio avere la soddisfazione di vederlo cimentarsi con me da cavaliere; e digli che con un atto solo farà restare nell'oblio l'infamia delle sue azioni: colla mia morte o con la sua. E poiché dubito che ti ricorderai dell'ambasciata, resti questa registrata sulla carta del tuo volto con la penna di questa mano. [Gli dà uno schiaffo]
Coviello Per la pressa avite fatto no gruosso scacamarrone! [Esce]
D. Ottavio Ah che per tal novella
Divenuto son già tutto veleno,
Odio, rabbia, furor mi serpe in seno.

SCENA VI.
Re Fernando e detto.
Re Fernando Come è possibile che la mia grandezza si sia rimpicciolita tanto da non avere il potere di scoprire l'indegno uccisore del mio più degno vassallo? Che il malfattore sia così ingegnoso o potente da rendere vane le mie vigilanze? Non mi considererò più re, se non arrivo a scoprirlo.
D. Ottavio A che valgono i lamenti, o mio re? Il delitto è un fatto manifesto, ma il delinquente si trova al sicuro. D. Giovanni Tenorio fu l'uccisore del commendatore, fu il violatore della pudicizia di D. Anna.
Re Fernando Come siete venuto a saperlo, o duca?
D. Ottavio Lo stesso suo servo me l'ha detto inavvertitamente.
Re Fernando Ed è ancora vivo? Giuro sulla porpora che mi adorna, che non troverà distanza che lo allontani dal mio furore, né asilo che lo faccia sentire al riparo dalle mie forze, né forza che contrasti i miei voleri, né volere che si opponga alle mie vendette.
D. Ottavio Eppure senza neanche mendicare aiuti stranieri, egli vive al sicuro, sotto la vostra stessa parola.
Re Fernando E come?
D. Ottavio Vivendo nel tempio stesso dove è sepolto il commendatore, il quale tempio è stato reso immune da vostra maestà per qualsiasi delitto.
Re Fernando Che farai, infelice regnante? Vuoi vendicare la morte del commendatore senza pensare a ciò che hai decretato, o decidi di mancare all'osservanza della tua parola per vendicarti di un empio? Chi asserì che i re capiscono le cose divine, non disse il vero, poiché se così fosse, non mi vedrei ora angustiato in questo modo. Che faccio? che decisione prendere?
D. Ottavio Sire, se la mia lealtà merita di essere ammessa alla consulta d'un regnante, le dirò che, senza mancare alla sua parola, potrà dar luogo alla sua giusta vendetta. Ordini che una schiera di soldati stia sempre, celata, di guardia al tempio. Sarà impossibile che D. Giovanni rimanga sempre all'interno del tempio e dei suoi confini: appena metterà il piede fuori dalla soglia, i voleri di vostra maestà potranno esaudirsi nella sua cattura.
Re Fernando Mi avete dato un buon consiglio. Si proceda così. Sarà vostro compito, o duca, fare eseguire il piano, e ricordatevi,
Che nell'essere fiero in questi casi,
Non si deve chiamar più crudeltà:
Vendicate un'offesa maestà.

D. Ottavio Per adempiere il tuo desiderio,
Acciò il crudo, il fellon più presto pera,
Mi spoglio d'uom, mi vestirò di fera.
[Il duca esce]
SCENA VII.
Dottore, Pulcinella, Pimpinella, Re Fernando.
Dottore Ezzeiza maestà!
Pulcinella Rre mio!
Pimpinella Gnore tata nuosto!
Dottore Vegn'a quest pied per domandar zustizia d'un traditor.
Pulcinella Voglio che co le mmano toie faccie iostizia de no cornuto che m'ha arrobbato moglierema.
Pimpinella Voglio mennetta.
Re Fernando Che voci querule son queste! Chi vi ha offeso?
Dottore D. Zovan Tenorio col timon della sua volontà guidand la nave dell'onor di mia fiola, l'ha fat zunzer al port del vituperio.
