Trasposizione letteraria della crisi che investe l'Europa a fine Ottocento

Avvento del Decadentismo nel gioco cangiante di una crisi europea

Avvento del Decadentismo

nel gioco cangiante di una crisi europea 2001

di Vincenzo Laforgia

E’ un movimento culturale, artistico, letterario che nasce in Francia negli ultimi decenni dell’Ottocento e si estende fino a comprendere un lungo e vasto periodo, con risvolti molteplici, dei quali è difficile definire dimensioni e limiti. Il Decadentismo si protende dalle ultime espressioni del Realismo, con cui per un certo tempo si complica, fino quasi ai giorni nostri, attraverso scuole, tendenze, correnti, movimenti, poetiche, anche distanti fra loro ideologicamente. Il termine trae origine da una espressione del poeta Paul Verlaine

Io sono l’impero alla fine della decadenza

un verso, questo, inteso positivamente da Verlaine e da coloro che condividevano la sua interpretazione dell’arte, e negativamente invece dai loro oppositori. La critica francese accademica, usando una definizione che ampiamente circolava come condanna dello stato di corruzione in cui versava la Francia durante l’Impero di Napoleone III, chiamava "decadenti", con intenzione spregiativa, quegli artisti ribelli che contestavano sia l’arte tradizionale, sia ogni forma di vita individuale e sociale predeterminata: artisti moralmente instabili, ma depositari, secondo loro, di un modo nuovo e autentico di sentire la vita e l’arte. I più notevoli rappresentanti di questo nuovo gruppo di artisti, che confusero la vita individuale e sociale con l’arte, sono Jean Moréas, Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Stéphane Mallarmé, Arthur Rimbaud. Essi credono nel Simbolismo, cioè in una maniera assai originale e nuova di interpretare la realtà e di cogliere il valore e la funzione della parola, la quale è per essi la proiezione immediata dell’anima sorpresa dalla emozione, dalla radice profonda e misteriosa delle cose. La parola insomma, rimossa ogni limitazione tradizionale, si svela e si nasconde, si fa chiara e cupa, carnale e aerea, nebulosa e trasparente, cangiante a seconda delle condizioni psichiche del poeta, che la avverte dentro di sé come vitale e urgente.

Nuovi indirizzi filosofici

Il Decadentismo è la trasposizione letteraria di una crisi complessa che investe l’Europa fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento: crisi determinata da fermenti innovatori impliciti nella esigenza di approdi certi in campo sociale e politico, in materia di morale e di religione, soprattutto in filosofia, dopo il palese fallimento del Positivismo che, insistendo sullo scientismo, aveva perduto di vista il valore della verità assoluta. Rinunciando alla metafisica per una eccessiva fiducia nella scienza, intesa come lievito del progresso, il Positivismo si era distratto dai grandi problemi che l’uomo si poneva da sempre, e restringendo la sua indagine a spiegazione e classificazione dei fenomeni, abbandonava la ricerca della causa prima e del fine ultimo: ciò ne rivelava la incompletezza e la insufficienza. La stessa "forza vitale", che il Positivismo riteneva operante nella materia come spinta evolutiva, sfuggiva ad un riconoscimento su basi fisiche, mentre poteva spiegarsi sul piano metafisico. Proprio l’eccessivo impegno nella ricerca positivistica del "concreto" ridestava il Misticismo religioso, o almeno, portava ad ammettere l’esistenza di qualcosa d’indefinibile, di ignoto, di inclassificabile. Al Positivismo reagivano filosofie diverse, generalmente spiritualistiche: la Fenomenologia, lo Spiritualismo, il Neoidealismo (in Germania, e di riflusso in Italia con Benedetto Croce e Giovanni Gentile), l’Esistenzialismo ed altre ancora, tutte diverse tra loro, ma tutte concordi nel recupero_ antipositivistico_ dei valori veri e totali dell’uomo, e nella interpretazione della filosofia come posizione di problemi e non come conseguimento di una verità definitiva. La divergenza degli indirizzi, talvolta anche all’interno di una stessa filosofia, determinava un clima di disorientamento, se non di scetticismo nei confronti della speculazione filosofica.

