Jacovella di Domenico Gnoli 2016

Jacovella era una giovane suonatrice di liuto, sepolta nella chiesa romana di Santa Maria della Pace. Sulla Nuova Antologia (1 marzo 1896, pp. 159-81) era apparso il racconto di Domenico Gnoli: Filarco ovvero delle chiese di Roma  - un vademecum per chi va in cerca di antiche chiese romane - che contiene questo passo: E ben ricordo un amico mio al quale, nelle sue ricerche erudite, eran capitate sott’occhio tante minute notizie sopra una tal Jacovella, o Giacomella, che suonava il liuto sul cadere del secolo decimo quinto, cioè a dire non men che trecento anni da questa età nostra, e abitava una bella casetta che ancora è in piedi, là in que’ viottoli dietro la chiesa della Pace, che egli la conosceva così appunto come se fossero insieme cresciuti. Gnoli riprese la storia - non si sa bene se vera o verosimile - e realizzò un opuscolo di poesie, dal titolo Jacovella, che pubblicò nel 1905 sotto lo pseudonimo di Giulio Orsini. Per introdurre Jacovella riprese il testo di Filarco, modificandolo e integrandolo.

Jacovella

I

Jacovella, Jacovella,
vieni fuor
dalla tua sepoltura:
l’ombra ammanta la fonda cappella,
e la chiesa è vuota e oscura.
Sola su d’una panca,
ravvolta come una balla,
sta una vecchietta bianca
che mesce singhiozzi e preghiere.
Non temere: è una stanca
della vita, e non vede
non ode che il suo dolore;
è una naufraga spaurita
che a una tavola s’aggrappa
natante fuor della vita,
e vede un’alba spuntare,
un’alba alfine di pace,
dietro all’altare.

Jacovella, è vespro e siamo
soli: vieni a sedermiti allato
qui sul balaustrato.
Vuoi saper chi son io che ti chiamo?
Fuggiva una barca in un lume
di sogno tra i pioppi del fiume,
fuggiva! Isterilita
sotto un cielo desolato
s’era fatta la mia vita,
il mio sangue era gelato.
Mi guardai come stupido intorno:
non il sole ma il dolore
distinguea l’ore del giorno.
Era freddo, era freddo! Nel core
cadde dai rami il fiore,
le foglie caddero: brulla
restò la vita e gli stecchi
ignudi succhiarono il nulla.
Come in un mantello nero
m’avvolsi nel mio pensiero;
buttai la gloria in un canto
come un cencio, e per mano
presi l’anima mia:
— Andiamo via! andiamo via! —

Jacovella, un giorno io lessi,
sfogliando una carta ingiallita,
ch’eri bella ed infelice,
che rapida fu la tua vita;
che solevi dolcemente
cantar su la viola
da intenerir la gente.
La tua fine immatura
sparse intorno un silenzio
desolato: il canto scese
nella tua sepoltura.
— La suonatrice di viola
di cui parlano le carte,
dissi, sta là sola sola! —
E son venuto a trovar te.

Jacovella, assai cammino
lungo i secoli morti compiei
solitario pellegrino
per venire fin qui dove sei.
Ho percorso gli ambulacri
del tempo; un porticato
lungo di quattrocento
archi. Ero io solo vivo
e non altro che il suono
de' miei passi sentivo.
Quattrocento anni son corsi
da quel dì che tu giacevi
fredda sul letticciolo
e ti portarono via!
Io son venuto qua solo,
solo dall'età mia.
1l tempo, che è il tempo? a noi,
clessidre viventi, il sangue
entro a le vene scorrente
distingue il prima ed il poi.
S’arresta il sangue? è finito
il tempo : l’ora presente
empie di sé l’infinito.
Tu giaci da quattro interi
secoli, e non sei così morta
come i morti di ieri?

Jacovella, siamo soli
tra due mondi. Nel cieco barlume
de’ silenzi solitari
dormiveglia il pigro lume
delle lampade accese agli altari.
Fra le pieghe dell’ombra
sporgono i monumenti
co' marmorei defunti
bianchi, invano chiedenti
un ricordo alle genti
che passano. La parete
sale, si curva, s’affonda
nell’oscura quiete.
Jacovella, che tesoro
d’arti, di marmi, d’oro,
quanto lavoro, quante orme,
quanto sogno di vita
qui nella tua casa dorme!
Senti un confuso rumore
di carri, senti un vocìo
di fuori? E’ il tempo mio.
E’ la vita che ondeggia alle porte,
è il sogno che spumeggia
intorno alla morte.