Pulcinella Chisso è stato chillo male creiato che n'ha reppoliato l'accoppatura de la sporta de l'onore mio.
Pimpinella Chisso…
Re Fernando Non parlate più, ho già capito, e mi dispiace che un cuore nobile abbia sentimenti così villani. Saprò punire chi vi ha offesi, così risarcirò il vostro onore.
Dottore Come re ziust così oprarì.
Pulcinella Si nce manca lo boia, lo faccio io!
Re Fernando Andate, che è tutto compito mio. Cielo, arriva a tanto la baldanza di costui! Io saprò castigarlo,
Non mancano a punire un arrogante,
Ch'è Fetonte al fallir, strali al Tonante.

SCENA VIII.
Camera con riposto.
D. Giovanni, Coviello.
D. Giovanni Dunque il tuo ritardo è stato causato dall'incontro col duca?
Coviello Sì segnore, e de cchiù avenno saputo essere stato vostro segnore, chillo ch'ave acciso lo commennatore e s'ha goduta D. Anna. Ve manna pe mme la desfida, e acciò uomme l'avesse scordato, mme deze no buono arrecuordo.
D. Giovanni Che ricordo ti ha dato?
Coviello No schiaffo.
D. Giovanni Una guanciata al mio servo? A chi è che si dà una guanciata? Non sono D. Giovanni Tenorio se non renderò pubblica al mondo, con la lingua di questo acciaio, la morte del duca. L'animo mio che è nobile, non può sopportare le offese, e chi ha un temperamento tanto vile da sopportarle, dimostra al mondo di meritarle.
Coviello Uscia dice buono; iesce mò da cca dinto, và lo trova, e smafaralo sto presentuso, che co dareme no schiaffo è benuto a mancamentare la persona de vostro segnore.
D. Giovanni Tra i pericoli in mezzo ai quali mi ritrovo, prudenza vuole che non cammini così alla cieca. Metterei a rischio la mia vita se uscissi dal recinto di questo tempio; quindi è necessario far maturare il modo di vendicarmi. Intanto si porti da mangiare.
Coviello Già lo sapeva ca tutta la collera se l'aveva da fa passare co la robba che sta dinto a li piatte: lloco sì ca me mostrarria io porzì da valoruso senza comparazione. [Dei servi portano la tavola]
D. Giovanni Da sedere.
Coviello Una o due seggiole?
D. Giovanni Non vedi che son solo?
Coviello Nce sò io puro cca?
D. Giovanni Siamo forse camerati?
Coviello Vuie volite che ve sia cammarata a lo non dormire, pecché non potimmo essere cammarata a lo mangiare? [Comincia ad arrivare roba da mangiare]
D. Giovanni Mentre mangio, o Coviello, vorrei che tu mi raccontassi qualche vicenda curiosa che abbiamo passato, per risollevarmi dalle mie malinconie.
Coviello O sio D. Giovanni: non s'allecorda vostro signore quanno partiemo da Napole, ncoppa a chillo vasciello co tanto buon tiempo, e po se votaie lo viento, e corzemo borrasca; tanno io era nsieme co buie?
D. Giovanni Sì.
Coviello Ma mò vostro signore mangia sulo. Pò se rompette lo vasciello, comenzaiemo a natare, vuie ve stracquastevo, io v'iutaie quanto potte llà; e tanno eramo nsieme?
D. Giovanni Sì, ti ricordi?
Coviello Ma mò vostro signore mangia sulo. Lo corrivo che facistevo a la pescatrice, quanno nce ne affussaiemo, arrevaiemo cca n Castiglia, e sempre v'aggio servuto, non v'aggio lassato maie.
D. Giovanni Sì, lo so.
Coviello Ma mò vostro signore mangia sulo. O sio Do Giovanni venne vide che bella giovene è chella che passa da llà fore co chella ntorcia a biento mmano!
D. Giovanni Dov'è? da che parte? [Si alza; Coviello ruba un boccone]
Coviello Vh ha fatto cammino, si quanno lo dico vostro signore non se vota subbeto. Vide, mò torna a passare.
