La neutralità degli spiriti 2016
di Domenico Gnoli

Nota Il testo apparve sul settimanale “Italia Nostra”, il 24 gennaio 1915. Fu ripubblicato sotto forma di  opuscolo nella collezione “La Guerra e l’Italia” diretta da Domenico Gnoli, Pietro Silvio Rivetta e Adriano Tilgher, n. 2 (4 marzo 1915). Sembra che questo sia l’ultimo scritto pubblicato in vita da Gnoli. Un testo, per alcuni aspetti, lungimirante. La “Confederazione d’Europa” non si realizzerà; ma dopo la Seconda Guerra mondiale si realizzerà l'Unione Europea, all'interno della quale i Paesi aderenti compongono in sede politica le loro divergenze.

I
Di là della guerra
Gli Stati Uniti d’Europa

È permesso nell’ora tragica, nell’orrendo sviluppo di guerre che “tingono il mondo di sanguigno”, levarsi per un momento sulle passioni e sulle ragioni più o meno immediate della mostruosa catastrofe, per osservarla dal sereno punto di vista della civiltà umana e nel presagio dell’avvenire?
Fra tanto urto di guerre, la lotta mortale tra Francia e Germania appassiona più vivamente gli animi pressi di noi, parteggiando i più per la prima, la minor parte, e solo nella classe intellettuale, per la seconda. Ma negli uni e negli altri importa che la passione politica non travolga il giudizio imparziale sui popoli combattenti.
La Germania, specialmente per l’ostacolo della lingua che rudemente ci divide da essa, è poco conosciuta in Italia, o, peggio, la si conosce traverso le notizie e i giudizi naturalmente passionali degli scrittori di Francia. Per chi la conosca direttamente, e possono dirlo non pochi italiani, particolarmente uomini di scienza, e que’ nostri giovani che han frequentato e frequentano le loro grandi Università, essa è generalmente oggetto non solo d’ammirazione, ma anche, purché non ci si fermi alla superficie della nordica rigidità, di simpatia per le loro sode qualità private e domestiche.
La Germania è viva e vigorosa nella disciplina dell’intelletto, della coscienza, della vita, di cui han fatto leva potente d’ogni progresso, di civile educazione e di relativo benessere anche nelle classi più umili. Dopo esser discesi, palombari dell’intelligenza, nelle più inaccesse profondità dello spirito e della natura, dopo aver penetrato e tradotto le armonie dell’universo in sapienza di accordi divini, dopo aver chiesto alla scienza la vittoria delle armi, essi fecero stupire il mondo quando a un tratto, applicando il loro spirito di disciplina alla vita pratica, rivelarono attitudini non sospettate, gettandosi a rivaleggiare colle più antiche e potenti nazioni nelle industrie e nei commerci, sulle terre e sui mari. Nell’avversione alla Germania, quale si manifesta più o meno in ogni Paese d’Europa, è da confessare senza ipocrisie che entra per molta parte un sentimento d’invidia e di gelosia verso questi superbi conquistatori in ogni campo dell’umana attività.
Né si deve da noi italiani dimenticare quanto dobbiamo alla Germania nella restaurazione della scienza, né possiamo ignorare che nessun popolo al mondo ha mai rivolto la sua attenzione all’Italia, studiandone la storia, l’arte, la vita, dalle più remota antichità ai nostri giorni, come il tedesco. Basti accennare alla storia di Roma, da Niebhur (1) al Mommsen (2), dal Papencordt (3) al Gregorovius (4), dal Reumont (5) al Pastor (6). Né l’Italia contemporanea è conosciuta e apprezzata al suo giusto valore presso alcun popolo, come fra le classi colte della Germania.
Di fronte ad essa la Francia; la grande Francia che da secoli molti esercitava sul continente, più morale che militare, una supremazia incontestata: c’è Parigi, colla sua genialità inesauribile perpetua irradiatrice di vita, centro irresistibile d’attrazione, usa colla voce de’ suoi grandi scrittori, a costringere il mondo a pensare col suo cervello, a palpitare col suo cuore. E per noi italiani, pur fra dissensi, c’è comunanza di razza, intrecci di storia, affinità di lingua e di cultura, e, infine, il ricordo imperituro degli eserciti che confusero il loro sangue col nostro per la liberazione d’Italia.