Jacovella, tu sei morta,
da gran tempo sei morta, ed io vivo.
Vivi o morti a noi che importa?
Fino a te lungo i secoli arrivo.
Jacovella, una proposta
voglio farti: a me t’accosta.
Dammi la mano; vogliamo
amarci, Jacovella?
Anch’io nella procella
sono un naufrago, e cerco,
una tavola anch’io.
Amarci noi soli, fuori
del tuo tempo e del mio,
come in un’isoletta
sperduta, negli oceani
lontani lontani,
legare in un amore forte
la vita e la morte?

Jacovella, a me confida
le tue lacrime. E’ vero che eri
infelice, e nell’ore del pianto
mitigava i tuoi pensieri
la dolcezza del tuo canto?
Hai sofferto i duri stenti
della miseria o l’ira
di villani parenti,
o il tarlo roditore
di lento morbo? o provato
hai la viltà del bacio
che non vuol dir amore?
E cantavi, cantavi
come canta l’usignolo
tra i rami ascoso e solo?
Oh, tu le false ignoravi
febbri dell’arte ! Anch’io canto,
e anch'io solo ho sentita
la febbre della vita.

Jacovella, negli occasi
solitari, verrò, se tu vuoi,
a trovarti e ascoltare i tuoi casi,
verrò teco ne’ tempi tuoi.
Vuoi tu venire ne’ miei?
Oh, vedrai che meraviglie,
che splendore di trofei!
Abbiam messo le briglie
alla natura, e ci porta,
domato destriero, sui ponti,
sull’acque, nel grembo dei monti.
Gli spazi fuggono. Il vento?
E' lento. La nostra parola
fascia la terra. L’abbiamo
in pugno, né forza più serra
gl’impeti dell’umana prole,
che alle nuvole ha rapito
le folgori e i raggi al sole.
Noi siamo i possenti! Solo,
innanzi al trionfatore
superbo, distese al volo
le grandi ali bianche,
fugge la pace del core;
e dietro, enorme sparviere,
batte ridendo la morte
le grandi ali nere.

Jacovella, la casetta
di tua madre, che fu tua dimora,
nella via lurida e stretta
presso il ponte, è in piedi ancora.
Io ci passo ogni mattina.
Vidi ieri sotto l’arco
della piccola fenestra
affacciata una bambina.
— Bimba mia, come sei bella !
Quanti baci ti darebbe
se ci fosse Jacovella ! —
Nel cortile, la colonna
regge ancora i due archi
della loggia. Stendeva una donna
festoni di panni e cantava.
Un’altra disse : — Che vuole,
che cerca quel signore? —
E io te sola cercavo,
te, mio povero amore!

Jacovella, sono entrato
a veder la tua piccola stanza:
un odore di bucato
diffondeva una mesta fragranza
ne’ silenzi del passato.
In un lato c'era il letto,
alla fenestra un vasetto
di garofani fioriti:
ho spiato in ogni canto,
ho cercato la viola,
la sorella del tuo canto.
M’affaccio al davanzale:
— Donna, chi vien di lontano?
È Raffaello d’Urbino
che move al Vaticano?
Donna, chi è che sale,
cantando per le scale?
Quel lumicino, donna,
arde da secoli? Sai
chi l’ha acceso quel lumicino
avanti alla Madonna? —

Jacovella, quella carta
l'ho bruciata. Non una parola
che ragioni di te: voglio io solo
amare te sola.
Nessun mai fuori che io
dee saper che il tuo piede
sfiorò la terra. Mia,
unicamente mia!
Né avrai tu pure, o amica,
ragion di gelosia.
Ho sciolto l’ancora, e veleggio
lontano dalle rive
della gente che vive.
Te, te, mia morta antica,
velata nell'ombra pudica
de’ secoli, nell’austero
silenzio del mistero!
Che guardi? l’oleandro
che mi pende all’occhiello?
No, Jacovella, tiello.
Nell’ultimo raggio solare
me lo donò una bruna
sull’orlo del mare.
Portalo con te nella fossa,
nascondilo sotto l’ossa.