D. Giovanni Mi alzo per vederla: non vedo nulla.
Coviello E bà non te servì de lo ioditio. Oh sio D. Giovanni, v'aggio accaparrato na cierta guagnastra che và no zecchino lo muozo, e sta notte te la porto.
D. Giovanni Sù, si porti da sedere e da mangiare per Coviello, presto, sù che aspettate?
Coviello Ca n'aggio n'zertata una pe m'anchì sto stefano. Panza mia fatte na votte! [Portano da mangiare a Coviello che si mette a tavola] O sio patrone, abbesogna che dica ca sì lo rre dell'uommene.
D. Giovanni Mangia, Coviello. Ma ti ricordo l'osservanza della tua parola. Da bere.
Coviello Da vevere a mme puro; che d'è, stammo a le calate de lo Nilo, ca tutte sò nsordute?
D. Giovanni Servo, porta da bere.
Coviello Proie cà, ca voglio fa no bridesi io puro. [Si bussa da dentro]
D. Giovanni Coviello, va a vedere chi bussa.
Coviello E attennimmo a secà sto mafaro. [Si bussa di nuovo]
D. Giovanni Ti ho detto di andare a vedere chi bussa.
Coviello Mò uao. [Va con una torcia]
D. Giovanni Chi sarà così impertinente da venirmi a disturbare a quest'ora?
Coviello O mamma mia! [Fa una sua caduta]
D. Giovanni Che c'è adesso, forse il vino ti ha dato alla testa?
Coviello Nce vò tutta la sementella de Levante pe mme fa passà la paura; è na cosa ianca ca cammina, mio Dio!
D. Giovanni Ti dico che è il vino, e per dimostrare la tua ubriachezza, vado a vedere io affinché tu capisca che è la tua fantasia che ti fa vedere certe cose. Prendo il lume.
Coviello Và, ca vide l'agguaieto, và, ca mme nne nuommene.
SCENA IX.
La statua, D. Giovanni con lume in mano e detti.
D. Giovanni Chi sei?
La statua Sono io.
D. Giovanni Chi?
La statua Quell'onorato cavaliere che invitasti a cenare con te.
D. Giovanni Siediti, e perdonami, o commendatore, se troverai poco da mangiare, ma io mi ritrovo ad essere qui in veste di fuggitivo e d'estraneo alla campagna, e in più non credevo che una statua si muovesse per rendermi omaggio. Non è che ci trovo niente di strano o di prodigioso: conosco bene le statue di Memnone e i sassi di Pigmalione. Ma ad averlo saputo, di certo mi sarei procurato gli arazzi di Babilonia, le porpore di Tiro e i profumi di Sabba; avrei impoverito d'uccelli l'aria, di pesci il mare, di fiere le selve, tanto che alla fine ella non avrebbe avuto di che invidiare le mense di Eliogabalo e di Luccullo. Non mangi?
La statua Non ha bisogno di cibi terreni, chi si ciba di quelli celesti.
D. Giovanni Vuoi della musica?
La statua Sì.
D. Giovanni Si canti. [Musica]
Così godi fra piaceri
Lusinghiero addormentato,
Cangia voglia, muta stato,
Che son vani i tuoi pensieri.
Come, come ti scerno
Inimico del cielo, preda d'Inferno.
Che fai misero infelice?
Torna indietro, arresta il piè.
Mover guerra a te non lice
Contro il ciel, ritorna in te.
Lascia, lascia l'error, corri al tuo bene,
Il castigo del ciel tarda, ma viene.

D. Giovanni Basta, si smetta con questi canti! Questi racconti non sono per D. Giovanni, ma per chi pusillanime non ha cuore se non per intimorirsi. Coviello, fa un brindisi alla più bella donna di cui ho goduto.
Coviello Brindese a Cecea Nasca.
D. Giovanni Vuoi scherzare?
Coviello Brindese a la pescatrice.