No, non dobbiamo, non possiamo, patteggiare contro l’uno o l’altro de’ due grandi popoli, ma far voti che né l’uno né l’altro esca dall’immane lotta così fiaccato da doverne indietreggiare la civiltà umana. Orrido spettacolo quello a cui il mondo assiste! Angoscioso non solo per l’offesa crudele al sentimento d’umanità, ma anche perché la civiltà, sotto due forme diverse, sembra combattere e infierire contro sé stessa. Sembra, ma in realtà non dalla civiltà, ma dalle manchevolezze di essa ne’ due grandi popoli ha ragione la lotta. Da un lato, è il difetto del sentimento di disciplina, della coordinazione e subordinazione dell’individuo alla cosa pubblica, che è il cemento della vita sociale, senza cui si disorganizza e si sgretola; e dall’altro, fomentata dai successi mirabili e inasprita dall’alto, l’esclusività orgogliosa di razza, che dissecca le fonti della simpatia umana. Né due popoli due grandi espressioni di civiltà, ma, ciascuna per un suo verso, parziale e manchevole.
Da ogni parte di dice e si sente che la presente guerra europea dev’essere condotta fino al punto da eliminare per lungo tempo il pericolo di nuove guerre. Che servirebbero, infatti, tante stragi e tante rovine se si dovesse fra qualche anno ricominciare da capo, in una perpetua alternativa di vincite e di rivincite? Questo sentimento già radicato negli animi, diverrà certamente più acuto e universale al cessar della guerra, per la stanchezza che sempre succede ai grandi e febbrili rivolgimenti, per l’aspro bruciore della patite sofferenze nel vincitore e nel vinto. Ma come eliminare il pericolo? Coll’egemonia militare d’un popolo sugli altri? Ma questa, se è possibile quando ci sia diseguaglianza di civiltà, nell’Europa presente vorrebbe dire uno stato continuo di ribellioni e di repressioni, la guerra in permanenza. Che resta dunque fuorché l’unione dei popoli?
Già altra volta, ben prima della guerra, ebbi a esporre, su questo giornale, la mia opinione che l’Europa, probabilmente traverso una guerra europea, si avviasse alla confederazione degli Stati Uniti; confederazione che non vorrebbe ancor dire pace universale, perché, mentre ci accapigliamo tra noi, troppo si dimentica che c’è altro mondo a oriente e ad occidente d’Europa. Dal dissolvimento sociale del più alto medioevo, la storia d’Europa ha seguito una linea costante di passaggio da collettività minori a maggiori; dall’individuo, dalla famiglia, dal parentado, dal Comune al piccolo Stato, che si è venuto di mano in mano allargando nei grandi Stati moderni, come al cadere d’un sasso nell’acqua l’ondulato allargarsi di cerchi concentrici; e già l’aggruppamento di grandi Stati, e i Congressi europei, e gli accordi internazionali su interessi divenuti comuni, accennano al maturarsi di collettività più ampia.
Può parere un assurdo nell’ora tremenda della carneficina, ma la storia non conosce odî implacabili. I Comuni e le Repubbliche d’Italia che s’odiarono e combatterono a morte, non sono oggi affratellate nell’unità della Nazione? Un giorno erano patria Firenze, Venezia, Genova, oggi è patria l’Italia. Né mancano esempi recenti di riconciliazione dopo duelli ad ultimo sangue. Le grandi crisi, più che la carta geografica, modificano l’anima dei popoli, come alla volta d’una via, aprono a visuali e orizzonti nuovi, suscitano nuove correnti di sentimenti e d’idee, si risolvono in componimenti fino a jeri incredibili. Leggo ora che uno scrittore pensoso e penetrativo e una nobile anima, il Maeterlink (7), preveda anche lui la formazione degli Stati Uniti d’Europa al cessar della guerra. Certo non subito; ma nel sangue dei due popoli che scorre e si mesce sui campi di battaglia, ne’ cadaveri ammonticchiati e confusi sotto la stessa terra qualche altra cosa si confonde e si compenetra per comporre sulle grandi ma incomplete civiltà dei due popoli la civiltà europea. Che questa visione, nell’ora angosciosa, albeggi la sua pura luce sui vasti laghi di sangue!
Nell’ore solenne in cui un’èra si chiude e s’aprono le porte d’un’èra nuova, alla nostra Italia “dalle molte vite”, se saprà mantenersi italiana, e non accordarsi alle passioni e agl’interessi particolari d’alcun altro popolo, è riservato, a pro della civiltà, un grande e nobile ufficio.