Liberalismo, Chiesa e Socialismo

Altrettanto critica si rivela in Europa la situazione sociale e politica. Coesistevano infatti posizioni diverse, addirittura antitetiche, a volte travagliate da dissidi interni. Da una parte era il ben saldo conservatorismo che era sostenuto dalla aristocrazia, ancora ricca di fascino e tale da rappresentare, per il borghese che le si accostasse, una vera e propria promozione sociale; dalla borghesia imprenditrice, dalla sovranità, dalla casta militare, dalla Chiesa che, col ramo cattolico appoggiava la Monarchia austro-ungarica, col ramo ortodosso puntellava lo zarismo in Russia, con il ramo protestante l’Impero germanico, con quello anglicano la sovranità anglosassone. Era un liberalismo a cui stava a cuore il mantenimento di un sistema economico di tipo classista. Non tutto era tuttavia tranquillo in questo schieramento, neppure per la Chiesa di Roma. Questa doveva fare i conti col Modernismo, un movimento che tendeva a svecchiare la teologia e a trovare un accordo tra le verità di fede e le conquiste scientifiche del più rigoglioso Positivismo. Nella Italia laica si urlava contro il Vaticano, e contemporaneamente in Francia si facevano dimostrazioni anticlericali.

In netta contrapposizione al Liberalismo conservatore si levavano le forze progressiste e proletarie, decise a rovesciare l’oppressione di un lavoro estenuante, mal remunerato, finanche inumano. Il proletariato, riversatosi nelle grandi città industriali, creava fenomeni preoccupanti: l’abbandono delle campagne e l’avvio alla scomparsa del paese agricolo, per un urbanesimo incontrollato; mentre tentava di organizzarsi un sindacalismo ancora incerto e poco saldo. Il Socialismo rappresentava una sicura forza aggregante, ma nel suo interno si scontravano un indirizzo riformistico generalmente maggioritario e spinte rivoluzionarie, tese a sovvertire totalmente le resistenti strutture economiche e sociali. La situazione politica si complicava per la presenza non trascurabile dell’Anarchia (Michall Bakunin), la quale organizzava attentati, a cominciare da quello del 1893 in Francia, con lo scoppio di una bomba nel Parlamento, poi con l’assassinio del Presidente della Repubblica Francese e dell’Imperatrice d’Austria Sissi, fino a quello di Umberto I in Italia. Si andavano intanto profilando i vari nazionalismi e imperialismi, che avrebbero scatenato la prima guerra mondiale.

La psicanalisi

Ad aggravare la instabilità della situazione culturale europea si diffondevano le teorie del viennese Sigmund Freud, che attribuiva le ragioni di ogni momento psichico cosciente ad una vita anteriore della conoscenza, ad un fondo oscuro e ignoto, l’inconscio, verso il cui riconoscimento si può tendere, ma con la consapevolezza di non poter pervenire mai alla sua definitiva conquista. Anche questa nuova scienza, la Psicanalisi, era una rivolta contro il Positivismo, in quanto rivolgeva il suo interesse a quei fenomeni che il Positivismo aveva trascurati, come non rientranti nella sfera del razionale: il sogno, l’erotismo, l’isteria, la follia, l’errore.