D. Giovanni Non ci siamo.
Coviello Brindese a la sia D. Anna Ulloa. [La statua si alza, poi subito si risiede. Coviello fa una sua caduta col bicchiere in mano]
La statua D. Giovanni!
D. Giovanni Che desideri?
La statua Mi darai una parola di Cavaliere?
D. Giovanni Sì perché son Tenorio.
La statua Non ti conobbi tale in quella notte in cui, dopo avermi ferito, te ne andasti.
D. Giovanni Se lo feci, non fu per il timore del tuo valore, ma della giustizia.
La statua Mi hai invitato a cenare con te, io son venuto.
D. Giovanni Hai adempito i doveri di tua nobiltà.
La statua Ti invito a cenare con me. Verrai?
D. Giovanni Verrò.
La statua E io t'aspetto. Porta con te il tuo servo.
Coviello Non serve, ca io no voglio commensazione co le prete.
D. Giovanni Sforzati, altrimenti verrai a furia di bastonate.
Coviello Vostro signore non se scommeta pe bita soia. [La statua va per uscire, ma si volta]
D. Giovanni Sono stato scostumato, commendatore: vengo a farti luce.
La statua Non ho bisogno di luce.
D. Giovanni Perché?
La statua Perché sono in grazia di Dio. [Esce]
D. Giovanni Olà, si sparecchi.
Coviello E io sò restato deiuno. [Dei servi sparecchiano e portano via tutto]
D. Giovanni Coviello, è necessario tenere la parola data, e quindi tu verrai con me a cena dal commendatore.
Coviello Attendimmo a reposarence no poco, e pò iammo, già che lo cielo vole accossì. Pe servire sto patrone la fortuna mme deluvia le desgrazie.
Votta fortuna, votta,
Meglio sarria che mme scennesse gotta.

SCENA X.
Città.
Dottore, Pulcinella.
Dottore Cos t'è dat in test.
Pulcinella Cosa de nania; no pisemo che mme fa ì la capo vascia comme a ciervo.
Dottore Ti prend collera che sia suzzess quell'inconvenient, al non è negott.
Pulcinella E securo ca mm'è afferrata la gotta.
Dottore El matrimon l'hat da consumar.
Pulcinella Se chillo l'ha fatto torta, che buoie che consumma cchiù.
Dottore Mi ti darò più dot di quel che t'ho promess.
Pulcinella La ntrata moglierema la porta co essa, ca pare porta Capoana.
Dottore El cas li è suzzedù per azzident.
Pulcinella E appriesso all'accedente nce benuta na freve malegna.
Dottore De che cos t'hat preso colera?
Pulcinella Ca da lo sportone quanno nne lieve l'accoppatura, vi che nne resta?
Dottore Si non far conoscer la tò ventura.
Pulcinella S'avesse stommeco de struzzo, che comme chillo padea lo fierro, io padeasse le corna, farria comme decite vuie.
Dottore Ma che cos l'è quest'onor alter che esser onorà e stimà da le person del mond. E chi è più onorà d'un uom che tien bela muier? Chi le diz segnur da una part, chi lo vol portar con sie da un'alter; ogniun sel port al fianc, al port a spas. Dunque se tutti l'uomen han gusto de praticarlo, l'esser cornuto l'è l'onor, e non vituper!
Pulcinella Frate, dico lo vero, vaie tanto ngrannenno sto bello titolo de cornuto, che se no nce fosse, me nce farria pe avere ssì belle prevelegie.
Dottore Quest l'è nulla. Qual num del zielo non l'è stà cornud: Zove se feze un tor, Bac un monton, Diana una zervia; anzi nel ziel si dimostra cornuda, e ti dizi mal d'esser cornud!
Pulcinella S'è chesso… titolo commone, è miezzo gaudeio.
Dottore E poi qual macchia non si copre con l'or, quanti re han portà più le corna che la corona, e questa voz de corn vol dir alter che fortez, dunque cornud vol dir fort; el doze de Venetia per adornament port en test el corn ducal; a Zippo zeneroso romano non le nacque un corn, e che l'esser cornud l'è la più bela cosa del mond.