Nota Segue il capitolo II, di argomento storico, “Le origini della Triplice Alleanza”. Viene poi il capitolo III “Una bandiera sola”, in cui si ricordano i due nipoti di Garibaldi, volontari per la Franca, caduti nel bosco di Argonne. Il capitolo IV è preceduto da un pensiero di Mazzini.

IV
La neutralità degli spiriti

A parte la politica, è opera altamente patriottica il procurare di staccare gli spiriti italiani dalla soggezione francese.
Nessuno vuol disconoscere le alte benemerenze della Francia verso la civiltà; e non essa bisogna combattere, ma la debole servilità italiana. Il nostro più celebrato poeta passa dalla provincia alla capitale, scrive in francese e manda le traduzioni in Italia. Vero è, che fa sperare alla patria una sua visita, e i patrioti apprestano già le corone pel poeta italiano ribattezzato al battistero di Nostre Dame. Intanto, giovani animosi vano combattere e a morire fuori della patria, e il nostro pubblico pare intenerito al pensiero che la Francia li abbia accolti sotto la sua bandiera. La nostra stampa è, in gran parte, eco dei giornali parigini. Come le nostre donne aspettano ansiose da Parigi l’ultimo figurino della moda i nostri giovani poeti e artisti stanno orecchiando per cogliere la parola dell’ultimo impressionismo, dell’ultimo cubismo, dell’ultimo “ismo” sbocciato da un cenacolo parigino.
E tutto è così.
La massoneria italiana aspetta gli ordini da Parigi; il socialismo si atteggia secondo le movenze parigine; spunta a Parigi il Nazionalismo, ed eccotelo in Italia. La Francia snazionalizzava violentemente Nizza? Silenzio! Piantava di fronte alla Sicilia i cannoni di Biserta (8)? Silenzio! Garibaldi e Mazzini levarono la voce per la Corsica italiana? Zitti, che potrebbero sentire a Parigi! Ma siamo l’Italia, o Le Département d’Italie?
Bisogna unirci a raddrizzar questa pianta piegata violentemente verso la Senna. C’è che teme, o finge di temere, che drizzata da quella parte, vada a ripiegarsi verso la Sprèa (9). Ma no: deve star diritta! Né da quella parte né da questa. Ché, del resto, da questa non c’è da temere sul serio. Il pericolo deriva da certe facili affinità tra i due popoli, senza por mente che la Francia ha svolto propri germi, s’è imposta all’Europa con una personalità sua propria, sostanzialmente distinta dalla nostra. Ma la Germania è una razza diversa che colla nostra non potrà mai fondersi. Non mai un poeta italiano ci manderà da Berlino tradotti i suoi versi, né baldi giovani cadranno avvolti dalla bandiera imperiale. Sono come due sessi: potranno odiarsi, amarsi, aiutarsi o respingersi a vicenda, ma rimanendo quel che sono. Un’Italia germanizzata è così assurda come una Germania italianizzata. Che se qualche malaccorto individuo lo tenti, la natura stessa dei due popoli è pronta a reagire.
Non dunque verso la Senna o la Sprea, ma sul Tevere, colle radici fitte nel Palatino, e la punta diritta al cielo. Non già per rinchiuderci dispettosamente nel nostro guscio, che è orgoglio infecondo; ma guardar fuori con perfetta neutralità di spirito, con serenità di giudizio, partecipare alla vita internazionale, ma per farne tesoro a fertilizzare il nostro terreno, a fecondare i germi della italianità.
Perché questo importa: credere e sentire che ciascun popolo debba concorrere a pro dell’umanità senza confondersi con altri, ma con quella personalità distinta che ragioni etniche, geografiche e storiche le hanno impressa.


Domenico Gnoli

(Ricerca e trascrizione di Fausta Samaritani)

14 aprile 2016

Per piacere, rispettate il mio lavoro e non copiate

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

(1) Nieebhur

(2) Mommsen

(3) Papencordt

(4) Gregorovius

(5) Reumont

(6) Pastor

(7) Maeterlink

(8) Biserta, città tunisina, in posizione idonea per controllare il Canale di Sicilia. Nel 1889 i francesi vi costruirono un porto militare.

(9) Sprèa, fiume tedesco che nasce nell’Alta Sassonia e bagna Berlino.