Egocentrismo, Individualismo, Irrazionalismo

Come è sempre avvenuto per i grandi movimenti culturali, anche il Decadentismo modulò i suoi temi fondamentali in maniera diversa, secondo le culture con le quali veniva a contatto: Individualismo, Egocentrismo, Alessandrinismo, Irrazionalismo, senso dell’Ignoto e del Mistero, solitudine, Estetismo, che è ricerca di una intima corrispondenza fra vita e arte, cioè singolare capacità di fruire della bellezza e comunque di tutto ciò che rapisca l’anima, in maniera eccezionale e con acutissima sensibilità. Nel suo complesso la situazione culturale valeva a scardinare ogni concezione deterministica e a dimostrare, di riflesso, in letteratura, il fallimento del Realismo, prigioniero dei suoi principi rigorosi. Il "reale" piegava innaturalmente lo scrittore alle sue leggi, lo legava ad un delimitato spazio sociale, con il conseguente sacrificio della libertà creativa. La legge del "concreto", inteso razionalmente, negava infatti l’inverosimile che invece, come affermava Joris-Karl Huysmans, è ampiamente presente nella vita reale. Smarrita la certezza in ogni campo, non resta dunque all’uomo che rivolgere la propria attenzione a se stesso, per cui nasce da questa situazione intellettuale e morale il culto "dell’Io", che si esaspera nell’Egocentrismo. Il nuovo Individualismo è ben diverso da quello romantico: il Romanticismo aveva visto l’Io come interprete di valori assoluti; il Decadentismo vede l’Io come un soggetto solitario, smarrito nelle sue personali finzioni, in un relativismo che è instabilità e angoscia. Per sfiducia nel raggiungimento di certezze rassicuranti in tutto ciò che lo circonda, l’individuo è sospinto da una curiosità tormentosa ad indagare in se stesso, per restare tuttavia ancora più insicuro e perplesso, in questo suo solitario, intimo colloquio. A questo Individualismo si congiunge l’Irrazionalismo, cioè la convinzione che la realtà umana e universale vada spiegata come un comporsi di forze che sono aldilà della ragione e si rivelano confusamente all’uomo con l’estasi, l’intuizione folgorante, l’emozione, finanche la violenza dei sensi. In questa temperie culturale, nella quale l’individuo vive il proprio insanabile isolamento, si distinguono naturalmente posizioni intellettuali e mondi poetici tra loro diversissimi, legati però dalla comune convinzione del fallimento positivistico della ragione, dall’avvertimento della incomunicabilità del mondo individuale, dall’egocentrismo, dalla ricerca di approdi ideologici, dal senso del mistero.

Poesia decadente europea

come incarnazione dell’anima

Nella temperie culturale di fine Ottocento, nella quale l’individuo vive il proprio insanabile isolamento, si distinguono posizioni intellettuali e mondi poetici tra loro diversi, legati però dalla comune convinzione del fallimento positivistico della ragione, dall’avvertimento della incomunicabilità del mondo individuale, dall’egocentrismo, dalla ricerca di approdi ideologici, dal senso del mistero. Comunione diretta fra l’uomo, cioè il poeta, e l’ignoto cioè il tutto, è per i decadenti la poesia, immedesimazione istantanea dell’artista con la totalità delle cose. Respinta ogni mediazione razionale fra il poeta e il mondo, perché soltanto con la poesia si può sentire la verità segreta dell’uomo e dell’universo, la parola poetica perde la sua funzione tradizionale, quella cioè di esprimere in maniera statica e obiettivamente razionale un concetto, e diventa dinamica come l’anima, si fa, come dice Mario Sansone, incarnazione della profonda realtà dell’anima, segno della unione fra il poeta e il mondo oscuro che lo circonda. Intesa la parola come pura realtà spirituale, viene di conseguenza che i nessi tra le parole, quei nessi per i quali le parole si combinano nella espressione di un pensiero o di un sentimento, sono esclusivamente lirici, cioè intuibili e costantemente mutevoli, e non regolati a freddo dalla sintassi. Da ciò deriva una cura estrema della parola e della frase, e nasce quindi una sorta di nuovo Alessandrinismo, la ricerca ostinata della perfezione formale. Una tale ricerca si completa con l’adozione di una musicalità nuova, per la quale il ritmo del verso risulti da nuove cadenze accentative, da sospensioni, da pause, ripetizioni, fratture. Il poeta rinuncia ai metri tradizionali, quando la sua intuizione e la sua commozione lo richiedono: egli avverte la esigenza di proiettare nel ritmo del verso il ritmo dell’anima. E poiché la poesia deve dare immagine immediata e "totale" delle emozioni; deve creare un’atmosfera che sveli le sfumature più fuggevoli e sottili del sentire, nella parola poetica confluiscono, si confondono e si identificano suoni, rilievi, profumi, sapori, colori, secondo una concezione che risale a Richard Wagner e a Charles Baudelaire.

Vincenzo Laforgia

15 Febbraio 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

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