Pulcinella Ora via, sò cornuto e miezo: la voglio fe bè è prena; a lo manco sparagno la fatica.
Dottore Ades sì che farò stim del fatto tò.
Pulcinella Sò cornuto, pacienza:
Chi cornuto non è, non stia marfuso,
Ma lo spruoccolo metta a lo pertuso.

SCENA XI.
Camera.
D. Giovanni, Coviello.
D. Giovanni È mai possibile che ora tu non possa fare il piccolo tragitto da questa camera fino al tempio?
Coviello Sio patrone m'è scesa la polagra, e non pozzo dare no passo.
D. Giovanno Non più una parola: è necessario andare, adesso, ad adempiere la promessa fatta al commendatore.
Coviello Trovasse quarche scusa; a lo manco lo voglio trattené quanto pozzo: dimme sio D. Giovanni (raspammole addove le prode): si nce fosse na cecata che ve parerria, sarria cosa de satesfazione?
D. Giovanni In quanto cieca, l'amerei di sicuro, poiché saprei che essa è tutto amore: una volta entratole nel cuore, non avrei dubbi che s'innamori di altri, avendo lei chiuse le porte del cuore, che sono gli occhi.
Coviello E se fusse senza diente?
D. Giovanni Sarebbe una grande fortuna per me, poiché il mio cuore non avrebbe timore di essere morso.
Coviello Ora vide che belle raggiune. E se fosse sorda?
D. Giovanni Questa sarebbe sempre al centro dei miei pensieri, essendo io sicuro che non darebbe ascolto alle dichiarazioni degli altri amanti.
Coviello E a na muta le vorrissevo bene?
D. Giovanni Mi piacerebbe, poiché mi parlerebbe sempre con gli atti, anzi sono proprio questi gli oggetti più amati, visto che l'Amore vuole atti e non parole.
Coviello Comme ve portarrissevo co chi n'ha capille?
D. Giovanni Amerei la calva, considerandola il simbolo della mia fortuna: vivrei libero dalle catene amorose, ritrovandosi il mio bene privo del crine.
Coviello Nfine si fosse zoppa, e scartellata ve iarria a l'omore?
D. Giovanni Se fosse gobba, direi che è un atlante di bellezza: un cielo di grazie sugli omeri. E se fosse zoppa, penserei che mi adora se ad ogni passo mi si inchina davanti. Ma ci siamo dilungati troppo in chiacchere, andiamo ad adempiere la parola data, poiché sul gusto delle donne:
A me sol basta ch'abile ella sia
Di Cupido e di Venere al duello;
Che nella donna ogni difetto è bello.

SCENA XII.
Bosco.
Dottore, Pulcinella, Pimpinella.
Dottore Senti, car el mi zener e la mia diletta fiolina: zà tutt'el passà l'è passà, bisogn che da oz inanz ti hat da porta tutt l'obedienza dovù a to marit, e così ti consult e ti digh.
Pimpinella Eccome cca a fa tutto chello che bole lo gnore tatariello mio.
Pulcinella Eccome cca a mme puro pe termene de compremiento a nzorareme, dopo che ll'aute s'hanno pegliato li guste lloro.
Pimpinella Siente cca maretuccio mio: saccie ca pe chello che dice, io no nce corpo niente.
Pulcinella E lo saccio chesso, tu sempre si stata na fegliola semprece.
Dottore Or sù, non più zarle; l'è di bisogno che ne ritiriamo in ca a far un po' di colazion.
Pulcinella Sì bene, mò iammoncenne, ca mme pare moll'anne d'anchireme sta panza.
Pimpinella Iammoncenne,
Ca v'aggio fatto, pe dareve gusto,
Stofato e maccarune col arrusto.

SCENA XIII.
Tempio con statua. Tavola nera con serpi, e boccale nero con sangue.