Jacovella, sanno i morti
sul vol delle nuvole ai porti
vogare dei globi lontani
sparsi per gli oceàni
dell’etere? dagli sciami
de’ lucidi mondi i richiami
senti della vita universa?
Sai tu se al palpito dell'onda
marina, al palpito del core
umano dagli astri risponda
un palpito d’amore?
Dall’ombra che avvolge gli altari
della tua chiesa non puoi
sollevarmi in un forte
volo dietro i velari
squallidi della morte?

Jacovella, muta e sola
è la chiesa e il giorno muore:
fammi udir sulla viola
la canzone dell’amore.
È nell'ombra il desiderio
del tuo canto, sotto gli archi
de’ secoli è il silenzio
che aspetta l’armonia,
misterioso un brivido
ne precorre la via,
e nell’orecchio vigila
tutta l'anima mia.
Oh profonda ora smarrita
di due mondi in su le porte!
Oh canzone della vita
sulle labbra dalla morte!

II

Sì, poeta, ti voglio amare.
Hai fatto sì lungo cammino
per venirmi a trovare!
Hai visitato la stanza
dove sola sola
cantavo sulla viola!
Ho perduto la chioma ondosa,
la blanda pupilla ho perduto
e la guancia di rosa:
sono morta, e tu sei venuto!
Ti voglio amare. Vieni
nell’ora che la bruna sera
spegne i rosei travertini
sull'alte chiese. Stanco
di remare sull’affannoso
flutto della vita, ripara
nel porto del mio riposo.
Chiama con voce sommessa:
— Jacovella, Jacovella! —
E subito verrò fuori
nell’ombra della cappella.

Oh, tu mi risvegli i sopiti
fantasmi de’ giorni svaniti!
Sì, lo ricordo: Raffaello.
Era gentile, era bello,
era maestro nell’arte.
Come lo sai? l'hai letto
dentro le vecchie carte?
Egli laggiù dipingeva
Sull’arco della cappella.
Un giorno guardavo, e gli chiesi :
— Maestro, chi son quelle donne?
Le sibille? Oh guarda quella
come l’hai fatta bella! —
Si soffermò sulla scala,
e sorridendo mi disse:
— Meno di te, Jacovella! —

Ma sai, la bellezza è una cosa
triste, la bellezza! La rosa
lampeggia un sorriso e si sfiora.
Sì, la ricordo ancora
la mia piccola stanza.
Poi, dentro quelle mura,
sono passati secoli
d’amore, di sventura,
di speranze, d’affanni,
storie ignote, travolte
nel torrente degli anni.
Ma tu l’hai ricercata
la mia storia perduta.
La strada adesso è muta.
Allora il passeggero
si soffermava intento
alla canzone, e diceva:
— E' mesta come il lamento
d’una tortorella.
Povera Jacovella! —

E adesso io vedo dal fondo
de’ secoli morti quel mondo!
Le passioni antiche
son come lumi spenti,
come vuote vesciche.
Sulla piccola storia
delle umane vicende
una nebbia si stende
che tutti i tempi confonde
in un perpetuo mareggiare
di cune e di bare,
a cui dagli spazi infiniti
eterno un concento risponde
di rantoli e di vagiti.
Posa il remo del pensiero,
poeta! di là dal mare
dell’intelletto è il mistero.
Meglio è sognare ed amare!

Sì, poeta, ti voglio amare.
Fammi una bella canzone
ch’io la voglio cantare.
Amo le cose belle,
amo le cose buone.
Fammi una canzone che l’ali
libri sopra i fatali
abissi de’ secoli, e versi
benevolenze pietose
sopra tutte le cose,
e oblio sulle colpe e miti
perdoni; e chiami fratelli
quanti han bevuto nel rio
calice della vita
il veleno d’un addio.
Nel sen della tua canzone
il suon della mia viola
porrà lo spirito arcano
che tenta chiudere invano
il guscio della parola,
l’intimo verbo che umano
labbro non mai profferì...
Sì, poeta, sì,
noi ci ameremo così!

Vuoi meco talor, nell’incerto
crepuscolo, uscir dall’opache
invetriate all’aperto?
Vuoi che leviamo l’ala
sul piano dei tetti, ond’esala,
sul declinare del giorno,
da' fumajoli il lieto
e il lacrimoso secreto
del dramma domestico? Intorno
alle cupole striscia
il fumo e si dirada
lento, si mesce ai lutti
e alle gioie di tutti
i secoli, e sale, sale
più rado, fin dove svanisce
colla nebbia de’ laghi
il sogno universale.