D. Giovanni, Coviello.
D. Giovanni Che mensa è quella che stai preparando davanti agli occhi miei, o commendatore? È forse quella di Tieste, o quella di Procuste? Tu vuoi pascere il mio palato di serpi e di sangue!
Coviello Ora chesta sì ch'è colata che ncè data ncuollo: magna sio patrone ca sò vevanne troppo delecate.
D. Giovanni Ci sia pure da bere acqua del Lete, o sangue, o anche veleno; ci siano da mangiare serpenti, draghi, basilischi, mastini, idre, arpie, cerberi, sfingi e gorgoni; ci sia infine a questa mensa l'inferno tutto: io non temo nulla, m'ingoio ogni cosa. Mangia Coviello.
Coviello Bon prode ve faccia, io non pozzo mangià, già ca sto co lo stommaco chino, e lo miedeco m'ha ordenato la deieta.
La statua D. Giovanni.
D. Giovanni Che vuoi?
La statua Vuoi della musica?
D. Giovanni Sì.
La statua Che si canti. [Si sente un canto]
O de' campi di Stige,
Mostro il più crudo e fiero,
Che non cangi pensiero,
Che puoi bramar di più?
Cibati,

Saziati,
Godi, sù, sù.
Questa cena che a te avanti
Qui l'Inferno ha preparato,
E l'altrui sangue svenato,
Misto sol d'amari pianti.
Che puoi bramar di più?
Cibati,
Saziati,

Godi, sù, sù.
Godi, e di chi mi trasse a morte ria,
Vuol fare il ciel già la vendetta mia.

D. Giovanni Che frottole sono, queste che mi fai intonare nell'orecchio? O commendatore, l'animo d'un nobile non si atterrisce davanti ad una vana fantasia.
Coviello E bì che zarria, no nce vò credere proprio, e lo bede co l'uocchie suoie.
La statua D. Giovanni.
D. Giovanni Ma che vuoi?
La statua Dammi la mano.
D. Giovanni Eccola. Ahimé, lasciami! che dolore che sento!
La statua Pentiti, o D. Giovanni.
D. Giovanni Ti dico di lasciarmi! Pentirmi di che cosa? ma che vuoi da me?
La statua Pentiti, dico.
D. Giovanni Il cuore e l'animo di D. Giovanni non sono soggetti ai pentimenti. Io voglio solo che mi lasci!
Che tormento sto soffrendo, e che dolore.
La statua Vattene,
Che chi qual vive, al fin tal muore.
[La statua vola via, D. Giovanni precipita]
Coviello Fuie, povero Coviello, ca lo sio D. Giovanni fatt'ha na bella botta,
Se l'è mancaso lo terreno sotta.
SCENA XIV.
Reggia.
Re Fernando, D. Ottavio.
Re Fernando Dunque alla fine risulteranno vane le mie vigilanze? resterà schernita la maestà offesa d'un regnante? Ah, ho questo pensiero tanto fisso nella mente, che se non riesco a vendicarmi, o duca, di certo ne morirò disperato.
D. Ottavio Sire, assicuro vostra maestà che si sta facendo di tutto per appagare il suo intento: le guardie non si allontanano nemmeno di un passo dal luogo in cui le ho destinate; ma il delinquente non si discosta per niente dal recinto del tempio.
Re Fernando Ecco un re confuso.
D. Ottavio Ecco un cavaliere invendicato.
Re Fernando Fortuna, come mi riduci?
D. Ottavio Sorte, come mi abbandoni?
Re Fernando Provo questo sentimento e non vengo meno?
D. Ottavio Soffro questo sentimento e non esalo l'anima?
Re Fernando Non ho abbastanza forza per punire un delitto enorme?
D. Ottavio Non ho la spada giusta per recidere il filo della vita di colui che mi ha privato degli amori miei?
Re Fernando Sì, si manchi alla parola, purché venga soddisfatto il mio genio.
D. Ottavio Sì, voglio mettere a repentaglio la mia vita, per vendicarmi di un empio.
Re Fernando Che dite, o duca?
D. Ottavio Che state decidendo, o mio re?
Re Fernando Voglio che mora l'empio
Dentro l'istesso tempio.
D. Ottavio Vò esporre alle ferite il petto ignudo,
Accioché mora D. Giovanni il crudo.
SCENA XV.
Coviello e detti.
Coviello Non serve che ve pigliate fastidio, pocca lo cielo ha fatto le bennette de tutte, co fare morire D. Giovanni de la cchiù brutta morte che nce sia tra tutte le morte.
Re Fernando Chi sei per dire queste cose?
D. Ottavio Questo, o mio re, è il servo di D. Giovanni.
Re Fernando Dunque l'indegno è morto, e la sorte mi priva del contento di vederlo morire per mano d'un carnefice come meritava?
Coviello Lo cielo accosì ha boluto.
Re Fernando Raccontami come morì.
Coviello Ora sentite na cosa che ve farrà stordire. Nui nce sarvaiemo pe non ghi presone, dinto a lo tempio dove steva lo tummolo, o quatra de lo commendatore. Lo patrone mio commetaie la statua che fosse iuta a magnà co isso, essa azzettaie lo partito, e benne; e dapò che fuie stata no piezzo mente isso mangiaie, le venne godio de se ne ire, e commetaie lo sio D. Giovanni che fosse iuto a magnà co essa. Subeto D. Giovanni ieze, e pe commanno de la statoa portaie a mme puro. Fece trovare na tavola tutta negra, co cierto magnare muto delecato. Pò le cercaie che l'avesse data la mano, e pegliatala le disse tré bote che se fosse pentuto, e isso fece aurecchie de mercante. All'utemo, non ne volenno fa niente, s'aprie la terra addove steva D. Giovanni, e se l'anglottie, e la statoa se ne volaie ncielo. Io cerco perduono a vostra maestà e a lo sio duca si avesse fatto quacche male servizio, mentre aggio servuto lo sio D. Giovanni: ma non però a chello che ha fatto isso io non nce corpo a niente, e lo cielo lo sa s'io ll'aggio sempe avertuto co quacche consurta.
D. Ottavio Non devi chiederci scusa, o Coviello, poiché sappiamo bene che tu non hai acconsentito, se non per forza, al volere del tuo padrone; e da oggi in poi rimarrai al mio servizio.
Coviello E io ve nne resto obreco de la vita.
Re Fernando Ravvedetevi, o mortali, degli sbagli, se non volete che il cielo punisca con pene eterne i vostri delitti:
La giustizia del cielo
Se dal vostro peccar via più s'accende,
Se a voi, che tardi par, più fiera scende.

SCENA XVI.
Inferno. Anima di D. Giovanni.
Ove sono, ove caddi?
Ahi dove mi sbalzò la colpa mia?
Che orrori son questi?
Che puzza, ohimé, che foco,
Che tormenti, che pene,
Che crucci, che languori,
Che affanni, che martiri,
Che duolo atroce e rio,
Ove lasso mi danna il fallo mio?
Che basilischi s'offrono a miei lumi?
Che sibili, che urli odo, ahi dolente?
Che assenzi, che cicute assaggio, ahi lasso?
Che puzza, che fetor soffro, infelice?
Che rasoi, che catene
Mi tormentano il senso?
Ahi che pena, ahi che cruccio, ahi duolo immenso!
Per un cieco desio
Son nell'Inferno, e ho perduto Iddio.
Or conosco, infelice,
Che sia l'alma, che Inferno,
Che Cielo, che la morte;
L'alma, che il gran Fattore
Per lo Cielo creò, io l'ho perduta!
Io, io fui del mio mal sola cagione;
E per mio maggior danno,
Non mi condanna il Cielo, io mio condanno.
Io che l'alma spregiai,
Io che seguii del senso rio gli impulsi;
Io che spregiai le leggi,
Che il cielo non prezzai,
Sol per seguire un appetito rio,
Son nell'Inferno, e ho perduto Iddio.