Di là dalla morte, oltre l’ora
che fugge, e la candida aurora
che muor nel tramonto di foco,
noi vagherem sotto il cielo
stellato, sopra la terra
avvolta nel notturno velo.
Io voglio, quando sei stanco,
Spiumacciar le vaganti
nuvole sotto il tuo fianco;
ne’ silenzi del mondo, io sola
voglio asciugare i tuoi pianti;
voglio con mano sì dolce
accarezzar la viola
che un brivido corra per l’arco
de’ cieli, pe’ curvi orizzonti,
e levino il volo i tuoi canti
come i colombi aleggianti
sulla piazza del tuo san Marco.

Fioriscono ancor gli odorosi
garofani al mio davanzale?
sia quello il mio fior nuziale.
Reca, o poeta, i sanguigni
garofani alla fanciulla
che non ha sangue. Io la testa
voglio adornarmene, come
quando andavamo alla festa
di san Pietro: la campana
dalla torre vaticana
chiamava, chiamava, e le strade
odoravano di mortella.
Io voglio parerti bella,
d’un’onda cerulea di pace
dilagarti l’anima. Pace
è il nome della mia chiesa.
Or va! dal mondo che tace
torna al tumulto fugace,
e il core afflitto conforta.
Pensa che qui t’aspetta
il bacio della tua morta
sul declinare del dì...
Si, poeta, si,
noi ci ameremo così!

Domenico Gnoli

Il Pinturicchio ornò di bella pittura a S. Maria del Popolo la volta del coro, che Bramente aveva prolungato con grandiosità di forme romane per ordine di Giulio II; Raffaello, mentre erigeva nella stessa chiesa la cappella d’Agostino il Magnifico, dipingeva le Sibille sull’arco d’una cappella minore dello stesso, nella Chiesa della Pace. (Domenico Gnoli, Have Roma, 1909)

Nota 1: L’oleandro / che mi pende all’occhiello? Domenico Gnoli si riferisce al fiore di oleandro che gli donò Vittoria Aganoor, durante una famosa passeggiata romantica veneziana. Questo episodio torna spesso nelle sue liriche.

Foto: 1. Gnoli immaginò che Jacovella avesse abitato in una casa medioevale porticata, all'Arco della Pace. Il portico fu in un secondo tempo chiuso. 2. Interno della chiesa di Santa Maria della Pace, dove sarebbe sepola Jacovella. 3. Qui Raffaello dipinse le Sibille.

Domenico Gnoli negli ultimi anni abitò in via della Pace, a palazzo Gambirasi, e qui si spense. Dal portone di palazzo Gambirasi alla casa medievale all'Arco della Pace: un centinaio di metri.

Nota 2. Sulle case medievali romane Gnoli scrisse:
Era la città un labirinto di vie anguste, tortuose, sterrate, fiancheggiate da casupole; qua e là palazzotti merlati su cui s’ergeva la torre, appoggiati ai ruderi dei monumenti imperiali i castelli turriti dei baroni, e intorno al fabbricato le vaste abbazie. La maggior parte delle case erano porticate, e parecchi avanzi ne rimangono, a colonne o rocchi di colonne antiche, di diverso diametro, e spesso di granito, sormontate da capitelli quasi tutti a volute joniche su cui correva l’architrave formato per lo più d’antichi frammenti. (Domenico Gnoli, La Roma di Leone X, a cura di Aldo Gnoli, 1938, p. 6)
Nello stesso volume, a p. 12, c’è un sonetto in dialetto romanesco antico, tratto dal Ms. LXXIV della Biblioteca Lancisiana che contiene una vita di Cola di Rienzo. Nel sonetto compare il nome di Jacovella.

Ben sì trovata, madonna Jacovella
Questi zitelli tiei chinto staco?
Staco bene, Dio grazia, ma l’aco
Con meco perché vongo a santo Joanni.

Ben trovata, madonna Jacovella
Questi bambini  tuoi come stanno?
Stanno bene, Dio grazia, ma li ho
Con me perché vado a San Giovanni.

(Ricerca di Fausta Samaritani)

5 aprile 2016. Revisione 10-16 aprile 2016

Scherzi da Domenico Gnoli e Domenico Gnoli L'Insegnamento della letteratura italiana

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