Con due stille di pianto
Potea comprarmi il cielo;
Per un breve diletto
Mi guadagnai l'Inferno.
Tesifone, Megera,
Dai, sù, che fate?
Vostro furor sopra di me sfogate.
Arpie, Idre,
Sù, squarciatemi il cuore,
Riducetemi in nulla,
Fate che tra le pene io resti spento,
Accrescete tormenti al mio tormento.
Arrotate i rasoi,
Stizzate gli avvoltoi,
Vengano le pantere,
Corrano le chimere,
M'uccidano le pene,
Se perduto ho per sempre il sommo Bene.
Sì, sì, sol per seguire
Il van capriccio mio,
Son nell'Inferno, e ho perduto Iddio.
Sete, fame, dolore,
Rabbia, sdegno, rancore,
Crucci, affanni, tormenti,
Strazi, fatiche e stenti,
Pianti, angosce e martiri,
Morte, angustie e sospiri,
Terror, tema, amarezza,
Gelo, guerra, tristezza,
Ferri, ruote, catene,
Aculei, orrori e pene,
Crudeltà, furie e foco,
Ah, che farebber poco
Alla mia grave colpa.
Non piango ciò che soffro,
Piango quel ch'ho perduto;
Mentre, folle ch'io fui,
Mentre il male abbracciai,
Il ben posi in oblio,
Son nell'Inferno, e ho perduto Iddio.
Voi crudeli ministri,
Che le perdite vostre in me sfogate,
Rispondete al mio duolo:
Questi tormenti e pene,
Questo cruccio e affanno,
Forse un dì finiranno? No.
Sii maledetto tu, ch'il proferisti,
Maledetto colui che l'ha ordinato,
Maledetto quel dì che tanto errai
Poiché il mio duol non finirà giammai. Mai.
Ahi, sentenza crudele,
Che quanto è giusta più, più assai m'offende
Poiché la pena mia fatta è infinita.
Maledico colui che mi diè vita;
Sia maledetto il Cielo e gli elementi,
Causa dei miei tormenti. Menti.
Mento, è vero, io sol colpo,
Dunque me stesso maledire io voglio,
E voi seguite, Furie, a tormentarmi,
Che dar non mi potrà duolo maggiore
Vostra fierezza ria, del proprio errore.
Il conoscer la colpa
È il mio maggior affanno,
Non m'affligge l'Inferno, io mi condanno,
Il mio rimorso interno
Fa ch'ad un tempo sia l'alma e l'Inferno.
Sì, sì, per soddisfare
Un cieco e van desio,
L'alma ho perduta, e ho perduto Iddio.
Non mi consola, no, l'aver compagni,
Che in questo acerbo duolo
Vorrei l'Empiro maledire io solo.
Sia maledetto dunque
Chi fu di me più cieco.
L'invidia mi consuma,
Che con voglia empia e cruda,
Io non commisi error peggio di Giuda.
Sì, sì, di nuovo al mondo
Bramerei ritornare,
Per sfogare l'ira mia sol col peccare.
Perché non mi è concesso,
Or che in termine sono,
Raddoppiare i misfatti
Che già commisi in vita,
Sono più disperato
Di non poter peccare, ch'esser dannato.
Ah, che potessi solo
In questo regno dispietato e rio
Offender sempre il già perduto Iddio.
Moltiplicate ognor flagelli e scempi,
Demoni dispietati,
Apprestate con sassi e ferri e ruote,
E piombi liquefatti,
Pece, solfi e bitumi:
Con un minimo diletto
Centuplicato il mio tormento aspetto.
Deve aver mille pene
Quell'alma che dicea
Che anima non vi fusse;
Deve struggersi ognor nel tetro ardore,
Chi segui volle un dispietato amore.
E deve esser esposto
Agli augello rapaci,
Alla sete, alla fame, al freddo, al gelo,
Un cieco, un rio, ch'ha disprezzato il Cielo.
Conducono a tal fine
Pensieri sensuali,
Apprendete virtù quindi, o Mortali.

FINE DELL'OPERA.